23/09/2026
DI CHI SI INNAMORA UN TERAPEUTA QUANDO SI INNAMORA DEL SUO PAZIENTE?
In questi giorni sta facendo discutere il caso di una psicologa del Torinese che ha avuto una relazione sentimentale con un uomo che aveva precedentemente seguito come paziente.
Sulla questione deontologica c’è poco da discutere: nella relazione terapeutica esiste un’asimmetria e chi cura ha la responsabilità di custodirne i confini.
Ma leggendo questa storia io mi sono fermata su altro.
Di chi si è innamorata quella psicologa?
Che un paziente possa innamorarsi del terapeuta non è così sorprendente. Accade molto più spesso di quanto immaginiamo e la psicologia studia da moltissimo tempo ciò che chiamiamo transfert.
Pensateci. Davanti a te c’è qualcuno che ti ascolta profondamente, conosce parti di te che magari nessuno conosce, accoglie la tua vulnerabilità, ti dedica uno spazio e continua a esserci anche quando mostri ciò che normalmente nascondi.
Può accadere che tutto questo venga sentito come amore.
Ma c’è una cosa della quale parliamo molto meno.
Anche il terapeuta ha un inconscio.
Studiare le dinamiche umane non significa esserne immuni. Puoi conoscere perfettamente l’abbandono e avere ancora paura di essere abbandonato. Puoi riconoscere immediatamente la dipendenza affettiva di chi hai davanti e non vedere la tua. Puoi avere strumenti straordinari per leggere gli altri ed essere completamente cieco quando qualcuno tocca esattamente un tuo punto scoperto.
È qui che incontriamo il controtransfert: tutto ciò che il paziente muove nel terapeuta.
Perché un paziente può farti sentire importante, necessario, ammirato. Può affidarsi a te come forse nessuno fa più nella tua vita. Può guardarti come se fossi l’unica persona capace di comprenderlo davvero. Può risvegliare tenerezza, attrazione, desiderio di proteggerlo, bisogno di salvarlo.
E allora la domanda cambia.
Ti sei innamorato di quella persona o di chi diventi tu quando quella persona ti guarda così?
Forse è questo il punto più interessante.
Potremmo innamorarci della persona reale che abbiamo davanti, certo. Ma potremmo anche innamorarci di sentirci finalmente indispensabili. Di essere scelti. Di poter salvare qualcuno. Del posto che occupiamo nella sua vita. Oppure di qualcosa di molto più antico che quella persona ha riattivato senza nemmeno saperlo.
Ed è proprio per questo che nel lavoro terapeutico esistono confini, supervisione e lavoro personale. Non perché un terapeuta non debba provare nulla, ma perché provare qualcosa e agire ciò che proviamo sono due cose completamente diverse.
La consapevolezza non consiste nel non essere più toccati. Consiste nel riuscire a domandarsi che cosa è stato toccato.
Ed è qui che questa storia, secondo me, smette di riguardare soltanto quella psicologa.
Perché noi facciamo qualcosa di molto simile continuamente.
Incontriamo qualcuno e diciamo: “Mi sono innamorato.” Ma raramente ci fermiamo a domandarci quale parte di noi si sia innamorata e che cosa abbia riconosciuto proprio in quella persona.
La chiamiamo chimica. Destino. Connessione. Diciamo che non ci era mai successo.
E magari è davvero amore.
Ma insieme alla persona che abbiamo davanti incontriamo sempre anche la nostra storia: ciò che ci è mancato, ciò che abbiamo imparato a desiderare, il modo in cui siamo stati amati e persino il modo in cui abbiamo imparato a soffrire.
A volte, infatti, non ci innamoriamo soltanto di qualcuno. Ci innamoriamo di come ci sentiamo attraverso di lui. Ed è qui che l’amore può confondersi con la memoria.
Forse allora la domanda più interessante non è come abbia potuto una psicologa innamorarsi di un paziente.
La domanda è molto più vicina a tutti noi:
quando dici “mi sono innamorato”, sei sicuro di sapere di chi ti sei innamorato?
Della persona che hai realmente davanti?
Di ciò che rappresenta?
Di come ti fa sentire?
O di qualcosa della tua storia che, attraverso quella persona, sta cercando ancora una volta di essere visto?
Perché qualche volta crediamo di aver finalmente incontrato qualcuno.
E invece abbiamo incontrato di nuovo noi stessi.
OLLiN