ArteContemporanea Magazine

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21/05/2026

Arte contemporanea, innovazione e rigenerazione urbana ✨ Il Premio Ricoh continua a valorizzare i giovani talenti dell’arte contemporanea, creando un dialogo tra creatività, territorio e sostenibilità.

Quest’anno il vincitore è Alessandro Virdis con l’opera Terra Noa: un progetto che presto prenderà vita su un muro di Milano, trasformando lo spazio urbano in un’opera d’arte aperta a tutti 🎨🏙️

Un premio che negli anni ha unito istituzioni, artisti e imprese, grazie alla collaborazione tra Ricoh Italia, Art Relation di Milo Goj e Regione Lombardia.

L’Intelligenza Artificiale non sta più cambiando soltanto la tecnologia.Sta cambiando il concetto stesso di creatività.S...
21/05/2026

L’Intelligenza Artificiale non sta più cambiando soltanto la tecnologia.
Sta cambiando il concetto stesso di creatività.

Siamo passati dai sistemi che generano contenuti ai primi modelli di intelligenza agentiva:
macchine capaci di organizzare processi, prendere decisioni operative e agire con un’autonomia sempre maggiore.

È un passaggio destinato a trasformare profondamente:
arte, cultura, lavoro creativo e rapporto uomo-macchina.

Ma la vera domanda è:

Cosa resterà umano nella creatività del futuro?
E gli artisti saranno sostituiti… oppure diventeranno qualcosa di completamente nuovo?

Ne parleremo con Riccardo Manzotti e Simone Rossi, autori del libro “Lo Tsunami IA & IO”, in una nuova conversazione di ArteContemporanea Magazine.

📍 IN DIRETTA
Venerdì 22 maggio 2026 — ore 18.30

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𝗗𝗔𝗡𝗧𝗘 𝗦𝗜 𝗣𝗘𝗥𝗗𝗘𝗡𝗘𝗟 𝗦𝗢𝗚𝗡𝗢 𝗚𝗢𝗧𝗜𝗖𝗢 𝗗𝗜 𝗔𝗣𝗣𝗥𝗜𝗢𝗨𝗔 𝗣𝗔𝗟𝗔𝗭𝗭𝗢 𝗦𝗧𝗥𝗢𝗭𝗭𝗜𝗜𝗟 𝗕𝗥𝗢𝗡𝗭𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟’𝗜𝗡𝗙𝗘𝗥𝗡𝗢Di Titti Giuliani Foti🖍️C’è Dante, certo...
21/05/2026

𝗗𝗔𝗡𝗧𝗘 𝗦𝗜 𝗣𝗘𝗥𝗗𝗘
𝗡𝗘𝗟 𝗦𝗢𝗚𝗡𝗢 𝗚𝗢𝗧𝗜𝗖𝗢
𝗗𝗜 𝗔𝗣𝗣𝗥𝗜𝗢𝗨
𝗔 𝗣𝗔𝗟𝗔𝗭𝗭𝗢 𝗦𝗧𝗥𝗢𝗭𝗭𝗜
𝗜𝗟 𝗕𝗥𝗢𝗡𝗭𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟’𝗜𝗡𝗙𝗘𝗥𝗡𝗢

Di Titti Giuliani Foti🖍️

C’è Dante, certo. Ma forse più come nobile che come presenza reale. Perché entrando in “Canto infinito” - - 2026- la mostra dello scultore francese Jean‑Marie Appriou negli spazi di Palazzo Strozzi, quello che travolge davvero è un immaginario , e che sembra uscito da una cattedrale visionaria più che dalla Divina Commedia. Eppure funziona. Eccome se funziona.
Le grandi strutture in bronzo, ferro e rame non stanno ferme: oscillano, , ruotano quando vengono sfiorate, modificando la percezione della scena e persino il delle formelle. È lì che il lavoro diventa interessante: , serpenti, animali marini, fiori e cesellati a bassorilievo sembrano uscire dalla materia per entrare in una dimensione narrativa quasi organica, viva, inquieta.
La opera centrale pesa tonnellate ma riesce ad avere una leggerezza sorprendente, qualità rarissima nella scultura monumentale, spesso schiacciata dalla propria ambizione. Qui invece il gigantismo non soffoca il dettaglio.
Il , semmai, è voler infilare Dante dappertutto. L’Inferno, il Paradiso, le soglie cosmiche: tutto molto suggestivo, ma il cuore della mostra sembra stare altrove, tra William Blake, la oscura, l’Egitto e un gusto quasi nordico. Dante diventa una specie di lasciapassare culturale per entrare in un universo che in realtà parla un’altra lingua. Letteralmente, viene da dire.
Perché fa sorridere — e un po’ riflettere — che l’artista, di essere accolto a Firenze, non spiccichi una parola d’italiano mentre dialoga con , e la tradizione scultorea toscana. Ma anche questo, in fondo, è il contemporaneo: internazionale, spettacolare, colto e vagamente disallineato.
Resta il fatto che la mostra si guarda con piacere e . E dietro questa operazione c’è ancora una volta l’intuizione di big , probabilmente il più abile manager -e non solo italiano -dell’arte contemporanea nel Firenze in un teatro dove il passato viene continuamente rimesso in scena. Anche quando Dante, forse, avrebbe preferito starsene fuori. Da vedere

