31/07/2026
Imponimento: «Io sono Rocco Anello». «Io sono il sindaco di Cenadi». Quando il potere pretende che basti un nome.
“E io sono Rocco Anello”, avrebbe detto il capo della cosca, secondo la ricostruzione richiamata dai giudici. A Cenadi, su un piano completamente diverso, sembra risuonare un’altra formula: “Io sono il sindaco, Francesco Casalinuovo”. La prima evocava un potere criminale fondato sulla paura; la seconda rivendica una carica istituzionale ricevuta dai cittadini. Non sono la stessa cosa e metterle sullo stesso piano sarebbe falso. Ma una domanda resta: che cosa accade quando un nome o una carica vengono usati non per assumersi delle responsabilità, ma per chiudere ogni discussione e pretendere obbedienza? Non sempre la ’ndrangheta ha bisogno di sparare, incendiare o formulare minacce esplicite. A volte le basta presentarsi. Un nome pronunciato nel posto giusto, davanti alla persona giusta, può diventare un ordine. Non serve aggiungere altro, perché il resto lo fa la paura.
Nelle motivazioni della sentenza d’Appello del processo abbreviato “Imponimento” c’è un episodio che racconta questo meccanismo meglio di tante analisi. Un pastore si oppone allo scarico di materiali su un terreno e manifesta l’intenzione di chiamare i carabinieri. Gli viene chiesto se sappia con chi sta parlando. Poi arriva la presentazione: “E io sono Rocco Anello”. Secondo i giudici, quel nome non serviva soltanto a dichiarare la propria identità, ma a far comprendere all’interlocutore quale potere avesse davanti e quale prezzo avrebbe potuto avere una denuncia. Il risultato, stando alla ricostruzione della Corte, fu immediato: il pastore rinunciò a rivolgersi alle forze dell’ordine. (leggi l'intero articolo)
“E io sono Rocco Anello”, avrebbe detto il capo della cosca, secondo la ricostruzione richiamata dai giudici. A Cenadi, su un piano completamente diverso, sembra risuonare…