QuiGisella

QuiGisella Mi occupo di discipline bio naturali e di pensiero consapevole. Qualcuno mi conosce come "Ish": si son sempre io.

Fondatrice e docente in realtà olistiche, unisco scienza e spirito: con aromaterapia, astrologia, cristalloterapia, yoga, arti creative... con i mei post accompagno le persone nel trasformare il punto di vista. Ho condotto corsi e laboratori creativi in presenza, finché le persone hanno avuto la capacità di gestire il loro tempo e la volontà di conoscere la parte sommersa dell'iceberg.

07/09/2026
D**e (si legge Diche, non “daik”, e lo dico per quelli che ce l’hanno coi boomer e i novax), insieme alle altre due Ore ...
04/09/2026

D**e (si legge Diche, non “daik”, e lo dico per quelli che ce l’hanno coi boomer e i novax), insieme alle altre due Ore (Eunomia e Eirene), è figlia di Zeus e Themis.

Rappresenta la giustizia morale, dell’ordine naturale e della verità celeste.
Non guardiamola - come viene immediato fare - come la “Iustitia” romana, ma come il principio che mantiene il mondo aderente a ciò che è.

Infatti non va ristretta alla “Giustizia” dei tribunali. ma riguarda ciò che è conforme all'ordine, ciò che spetta, la consuetudine corretta, il modo giusto in cui le cose devono stare.
E qui credo che ognuno di noi si senta un po’ più coinvolto, meno defraudato dal disequilibro della famosa bilancia in mano a quella figura bendata che – oggi – è quasi una farsa.

Mamma Themis è l'ordine fondamentale, la legge divina, ciò che è stabilito e D**e è l'applicazione di quell'ordine al mondo degli uomini e degli esseri viventi.
Quindi inizialmente esiste un ordine profondo poi D**e verifica che ciò che accade sia conforme a quell'ordine.
Solo in seguito possono nascere il buon funzionamento delle cose (Eunomia) e la pace (Eirene).

La dea dei tribunali è bendata, ha una spada e una bilancia, invece D**e ci vede benissimo.
Nella tradizione greca D**e è legata alla verità dei fatti, non alla punizione. Lei osserva ciò che fanno gli uomini e riferisce a Zeus le ingiustizie commesse.
Possiamo definirla come uno strumento di rilevamento della realtà, senza giudicare e attribuire colpe, pene, norme. Quello spetta al padre.
Lei rappresenta la capacità di vedere le disposizioni corrette (il riconoscimento dell'ordine violato) e Zeus è il potere che le fa rispettare

D**e è connessa all’affermazione che “ognuno deve ricevere la propria parte” (la “moira”, la porzione assegnata a qualcuno, che non è il destino nel senso di qualcosa di predeterminato, come molti tendono a interpretarlo).
E lo so, viene voglia di dire che il contrario di “moira” sia “libertà”, invece è “appropriazione”, ma anche "rifiuto di ciò che spetta perché consideto insufficiente".
Perché una persona potrebbe passare la vita non cercando di prendere troppo, ma di vivere la vita di qualcun altro, o di non voler proprio vivere la propria.
E quindi l'ingiustizia nasce quando qualcuno “rompe una proporzione”.

E così vediamo quanto la mitologica giustizia greca sia molto vicina all'idea di misura, dove “hybris” (concetto personificato della tracotanza), rappresenta l’oltrepassare il proprio limite, volere più di quanto spetta.

E poi possiamo fare un confronto con la dea Fortuna, ugualmente bendata: Fortuna non è ingiusta, ma indifferente. Può dare e togliere senza che ciò abbia necessariamente una relazione morale con ciò che si è fatto.
Invece D**e, di fronte a quanto succede a un individuo, osserva cosa sia realmente accaduto. Guarda che cosa significa nell'ordine delle cose.
Quindi D**e vede, registra e porta alla luce.

Torniamo alla "Giustizia"m che è per tutti una parila, traduzione da dizionario che poi viene diluita, macchiata, esasperata da esperienze personali e fatti quotidiani atroci.
Ma dentro quella parola, in realtà, sono contenuti misura, ordine, conformità, verità dell'azione, conseguenza della trasgressione, relazione fra la parte che spetta e quella che viene presa.
E allora D**e non è la giustizia che vediamo pubblicizzata, raccontata negli episodi giornalieri di legalità violata.

D**e è il principio per cui la realtà non è indifferente alla dismisura.
Ora, se usciamo dal contesto mitologico, possiamo vedere D**e coe una forma di “principio di riallineamento”: dove c’è qualcosa che si deforma, devia, si rompe, o qualcuno che si appropria di uno spazio che non gli appartiene, o rinuncia al proprio, D**e si impone facendo tornare alla misura.
E allora quelle che chiamiamo “punizioni”, in realtà sono conseguenze.

Forse avete intravisto la correlazione con il “karma”: le tre figure, D**e, Moira, Hybris, non sono a se stanti, non lavorano ognuna per conto proprio, ma creano un circuito di eventi, di trasformazioni, in cui l’individuo può/deve imparare a scegliere come agire.