𝗣𝗔𝗡𝗡𝗢𝗖𝗖𝗛𝗜𝗘𝗧𝗧𝗜 : 𝗟𝗔 𝗟𝗜𝗡𝗘𝗔𝗖𝗛𝗘 𝗘𝗦𝗖𝗘 𝗗𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗧𝗘𝗟𝗔𝗘 𝗜𝗠𝗣𝗔𝗥𝗢̀’ 𝗔 𝗩𝗢𝗟𝗔𝗥𝗘𝗟𝗜𝗕𝗘𝗥𝗔 𝗘’ 𝗟𝗔 𝗠𝗔𝗧𝗘𝗥𝗜𝗔C’è un momento, nell’opera di Carmelo ...
17/05/2026

𝗣𝗔𝗡𝗡𝗢𝗖𝗖𝗛𝗜𝗘𝗧𝗧𝗜 : 𝗟𝗔 𝗟𝗜𝗡𝗘𝗔
𝗖𝗛𝗘 𝗘𝗦𝗖𝗘 𝗗𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗧𝗘𝗟𝗔
𝗘 𝗜𝗠𝗣𝗔𝗥𝗢̀’ 𝗔 𝗩𝗢𝗟𝗔𝗥𝗘
𝗟𝗜𝗕𝗘𝗥𝗔 𝗘’ 𝗟𝗔 𝗠𝗔𝗧𝗘𝗥𝗜𝗔
C’è un momento, nell’opera di Carmelo , in cui la pittura smette di essere superficie e decide di attraversare lo spazio. La linea non resta imprigionata dentro il quadro: si tende, vibra, si solleva, cerca aria. È come se l’artista avesse preso il segno stesso del disegno e lo avesse liberato dalla .
Siciliano di origine, ma da anni operante a Firenze, Ara’ costruisce un linguaggio personale dove la all’uovo, la materia ceramica e la scultura convivono in un equilibrio , quasi ludico. Le sue opere sembrano nascere da una necessità precisa: sottrarre l’arte alla pesantezza che troppo spesso la circonda.
Le escono dalla tela, si innestano su supporti ceramici, diventano presenza fisica. Non più soltanto pittura, ma nello spazio. La materia, cotta e lavorata dall’artista stesso, prende vita in forme che ricordano animali fantastici, creature immaginarie, apparizioni ironiche e poetiche insieme. Ogni elemento vibra, si muove , come attraversato da un’energia interna.
È proprio questa a rendere il lavoro di Ara’ profondamente : l’opera non vuole imporsi, ma giocare con chi guarda. Non cerca monumentalità, né retorica. Cerca leggerezza.
In questo senso, il lavoro di Ara’ possiede qualcosa di e insieme disarmante. Mentre una pletora di critici vorrebbe includerlo nei propri circuiti, l’artista continua a una distanza istintiva dal sistema. Non rincorre il mercato, non costruisce strategie. Spesso le opere, più che venderle, le regala. Un gesto raro, che racconta molto della sua visione dell’arte: non possesso, ma condivisione.
Le sue , cotte personalmente, conservano il calore della manualità e il carattere quasi domestico dell’invenzione poetica. Nulla appare o calcolato. Tutto sembra nascere da un impulso organico, libero, felicemente imperfetto.
Ed è forse qui il nucleo più autentico della sua ricerca: fare uscire l’arte dalla sua simbolica e restituirla al movimento, al gioco, alla gioia. Come una linea che finalmente smette di ai bordi della tela e decide di continuare altrove.

Titti Giuliani Foti🖍️

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𝗣𝗔𝗡𝗘 𝗦𝗣𝗘𝗭𝗭𝗔𝗧𝗢𝗗𝗜 𝗡𝗔𝗥𝗜𝗡𝗘 𝗔𝗥𝗔𝗞𝗘𝗟𝗜𝗔𝗡𝗟𝗔 𝗣𝗜𝗘𝗧𝗥𝗔 𝗖𝗛𝗘 𝗜𝗡𝗧𝗘𝗥𝗥𝗢𝗚𝗔𝗜𝗟 𝗡𝗢𝗦𝗧𝗥𝗢 𝗧𝗘𝗠𝗣𝗢 Negli spazi dell’ Accademia delle Arti del Disegn...
15/05/2026

