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Nati su Instagram, scriviamo di storia e cultura della provincia di Belluno, avendo cura di dedicarci ad ogni suo territorio, alle sue tradizione e alle sue particolarità locali.

𝐏𝐨𝐬𝐭 𝟐𝟒𝟓 - 𝐓𝐫𝐚𝐜𝐜𝐞 𝐬𝐨𝐯𝐫𝐚𝐦𝐨𝐧𝐭𝐢𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐫𝐨𝐦𝐚𝐧𝐢𝐭𝐚̀: 𝐥𝐚 𝐬𝐞𝐩𝐨𝐥𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐌𝐮𝐫𝐚𝐝𝐚Non è semplice ricostruire le tracce romane dell’a...
04/09/2026

𝐏𝐨𝐬𝐭 𝟐𝟒𝟓 - 𝐓𝐫𝐚𝐜𝐜𝐞 𝐬𝐨𝐯𝐫𝐚𝐦𝐨𝐧𝐭𝐢𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐫𝐨𝐦𝐚𝐧𝐢𝐭𝐚̀: 𝐥𝐚 𝐬𝐞𝐩𝐨𝐥𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐌𝐮𝐫𝐚𝐝𝐚

Non è semplice ricostruire le tracce romane dell’altopiano sovramontino, situato geograficamente all’estremità occidentale della provincia di Belluno, causa la scarsità degli scavi archeologici condotti fino ad oggi e la limitata produzione scientifica che ne è conseguita. Tuttavia, alcune tracce sono emerse nel corso del tempo: tra queste spicca una sepoltura, rinvenuta nel corso degli anni ’50 del secolo scorso, nel contesto dei lavori di ampliamento della strada principale che collega le frazioni sovramontine di Servo e Sorriva.

(foto 1) Siamo in località La Murada (o Casa Murada), dove nel 1957 vennero alla luce alcune sepolture: tra tutte particolarmente affascinante un’urna cineraria, in pietra tufacea, con una copertura a incastro; fu inoltre rinvenuta una lastra con un’iscrizione. In prossimità di questa tomba furono scoperti anche altri oggetti, appartenenti a quello che venne allora identificato come il corredo della stessa: si tratta di cinque monete romane imperiali (databili alla prima metà del IV secolo d.C., imperatori Costantino I e Costanzo II), tre braccialetti bronzei, una fusarola in osso decorato, un ago da cucito in bronzo e cinque frammenti di collana in bronzo. La tomba venne attribuita a 𝑁𝑎𝑒𝑟𝑜𝑛𝑖𝑎 (o 𝐶𝑎𝑒𝑟𝑜𝑛𝑖𝑎) Massima, la presunta incinerata e colei alla quale apparteneva il corredo funerario sopracitato.

(foto 2) L’iscrizione, riportata su una lastra lapidea (litotipo ignoto, si indica generalmente come pietra calcarea locale), è in parte abrasa. La stessa iscrizione, che si sviluppa in lunghezza per 75 centimetri, è ripartita in quattro righe oggi visibili — cinque se si considera una probabile intestazione, come di consueto per le epigrafi funerarie, che avrebbe previsto la dedica “agli dèi Mani”, solitamente indicati con le lettere “D M”, abbreviatura delle parole “𝐷𝑖𝑠 𝑀𝑎𝑛𝑖𝑏𝑢𝑠” —. Le lettere impiegate per comporre l’iscrizione sono capitali maiuscole, l’altezza delle lettere è abbastanza regolare per tutte le righe (circa 2,5 cm) e lo stile delle lettere indica che l’iscrizione, seppur di discreta fattura, è stata prodotta da una maestranza locale non specializzata. L’iscrizione non riporta il nome del dedicante (colui che commissionò l’iscrizione), che avrebbe potuto essere il marito: il suo nome sarebbe stato scritto, forse, nella sezione del testo che ad oggi risulta illeggibile. La donna viene descritta come moglie dolcissima e come madre di figli adulti. Il testo dell’iscrizione, così come riportato nell’edizione dell’Année Épigraphique, è il seguente: [--- | ---]𝑡𝑢[𝑠] 𝑖𝑛 𝑚𝑒𝑚𝑜𝑟𝑖𝑎𝑚 | [...]𝑎𝑒𝑟𝑜𝑛𝑖𝑎𝑒 𝑀𝑎𝑥𝑖𝑚𝑎𝑒, 𝑐𝑜𝑛𝑖𝑢𝑔𝑖 | 𝑑𝑢𝑙𝑐𝑖𝑠𝑠𝑖𝑚𝑎𝑒 𝑞𝑢[𝑎𝑒 --- 𝑙𝑖𝑏𝑒]𝑟𝑜𝑠 𝑎𝑑𝑢𝑙𝑡𝑜𝑠, | 𝑑𝑒𝑓𝑢𝑛𝑐𝑡𝑎 𝑒𝑠𝑡 𝑎𝑛(norum) ###V. La traduzione dell’iscrizione dal latino all’italiano è la seguente: «In memoria di Neronia (o Ceronia) Massima, moglie amatissima e madre di tre figli ormai adulti, morì all’età di trentacinque anni».

(foto 3.1-3.2-3.3-3.4) Non è certa l’appartenenza del corredo alla sepoltura, in quanto i reperti vennero consegnati in maniera sconnessa e frammentaria, procurando dei dubbi sull’effettiva pertinenza del corredo stesso. I vari oggetti che lo compongono, tuttavia, sono comunque attribuibili a una sepoltura femminile: i monili e gli strumenti legati alla produzione e alla lavorazione della lana (in generale dei tessuti) sono caratteristici delle sepolture femminili dell’epoca romana, tardoromana e successivamente anche medievale. I cinque frammenti tortili in bronzo, che nella prima fase di analisi erano stati attribuiti a un bracciale, a seguito di uno studio approfondito sono stati ricondotti invece a una collana, date le dimensioni complessive troppo abbondanti perché potesse essere indossata al polso. L’armilla in bronzo è di fattura semplice: il bracciale risulta chiuso e non presenta particolari lavorazioni.

(foto 4) Nello stesso contesto, come abbiamo detto, vennero ritrovate anche delle monetine in bronzo di età imperiale, attribuibili agli imperatori Costantino I e Costanzo II (prima metà del IV secolo, quindi in un arco di tempo dal 300 al 350 d.C.). Le monete in questione vengono dette “𝑓𝑜𝑙𝑙𝑖𝑠” (anche nummus o laureato). Il 𝑓𝑜𝑙𝑙𝑖𝑠 era una moneta di uso corrente di scarso valore che veniva impiegata per le transazioni di uso quotidiano. Questo tipo di moneta, introdotto con la riforma del 294 d.C., era composto in prevalenza da bronzo (lega di rame e stagno), ma conteneva anche altri metalli quali piombo e argento. La moneta aveva un valore di tipo squisitamente fiduciario, ovvero un valore che era garantito dall’autorità emittente (l’imperatore e le zecche imperiali) e non dal valore intrinseco della moneta stessa (che era alquanto più basso, data la composizione prevalente di metallo vile).

(foto 5) L’urna cineraria in pietra tufacea accoglieva le ossa della donna selezionate dopo la combustione del corpo, il cosiddetto rituale di incinerazione, tipico della cultura romana pagana [5]. Ad oggi, le ossa che erano contenute nell’urna sono sotto esame presso una commissione di studiosi: lo scopo è quello di comprendere se effettivamente le ossa possano essere attribuite alla donna menzionata nell’iscrizione della lastra funeraria ritrovata con esse. L’urna, dotata di coperchio ricavato sempre dallo stesso litotipo, indicato generalmente come pietra tufacea, venne ritrovata chiusa; le ossa al suo interno devono quindi essere pertinenti al contesto funerario originale.

