09/09/2026
C'è una cosa che osservo da tempo nel mondo creativo e che mi fa riflettere sempre di più.
Sembra che oggi “investire nella creatività” significhi comprare una macchina, due accessori, qualche materiale e aprire un profilo social.
E il pensiero, neanche troppo nascosto, è spesso:
“Se ce la fa lei, posso farlo anch'io.”
Certo che potete.
Nessuno ha l'esclusiva su un mestiere e chiunque ha il diritto di iniziare, imparare, sperimentare e magari trasformare una passione in un lavoro.
Ma comprare uno strumento non significa aver comprato anche competenza, esperienza, creatività e identità.
Una macchina si compra.
Una tecnica si impara.
Un materiale si trova.
Un'identità si costruisce.
E per costruirla servono tempo, ricerca, tentativi, errori, soldi buttati, materiali sbagliati, idee che non funzionano e la voglia di continuare a sperimentare finché quello che fate non inizia finalmente a parlare di voi.
Invece sembra che l'originalità sia diventata quasi un optional.
Si guarda cosa funziona.
Si cerca con cosa viene fatto.
Si trova il materiale.
Si compra la macchina.
Si replica.
E poi comincia la corsa al risparmio.
“Dove lo compri?”
“Chi è il tuo fornitore?”
“Dove costa meno?”
“Esiste un'alternativa più economica?”
“Come posso ottenere la stessa cosa spendendo meno?”
Tutto deve costare meno.
Poi, però, arriva il cliente e fa esattamente lo stesso ragionamento:
“Perché dovrei comprarlo da te se da un'altra parte costa meno?”
E improvvisamente il prezzo non va più bene come criterio di scelta.
Improvvisamente bisogna “riconoscere il valore”.
“Non capiscono quanto lavoro c'è dietro.”
“Non valorizzano l'handmade.”
“Guardano soltanto il prezzo.”
“Scelgono sempre chi costa meno.”
Ma se siete le prime a ragionare costantemente in termini di “come posso avere la stessa cosa spendendo meno?”, perché vi stupite quando il cliente applica esattamente lo stesso principio a voi?
E soprattutto, se proponete qualcosa di completamente intercambiabile con ciò che propongono altre dieci persone, cosa dovrebbe utilizzare il cliente per distinguervi?
Se il prodotto è lo stesso,
l'estetica è la stessa,
la comunicazione è la stessa,
l'idea è la stessa...
alla fine rimane una cosa molto semplice da confrontare:
IL PREZZI
Ed è per questo che l'originalità non è un vezzo.
L'originalità serve a non diventare sostituibili.**
Ma c'è un altro aspetto di questo mondo che trovo ancora più contraddittorio: il rapporto con la condivisione e con l'aiuto gratuito.
Perché sia chiaro:
chiedere aiuto va bene.
Chiedere un consiglio va bene.
Avere un dubbio e confrontarsi con qualcuno che ha più esperienza va bene.
E trovo bellissimo quando chi ha imparato qualcosa decide spontaneamente di condividere una parte delle proprie conoscenze con gli altri.
Il problema nasce quando un piccolo consiglio viene scambiato per disponibilità illimitata.
Quando:
“Posso chiederti una cosa?”
diventa la prima di trenta domande.
Quando un consiglio diventa un pomeriggio intero di messaggi.
Quando iniziano ad arrivare foto, prove, errori da correggere, impostazioni da controllare, procedimenti da spiegare passo dopo passo.
Quando non si sta più chiedendo:
“Mi dai un consiglio?”
ma, nei fatti:
“Mi insegni a fare questa cosa dall'inizio alla fine?”
Quella non è più una piccola richiesta di aiuto.
Quella è formazione.
E la formazione è un lavoro.
Così come lo è una consulenza.
Così come lo è seguire una persona individualmente, analizzare quello che sta facendo, capire dove sbaglia e accompagnarla passo dopo passo fino al risultato.
E no, il fatto che tutto questo avvenga tramite una chat non lo trasforma magicamente in qualcosa che non ha valore.
Anzi.
A volte quello che viene chiesto gratuitamente tramite messaggio equivale tranquillamente a **ore di consulenza privata.**
E poi c'è il capitolo dei codici sconto.
“Ho comprato utilizzando il tuo codice, quindi mi devi aiutare.”
No.
