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Nati su Instagram, scriviamo di storia e cultura della provincia di Belluno, avendo cura di dedicarci ad ogni suo territorio, alle sue tradizione e alle sue particolarità locali.

𝐏𝐨𝐬𝐭 𝟐𝟑𝟏 -  𝐋𝐚 𝐧𝐚𝐬𝐜𝐢𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐭𝐮𝐫𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐞 𝐃𝐨𝐥𝐨𝐦𝐢𝐭𝐢Per la maggior parte della loro storia le Dolomiti sono state un tratto...
10/12/2025

𝐏𝐨𝐬𝐭 𝟐𝟑𝟏 - 𝐋𝐚 𝐧𝐚𝐬𝐜𝐢𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐭𝐮𝐫𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐞 𝐃𝐨𝐥𝐨𝐦𝐢𝐭𝐢

Per la maggior parte della loro storia le Dolomiti sono state un tratto di Alpi, piuttosto scomodo da attraversare, che i forestieri percorrevano per ragioni di necessità - economiche, religiose, militari -, e non certo per la loro bellezza. Fino a fine Settecento neanche avevano un nome. Solo nel 1792 se ne assegna uno al minerale di cui tipicamente si compongono, la dolomite, coniato in onore del primo scienziato che se ne era interessato: il francese Déodat de Dolomieu. Col tempo questa denominazione passa a indicare anche le nostre montagne, che, a partire da metà Ottocento, iniziano il lungo percorso che le porterà a essere la rinomata meta turistica che oggi conosciamo.

Tutto inizia con la nascita dell’alpinismo, che a partire dagli anni ‘50 porta i primi pionieri sulle Dolomiti. Nel 1854 si ascende il Peralba, nel 1857 tocca al Pelmo, tra il 1862 e il 1869 il viennese Paul Grohmann raggiunge le vette che circondano la conca ampezzana. Si creano così le prime associazioni alpinistiche, interessate a promuovere le Dolomiti e a offrire i primi servizi ai turisti. Nelle valli appartenenti al Regno si diffonde le sezioni del CAI (es. Agordo nel 1868, Auronzo nel 1874), nei territori asburgici quelle dell’𝐴𝑙𝑝𝑒𝑛𝑣𝑒𝑟𝑒𝑖𝑛 (es. Pusteria nel 1869, Ampezzo nel 1882), con l’eccezione del Trentino, dove nasce la SAT (1872).

In questi anni nascono i primi rifugi alpini, in territorio imperiale: nel 1883 vengono inaugurati quello alle Tre Cime di Lavaredo - poi distrutto e ricostruito nelle vicinanze -, e quello al Nuvolau, in Ampezzo, il più antico delle Dolomiti. L’apripista a sud del confine è invece il Venezia sul Pelmo, costruito nel 1892, anche se il CAI di Agordo già nel 1875 aveva realizzato un riparo, scavato sulle pareti della Marmolada. Contemporaneamente nei fondivalle le antiche osterie vengono ammodernate, e nascono i primi alberghi e ristoranti destinati specificamente ai turisti. In Ampezzo le strutture a offrire vitto e alloggio ai forestieri sono quattro nel 1865, ma sono già cresciute a 37 nel 1913.

Da dove arrivano i primi turisti? All’inizio soprattutto dalla Gran Bretagna, ma verso la fine del secolo tedeschi e austriaci sono la maggioranza. Gli italiani sono invece una sparuta minoranza, soprattutto per le difficoltà di accesso da sud alle valli dolomitiche. Per agevolare gli arrivi vengono migliorati i trasporti, effettuati prima in diligenza, e poi anche in automobile. Sono realizzate importanti infrastrutture, come la Ferrovia della Pusteria, ultimata nel 1871; la “Große Dolomitenstraße”, inaugurata nel 1909, tra Bolzano a Cortina d’Ampezzo; il collegamento ferroviario Treviso-Feltre-Belluno (1884-86), prolungato fino a Calalzo nel 1914.

A inizio Novecento l’area dolomitica, e soprattutto quella asburgica, vive appieno la Belle Époque. L’immagine dei Monti pallidi e dei loro pittoreschi scorci attraversa i salotti borghesi europei e non solo, veicolata da resoconti di viaggio, quadri, cartoline. I paesi delle Dolomiti sperimentano una crescita economica e demografica, collegandosi col resto del mondo come mai prima d’allora. Tutto questo si interrompe bruscamente con la Prima guerra mondiale. Con l’inizio delle ostilità tra Italia e Austria-Ungheria, nel 1915, si inaugura un terribile triennio in cui le vette dolomitiche cessano di essere il paradiso di scalatori ed escursionisti per diventare il teatro di un crudo confronto bellico.

La fine delle ostilità segna la ripresa del turismo, che non può però non risentire del mutato contesto. La conquista italiana determina la crescita del flusso turistico da sud, e, con l’ascesa del Fascismo, anche le Dolomiti assumono una funzione ideologica e propagandistica. Queste conseguenze sono particolarmente evidenti a Cortina d’Ampezzo, che il regime intende promuovere come simbolo italiano di sport, montagna e turismo, cercando nel contempo di cancellarne il passato asburgico. Per raggiungere i suoi obiettivi il regime si appoggia su parte dell’𝑒́𝑙𝑖𝑡𝑒 economica locale, riunita nel circolo “Nuova Ampezzo”.