A cura di [AMarion]

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Musei civici di Feltre

𝐂𝐑𝐎𝐃𝐀𝐩𝐢𝐜𝐬 𝟏𝟏 - 𝐈𝐥 𝐂𝐨𝐦𝐮𝐧 𝐯𝐞𝐜𝐢𝐨 𝐚 𝐂𝐨𝐫𝐭𝐢𝐧𝐚 𝐝’𝐀𝐦𝐩𝐞𝐳𝐳𝐨Chiunque abbia passeggiato per il centro di Cortina d’Ampezzo ha in men...
07/08/2026

𝐂𝐑𝐎𝐃𝐀𝐩𝐢𝐜𝐬 𝟏𝟏 - 𝐈𝐥 𝐂𝐨𝐦𝐮𝐧 𝐯𝐞𝐜𝐢𝐨 𝐚 𝐂𝐨𝐫𝐭𝐢𝐧𝐚 𝐝’𝐀𝐦𝐩𝐞𝐳𝐳𝐨

Chiunque abbia passeggiato per il centro di Cortina d’Ampezzo ha in mente l’immagine familiare di un edificio dipinto di giallo e adornato di numerosi stemmi; molti ne ricordano anche il nome: Comun vecio, o Municipio vecchio, ma pochi ne conoscono la storia.
Una “domus comunis Ampicii” è documentata a partire dal 1232, ma non è chiaro dove fosse ubicata. Ciò che è certo è che col tempo essa era diventata troppo angusta, tanto che nel 1668 il Consiglio comunale si riuniva nella “stua” di Caterina Ghedini. Già l’anno prima era stato deliberato di comprare o costruire una nuova sede, e nel 1669, alla morte della Ghedini, ne venne acquistata la casa, che però non è sicuro si trovasse nella posizione dell’attuale palazzo. Le certezze iniziano con la fine del Settecento, quando le prime mappe e l’introduzione del catasto ci permettono di avere un’immagine piuttosto precisa dell’aspetto del paese.
Nel 1775, in corrispondenza dell’attuale Comun vecio, esistevano in realtà tre edifici distinti: alla casa (o “padiglione”) della Comunità, erano infatti “unite” la “casa in cui abita il monego” (cioè il sagrestano) e la “casetta in cui abita il rev[eren]do mansionario di S. Caterina” (ossia un sacerdote dipendente dal Comune). Questo complesso di edifici, che fungeva anche da scuola, ospitava al piano terra dei portici con botteghe, detti “𝑧𝑒𝑙𝑒𝑟𝑒𝑠” in ladino ampezzano, mentre uffici e abitazioni erano probabilmente posti ai piani superiori.
A partire almeno dal 1826 si iniziò a discutere su un rinnovo della vecchia struttura, ma la questione si concretizzò solo nel 1851, quando si dibatté se mantenere il comune nello stesso luogo o se abbatterlo e ricostruirlo altrove (in particolare, dove si trova l’attuale Hotel Cortina). Pare che l’allora capocomune Gaetano Ghedina “Tomasc”, proprietario di un’osteria a nord di Cortina, si opponesse decisamente alla proposta innovativa, perché l’ampliamento della piazza derivante dall’abbattimento dell’edificio avrebbe avvantaggiato i suoi concorrenti che lavoravano in quella zona. Così, nel 1852, il comune venne ristrutturato e ampliato nella stessa posizione, assumendo le forme (ma non ancora le decorazioni) attuali (immagini 1 — a destra, tra l’edificio in primo piano e il campanile —, 2 e 3).
Il palazzo continuò ad ospitare l’amministrazione comunale fino all’epoca fascista, quando essa venne trasferita nell’attuale sede, costruita originariamente nel 1838 per ospitare il Capitanato distrettuale (una specie di minuscola provincia che comprendeva Ampezzo, Livinallongo e Colle Santa Lucia sotto il dominio asburgico). Così, il “Comun” divenne “vecio”, e adibito ad altre funzioni, tra cui quelle di biblioteca civica e spazio espositivo.
Soffermandosi sull’aspetto decorativo, i fregi e gli stemmi donano all’edificio un aspetto di dignitosa antichità, anche se in realtà sono un’innovazione piuttosto recente. Vennero infatti dipinti (e in buona parte inventati) solo nel 1928 dal roveretano Giorgio Wenter Marini (Rovereto, 1890 - Venezia, 1973), all’epoca insegnante alla locale Scuola d’arte, e rappresentano la comunità d’Ampezzo con le sue regole e le famiglie originarie (immagini 4 e 5).
Un’ultima nota riguarda il colore giallo dell’edificio, che — anche se è dubbio —, potrebbe trattarsi di un elemento non casuale. Negli anni ‘80 del Settecento, infatti, l’imperatore Giuseppe II d’Asburgo aveva imposto che tutti gli edifici pubblici dei suoi domini familiari fossero dipinti di una particolare tinta di ocra, in modo da essere immediatamente riconoscibili. Questo colore, detto “Schönbrunner Gelb”, dal castello di Schönbrunn, è stato forse ereditato dal Comun vecio, ma anche dal vicino Hotel de la Poste, già sede della dogana e della posta tra fine Settecento e Ottocento (immagine 6).

A cura di [pgbandion]

𝐏𝐨𝐬𝐭 𝟐𝟒𝟒 - 𝐂𝐨𝐦𝐞𝐥𝐢𝐜𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐢𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐜𝐨: 𝐥𝐚 𝐟𝐫𝐨𝐧𝐭𝐢𝐞𝐫𝐚 𝐦𝐞𝐬𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚Parlare di archeologia preistorica nel Bellunese, come ormai avr...
31/07/2026

𝐏𝐨𝐬𝐭 𝟐𝟒𝟒 - 𝐂𝐨𝐦𝐞𝐥𝐢𝐜𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐢𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐜𝐨: 𝐥𝐚 𝐟𝐫𝐨𝐧𝐭𝐢𝐞𝐫𝐚 𝐦𝐞𝐬𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚

Parlare di archeologia preistorica nel Bellunese, come ormai avrete visto dai vari post passati, risulta difficile, non tanto per la complessità dei dati, bensì per le evidenze spesso indagate solo a livello della superficie. Anche per i siti di cui parleremo in questo post, inseriti in un contesto di alta montagna, le evidenze sono state localizzate e analizzate grazie ai ritrovamenti fatti in superficie.

Le prime evidenze di reperti preistorici nell’areale provengono dal versante sudtirolese, e furono individuate negli anni Ottanta del secolo scorso per opera di Reimo Lunz nella zona palustre di Hochmoos, poco distante da malga Nemes (Sesto, BZ). Ma i primi rinvenimenti in Comelico risalgono al 1998, quando in Val Visdende vennero rinvenute delle selci lavorate, seguite negli anni 2000 dal rinvenimento di industria litica lungo la dorsale Spina-Quaternà.

Le scoperte nel territorio del Comelico, a differenze del resto del Bellunese, sono state relativamente tardive. Uno dei contributi più importanti viene dall’estratto dell'Archivio Storico di Belluno, Feltre e Cadore sulla colonizzazione mesolitica del Bellunese. Un ultimo contributo sono state rilevate nel 2020 nell’ambito di un progetto finanziato dalla Fondazione Comelico Dolomiti e della Regola di Dosoledo.