Se una persona è ambassador di un brand e mette a disposizione un codice sconto, è assolutamente normale che possa esserci supporto.
Un consiglio.
Un'indicazione.
Un aiuto su un dubbio.
Un suggerimento sul prodotto.
Ma utilizzare il codice sconto di un ambassador non significa aver acquistato un corso privato insieme al prodotto.
Non avete acquistato ore illimitate di assistenza personale.
Non avete acquistato una formazione individuale.
Non avete acquistato il diritto di mandare venti messaggi aspettandovi che qualcuno vi accompagni dall'apertura della scatola fino alla completa padronanza di una tecnica.
E soprattutto:
non avete acquistato il tempo dell'ambassador.
Un codice sconto implica sostegno e supporto nei limiti e nelle modalità che quella persona decide di offrire.
Non implica:
“Adesso insegnami gratuitamente tutto quello che sai.”
Perché dietro quel “mi spieghi un attimo?” a volte non c'è affatto un attimo.
Ci sono ore.
E quelle ore vengono sottratte al lavoro, agli ordini, ai clienti, alla creazione di contenuti, alla famiglia o semplicemente al tempo personale di qualcuno.
Perché, ahimè, chi fa davvero questo mestiere e ha un'attività con tanto di partita IVA non la tiene aperta per cambiare l'acqua alle piante.
Ha tasse.
Contributi.
Costi.
Software.
Attrezzature.
Materiali.
Commercialista.
Formazione.
Investimenti.
E deve lavorare.
Il suo tempo non diventa privo di valore soltanto perché avete accesso alla sua casella dei messaggi.
Ed è qui che torna la stessa contraddizione di prima.
Pretendete che il cliente riconosca il valore del vostro tempo.
Pretendete che capisca che non sta pagando soltanto il materiale.
Pretendete che riconosca l'esperienza che avete accumulato.
Pretendete che non chieda continuamente sconti.
Pretendete che rispetti il vostro lavoro.
E poi?
Quanto siete disposte a riconoscere il valore del lavoro degli altri?
Perché non potete pretendere che qualcuno riconosca economicamente i vostri anni di esperienza mentre considerate gli anni di esperienza di un'altra persona un enorme archivio gratuito dal quale attingere tramite DM.
Non potete dire:
“Il mio tempo si paga”
e contemporaneamente pensare:
“Tanto cosa le costa spiegarmelo?”
Le costa tempo.
E il tempo è esattamente quella cosa che chiedete agli altri di riconoscere quando devono pagare voi.
Questo non significa smettere di aiutarsi.
Al contrario.
Chiedete.
Confrontatevi.
Fate domande.
Scambiatevi consigli.
Create community.
Supportatevi.
Ma imparate anche a riconoscere il confine.
Il confine tra una domanda e una consulenza.
Tra un consiglio e una lezione.
Tra supportare qualcuno e formarlo.
Tra “mi dai una mano?” e “dedicami gratuitamente tre ore della tua giornata”.
E soprattutto imparate ad apprezzare ciò che qualcuno decide di condividere senza trasformare quella generosità in un obbligo.
Perché gratuito non significa dovuto.
Significa che qualcosa che aveva un valore vi è stato dato senza chiedervi nulla in cambio.
Ed è molto diverso.
Forse, alla fine, tutta questa riflessione ruota proprio intorno a una parola:
VALORE.
Il valore delle idee.
Il valore dell'originalità.
Il valore dell'esperienza.
Il valore del tempo.
Il valore del lavoro.
È molto facile parlare di valore quando bisogna convincere un cliente a riconoscere il proprio.
La parte difficile è riconoscerlo anche quando appartiene agli altri.
Quindi sì.
Comprate quella macchina.
Aprite quello small business.
Provate.
Sbagliate.
Chiedete consigli.
Imparate da chi ha iniziato prima.
Usate un codice sconto se vi permette di risparmiare.
Ma non confondete mai l'accessibilità degli strumenti con l'accessibilità illimitata alle persone.
E magari, invece di concentrare tutte le energie sul capire:
“Come posso fare quello che fa lei, possibilmente spendendo meno?”
provate ogni tanto a chiedervi:
“Che cosa posso costruire che abbia davvero qualcosa di mio?”
Perché una macchina si compra.
Un accessorio si compra.
Un materiale si compra.
Un corso, se serve, si compra.
L'identità creativa, invece, bisogna costruirsela.