Ovunque nella conca sorgono nuove opere pubbliche, le strutture ricettive aumentano e vengono ammodernate. I collegamenti sono assicurati dalla Ferrovia delle Dolomiti, inaugurata nel 1921, e dalla SAD (Società Automobilistica Dolomiti), fondata nel 1927 e con sede proprio a Cortina d’Ampezzo. Gli esponenti del regime e della monarchia promuovono personalmente la località, e qui si incontrano regolarmente intellettuali, industriali, politici. Le presenze turistiche passano da qualche decina di migliaia a inizio secolo a più di mezzo milione degli anni ‘30 del Novecento. È in questo periodo che la località inizia a essere nota come la “Regina delle Dolomiti”, e a sviluppare un tipo di turismo diverso da quello che fino ad allora aveva in buona parte condiviso con le altre valli dolomitiche.

A partire da questi semi, il turismo è cresciuto nelle varie valli dolomitiche sino a toccarle tutte, sebbene in tempi e modi diversi, anche a causa della divisione amministrativa. Dopo più di un secolo e mezzo di connubio, è quasi difficile immaginare i nostri territori slegati da esso, anche se è sempre importante cercare di farlo. Il turismo è solo uno dei tanti modi che le genti delle Dolomiti hanno trovato nel tempo per sostenersi, e uno dei numerosi elementi che hanno inciso sulla loro storia e identità. Riducendo le Dolomiti al mero fenomeno turistico si rischia di scambiare quello che è solo un mezzo per un fine, perdendo di vista le tante altre ricchezze che caratterizzano questi luoghi.

Il contenuto di questo articolo è stato reso possibile grazie al contributo finanziario di Cortinabanca, nell'ambito del progetto “Non solo Olimpiadi: storia, cultura e territorio di Cortina d’Ampezzo”. Le opinioni espresse appartengono, tuttavia, al solo o ai soli autori e non riflettono necessariamente le opinioni di Cortinabanca. Cortinabanca non può quindi esserne ritenuta responsabile.

A cura di [Bandion] e [Talamini]

Link al testo nel blog in bio: https://crodap.blogspot.com/2025/12/post-228-la-nascita-del-turismo-sulle.html

𝐏𝐨𝐬𝐭 𝟐𝟑𝟎 - 𝐋𝐚 𝐩𝐞𝐬𝐭𝐞 𝐚 𝐒𝐨𝐫𝐫𝐢𝐯𝐚: 𝐦𝐞𝐦𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐞 𝐭𝐫𝐚𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢Chi sale sul colle di San Giorgio, sopra Sorriva di Sovramonte, ha da...
28/11/2025

𝐏𝐨𝐬𝐭 𝟐𝟑𝟎 - 𝐋𝐚 𝐩𝐞𝐬𝐭𝐞 𝐚 𝐒𝐨𝐫𝐫𝐢𝐯𝐚: 𝐦𝐞𝐦𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐞 𝐭𝐫𝐚𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢

Chi sale sul colle di San Giorgio, sopra Sorriva di Sovramonte, ha davanti un panorama quieto: prati, boschi, il campanile e il muretto in pietra che accompagna il sentiero. È difficile immaginare che questo luogo, oggi così sereno, sia nato dal terrore della peste. Eppure nel passato di Sorriva c’è una storia dura: quella del contagio del 1631, della quarantena, dei morti sepolti in fretta fuori dall’abitato e di un voto collettivo che continua a essere onorato quasi quattro secoli dopo.
Per capire perché una semplice minestra di fagioli, la 𝑀𝑒𝑛𝑒𝑠𝑡𝑟𝑎 𝑑𝑒 𝑠𝑎𝑛 𝐷𝑜𝑟𝑑𝑖, sia diventata il cuore identitario di Sorriva, bisogna però allargare lo sguardo per poi restringerlo di nuovo, dal globale al locale: prima all’Europa, poi al Nord Italia, infine al piccolo altopiano di Sovramonte; prima ai secoli medievali, poi al Seicento.

Nel suo intervento tenuto proprio a Sorriva, in apertura della Sagra di san Giorgio nel 2022, Claudio Centa, prete e docente di storia, ha ricordato che la peste non fu un fulmine a ciel sereno: arrivò su un’Europa già in difficoltà. Dato che di una tradizione viva stiamo parlando, partiamo dalla memoria e dalla coscienza delle persone che formano oggi la comunità, ripercorrendo il suo discorso.

La fase di crescita demografica avvenuta nel continente tra fine Duecento e inizio Trecento stava mettendo in crisi il sistema produttivo agricolo, nonostante i progressi tecnici e l’ampliamento delle coltivazioni. In questa situazione si innestò, a metà Trecento, la grande pandemia di peste. Il morbo partì dall’Asia centrale, attraversò l’Impero mongolo e raggiunse il Mar Nero. Il passaggio cruciale avvenne nel 1347, quando il contagio si insediò nelle navi dirette in Europa. Forse ciò accadde durante l’assedio della colonia genovese di Caffa in Crimea: i Tartari avrebbero lanciato oltre le mura i cadaveri dei loro soldati morti per la peste; una sorta di primitiva guerra batteriologica. I mercanti genovesi fuggirono per mare, ma portarono con sé il contagio.