𝗣𝗔𝗡𝗘 𝗦𝗣𝗘𝗭𝗭𝗔𝗧𝗢
𝗗𝗜 𝗡𝗔𝗥𝗜𝗡𝗘 𝗔𝗥𝗔𝗞𝗘𝗟𝗜𝗔𝗡
𝗟𝗔 𝗣𝗜𝗘𝗧𝗥𝗔 𝗖𝗛𝗘 𝗜𝗡𝗧𝗘𝗥𝗥𝗢𝗚𝗔
𝗜𝗟 𝗡𝗢𝗦𝗧𝗥𝗢 𝗧𝗘𝗠𝗣𝗢
Negli spazi dell’ Accademia delle Arti del Disegno arriva 'Pane', la nuova dell’artista Narine Arakelian, aperta fino al 30 maggio. Al centro dell’esposizione una grande scultura in tufo rosa proveniente dall’Armenia: tredici che evocano l’Ultima Cena e trasformano la pietra in simbolo di sacrificio, memoria e ricerca di unità.
Tra segni ispirati alla digitale, richiami alle criptovalute e citazioni come “to be or not to be”, l’opera diventa una potente sul rapporto tra spiritualità, materia e fragilità .
Ma 'Pane' è soprattutto una sul significato del nutrimento nel nostro tempo. Non soltanto il pane quotidiano come bisogno materiale, ma ciò di cui oggi ci alimentiamo spiritualmente, e persino digitalmente. I segni scolpiti sulla pietra, ispirati alla simbologia delle e ai linguaggi della tecnologia, raccontano infatti una società che cerca sicurezza in sistemi astratti, spesso lontani dalla concretezza della vita reale e dai essenziali dell’uomo.
L’opera mette così in dialogo sacro e contemporaneo, povertà e consumo, memoria e futuro, il rapporto tra ciò che ci sostiene davvero e ciò che invece rischia di svuotare il senso stesso della comunità . Dunque un che intreccia arte, identità e sopravvivenza, ispirandosi tanto all’architettura armena quanto ai vuoti scolpiti nella pietra di Matera. Accanto alla trovano spazio video, pitture e installazioni recenti, in una mostra che — come la presidente dell’Accademia Cristina Acidini — racconta “apprensione ma anche fiducia nella dell’umanità”. Davvero da non perdere.

( Titti Giuliani Foti🖍️)

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𝗠𝗔𝗚𝗚𝗜𝗢 𝗔𝗟𝗟𝗘 𝗠𝗨𝗥𝗔𝗧𝗘𝗜𝗟 𝗠𝗨𝗦𝗘𝗢 𝗖𝗢𝗠𝗘 𝗖𝗢𝗥𝗣𝗢 𝗩𝗜𝗩𝗢𝗔𝗥𝗧𝗘 𝗘 𝗖𝗢𝗠𝗨𝗡𝗜𝗧𝗔̀𝗧𝗥𝗔 𝗣𝗥𝗔𝗧𝗜𝗖𝗛𝗘 𝗘 𝗣𝗥𝗘𝗦𝗘𝗡𝗭𝗘𝗟𝗔 𝗖𝗜𝗧𝗧𝗔̀' 𝗦𝗜 𝗥𝗔𝗖𝗖𝗢𝗡𝗧𝗔Nel fitto calenda...
06/05/2026

𝗠𝗔𝗚𝗚𝗜𝗢 𝗔𝗟𝗟𝗘 𝗠𝗨𝗥𝗔𝗧𝗘
𝗜𝗟 𝗠𝗨𝗦𝗘𝗢 𝗖𝗢𝗠𝗘 𝗖𝗢𝗥𝗣𝗢 𝗩𝗜𝗩𝗢
𝗔𝗥𝗧𝗘 𝗘 𝗖𝗢𝗠𝗨𝗡𝗜𝗧𝗔̀
𝗧𝗥𝗔 𝗣𝗥𝗔𝗧𝗜𝗖𝗛𝗘 𝗘 𝗣𝗥𝗘𝗦𝗘𝗡𝗭𝗘
𝗟𝗔 𝗖𝗜𝗧𝗧𝗔̀' 𝗦𝗜 𝗥𝗔𝗖𝗖𝗢𝗡𝗧𝗔
Nel fitto calendario di maggio, Murate Art District si conferma come uno dei dispositivi più sensibili e reattivi del contemporaneo fiorentino: non un semplice contenitore di eventi, ma una piattaforma in cui l’arte si misura con il vivo della città, attraversando i territori dell’inclusione e della partecipazione.
Mostre, e incontri si articolano come pratiche relazionali, capaci di trasformare lo spazio espositivo in un di esperienza condivisa. In questo contesto si inserisce il ciclo “Embodied Museums”, curato da Valentina , che interroga con lucidità il concetto stesso di museo, sottraendolo alla fissità istituzionale per restituirlo a una dimensione organica, quasi biologica.
L’appuntamento di mercoledì 20 alle 17:30 con Andrea rappresenta un nodo teorico di particolare rilievo: la sua lectio, in dialogo con l’Accademia di Belle Arti di Firenze e con le prospettive della DHGP del Ministero della Cultura, si configura come una riflessione sul digitale non solo come archivio, ma come processo in divenire, capace di attivare nuove forme di conoscenza e di relazione.
Alle ormai luogo iconico e di riferimento per l'arte contemporanea in Italia, dunque, il museo non si visita: si , si abita, si mette in discussione. Ed è proprio in questa tensione tra istituzione e corpo, tra memoria e presente, che il programma di maggio trova la sua urgenza più autentica.
( 🖍️)