E perché vi ho parlato di D**e?
Io vi ho riportato la visione mitologica, ma c’è una interessante configurazione astrologica, di D**e/asteroide in Toro, in questo periodo. Ora stazionaria, riprenderà in seguito un cammino retrogrado. Siamo tutti coinvolti in un lungo quanto importante momento in cui riflettere sulla propria idea di morale e di responsabilità individuale. Scegliere, cambiare le scelte, avere il coraggio di rinnovarsi, accettare la propria parte e valorizzarla (senza trucchi e illusioni).
Se vi interessa, potete leggere a riguardo qui https://leandrospino.com/2026/09/03/dike-nel-segno-del-toro-prima-parte/

Guardate all’astrologia come opportunità per migliorare, non come alibi per rimanere nella ruota del cricetone.

riflettendo....
07/08/2026

riflettendo....

“La bottiglia blu, non l’ho certo dimenticata, la porto via con me…..”Ho preso in prestito e modificato quella canzone d...
09/07/2026

“La bottiglia blu, non l’ho certo dimenticata, la porto via con me…..”

Ho preso in prestito e modificato quella canzone di Patty Bravo che invece parlava di una valigia, perché ho iniziato la giornata leggendo qualcosa sui colori che mi ha lasciata un po’ perplessa.
Da lì mi è venuta in mente quella tiritera, che va tanto di moda, sull’utilizzo di bottiglie blu per conservare proteggendo l’acqua, i rimedi vibrazionali, e chissà che.

Proteggere da cosa, precisamente?
È una domanda che mi viene spontanea ogni volta che incontro certe affermazioni, perché il problema non è la bottiglia blu.
Io stessa ho usato bottiglioni di vetro blu per conservare l’acqua che avevo raccolto a Sant’Antioco e che poi ho utilizzato per i miei Easy-D, i miei rimedi vibrazionali.
A distanza di anni quell’acqua è ancora limpida, non presenta muffe, non ha cattivi odori, e questo mi piace.

Ma non ho mai pensato: “Il blu proteggerà l’acqua da chissà quali radiazioni”.
E non perché il blu non abbia un significato per me. Anzi, il blu è un colore che può parlare profondamente: richiama il cielo, il mare, la quiete, la profondità, il raccoglimento, quindi può accompagnare un’intenzione, un rituale, un momento di ascolto.
Ma un conto è il linguaggio del simbolo e un altro è attribuire al simbolo proprietà fisiche che non abbiamo definito.

Quando diciamo “frequenza”, di quale frequenza stiamo parlando?
Quando diciamo “energia”, quale energia?
Quando diciamo “protezione”, da che cosa?
Sono domande scomode, forse, ma necessarie.
Perché il rischio è quello di sostituire il nostro sentire con una nuova serie di formule da ripetere.

E invece credo che il valore più grande dei colori sia proprio un altro: quello di riportarci alla percezione, alla relazione personale, alla capacità di ascoltare.
Il blu non deve convincermi con una spiegazione, deve parlarmi, raccontarmi qualcosa “di mio”.
E se scelgo una bottiglia blu, vorrei sapere perché la scelgo io, non perché qualcuno mi ha detto che “funziona” secondo una regola prestabilita.

Qualcuno mi ha detto, fieramente: “La bottiglia blu protegge dalle radiazioni”.

Va bene... Ma da quali radiazioni?
Perché la parola “radiazione” comprende fenomeni molto diversi tra loro:
• onde radio,
• microonde,
• infrarosso,
• luce visibile,
• ultravioletto,
• raggi X,
• raggi gamma.
Una bottiglia di vetro blu può filtrare parte dello spettro visibile e, a seconda della composizione del vetro, può attenuare una parte degli UV. Questo è fisica.

Ma dire genericamente che "protegge dalle radiazioni" non significa nulla, se non si specifica quali e in che misura.
Molti testi di cromoterapia sembrano aver ereditato un lessico nato in un'epoca in cui la parola “vibrazione” aveva soprattutto un valore metaforico.
Poi alcuni termini, negli ultimi decenni, hanno assunto significati molto più precisi: frequenza, energia, campo, quantistico, vibrazione.
Usarli come sinonimi, in contesti diversi, crea cortocircuiti interpretativi.
Il colore è un linguaggio.
Forse dovremmo imparare nuovamente ad ascoltarlo, invece di trasformarlo nell’ennesimo elenco di istruzioni.

PS: a volte nel leggermi mi sembra di risultare ai più una saccente brontolona.
Poi mi rendo conto (e non so voi) che tutto ciò che mi dà “fastidio”, non è un elenco casuale.

La mia esigenza di rigore non percepitela solo attraverso la lente del dissenso: non nasce dal desiderio di smontare un simbolo, ma dal voler continuare a riconoscere che un fenomeno può avere più livelli di lettura contemporaneamente, senza ridurre un livello agli altri.
Io sostengo quella “complessità” che non rende tutto difficile, ma considera che le cose possono avere più livelli di significato, e non li confonde.

In pratica io cerco di non banalizzare un argomento, così come non mi piace standardizzare una tecnica considerando le persone tutte uguali.