La peste è causata da un batterio, 𝑌𝑒𝑟𝑠𝑖𝑛𝑖𝑎 𝑝𝑒𝑠𝑡𝑖𝑠, trasmesso all’uomo dalle pulci dei ratti, diffusissime sulle navi e nei magazzini di grano. Si presenta in forma bubbonica (con bubboni e macchie nere) o polmonare, e risulta quasi sempre letale. In alcune città europee morì più della metà della popolazione; in altre, come San Gimignano o alcune località della Germania odierna, le stime parlano di perdite fino al 70% del totale.
Questa prima ondata non fu un episodio isolato: da quel momento in avanti la peste rimase endemica in Europa fino al Settecento, con ritorni periodici. L’ultima grande epidemia occidentale, quella di Marsiglia, risale al 1720; solo il miglioramento delle condizioni igieniche e urbane ne ridusse progressivamente l’impatto.

Una società come quella dell’epoca, in cui “un ragazzo su tre muore prima dei quindici anni” – come ricordava anche Claudio Centa – è una società in cui la morte è presenza quotidiana. Da qui nasce una profonda elaborazione spirituale: la predicazione si concentra sul tema del 𝑚𝑒𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑚𝑜𝑟𝑖, il ricordarsi della fragilità umana. Grandi predicatori insistono sul fatto che la vera tragedia non è solo la morte fisica, ma quella spirituale (il peccato) e quella eterna (la dannazione). L’arte sacra diventa catechesi visiva: nascono le “danze macabre”, celebre quella di Pinzolo, in Trentino, un lungo fregio in cui tutte le classi sociali vengono messe in fila davanti alla morte. Le pestilenze influenzano anche la pastorale concreta: processioni penitenziali, digiuni, suono delle campane per scandire i momenti di preghiera collettiva, la nascita di confraternite dedicate all’assistenza dei malati e alla sepoltura dei morti.
È questo il clima che fa da sfondo alle grandi pestilenze italiane del 1575-77 e del 1630-31: quest’ultima è, per intenderci, l’epidemia raccontata da Manzoni nei 𝑃𝑟𝑜𝑚𝑒𝑠𝑠𝑖 𝑠𝑝𝑜𝑠𝑖.

Nel Nord Italia la peste del tardo Cinquecento colpì duramente soprattutto le attuali Lombardia e Veneto. Nel territorio feltrino, negli stessi decenni, si consolidò la devozione a san Rocco, e la città costruì in Piazza Maggiore una chiesa votiva in suo onore per essere risparmiata dal contagio. Pochi decenni dopo, tra il 1629 e il 1631, una nuova ondata di peste – trasportata anche dai lanzichenecchi in marcia durante la Guerra dei Trent’anni – devastò di nuovo la Pianura Padana.
A Milano la cronaca di Federico Borromeo (quel “cardinal Federigo” narrato da Manzoni) descrive con lucidità gli aspetti sanitari e sociali del contagio, prendendo le distanze dalle teorie sugli “untori” e insistendo sulla necessità di misure concrete di contenimento.
È questa stessa ondata, quella del 1630-31, che raggiunge anche il Bellunese e l’altopiano di Sovramonte.

Le tracce lasciate nella coscienza collettiva sono profonde. La scheda ufficiale della Pro Loco di Sovramonte racconta che l’evento che «segnò maggiormente la storia locale» di Sorriva fu proprio l’epidemia di peste del 1631.
Secondo le tradizioni locali e le sintesi storiche raccolte nel volume 1631. 𝑆𝑜𝑟𝑟𝑖𝑣𝑎 𝑒 𝑙𝑎 𝑝𝑒𝑠𝑡𝑒 , la malattia arrivò all’inizio di aprile, portata da un pastore proveniente da zone già contagiate, e si protrasse fino a giugno. In questi pochi mesi morirono circa cinquanta persone, un numero enorme per un paese che contava probabilmente poche centinaia di abitanti.

Per evitare la diffusione del morbo, il podestà e capitano di Feltre inviò a Sorriva il medico Zaccaria Dal Pozzo (di cui si conserva un ritratto presso il Museo civico di Feltre). Dal Pozzo, incaricato di gestire l’emergenza, fece bruciare vestiti, pagliericci e oggetti considerati infetti, mentre il paese veniva posto in quarantena e circondato da guardie che controllavano gli accessi lungo la vecchia strada per Ponte Serra.

La vita quotidiana si trasformò: case sbarrate, paura del contatto, sospetto verso chiunque arrivasse dall’esterno. Le cronache parrocchiali – in particolare le note del pievano Francesco Todeschi, riportate nella tradizione locale – ricordano la riesumazione e il trasferimento dei corpi in fosse comuni lontane dall’abitato.

Scendendo da Sorriva verso sud, lungo l’antica strada per Ponte Serra, si incontra la località Pontera, dove sorge una caratteristica ancona votiva. Secondo la documentazione storica, fu costruita dopo l’epidemia del 1631, proprio accanto alle fosse comuni degli appestati: una lapide in cima a un tumulo ne indica ancora oggi la posizione.
Accanto all’edicola sorge la ca****la della Madonna delle Grazie, costruita nel 1633 per ricordare i morti. Sulla parete più antica del sacello si conserva una delle testimonianze più interessanti: un affresco seicentesco che rappresenta il trasporto dei morti. I cosiddetti “𝑝𝑖𝑧𝑧𝑒𝑔𝑎𝑚𝑜𝑟𝑡” trascinano i cadaveri con lunghi bastoni uncinati, gli 𝑎𝑛𝑔𝑒́𝑟 – usati normalmente per la movimentazione del legname –, per portarli alla fossa comune del “Pian dei Mort”. I volti tirati, la fatica dei gesti, il paesaggio riconoscibile sullo sfondo trasformano la scena in una vera cronaca dipinta della tragedia.
È un’immagine che dialoga idealmente con le danze macabre e con l’arte sacra legata alla peste in tutta Europa, ma qui assume un tratto più domestico: non imperatori e papi, ma contadini e parenti che trascinano (forse) i propri cari, senza poterli toccare per evitare il contagio.