Da questo quadro delle ricerche, si può facilmente intuire come il territorio sia pressoché sconosciuto, però quel poco che si conosce apre a interessanti prospettive che meriteranno approfondimenti in futuro.
Dunque, cos’è stato documentato durante il progetto della Fondazione e della Regola?
Le ricerche di superficie hanno restituito quasi esclusivamente manufatti litici, sia in selce 一 la maggior parte 一 sia in cristallo di rocca. Questo tipo di reperti sopravvivono particolarmente bene allo scorrere del tempo in contesti d’alta quota, dove i fenomeni deposizionali sono pochi e limitati ad aree soggette a franamenti. Per fare un esempio pratico, in montagna un reperto del mesolitico può trovarsi 1 cm sotto al piano di calpestio, mentre nel fondovalle, o in pianura, un coccio romano può essere coperto anche da metri di deposito. Quindi con questi fattori ambientali fortunati è stato possibile riconoscere una serie di siti, e in particolare: Col Quaternà, un sito presso il Coltrondo; sul monte Cavallo, in particolare nella costa Rigoietto, sono emersi due siti; tra il Col de la Crodata e la Costa della Spina sono stati individuati ben sette siti; uno nel Forame di Melin; due siti presso la Spina di Londo; due sul Costone di Vissada, propaggine occidentale del monte Schiaron e un sito in fondo valle presso Gio’ d’Olmi.

Se ci fermassimo al solo conteggio dei reperti, tuttavia, i dati a nostra disposizione non ci direbbero molto, al di là di mostrarci una distribuzione di siti che comprende Col Quaternà, Col della Crodata, Costa della Spina, Spina di Londo e il Monte Schiaron. Come vi abbiamo già illustrato, i reperti litici possono svelarci molti dettagli: dal grado di conoscenza del territorio e delle sue risorse, alla mobilità dei gruppi umani, fino alle scelte dettate dalle necessità delle tecniche di scheggiatura.

I contesti individuati hanno consentito di riconoscere non solo diversi prodotti della scheggiatura, ma anche i "nuclei" originari. Lo studio delle impronte in negativo lasciate dalle schegge staccate da questi blocchi ha permesso di ricostruire le esatte azioni che hanno preceduto il loro abbandono. A questi si aggiungono i manufatti cosiddetti “ritoccati”, che comprendono diverse categorie di strumenti. Tutti sono stati realizzati, appunto, con la tecnica del ritocco: quest'ultima consiste nel dare una forma precisa all'oggetto non colpendolo, bensì esercitando pressione sulla superficie della scheggia o della lama tramite uno strumento, generalmente in palco (ovvero c***o di cervide).
Lo studio degli aspetti funzionali e di lavorazione di questi manufatti ha permesso di datare i vari siti, collocandoli cronologicamente nel quadro del Mesolitico (10.000 - 5600(?) a.C.). Nel caso fortunato dei siti di Rigoietto 1 e 2, in particolare, è stato possibile risalire a datazioni precise, rispettivamente al Mesolitico recente (Castelnoviano, 6800 - 5600 a.C.) e al Mesolitico antico (Sauveterriano, 9600 - 6800 a.C.).

La datazione del primo sito (Rigoietto 1) è stata dedotta dalla presenza di lame molto regolari, ottenute con tecniche di percussione avanzate. Tra queste spiccano la tecnica a pressione (che prevedeva l'uso di uno strumento simile a una stampella, su cui l'artigiano poggiava il peso del proprio corpo) e la percussione indiretta (ottenuta percuotendo il nucleo appoggiato su un'incudine). Il secondo sito (Rigoietto 2), invece, è stato attribuito al Mesolitico antico grazie al ritrovamento di un nucleo di forma piramidale e di un frammento di armatura microlitica, ovvero di un piccolo manufatto in selce, di dimensione di poco superiori al centimetro. Le armature microlitiche, di forma variabile (triangolare, trapezoidale o a segmento), venivano inserite e fissate mediante resine e legature su supporti in legno, osso o palco di cervo, formando strumenti compositi come, per esempio, delle punte di freccia.

È in realtà con uno studio più attento che possiamo ricostruire gli spostamenti dei gruppi mesolitici, non solo nella microarea del Comelico, ma nel più vasto contesto delle Alpi Orientali.Come fare ciò? Attraverso l’analisi delle materie scheggiate, studiandone le caratteristiche micro e macroscopiche, in modo da riconoscere le differenze interne tra materiali provenienti dalla stessa formazione. Da quest’analisi 一 condotta da Stefano Bertola 一 sono state riconosciute ben 10 aree di approvvigionamento della selce per la produzione di strumenti:
1. Il Comelico stesso, scontato ma meno di quel che si potrebbe pensare, caratterizzato da quarziti e radiolariti scure;
2. La finestra dei Tauri, zona nord della Val Pusteria, caratterizzata da quarzo ialino o cristallo di rocca;
3. Le Dolomiti di Lienz (Austria), radiolariti grigio-verdi;
4. Le Dolomiti di Braies, gruppo che presenta diverse tipologie di selce, la selce nera della formazione di Buchenstein, le selci rosse e grigie delle serie giurassiche e cretaciche (Rosso Ammonitico, Maiolica, Marne di Puez, Scaglia Variegata Alpina);
5. La Catena Paleocarnica, a oriente del Comelico, che è caratterizzata da rocce molto antiche: da questa località provengono le radiolariti della formazione Zollner;
6. Le Alpi Carniche, in particolare si sottolinea la zona compresa tra Sappada e Forni Avoltri: da quest’area provengono le selci della formazione di Buchenstein/Acquatona;
7. Le Prealpi Carniche, da cui provengono diverse varietà di materia litica grazie alla presenza di numerose tipologie di calcari e dolomie, presentando esse caratteristiche affini al vallone bellunese: infatti sarà possibile riconoscere molti toponimi familiari nei nomi delle formazioni rocciose. Riassumendo da questa ampia area provengono le selci della Dolomia di Forni/Calcare di Chiampomano; selci della Formazione di Soverzene/Igne; selci delle Encriniti del Verzegnis; selci del Calcare del Vajont; selci della Formazione di Soccher; selci del Rosso Ammonitico; selci della Formazione di Fonzaso; selci della Maiolica; selci della Scaglia Variegata Alpina e selci della Scaglia Rossa;
8. L’anfiteatro morenico del Tagliamento e Alta Pianura Friulana: questa formazione di conglomerati originata da imponenti depositi fluvioglaciali durante periodi di glaciazione presenta al suo interno blocchi e ciottoli di selce. Alcuni dei reperti del Comelico presentano delle caratteristiche che hanno consentito di riconoscerle appunto come selci che hanno subito effetti erosivi tipici dei ghiacciai.
9. Le Prealpi Bellunesi: le selci che provengono da qui sono le selci della Formazione di Soverzene/Igne; le selci del Calcare del Vajont; le selci della Formazione di Soccher; le selci della Maiolica; le selci del Rosso Ammonitico; le selci della Formazione di Fonzaso; le selci della Scaglia Variegata Alpina e le selci della Scaglia Rossa;
10. Val di Non: il punto più occidentale da cui provengano evidenze. Si tratta di selci della Scaglia Variegata Alpina e della Scaglia Rossa.
Questo pone il Comelico in relazione tra l’area della Pusteria e della pianura Friulana, con una stagionalità scandita dagli spostamenti nord-sud dei gruppi mesolitici. Inoltre, ci permette di avere una visione sui loro spostamenti e sui possibili contatti con altri gruppi, come per il quarzo dei Tauri o la selce della Val di Non.

Il Mesolitico è un mondo lontano a noi, sia cronologicamente sia nel modo di vivere. Dobbiamo immaginare i piccoli gruppi formati da nuclei familiari estesi, caratterizzati da pochi individui, spostarsi, costruire il proprio accampamento seguendo la stagionalità e i branchi di cervi e altri animali, risalendo una pianura incredibilmente diversa da oggi (e permettetemi, più fresca e rigogliosa di alberi) e le montagne con boschi intatti dal fondo valle alle sommità, dominate ancora da quel che rimane dei ghiacciai würmiani. Un mondo dove le persone vivevano e sopravvivevano seguendo i ritmi dettati dalla natura. Così il Comelico, non come luogo di confine, ma come uno dei tanti nodi tra le varie comunità che abitavano la regione alpina.