Quindi non è il lavoro sulla felicità o il simbolismo astrologico che mi infastidiscono. E nemmeno la cromoterapia o il linguaggio spirituale, perché ho lavorato proprio con molti di questi ambiti.
Quello che mi fa scattare il campanello d’allarme è quando qualcosa di complesso viene trasformato in una formula che evita il confronto con sé stessi.
"Sto male? Cerco la felicità."
"È successo qualcosa? È Mercurio retrogrado."
"Voglio usare il blu? Il blu protegge dalle radiazioni."
"Sto cambiando? Ho fatto un salto quantico."

Sono formule che possono dare un momentaneo senso di ordine, ma tolgono profondità all'esperienza a cui si è chiamati.

INTUIZIONE O COSA?La parola intuizione oggi viene usata in modo molto ampio e improprio:  spesso indica semplicemente un...
07/07/2026

INTUIZIONE O COSA?
La parola intuizione oggi viene usata in modo molto ampio e improprio: spesso indica semplicemente una sensazione immediata, una previsione, una deduzione rapida basata sull’esperienza. E in molti casi è proprio così: il cervello raccoglie una quantità enorme di segnali, anche non consapevoli, e arriva velocemente a una conclusione. È una capacità reale, ma non necessariamente coincide con l’intuizione.

L’intuizione è un “atto percettivo” che non nasce dal ragionamento abituale della personalità. Non è “ho visto alcuni indizi e quindi ho capito”, ma è più vicino a un riconoscimento: qualcosa si presenta alla coscienza prima che ci sia una spiegazione.
E spesso l’intuizione si coglie e non si ascolta.
Questo è il punto delicato: anche quando arriva qualcosa di più sottile, la personalità può intervenire subito e tradurre, giudicare, adattare, ridimensionare, oppure trasformare quel lampo in una narrazione conveniente.

E allora non basta “avere intuizioni”: serve un certo silenzio interiore per distinguere tra:
• un desiderio che si traveste da certezza;
• una paura che si propone come prudenza;
• una deduzione molto veloce;
• un riconoscimento profondo.
Una persona potrebbe dire: “sento che devo entrare in questa porta”, ma quel movimento può nascere da motivazioni diverse, può essere il bisogno della personalità di ottenere qualcosa, oppure essere un movimento più essenziale.
Personalmente non faccio dell’intuizione una facoltà magica o sempre disponibile; anzi, la vedo quasi come qualcosa di fragile che arriva, si lascia intravedere, e poi richiede ascolto (e lì casca l’asino).
Non è questione di “esperienza straordinaria” come prova di evoluzione: poniamo l’attenzione sul discernimento.
Forse l’intuizione non è sempre una risposta pronta, ma più una traccia. E il lavoro della persona non è obbedirle ciecamente, ma creare le condizioni per capire se quella traccia appartiene davvero a un livello più profondo o se è la personalità che sta parlando con una voce molto convincente.
Si, spesso viene chiamata “intuizione” qualcosa che in realtà è una convinzione immediata.
Una convinzione del momento nasce spesso da un movimento della personalità: un bisogno, una paura, un desiderio, una ferita, un’abitudine, un’immagine di sé. Può essere anche molto intensa e direi che più è intensa più sembra “vera”.

L’intuizione ha una qualità diversa: non “spinge”, cioè non ha bisogno di convincere. Arriva con semplicità, evidenza, non necessariamente piacevole, non necessariamente comoda, ma indica una direzione. E qui c’è un paradosso: proprio perché è più sottile, è più facile non seguirla.

La personalità fa rumore, l’intuizione spesso sussurra.

La personalità dice: “Devo decidere subito”, “Questo è sicuramente così”, “Ho capito tutto”,

L’intuizione può essere più simile a: “Guarda qui”, “C’è qualcosa da considerare”, “Questa direzione in effetti ha un senso”….
Poi però serve il lavoro della coscienza, perché anche qui c’è un rischio: se una persona definisce ogni impulso come intuizione, può fare esattamente il contrario del lavoro interiore. Può usare una parola nobile per giustificare una reazione della personalità.
Quindi l’intuizione richiede un grado di maturazione percettiva. Non basta “sentire”. Bisogna saper riconoscere chi sta sentendo.
Una persona può dire: “Ho sentito che dovevo entrare lì”
Ma cosa ha sentito? Il desiderio di essere riconosciuta, la paura di perdere un’occasione, il bisogno di appartenenza, l’attrazione per qualcosa che conferma una propria immagine oppure una risonanza più profonda?
Sono movimenti interiori che possono avere sensazioni molto simili.

Non tutto ciò che sentiamo è un’intuizione. Ma quando l’intuizione arriva, riconoscerla richiede un ascolto che la personalità spesso non ha ancora imparato a fare.

Ed è forse proprio questo il motivo per cui nei percorsi di crescita il lavoro non dovrebbe essere “sviluppare l’intuizione” come se fosse un superpotere da attivare, ma dovrebbe riguardare prima di tutto lo sviluppare il discernimento necessario per non confonderla con il rumore interiore.

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