La scelta di seppellire gli appestati lontano dall’abitato, in una zona isolata come Pian dei Mort, non fu solo precauzione sanitaria. Nei secoli questi luoghi sono diventati spazi della memoria, paesaggi simbolici in cui la comunità ha conservato il ricordo del trauma collettivo. Il capitello, l’affresco dei 𝑝𝑖𝑧𝑧𝑒𝑔𝑎𝑚𝑜𝑟𝑡 e la lapide non fungono solo da testimonianza storica, ma rappresentano veri e propri segni di identità: sono la prova che la comunità ha scelto di ricordare, non solo di sopravvivere.
È significativo che proprio da quel luogo, simbolo della paura e della morte, abbia preso forma uno dei gesti più comunitari e solidali della storia di Sorriva. Il morbo aveva diviso, il voto avrebbe nuovamente unito.

Come spesso accade nelle comunità di antico regime, alla dimensione sanitaria si affianca quella religiosa e votiva. Nel pieno dell’emergenza, la popolazione di Sorriva fece un primo voto solenne: se la peste fosse cessata, avrebbe santificato tutte le vigilie delle feste comandate (ovvero in ognuno di quei giorni si sarebbe astenuta dal lavoro, come in giorno festivo). Un impegno enorme, sia spirituale sia pratico, per una comunità contadina.

Già l’anno successivo, il 24 maggio 1632, una delegazione guidata da Tomio De Cia si presentò dal pievano di Servo per chiedere di commutare il voto in qualcosa di più sostenibile: non più tutte le vigilie, ma solamente la vigilia e la festa di San Giorgio, da santificare «in perpetuo».

La forma definitiva del voto, così come ci viene ricordata oggi dal Comune di Sovramonte, prevedeva: la santificazione stabile della festa di San Giorgio (23 aprile), l’offerta alla chiesa di un paliotto di cuoio dipinto in onore del santo, una processione votiva e la distribuzione di una minestra di fagioli ai poveri. Nel tempo, la distribuzione ai poveri si è trasformata in un gesto verso l’intera comunità e verso chiunque si trovi a passare da Sorriva nei giorni della festa.

Oggi il cuore del voto si concretizza nella 𝑀𝑒𝑛𝑒𝑠𝑡𝑟𝑎 𝑑𝑒 𝑠𝑎𝑛 𝐷𝑜𝑟𝑑𝑖, nome dialettale di san Giorgio. I racconti locali e gli articoli di giornale concordano nel far risalire senza interruzioni la tradizione al 1631, e non è inverosimile che sia davvero così: ogni anno tre famiglie del paese vengono incaricate di preparare la minestra votiva.
Secondo la descrizione della Fondazione Dolomiti Bellunesi, il 23 aprile, giorno di San Giorgio, i giovani coscritti di tre famiglie vengono scelti a sorte, divisi in quattro gruppi e vestiti con costume tradizionale. Portano a spalla, anche alle case più isolate, una grande marmitta di rame piena di minestrone di fagioli.

La festa, nel frattempo, si è arricchita: si sono aggiunte una “messa del Voto” celebrata il 23 aprile e una processione la domenica successiva, con i 𝑐𝑎𝑝𝑝𝑎𝑡𝑖, figuranti che vestono come gli antichi confratelli del Santissimo Sacramento, portando croci, torce e lo stendardo del santo.

Da un articolo del 𝐶𝑜𝑟𝑟𝑖𝑒𝑟𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝐴𝑙𝑝𝑖 apprendiamo qualche numero: per una sola edizione della festa sono stati utilizzati oltre cento chili di fagioli, raccolti famiglia per famiglia; ciascuno contribuisce con il proprio chilo di legumi e con una quota in denaro, la 𝑐𝑜𝑡𝑎, per le altre spese. Gli ingredienti “segreti” – erbe, spezie, tempi di cottura – vengono tramandati gelosamente.

La forza di questa tradizione sta proprio nella sua continuità: non è rimasta un ricordo del passato, ma è stata vissuta, tramandata e adattata di generazione in generazione, anche nei momenti più difficili. Infatti, il voto non venne interrotto nemmeno durante la Seconda guerra mondiale e neppure negli anni della pandemia da Covid-19, quando la distribuzione è avvenuta “in forma privata” tra famiglie.
La minestra, oggi, è molto più di un piatto: è memoria cucinata, è la traduzione concreta di un voto seicentesco in un gesto di ospitalità e condivisione.

Sin dall'antichità, le epidemie non sono state soltanto eventi sanitari, ma fenomeni sociali e culturali capaci di trasformare le comunità. Di fronte alla paura, alla morte e all’incertezza, i popoli hanno spesso elaborato risposte simboliche: voti, processioni, rituali, opere artistiche e narrazioni popolari. In questo senso, le malattie collettive agiscono come generatori di memoria, attivano comportamenti rituali e costruiscono identità.