Si ringraziano gli autori del volume Frequentazioni Preistoriche sui Monti del Comelico: Stefano Bertola, Federica Fontana e Davide Visentin (Vittorio Veneto, 2023) e un ringraziamento va anche all’illustratore Mauro Cutrona per la disponibilità data.

Tutte le immagini appartengono agli autori e sono pubblicate per gentile concessione degli stessi.

[MattIki]

Link al testo nel blog: https://crodap.blogspot.com/2026/07/post-244-comelico-preistorico-la.html

𝐏𝐨𝐬𝐭 𝟐𝟒𝟑 - 𝐁𝐚𝐝𝐚 𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐢! - "𝐂𝐢𝐧𝐜𝐢𝐚𝐥𝐥𝐞𝐠𝐫𝐚"E dopo alcuni mesi di assenza, torna la rubrica di linguistica preferita d...
16/07/2026

𝐏𝐨𝐬𝐭 𝟐𝟒𝟑 - 𝐁𝐚𝐝𝐚 𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐢! - "𝐂𝐢𝐧𝐜𝐢𝐚𝐥𝐥𝐞𝐠𝐫𝐚"

E dopo alcuni mesi di assenza, torna la rubrica di linguistica preferita dal nostro pubblico (nonché l'unica): 𝐵𝑎𝑑𝑎 𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑝𝑎𝑟𝑙𝑖!
Questa volta torniamo a parlarvi di un uccellino, ma ne avevamo già trattato un altro in passato, ve lo ricordate?

A cura di MUSLA e per Crodap [Nic].
Link al testo nel sito in bio 🌱

𝐏𝐨𝐬𝐭 𝟐𝟒𝟐 - 𝐈𝐥 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐧𝐚𝐬𝐜𝐨𝐬𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐏𝐢𝐚𝐧𝐢 𝐄𝐭𝐞𝐫𝐧𝐢Quando negli anni Settanta si iniziò a pensare alla creazione di un parco n...
19/06/2026

𝐏𝐨𝐬𝐭 𝟐𝟒𝟐 - 𝐈𝐥 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐧𝐚𝐬𝐜𝐨𝐬𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐏𝐢𝐚𝐧𝐢 𝐄𝐭𝐞𝐫𝐧𝐢

Quando negli anni Settanta si iniziò a pensare alla creazione di un parco nazionale (vedasi post n. 167), si era coscienti della vastissima diversità di specie animali e vegetali presenti nel Bellunese.[1] La loro importanza era in primis ecologica, ma anche culturale, in quanto simboli di una società montana che necessitava di essere protetta e conservata. La superficie finale del parco fu estesa a un totale di 31.500 ettari e comprendeva nel suo territorio, oltre agli ambienti naturali come le montagne, i torrenti, le gole e le pozze, anche ambienti antropizzati o modellati dall’uomo, come i boschi e i pascoli. Questa varietà di habitat permetteva così di includere le specie più diversificate, alcune delle quali endemiche, ovvero esistenti esclusivamente nel Bellunese.

Un esempio di habitat fortemente conservato sono i Piani Eterni, o meglio, ciò che vi sta sotto. I Piani Eterni sono un altopiano di 14 chilometri quadrati che si sviluppa tra 1.700 e 1.900 metri s.l.m., situato nelle Vette Feltrine e protetto a nord dalle cime del Monte Brendol e del Monte Mondo, mentre a sud dal Monte Cimia. È usato come pascolo estivo per le vacche della Malga Erera e i suoi prati ospitano una grande ricchezza di insetti impollinatori, di ungulati e di piccoli mammiferi. Ma questa biodiversità non si limita a popolare la superficie.

𝐺𝑒𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑎

I Piani Eterni hanno il tipico aspetto di circo glaciale, ovvero un’area quasi pianeggiante circondata da ripide pareti rocciose che è stata creata dai ghiacci dell’ultima glaciazione (quella Wurmiana, tra 110.000 e 12.000 anni fa). Dal punto di vista geologico, l’altopiano è caratterizzato da calcari grigi e dolomia. Qui il carsismo, fenomeno geologico in cui l’acqua penetra nei calcari sciogliendoli, ha plasmato un sistema di grotte e cunicoli che si estende per 35 km sotto l’altopiano e raggiunge una profondità di -1.052 metri.
Oltre il Monte Cimia, sui ripidi pendii della Val Falcina, di fronte alla Gusela Marini (o Gusela della Val del Burt), si affaccia l’ingresso della Grotta Isabella, un’altra cavità di origine carsica, la cui esplorazione ufficiale è iniziata negli anni ’90. Inizialmente gli speleologi rilevarono i primi 70 metri, fermandosi però a una strettoia, caratterizzata da corrente d’aria e rumore d’acqua.

𝑆𝑝𝑒𝑑𝑖𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖

Negli anni, l’interesse per queste gallerie naturali cresce e non si limita più al solo aspetto geomorfologico. Così, tra il 2004 e il 2007 vengono avviate diverse spedizioni scientifiche con l’obiettivo di indagare quali organismi popolino i ruscelli e i laghi sotterranei dei Piani Eterni e della Grotta Isabella. Questi ambienti sotterranei, infatti, sono tutt’altro che isolati e interagiscono molto con la superficie. Si stima che l'acqua piovana che si infiltra nel sistema carsico raggiunga i punti più profondi nel giro di poche ore. Questo flusso continuo crea un collegamento diretto tra esterno e interno, trasformando le grotte in recipienti che raccolgono ciò che la pioggia trascina con sé. Per questo motivo molti organismi presenti nelle cavità non sono veri specialisti del mondo sotterraneo e vi si possono trovare perché trasportati dall'acqua piovana (tecnicamente vengono chiamati organismi troglosseni).

In seguito a queste campagne di campionamento, sono state individuate 27 specie diverse, principalmente appartenenti ai gruppi dei nematodi e degli anellidi, ma anche crostacei e ditteri. Alcune di queste specie erano note, ma sono state documentate così per la prima volta in Italia, mentre altre erano del tutto nuove alla scienza. Cinque nuove specie sono state descritte ufficialmente, ampliando il quadro della fauna ipogea italiana. Tra queste, un anellide del genere 𝑅ℎ𝑦𝑎𝑐𝑜𝑑𝑟𝑖𝑙𝑜𝑖𝑑𝑒𝑠 (famiglia Naididae) è stato battezzato 𝑎𝑒𝑡𝑒𝑟𝑛𝑜𝑟𝑢𝑚, in riferimento al luogo di scoperta.
Tra le specie trovate sono stati identificati anche degli organismi stigobi, ovvero organismi adattati ad ambienti sotterranei prettamente acquatici. Il loro nome deriva dallo Stige, nella mitologia greco-romana il fiume degli inferi. Presentano caratteristiche tipiche come antenne molto lunghe, sono depigmentati e spesso possiedono particolari organi sensoriali per poter vivere nel buio totale.

L’origine di questa notevole diversità di organismi stigobi potrebbe risalire a periodi ben precedenti l’ultima glaciazione. Due scenari evolutivi sono considerati plausibili: da un lato, una ricolonizzazione delle grotte avvenuta dopo il ritiro dei ghiacciai, dall’altro, la sopravvivenza delle popolazioni sotterranee all’interno della falda acquifera profonda durante le fasi glaciali.