La fede, in particolare, assume un ruolo centrale: diventa strumento per attribuire significato a ciò che appare incomprensibile. Il voto – come ricordano gli studiosi di antropologia religiosa – è una forma di “contratto spirituale” tra comunità e divino: il popolo si impegna a ricordare, celebrare o fare qualcosa “in cambio” della protezione celeste. Nel voto, non si chiede solo salvezza, ma si stabilisce anche una memoria condivisa e ritualizzata. È questo il meccanismo che ha portato, nel caso di Sorriva, alla nascita della tradizione di San Giorgio e della Menestra de san Dordi.

Al centro di tutta questa storia c’è la chiesa di San Giorgio Martire, o San Dordi, che domina l’altopiano. Il colle era sede, tra V e VI secolo, di una fortificazione a controllo della strada per il Primiero; nei secoli successivi la struttura venne trasformata in ca****la e poi in chiesa, con ampliamenti tra XI e XIII secolo.

Sulla facciata compare la data 1506, ma gli scavi archeologici hanno riportato alla luce resti di un’abside anteriore al Mille. All’interno si conservano: affreschi del presbiterio realizzati da Andrea Nasocchio nel 1514; la decorazione della navata attribuita a Marco da Mel, esponente di spicco della pittura feltrina del Cinquecento; testimonianze di fasi pittoriche precedenti, trecentesche, in parte coperte; un legame diretto con il voto del 1631, ricordato dal già citato paliotto di cuoio dipinto offerto in ringraziamento.
Nel suo complesso, la chiesa è una sorta di “archivio in pietra”: nell’architettura e negli affreschi si leggono l’evoluzione del paesaggio religioso, le visite pastorali, i restauri moderni (l’ultimo grande ciclo di interventi risale al 2000-2005) e la continuità di una devozione che va dall’Alto Medioevo fino al Seicento e ad oggi.

Come ricordava Claudio Centa nel suo intervento, in epoche segnate dalla mortalità e dall’incertezza, racconti, immagini, santi protettori e figure fantastiche diventano modi diversi di dare un volto alla paura, di renderla raccontabile e, in qualche misura, governabile. Ne nasce un paesaggio simbolico complesso: da un lato la storia documentata (il medico Dal Pozzo, i registri parrocchiali, il voto); dall’altro la narrazione popolare (le due famiglie sopravvissute in alpeggio, i pizzegamort affrescati). Entrambe le dimensioni contribuiscono a costruire l’identità di Sorriva.

Il processo che trasforma la paura in ritualità è tipico delle società colpite da epidemie. Lo si osserva anche nel Voto a San Rocco del 1918 contro l’influenza sp****la, nato nel pieno dell’epidemia. Lo si ritrova nelle processioni promosse da san Carlo Borromeo, e a Sorriva assume appunto la forma della Menestra de San Dordi.
A differenza del voto del 1918, oggi quasi dimenticato, quello del 1631 è ancora vivo perché si è trasformato in gesto, in rito, in cibo condiviso. Ogni anno, i coscritti che portano sulla spalla il paiolo di rame non commemorano soltanto: rendono presente quel voto seicentesco, lo fanno vivere nel presente, lo trasformano in identità.

Dopo la pandemia di Covid-19, la storia di Sorriva e della sua Menestra de San Dordi è tornata ad attirare l’attenzione. L’idea di una comunità che, di fronte alla peste, risponde con un voto condiviso, una festa, una processione e un piatto caldo da portare soprattutto a chi è più solo, risuona in modo particolare per chi ha vissuto 𝑙𝑜𝑐𝑘𝑑𝑜𝑤𝑛, quarantene e paure – seppur in un contesto storico, a livello di tecniche sanitarie, completamente diverso.

La continuità nel praticare – neppure le guerre e le pandemie recenti sono riuscite a interromperlo del tutto – dice qualcosa di molto semplice ma essenziale: la memoria non è un monumento immobile, statico. E’ un gesto che si ripete, si adatta e si trasmette di generazione in generazione.
Ogni volta che, a fine aprile, i coscritti sollevano il paiolo di rame, percorrono il cammino fino a Pontera, si fermano al cimitero degli appestati e poi bussano alle porte del paese per offrire un piatto di minestra, il 1631 non è più solo una data: torna ad essere una storia viva, condivisa, che continua a definire chi è Sorriva.

A cura di [corte_dallamarta_]

TESTIMONIANZE ORALI
Trascrizione dell’intervento di don Claudio, apertura della Sagra di san Giorgio, Sorriva, 2022.

𝐏𝐨𝐬𝐭 𝟐𝟐𝟗 - 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐞𝐬𝐜𝐨 𝐅𝐫𝐢𝐠𝐢𝐦𝐞𝐥𝐢𝐜𝐚, 𝐩𝐢𝐭𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐬𝐞 𝒉𝒐𝒏𝒆𝒔𝒕𝒆 𝒆𝒕 𝒍𝒂𝒖𝒅𝒊𝒃𝒊𝒍𝒊Se abitate in provincia di Belluno e avete mai fre...
21/11/2025

𝐏𝐨𝐬𝐭 𝟐𝟐𝟗 - 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐞𝐬𝐜𝐨 𝐅𝐫𝐢𝐠𝐢𝐦𝐞𝐥𝐢𝐜𝐚, 𝐩𝐢𝐭𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐬𝐞 𝒉𝒐𝒏𝒆𝒔𝒕𝒆 𝒆𝒕 𝒍𝒂𝒖𝒅𝒊𝒃𝒊𝒍𝒊

Se abitate in provincia di Belluno e avete mai frequentato le chiese, avete una buona probabilità di aver visto un’opera dell’artista di oggi: Francesco Frigimelica. Egli fu, infatti, un artista prolifico, che ha lasciato almeno un centinaio di opere sul nostro territorio, testimonianza della grande fama di cui godette in vita. Dopo la morte, ebbe però scarsa considerazione tra i posteri, venendo riscoperto e rivalutato dagli studiosi solo negli anni Ottanta del Novecento.

Francesco Frigimelica nacque a Camposampiero, in provincia di Padova, probabilmente tra il 1560 e il 1570 e giovanissimo si trasferì a Venezia, dove avvenne la sua formazione artistica in bottega. Non si hanno notizie su chi fu il suo maestro, ma il contesto culturale del tempo era quello del tardo Manierismo, il cui esponente più noto era Palma il Giovane. Qui poté comunque conoscere e studiare le opere dei grandi artisti che avevano dominato la scena nel Cinquecento (Tiziano, Veronese, Tintoretto, Bassano) e che in quegli anni cominciavano progressivamente a mancare.

Verso la fine del Cinquecento si trasferì a Feltre, probabilmente in cerca di un luogo dove potesse incontrare una minore concorrenza. Non molti anni dopo, a inizio Seicento, si stabilirà definitivamente a Belluno, dove nascerà il figlio Pompeo, che in seguito diventerà suo collaboratore. Questi si occuperà soprattutto di firmare e redigere documenti per conto del padre, che era analfabeta. A questo punto della carriera, Frigimelica godeva già di buona fama tra le autorità ecclesiastiche e laiche, ma questa si consolidò soprattutto alla consegna della tela Caduta e raccolta della manna con il rettore Giustiniano e quattro consoli nel 1604, per la chiesa di Santo Stefano di Belluno. L’opera mostrava infatti tutta la capacità di Frigimelica di sintetizzare e armonizzare scopi didattico-religiosi e politici, mettendo in luce anche le sue doti di ritrattista.

Questa tela fu un punto di svolta nella carriera di Frigimelica, che vide le richieste moltiplicarsi e giungere incessanti sino alla sua morte e non solo dalle istituzioni cittadine, ma anche dalle confraternite e dall’aristocrazia locale. I nobili bellunesi facevano a gara a ingaggiarlo per il rinnovo dei dipinti ecclesiastici, ma ancor di più, forse, per la sua acuta abilità di ritrattista. Era molto desiderato poi anche dai casati cittadineschi emergenti che volevano affermare il nuovo status guadagnato col duro lavoro.

Per capire il suo successo, però, è opportuno fare un appunto storico-artistico. Il clima in cui si forma e lavora Frigimelica è quello della Controriforma cattolica: durante il Concilio di Trento era stato riconosciuto il ruolo pedagogico delle immagini sacre grazie alle quali i fedeli potevano riconoscere «le meraviglie e gli esempi salutari di Dio» (1563). Gli artisti, quindi, dovevano attenersi ai dettami dei canoni conciliari e il loro operato era rigorosamente controllato dal clero. I pittori dovevano sottoporre a controllo preventivo i bozzetti e i modelli, a cui potevano essere imposte delle modifiche, e inoltre non potevano operare fino a che non avessero ottenuto l’approvazione del vescovo titolare. Venivano anche fatti controlli a sorpresa e puniti gli inadempienti. Insomma, erano prassi seguite rigorosamente, in particolare nell’alto Veneto, al confine con l’Impero, dov’era più probabile l’infiltrazione di pericolosi protestanti e ugonotti.

Frigimelica si presenta a questo scopo con sincera dedizione, traducendo le necessità conciliari in opere con un linguaggio essenziale, rinunciando alle implicazioni estetizzanti del tardo manierismo in favore di una chiarezza figurativa e di una coerenza teologica. Si riappropria degli equilibri rinascimentali, servendosi spesso dello schema triangolare che mette chiaramente in luce le gerarchie tra i santi, e adotta un repertorio di figure che reitera nel tempo, prendendo e rielaborando spunti dai grandi pittori veneti che lo hanno preceduto e dall’arte fiamminga, che conosce attraverso le incisioni.

Ad esempio, nell’𝑈𝑙𝑡𝑖𝑚𝑎 𝑐𝑒𝑛𝑎 del 1598, conservata nella parrocchiale di Lamosano d’Alpago, Frigimelica ripropone l’impostazione dell’𝑈𝑙𝑡𝑖𝑚𝑎 𝑐𝑒𝑛𝑎 di Tintoretto, conservata nella chiesa di San Trovaso a Venezia, conosciuta probabilmente grazie alle incisioni di Egidio Sadeler II. La sua, però, non è una mera copia, infatti la scena, benché meno dinamica, è inserita in un ambiente più chiuso, intimo, e i personaggi circondano una tavola ricca di oggetti di uso quotidiano attentamente descritti, segno dell’influenza fiamminga nel suo lavoro, tratto che ritornerà spesso. Quest’ultimo, inoltre, è un espediente utile ad attualizzare la scena, perché unisce lo scopo didattico a elementi contemporanei che possano aiutare l’avvicinamento dei fedeli.