Quest’ultima ipotesi appare particolarmente convincente alla luce della presenza di specie relitte, ovvero specie che erano presenti in un territorio più ampio di quello attuale e che vi sono state confinate in seguito a eventi che ne hanno causato l’estinzione altrove. Tra queste spicca l’anellide del genere 𝑅ℎ𝑦𝑎𝑐𝑜𝑑𝑟𝑖𝑙𝑜𝑖𝑑𝑒𝑠, già noto per abitare le profondità del Lago Baikal (Russia) e diversi sistemi sotterranei delle Alpi Orientali. L’isolamento in questi ambienti ipogei ha portato a adattamenti morfologici specifici e quindi alla specie che conosciamo oggi. La loro distribuzione suggerisce che, durante le glaciazioni, ampie reti di crepe nel substrato roccioso abbiano offerto vie di fuga verso zone più profonde della falda, dove le condizioni rimangono relativamente stabili e non soggette al congelamento superficiale.

Rifugiandosi in questi ambienti protetti, gli stigobionti avrebbero potuto superare i periodi più rigidi e, una volta terminata la glaciazione, ricolonizzare gli habitat delle grotte oggi esplorate.

Questa prima campagna biospeleologica non solo ha dato informazioni preziosissime sulle comunità di invertebrati dell’ambiente sotterraneo, ma ha anche permesso di conoscere meglio la storia delle Dolomiti.

𝑁𝑢𝑜𝑣𝑒 𝑒𝑠𝑝𝑙𝑜𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖

Il collegamento tra il complesso sotto i Piani Eterni e la Grotta Isabella fu trovato nel 2009 permettendo così di ampliare ulteriormente la mappatura e la conoscenza di nuovi cunicoli. Attualmente è in corso un altro studio a cui partecipano diversi gruppi speleologici e di ricerca per identificare e potenzialmente scoprire nuove specie a livello sia di flora sia di fauna. Ciò permetterebbe di comprendere ancora meglio l’evoluzione di queste montagne e del loro interno.

[Mat]

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𝐏𝐨𝐬𝐭 𝟐𝟒𝟏 - 𝐋𝐚 𝐬𝐩𝐞𝐳𝐳𝐞𝐭𝐭𝐚𝐭𝐚 𝐦𝐞𝐦𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐑𝐢𝐬𝐨𝐫𝐠𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐟𝐞𝐥𝐭𝐫𝐢𝐧𝐨A chi non è mai capitato di passare per una qualche via, legg...
07/06/2026

𝐏𝐨𝐬𝐭 𝟐𝟒𝟏 - 𝐋𝐚 𝐬𝐩𝐞𝐳𝐳𝐞𝐭𝐭𝐚𝐭𝐚 𝐦𝐞𝐦𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐑𝐢𝐬𝐨𝐫𝐠𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐟𝐞𝐥𝐭𝐫𝐢𝐧𝐨

A chi non è mai capitato di passare per una qualche via, leggere il nome della persona a cui è intitolata e chiedersi: «e chi cavolo è questo?» Quanti di voi si sono mai fermati a leggere i nomi scolpiti su Porta Castaldi (che malgrado i tentativi nazionalistico-patriottici del periodo postunitario noi continuiamo serenamente a chiamare ‘Porta imperiale’)? Ne sapreste riconoscere alcuni? E quanti sono gli abitanti di Feltre che sanno dire chi fosse lo Zannettelli a cui è dedicata la ex caserma? O magari il Filippo de Boni della piazza quasi in cima a via Mezzaterra?

Sosteniamo che sarebbero pochi quelli al di fuori della cerchia di studiosi e degli appassionati di storia che saprebbero dare un volto e una storia ai nomi di questi feltrini ottocenteschi. Eppure, a un certo punto abbiamo ritenuto importante dedicare loro delle vie, delle piazze e, nel caso di Zannettelli, addirittura un’intera struttura militare.

Oggi, che lo vogliate o meno (il post è nostro, decidiamo noi e voi non vi opponete) scopriremo assieme alcuni nomi dell’Ottocento feltrino, in particolare legati alle fasi storiche del Risorgimento, dell’Unità d’Italia e dell’annessione del Veneto al Regno d’Italia.

𝑂𝑡𝑡𝑜𝑐𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑖𝑡𝑎𝑙𝑖𝑎𝑛𝑜 = 𝑅𝑖𝑠𝑜𝑟𝑔𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 = 𝑈𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑’𝐼𝑡𝑎𝑙𝑖𝑎?

Delimitiamo brevemente il periodo di cui stiamo parlando, ovvero il lungo Ottocento e il fenomeno delle ripetute rivoluzioni, rivolte, tumulti e sommosse che lo animano, soprattutto in Europa continentale ma non solo. In seguito al periodo illuminista e alla Rivoluzione francese, fasce sempre più ampie della popolazione di questi stati acquisiscono gradualmente coscienza della propria condizione sociale tramite anche la quasi neonata dimensione dell’opinione pubblica.

Chiaramente questo non vuol dire che le masse unite si ribellino compattamente contro i sovrani assolutisti (che comunque ora sono al tramonto), bensì che va formandosi maggior varietà di classi sociali, che quelle più colte si espandono, che la cultura è sempre più accessibile e che le piccole nobiltà e le borghesie cittadine (in questo primo momento si parla di loro) iniziano a rivendicare sempre maggiori libertà, sia sociali sia economiche.

Ma non è tutto qua: persa l’identità che la sovranità tramite diritto divino dava allo Stato, si cercano nuovi modi per definire la 𝑁𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒. Ecco appunto quindi sorgere i 𝑛𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙𝑖𝑠𝑚𝑖, fenomeni che portano le unità statali, più o meno grandi, a darsi un’identità tramite la propria storia (vera o presunta). Le mitologie nazionali, importanti anche per la distinzione dall’altro, diventano fondamentali e vedono la creazione e la celebrazione di eroi nazionali dal presente e dal passato.

Va da sé che gli interessi in gioco sono tantissimi e multiformi, tutt’altro che unitari, e questo vale anche per le tante realtà politiche della Pen*sola italiana. Quasi inutile ricordare che a cavallo tra il XVIII e XIX secolo il nostro paese era quanto mai frammentato, perché cosa nota; molto più utile mettere in luce invece la diversità di motivazioni che potevano portare un popolo, una città, una classe, un gruppo di persone o un principe a insorgere contro lo stato o contro un qualche potere costituito. Ci fermiamo qua, ma questa introduzione ci serve per chiederci: cosa volevano gli abitanti di Feltre in tale o tal altra fase dell’età delle rivoluzioni? Volevano tutti la stessa cosa? A chi importava delle gesta di quale eroe?

Come abbiamo già accennato nel post n. 210 sulla storia di Carlo di Rudio, Feltre, come la totalità della provincia di Belluno, si trova stabilmente nell’Impero Austriaco a partire dal 1813. Entra a farne parte già dal 1797 col trattato di Campoformio, ma di fatto il Veneto rimane conteso tra Impero Napoleonico e Austriaco per tutta la fase che precede la Restaurazione. Ricordiamo inoltre che il Veneto non sarà annesso al Regno d’Italia prima del 1866, dunque più di cinque anni dopo l’Unità, a sottolineare quanto sia importante prendere in considerazione i diversi contesti regionali quando si parla di questo periodo e della sua narrazione. Fondamentali per questo contributo sono state le risorse e i fondi del Museo Civico di Feltre e il catalogo della mostra 𝐹𝑒𝑙𝑡𝑟𝑒 𝑒 𝑖𝑙 𝑅𝑖𝑠𝑜𝑟𝑔𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 curato dalla direttrice Tiziana Casagrande. Vediamo allora di conoscere alcuni dei protagonisti e alcune tappe del Risorgimento feltrino.

𝑉𝑎𝑟𝑖 𝑣𝑜𝑙𝑡𝑖 𝑒 𝑣𝑖𝑐𝑒𝑛𝑑𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑂𝑡𝑡𝑜𝑐𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑏𝑒𝑙𝑙𝑖𝑔𝑒𝑟𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑛𝑒𝑙 𝐹𝑒𝑙𝑡𝑟𝑖𝑛𝑜

Per scoprire e contestualizzare al meglio le storie di queste persone seguiremo la periodizzazione tradizionale della storiografia, che segmenta in diverse fasi quello che succede tra prima e dopo la Restaurazione per esempio, oppure prima e dopo la Prima guerra d’indipendenza. Alcuni 𝑝𝑎𝑡𝑟𝑖𝑜𝑡𝑖 si distinsero durante un periodo preciso, mentre altri, come Filippo de Boni ad esempio, furono invece attivi durante più decenni.