Lo stesso trucco si può trovare nelle 𝑁𝑜𝑧𝑧𝑒 𝑑𝑖 𝐶𝑎𝑛𝑎 del 1624, conservate nella chiesa di Santa Maria Assunta di Antole, dove, oltre alla ricca tavola imbandita, troviamo due figure femminili lussuosamente vestite secondo la moda aristocratica di fine Cinquecento - inizio Seicento.

Nella tela 𝑉𝑒𝑟𝑔𝑖𝑛𝑒 𝑐𝑜𝑛 𝐵𝑎𝑚𝑏𝑖𝑛𝑜 𝑒 𝑖 𝑠𝑎𝑛𝑡𝑖 𝐴𝑛𝑡𝑜𝑛𝑖𝑜 𝑎𝑏𝑎𝑡𝑒 𝑒 𝑆𝑒𝑏𝑎𝑠𝑡𝑖𝑎𝑛𝑜 conservata nella chiesa parrocchiale di Castion, invece, si possono ben notare altre caratteristiche della pittura di Frigimelica, quali: la costruzione triangolare, con la Madonna col Bambino al vertice, il dettagliato paesaggio alle spalle dei santi, frutto dell’influenza fiamminga, e la qualità di ritrattista evidenziata dalla rappresentazione del pievano di allora, Giovanni Persico, in testa alla processione.

Particolare rispetto alla produzione precedente di Francesco Frigimelica è la 𝐺𝑙𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑑𝑖 𝑠𝑎𝑛𝑡’𝐴𝑛𝑡𝑜𝑛𝑖𝑜 𝑑𝑎 𝑃𝑎𝑑𝑜𝑣𝑎, conservata alla chiesa dei Santi Fermo e Rustico a San Fermo. Il dipinto, infatti, su richiesta della committente Olimpia Alpago, seconda moglie dell’aristocratico Girolamo Miari, si avvicina più al trionfale gusto barocco che ai sereni equilibri rinascimentali amati dall’artista. Inoltre, grazie a un verbale di visita pastorale recentemente ritrovato e datato 28 maggio 1654, non solo è stato possibile datare con più certezza l’opera, indicata come «noviter facta», ma anche allungare cronologicamente il percorso lavorativo dell’artista, prima noto solo fino al 1649.

A cura di [Anita]

𝐏𝐨𝐬𝐭 𝟐𝟐𝟖 - 𝐈 𝐭𝐚𝐧𝐭𝐢 𝐧𝐨𝐦𝐢 𝐝𝐢 𝐂𝐨𝐫𝐭𝐢𝐧𝐚 𝐝’𝐀𝐦𝐩𝐞𝐳𝐳𝐨La conca ampezzana è da secoli incastonata tra l’area romanza e quella tedes...
09/11/2025

𝐏𝐨𝐬𝐭 𝟐𝟐𝟖 - 𝐈 𝐭𝐚𝐧𝐭𝐢 𝐧𝐨𝐦𝐢 𝐝𝐢 𝐂𝐨𝐫𝐭𝐢𝐧𝐚 𝐝’𝐀𝐦𝐩𝐞𝐳𝐳𝐨

La conca ampezzana è da secoli incastonata tra l’area romanza e quella tedesca, al centro della variegata realtà ladina. Oltre a questo, dopo una lunga storia incentrata sull’agricoltura e l’artigianato, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento ha vissuto un vertiginoso sviluppo del settore turistico.

Questa ricchezza di influenze diverse, vicine e lontane, si riflette non solo sulla sua complessa identità, ma anche sulla varietà di nomi e soprannomi, con cui è – o è stata – conosciuta.

𝑨𝒎𝒑𝒆𝒛𝒛𝒐 (𝒊𝒏 𝒊𝒕𝒂𝒍𝒊𝒂𝒏𝒐) 𝒐 𝑨𝒏𝒑𝒆𝒛𝒐 (𝒊𝒏 𝒍𝒂𝒅𝒊𝒏𝒐 𝒂𝒎𝒑𝒆𝒛𝒛𝒂𝒏𝒐)

È il nome originario del paese nella sua interezza, comprende i numerosi villaggi della conca ampezzana (es. Alverà, Chiave, Cortina, Mortisa, Ronco) e tutto il suo territorio (i boschi, i prati, le montagne).

Per questo ‘Ampezzo’ è stata la denominazione del comune fino al 1923, mentre ‘Anpezo’ è il nome ufficiale in lingua ladina. Come vedremo, l’attuale ‘Cortina d’Ampezzo’ si collega invece al villaggio-capoluogo della valle.

In altre valli ladine sono usate delle varianti del toponimo (es. ‘Anpeze’ in alcune parti del Cadore e ‘Ampëz’ in badiotto), e per gli amanti del 𝑙𝑎𝑡𝑖𝑛𝑜𝑟𝑢𝑚
esiste anche la versione latina: ‘Ampicium’ (o ‘Ampitium’ e varianti).

L’origine del nome Ampezzo/Anpezo è ancora molto dibattuta tra gli studiosi. La tesi più condivisa indica una radice prelatina *amp-/*amb-, che si ritroverebbe nel nome di varie piante arbustive. Sarebbe la stessa radice dell’italiano ‘lampone’, ma anche delle parole ladine (es. comelicense ‘ampiadés’, agordino ‘àmbie’) che indicano l’ontano alpino. Non godono invece di particolare favore le tesi – diffuse un tempo – che collegano il toponimo al latino ‘𝑎𝑚𝑝𝑙𝑖𝑢𝑚’ (‘ampio’) o ‘𝑎𝑑 𝑝𝑖𝑐𝑒𝑢𝑚’/’𝑖𝑛 𝑝𝑖𝑐𝑒𝑢𝑚’ (‘presso l’abete’).