Per il periodo Napoleonico e in generale durante le prime fasi del Risorgimento si ricordano pochi nomi, e questo per vari motivi: la città era piccola e il territorio poco abitato, la classe media era modesta e mancava qualsivoglia direzione rivoluzionaria (gli ordini e le leggi sono ovviamente imposti dall’alto, fossero da parte veneziana, austriaca o francese, non è questo il momento in cui si formano le guardie cittadine), e il caos è spesso dilagante. Inoltre, ci troviamo ancora in fase di formazione per quell’identità nazionale italiana che prenderà voce in alcune parti della popolazione, che comunque non sempre gradisce la presenza di truppe rivoluzionarie francesi sul territorio. Insomma, a Feltre mancavano numeri, forze e interesse per gesta rivoluzionarie. Dopo la Restaurazione e il Congresso di Vienna fu istituito il Regno Lombardo-Veneto; era sotto il diretto governo dell’Impero e comandato da viceré che risiedevano nel suo capoluogo, ovvero Milano.

Gli anni del post-Restaurazione sono poco conosciuti dal pubblico ma cruciali per gli sviluppi del secolo; questo è il periodo in cui si formano delle nuove coscienze politiche in Italia e in Europa. Sono, per capirci, gli anni di Silvio Pellico, del primo Mazzini e della Giovine Italia, di un paio di ondate di rivolte fallite e della famosa carboneria. Anche in questo caso, però, da Feltre non emergono imprese e gesta degne dell’attenzione della celebrazione post-unitaria. La popolazione intanto cresce e la portata delle classi colte lentamente si espande: sono anni in cui le innovazioni in campo medico e in generale nelle scienze portano a un graduale aumento del benessere, a sviluppo demografico e cambiamenti sociali. Anche l’alfabetizzazione infatti va aumentando, e in particolare (per la Pen*sola) in zone come la Toscana, il Piemonte sabaudo e il nostro Lombardo-Veneto, dove il tanto vituperato impero Austriaco molto contribuì alla realizzazione di infrastrutture e trasporti, nonché a potenziare l’istruzione e la formazione di una parte via via crescente della popolazione, anche dopo i moti del ‘48.

Nel ’48 finalmente si entra nel vivo. Si esce da anni difficili: nonostante, come abbiamo appena accennato, il governo austriaco sia più illuminato di altri, non vuol dire che sia gradito da tutti i sudditi. La pressione fiscale nel Lombardo-Veneto è notevole, come lo era stata in quegli anni anche la repressione del dissenso politico. Inoltre, si esce da anni di carestia, che aveva colpito molte zone d’Europa tra il ’45 e il ’46; l’intero continente è in subbuglio, in Italia serpeggiano gli ideali mazziniani e chi in Veneto è a favore di un cambio di governo, anche impugnando le armi se necessario, guarda con interesse al Piemonte, ma anche al pontefice recentemente eletto, ovvero Pio IX. Questi sono anche gli anni della Prima guerra d’indipendenza (23 marzo 1848 – 22 agosto 1849), che vede appunto il Regno di Sardegna schierato assieme a vari eserciti di volontari italiani contro l’Impero, al fine di intaccare il dominio austriaco nel Nord Est e confermare lo stato Piemontese come potenza egemone del Settentrione. I moti popolari partirono il 12 gennaio a Palermo, ma l’episodio decisivo nel far deflagrare la guerra furono le Cinque giornate di Milano.

E Feltre in tutto questo? La città, come tutto il Veneto, aveva parti della popolazione molto ricettive verso l’aria di rivolta che si andava respirando, e infatti a Feltre, come a Belluno e ad Agordo, furono istituite delle guardie cittadine gestite da governi cittadini provvisori (come era stato anche il caso per Milano). Il loro appoggio politico e militare fu immediatamente dato alla Repubblica di San Marco, nata dallo scoppio di una rivolta a Venezia il 17 marzo 1848, che tenne il controllo della città sulla laguna fino al 22 agosto del 1849. Il comitato provvisorio di Feltre durò dal 28 marzo al 7 maggio ed era composto da alcuni esponenti di nobili famiglie feltrine; a esso facevano capo anche le guardie cittadine costituite ad Arsiè, Lamon, Servo, Arten e Fonzaso. Il compito di queste milizie fu quello di sorvegliare i valichi, in particolare quelli dello Schener, della Pezza e di Fastro, vie di comunicazione piuttosto rilevanti in quel frangente storico; proprio a Fastro le guardie di Feltre e Arsiè si erano arroccate nella fortezza della Scala, sopra Primolano. Nacquero poi i Crociati feltrini, un gruppo di volontari che, capitanati dal sacerdote Antonio Zanghellini, furono di supporto assieme ai Crociati trevigiani e vicentini durante la battaglia di Sorio e Montebello.

Feltre fu poi ripresa dagli austriaci il 6 maggio e fu oggetto di numerose requisizioni; dopo di che, il generale Karl von Culoz scese per la valle della Piave e si scontrò con le truppe di volontari pontifici del generale Andrea Ferrari a Cornuda, la cui resistenza fu vana senza l’aiuto del generale Giovanni Durando, che non arrivò in tempo da Bassano. Onigo e Cornuda furono oggetto di rappresaglie e saccheggi in cui fu coinvolto e torturato e giustiziato il sacerdote Mansueto Zanni di Feltre. L’8 maggio cadde anche la difesa di Arsiè e tutta la provincia tornò sotto il controllo austriaco, a eccezione del Cadore che grazie ai volontari capitanati da Pier Fortunato Calvi resistette fino al 15 giugno. Essendo che Venezia assediata resistette fino all’estate dell’anno successivo, molti insorti, fuggitivi e disertori vi ripiegarono e tra questi si annoverano diversi volontari bellunesi, come il letterato Jacopo Tasso e il famoso Carlo di Rudio, e feltrini, come il tenente Dante Villabruna e Zannettelli stesso; alcuni di loro persero la vita combattendo nella sortita di Mestre nell’ottobre del ‘48 e nei fatti d’arme di Marghera a maggio ‘49.

A questo punto del discorso, di solito si passa subito a parlare della Seconda guerra d’indipendenza e delle vicende che portarono all’Unificazione, ma si finisce per perdere di vista il fatto che nei dieci anni che intercorrono succedono un sacco di cose importantissime. In casa savoia Carlo Alberto abdica in favore del figlio. Cavour succede a d’Azeglio come primo ministro del Piemonte e in Francia a seguito di un colpo di stato sale sul trono Napoleone III acquisendo il titolo di imperatore dallo zio. Col fallimento della guerra del ’48-’49, le repressioni da una parte e la concessione effettiva di costituzioni dall’altra, il clima generale in Italia cambia molto; per alcuni studiosi il periodo definito 𝑅𝑖𝑠𝑜𝑟𝑔𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 finisce qui. Si è infatti in parte placato lo spirito delle rivoluzioni e insurrezioni. I volontari dei vari territori dello stivale che combattono in favore di un’Italia libera e unita sotto il regno di Sardegna diventano sempre più spesso soldati inquadrati nell’esercito piemontese (o comunque in altri eserciti regolari): è quella la scelta più opportuna per chi vuole sostenere la causa. Ci sono delle eccezioni chiaramente, come i corpi di volontari a seguito di Garibaldi: su tutti, i famosi Cacciatori delle Alpi.

Ora le sorti sono decise da eserciti e corpi militarmente inquadrati che si fronteggiano apertamente, e chi vuole dare il proprio sostegno si arruola, non cerca di far insorgere la popolazione e di proclamare repubbliche indipendenti. L’unico che ci prova è Mazzini, che pilota delle operazioni dall’Inghilterra, ma sono tutte fallimentari a causa delle mancate insurrezioni delle popolazioni urbane e rurali. Coloro che verranno ricordati come patrioti sono dunque costretti a muoversi molto. Certo, per gli italiani sudditi austriaci espatriare senza permesso era illegale, soprattutto per i giovani uomini: vigeva infatti la coscrizione obbligatoria nell’esercito imperiale, alla quale ci si poteva sottrarre solo se benestanti, pagando 1.500 fiorini. Così fece il Conte Nicolò de Mezzan, per poi oltrepassare il confine ed entrare a Firenze nei ranghi dell’armata francese, che nel 1859 fu schierata con l'esercito piemontese contro l’Austria.

De Mezzan è uno dei nomi più noti di queste vicende: fu presente anche a Solferino e a San Martino e coinvolto in molte altre battaglie e azioni militari nei mesi successivi con l’esercito piemontese. Rimase ucciso nel gennaio 1861 durante il lungo assedio di Gaeta (gli assedianti erano i piemontesi, l’assediato era Francesco II, re delle Due Sicilie): fu colpito mentre era intento a riparare i danni causati dal fuoco borbonico alla batteria di cui era a comando. Di rilievo fu anche la figura dello zio, Giovanni Maria Zugni-Tauro. Cospiratore e animatore di rivolte in patria, amico di Mazzini e Garibaldi (sarà proprio Zugni-Tauro a ospitare quest’ultimo durante il soggiorno feltrino di quest'ultimo, di cui vi parleremo tra poco).

Del triennio di guerre 1859-1861 disponiamo di alcune fonti personali interessantissime. Ad esempio, i due fratelli Antonio e Giovanni Paoletti ci lasciano un diario e diverse lettere inviate alla madre e alla sorella tra il ‘59 e ‘66. Alcune di queste sono state pubblicate nel volume di T. Casagrande. Antonio, combattente prima nei Cacciatori delle Alpi e poi nell’esercito piemontese, è colui che compila il diario e che descrive il viaggio dei volontari veneti verso il Piemonte e attraverso la Lombardia, nonché la battaglia di S. Eufemia. Giovanni, invece, prende parte alle battaglie dei bersaglieri combattendo anche a S. Martino (una delle principali vittorie franco-piemontesi sugli austriaci) ed è poi volontario per Garibaldi nel 1866.

L’evento più celebre del risorgimento è sicuramente la spedizione dei Mille. C’erano otto nostri conterranei tra quelli che salparono il 5 maggio 1860 con Garibaldi, di cui 4 feltrini: Giovanni Curtolo, Giacomo de Boni, Giacomo Miotti e Giuseppe de Col. A dirla tutta, i garibaldini feltrini sono davvero molti e si registrano in molte battaglie e passaggi della storia, fino ad arrivare alla presa di Roma.

Vi abbiamo parlato di molti soldati, ma alcuni decisero di combattere con mezzi intellettuali; non si escludono infatti dalla conta dei patrioti della provincia scrittori, poeti, pensatori, filosofi e politici. Citiamo di nuovo il bellunese Jacopo Tasso, il vicentino originario di Arsiè Arnaldo Fusinato e il cadorino Natale Talamini. Il più rilevante però il nostro discorso è il politico, giornalista e filosofo mazziniano Filippo de Boni (Caupo di Seren del Grappa 1816 - Firenze 1870). Una delle figure meglio note dell’Ottocento feltrino (se non lo conoscete è perché, come avrete mai capito, l’Ottocento in generale, e quello feltrino in particolare, sono piuttosto dimenticati), arrivò a essere deputato del regno d’Italia in ben tre legislature (ma fu anche deputato dell’assemblea costituente della Repubblica romana nel ‘49). Anticlericale e fortemente critico della monarchia seguì il classico 𝑖𝑡𝑒𝑟 di molti esuli dell’epoca (rimandiamo di nuovo al post su Carlo di Rudio), rimbalzando di stato in stato ed essendo lui esule, non potè ritornare a Feltre fino all’annessione del Veneto. Fu appunto giornalista e pubblicista e diresse alcune riviste, a Venezia, Firenze, Genova, e poi dall'estero; queste pubblicazioni erano uno dei più efficaci mezzi mediatici dell’epoca, da qui l'importanza del suo lavoro, anche in funzione dei progetti mazziniani. Compose negli ultimi anni della sua vita, rientrato a Feltre, la 𝑆𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙'𝑖𝑛𝑠𝑢𝑟𝑟𝑒𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝐶𝑎𝑑𝑜𝑟𝑒, un resoconto dei moti del Cadore del ‘48. Al momento delle elezioni del 1867, Garibaldi fu ospitato a Feltre a palazzo Zugni e tenne un discorso di vero e proprio 𝑒𝑛𝑑𝑜𝑟𝑠𝑒𝑚𝑒𝑛𝑡 del politico feltrino. Nonostante la carica illustre di deputato del regno, morì povero nel 1870, pochi mesi prima della presa di Roma. Su questa figura c’è molto altro da dire e ci dedicheremo magari un altro post più avanti.

Conclusa questa fase, bisogna aspettare il ‘66 perché per Feltre se ne apra una nuova, ovvero quella che porterà all’annessione del Veneto al Regno. La premessa è la crescente tensione tra Austria e Prussia, che sarebbe sfociata in guerra aperta in quello stesso anno. Poco prima che il conflitto scoppiasse, infatti, l’Italia aveva stipulato con la Prussia un’alleanza contro l’Impero asburgico, sulla base degli interessi in comune. La cessione di Veneto, Mantova e Friuli con intermediario la Francia (in cambio l’Austria si aspettava la sua neutralità nella guerra in corso) fu confermata formalmente tramite plebiscito. Gli eventi che però precedono la conclusione vedono il nostro territorio nuovamente campo di battaglia, anche se per breve tempo. L’Italia, infatti, nonostante le sconfitte a Custoza e a Lissa, si faceva forte dell’alleanza con la Prussia e mentre Garibaldi e l’esercito italiano si facevano strada tra i monti gli ufficiali austriaci iniziavano lentamente ad abbandonare il territorio. Giuseppe Guarnieri, feltrino, a capo di un piccolo manipolo, bloccò in Cadore una colonna austriaca che tentava di raggiungere la Val Belluna. Il 4 agosto le truppe italiane entrarono in una Feltre festante; un comitato di donne feltrine accolse il 23° Battaglione Bersaglieri con una bandiera italiana fabbricata a mano da loro, ora conservata all’Armeria Reale di Torino.

In seguito all’annessione del Veneto ci furono altre occasioni per coloro che volevano partire volontari: come già si diceva si segnalano infatti dei garibaldini feltrini (tra cui di nuovo il Curtolo dei Mille) anche a Mentana nel 1867, quando ci fu il tentativo fallimentare di conquistare Roma (che divenne poi italiana nel solo nel 1870).