Qualche dritta su come usare al meglio ‘Ampezzo/Anpezo’:

🏔la pronuncia locale è ‘Ampézzo’ (o ‘Anpézo’), con la ‘é’ chiusa come in ‘perché’. Spesso si sente dire ‘Ampèzzo’, con la ‘è’ aperta, ma è un errore, forse dovuto all’attrazione della parola ‘pezzo’;

🏔contro le regole dell’italiano, si preferisce la preposizione ‘in’ piuttosto che ‘a(d)’ (es. “Vado/abito in Ampezzo”, anziché “Vado/abito ad Ampezzo”). Questa particolarità peraltro non è isolata, a livello locale (es. “in Auronzo”, “in Agordo”), ed emerge anche altrove in Italia (es. “in Ancona”).

𝑪𝒐𝒓𝒕𝒊𝒏𝒂 (𝒅’𝑨𝒎𝒑𝒆𝒛𝒛𝒐)

Il toponimo ‘Cortina’ indica una parte specifica di Ampezzo, cioè il villaggio al centro della valle, dove si concentrano buona parte della vita pubblica (feste, manifestazioni) e delle istituzioni (Comune, parrocchia) del paese.

L’indicazione ‘Curtina Ampitii’ compare per la prima volta nel 1317, più tardi di quella di altri villaggi ampezzani (es. Crignes è menzionato già nel 1214, Salieto nel 1234, Pecol nel 1260), e resta secondaria fino al Novecento. Acquista improvvisamente importanza nel 1923, quando il regime fascista decide che la località ha bisogno di un 𝑟𝑒𝑏𝑟𝑎𝑛𝑑𝑖𝑛𝑔 patriottico, e – oltre ad annetterla alla Provincia di Belluno – cambia la denominazione del comune in ‘Cortina d’Ampezzo’.

Il toponimo probabilmente nasce tra il XII e il XIV secolo, quando ‘cortina’ era una parola di uso comune, molto diffusa nell’Italia centro-settentrionale, che indicava originariamente il muro di cinta che circondava una chiesa. Nei documenti medievali dell'area cadorina si parla spesso di ‘cortine’ (es. “cortina Sancti Viti de Cadubrio” nel 1363, o “cortina Sancti Martini” a Vigo nel 1176), e anche la prima menzione di una ‘cortina Sancti Jacobi’ ampezzana (1267) si riferisce probabilmente non ancora a un villaggio, ma proprio alla cinta della chiesa.

Per questo motivo ancora oggi in alcune varietà ladine e friulane ‘cortina’ o ‘curtina’ significa ‘cimitero’, e per la stessa ragione – oltre a quella d’Ampezzo – esistono numerose altre località con lo stesso nome, come Cortina sulla Strada del Vino (BZ), Cortina San Nicolò (AN), Cortina di Vermiglio (TN).

𝑯𝒂𝒚𝒅𝒆𝒏 (𝒐 𝑯𝒆𝒊𝒅𝒆𝒏 𝒆 𝒗𝒂𝒓𝒊𝒂𝒏𝒕𝒊)

È il nome tedesco di Ampezzo, oggi desueto, ma diffuso almeno dal Trecento e fino a inizio Novecento.

Visto che ‘Heiden’ vuol dire ‘pagani’, in passato qualcuno pensava che il nome fosse stato dato in tempi antichi dai pusteresi, perché gli ampezzani – al contrario loro – ancora non si erano convertiti al cristianesimo. ‘Heide’ però vuol dire anche ‘brughiera, prateria’, e probabilmente l’origine del nome è da ricondurre a questo significato. Una conferma indiretta ci arriva da un frate tedesco, che, nel 1484, riferendosi ad Ampezzo, lo traduce in latino come ‘Pratinum’ o ‘ad Prata’!

𝑹𝒆𝒈𝒊𝒏𝒂 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒆 𝑫𝒐𝒍𝒐𝒎𝒊𝒕𝒊

Con l’ascesa del turismo, al nostro paese è stato assegnato anche un soprannome: ‘Regina delle Dolomiti’, oggi condiviso (o conteso) con la Marmolada.

L’uso più antico del titolo pare sia collegato proprio alla vetta, che viene chiamata così almeno dagli anni ‘70 dell’Ottocento. Per trovare le prime attestazioni regali della conca ampezzana bisogna invece aspettare la conquista italiana e la promozione turistica di epoca fascista.

Talvolta viene usato anche il soprannome ‘Perla delle Dolomiti’, che è però più consolidato per la località auronzana di Misurina.

Il contenuto di questo articolo è stato reso possibile grazie al contributo finanziario di Cortinabanca, nell'ambito del progetto “Non solo Olimpiadi: storia, cultura e territorio di Cortina d’Ampezzo”. Le opinioni espresse appartengono, tuttavia, al solo o ai soli autori e non riflettono necessariamente le opinioni di Cortinabanca. Cortinabanca non può quindi esserne ritenuta responsabile

Post a cura di [pgbandion]

Link al testo nel bolg:https://crodap.blogspot.com

Nati su Instagram, scriviamo di storia e cultura della provincia di Belluno, avendo cura di dedicarci ad ogni suo territorio, alle sue tradizione e alle sue particolarità locali.

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