𝐿𝑎 𝑚𝑒𝑚𝑜𝑟𝑖𝑎

Ma tiriamo le somme: è stato stimato che più di 400 feltrini abbiano partecipato a quelle che venivano definite le 𝑝𝑎𝑡𝑟𝑖𝑒 𝑏𝑎𝑡𝑡𝑎𝑔𝑙𝑖𝑒; la maggior parte di questi si annoverò nelle campagne tra il ‘59 e il ‘61. Abbiamo il 𝑀𝑎𝑛𝑖𝑓𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑚𝑜𝑛𝑢𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑎𝑖 𝑣𝑜𝑙𝑜𝑛𝑡𝑎𝑟𝑖 𝑎𝑐𝑐𝑜𝑟𝑠𝑖 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑑𝑖𝑓𝑒𝑠𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑡𝑟𝑖𝑎, pubblicato nel 1867, che ci testimonia la grande quantità di nomi coinvolti nella sola città di Feltre; in seguito, nel 1898, fu compilato a mano un libretto redatto dal segretario della Società dei Reduci Feltrini. Entrambi ci permettono di farci una buona idea del numero di persone coinvolte. Non ci furono solo ufficiali e graduati, membri dell’alta società, ma anche gente comune e moltissimi giovani che si sottraevano alla leva dell’esercito austriaco. Il Feltrino, come il resto del Lombardo-Veneto, più di altre zone d’Italia aveva interesse territoriale (al di là degli ideali dei singoli) ad appoggiare l’impresa piemontese, in quanto direttamente controllato da una potenza considerata come straniera. (Questo, chiaramente, attesta il sentimento filo-unitario di una parte della popolazione feltrina, non della sua totalità).

A tramandare la memoria di questa fase storica di fortissima ridefinizione nazionale sono le società dei reduci e dei lavoratori, oppure varie figure che si occupano di storia locale, oppure ancora le municipalità stesse, e Feltre non fa eccezione. Dopotutto, aver partecipato a questa serie di avvenimenti, piccoli o grandi che fossero, era motivo di grande orgoglio per la comunità. Nei primi anni dopo il ‘66 la città voleva rivendicare il proprio coinvolgimento con una serie di iniziative pubbliche, partendo col rimuovere (anche fisicamente) i simboli urbani della dominazione imperiale. Vengono allora sostituiti con nuovi monumenti e luoghi della memoria. Abbiamo cominciato questo articolo parlando di questi, e ci torniamo ora, alla fine di questo percorso nella storia.

Come prima cosa Porta Imperiale fu ribattezzata in Porta Castaldi (in memoria dell’umanista feltrino) e si decise di affiggere sulla sua facciata due lapidi commemorative: una nel 1868 coi nomi dei sette 𝑚𝑎𝑟𝑡𝑖𝑟𝑖: Giuseppe Vieceli, Vittore Carazzai, Pietro Fantinel, Pietro Cassol, Salomone Semira, Angelo Zannettelli e Nicolò de Mezzan; la seconda nel 1871 dedicata a Filippo De Boni. Fateci caso, se vi interessa, la prossima volta che ci passate sotto.

Come si scelsero questi nomi? A consacrare questa versione del Risorgimento feltrino fu Antonio Vecellio, per mezzo di molte iniziative ma soprattutto, chiaramente, con la sua opera storiografica. La sua 𝑆𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑑𝑖 𝐹𝑒𝑙𝑡𝑟𝑒 𝑖𝑛 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑖𝑛𝑢𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑎 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑃. 𝑀. 𝐴𝑛𝑡𝑜𝑛𝑖𝑜 𝐶𝑎𝑚𝑏𝑟𝑢𝑧𝑧𝑖 fu una cronaca, ma anche una profonda operazione ideologica perfettamente in linea con lo spirito del momento, con la quale si volevano celebrare le imprese risorgimentali e rileggere la storia della città come un lungo percorso approdato finalmente all’unità nazionale. Nello stesso filone storiografico possiamo inserire anche numerose altre opere, sia di Vecellio, come 𝐼 𝑓𝑒𝑙𝑡𝑟𝑖𝑛𝑖 𝑐𝑎𝑑𝑢𝑡𝑖 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑝𝑎𝑡𝑟𝑖𝑒 𝑏𝑎𝑡𝑡𝑎𝑔𝑙𝑖𝑒, sia di altri autori, in particolare sul periodico 𝑃𝑎𝑛𝑓𝑖𝑙𝑜 𝐶𝑎𝑠𝑡𝑎𝑙𝑑𝑖.

Vecellio fu affiancato da Antonietta Guernieri Dal Covolo, che fondò il Museo civico nei primi anni del nuovo secolo, anche allo scopo di conservare e tramandare le testimonianze del periodo delle 𝑝𝑎𝑡𝑟𝑖𝑒 𝑏𝑎𝑡𝑡𝑎𝑔𝑙𝑖𝑒. Fu una delle personalità più attive nell’ambito culturale feltrino a cavallo tra i due secoli, e a lei si deve per esempio la commemorazione di Angelo Zannettelli, che abbiamo nominato sopra senza però dire nulla di chi fosse.

Nato da nobile famiglia, iniziò come molti la sua carriera militare con la scuola per ufficiali dell’esercito austriaco, per poi schierarsi col fronte nazionalista. Partecipò a varie imprese, tra cui l’assedio di Venezia, come dicevamo, per poi passare il confine nel ‘59 ed entrare nella Brigata Bologna combattendo valorosamente contro l’esercito pontificio. Promosso fino al rango di capitano, fu catturato in battaglia, torturato e ucciso dai volontari filopapali (etichettati dalla narrazione unitaria come “briganti”) a Mozzano, nei pressi di Ascoli.

Guarnieri Dal Covolo si attivò per raccogliere le sue memorie, come testimonia la sua corrispondenza con l’esercito italiano conservata presso il Museo civico di Feltre. Quando a inizio ‘900 fu inaugurata in città una caserma degli Alpini, grazie a questi sforzi fu dedicata appunto a Zannettelli. Se voi non sapevate chi fosse, sappiate che in quel frangente storico i tempi erano già cambiati, e la memoria di questo patriota si era già sbiadita molto. Guardate nell’articolo di giornale riprodotto qui a fianco come esordiva il redattore nel dare la notizia dell’intitolazione a Zannettelli della nuova caserma.

Segnaliamo brevemente altri tre luoghi della commemorazione. Il primo è il Monumento ai Caduti, in Via del cimitero, dove in testa all’elenco dei nomi si trova la sezione dedicata alle Guerre d’indipendenza. Il secondo è il Parco della Rimembranza, di fronte alle scuole elementari “Vittorino da Feltre”, luogo carico di storia, che ospita dei busti commemorativi di Vittorio Emanuele II e di Giuseppe Garibaldi (immancabili nella maggior parte delle città italiane). Entrambi questi luoghi nascono in seno al periodo fascista, che, neanche a dirlo, celebrò con ancora più enfasi il periodo risorgimentale e unitario. Infine, il terzo, è Palazzo Zugni in Largo Castaldi; se si guarda bene sopra le vetrine si troverà una targa del 1882 che commemora il sopraccitato soggiorno di Garibaldi.

Si potrebbe pensare infine che non ci sia un monumento più imponente e visibile di questi che commemori il Risorgimento feltrino, ma questa portata simbolica, al di là dei nomi dei singoli, l’ha niente meno che Piazza Maggiore stessa (ufficialmente Piazza Vittorio Emanuele II) che celebra la fine della dominazione austriaca su Feltre e l’identità storica della città in seno allo Stato italiano. Abbiamo infatti testimonianza che già da una decina di anni prima della realizzazione effettiva del nuovo assetto della piazza (1868) ci fosse già in progetto di erigere delle statue in memoria di Panfilo Castaldi e di Vittorino de’ Rambaldoni (il famoso Vittorino da Feltre), ovvero dei personaggi feltrini più noti del passato nell’ottica più ampia della cultura italiana. La piazza fu monumentalizzata e consacrata alla nuova patria affidando il progetto all’architetto feltrino Giuseppe Segusini, egli stesso visto come artista ‘patriottico’.

Ci auguriamo di avervi dato un paio di spunti in più per quando vi capiterà di nuovo di bazzicare per Feltre.

[Giot]

Link al testo nel blog:https://crodap.blogspot.com/2026/06/post-241-la-spezzettata-memoria-del.html?m=1

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