𝗔𝗡𝗡𝗔 𝗠𝗘𝗥𝗟𝗢𝗧𝗧𝗜 𝗦𝗠𝗢𝗡𝗧𝗔 𝗟𝗘 𝗡𝗢𝗦𝗧𝗥𝗘 𝗖𝗘𝗥𝗧𝗘𝗭𝗭𝗘𝗜𝗡𝗙𝗔𝗡𝗭𝗜𝗔, 𝗠𝗘𝗠𝗢𝗥𝗜𝗔 𝗘 𝗜𝗗𝗘𝗡𝗧𝗜𝗧À𝗨𝗡𝗔 𝗠𝗢𝗦𝗧𝗥𝗔 𝗖𝗛𝗘 𝗣𝗔𝗥𝗟𝗔 𝗣𝗜𝗔𝗡𝗢 𝗠𝗔 𝗖𝗢𝗟𝗣𝗜𝗦𝗖𝗘 𝗙𝗢𝗥𝗧𝗘Alla  .ea...
04/05/2026

𝗔𝗡𝗡𝗔 𝗠𝗘𝗥𝗟𝗢𝗧𝗧𝗜 𝗦𝗠𝗢𝗡𝗧𝗔
𝗟𝗘 𝗡𝗢𝗦𝗧𝗥𝗘 𝗖𝗘𝗥𝗧𝗘𝗭𝗭𝗘
𝗜𝗡𝗙𝗔𝗡𝗭𝗜𝗔, 𝗠𝗘𝗠𝗢𝗥𝗜𝗔 𝗘 𝗜𝗗𝗘𝗡𝗧𝗜𝗧À
𝗨𝗡𝗔 𝗠𝗢𝗦𝗧𝗥𝗔 𝗖𝗛𝗘 𝗣𝗔𝗥𝗟𝗔 𝗣𝗜𝗔𝗡𝗢
𝗠𝗔 𝗖𝗢𝗟𝗣𝗜𝗦𝗖𝗘 𝗙𝗢𝗥𝗧𝗘
Alla .east Gallery di Firenze, la giovane artista Anna presenta “Babbo Noé e la sua famiglia”, una mostra che, dietro un’apparenza delicata e quasi , nasconde una riflessione sorprendentemente .
Colori pastello, giochi, figure che sembrano da un quaderno d’infanzia: tutto suggerisce tenerezza. Ma è un inganno gentile. Basta soffermarsi un istante in più per accorgersi che si incrina, che sotto la superficie scorre una domanda più scomoda: quanto di ciò che siamo è davvero nostro?
Merlotti, ma già ben determinata, scava nell’universo delle nostre con un tratto che può sembrare esitante, quasi titubante come quello dei bambini, ma che rivela invece una direzione precisa. Ed è proprio in questa apparente ingenuità che risiede la forza del suo .
Il messaggio, universale e disarmante, arriva chiaro: noi siamo, in fondo, ciò che siamo stati. La nostra non è che il risultato di una fantasia costruita, indotta, appresa senza che ce ne .
E allora ecco comparire aeroplanini, sedie, orsetti, cavalli, volti: elementi che diventano insieme materia didattica e artistica. Oggetti e figure che non sono solo ricordi, ma strumenti attraverso cui leggere — e forse — la nostra formazione.
L’acrilico è usato con sicurezza, quasi con naturalezza, a un linguaggio che sceglie volutamente l’infanzia non come rifugio, ma come chiave critica. Perché sì, è infantile — nel senso più serio del termine — tornare a quel gesto spontaneo, libero, non ancora, come.dire, .
A conferma dell’attenzione che la mostra sta suscitando, è stata visitata anche dall’assessora alla cultura della Regione Toscana , da sempre attenta e sensibile alle realtà artistiche più giovani.
Una che non alza mai la voce, ma proprio per questo lascia il segno. E, con discrezione, si insinua dove conta davvero.
Da non perdere.
𝗕𝗔𝗕𝗕𝗢 𝗡𝗢È
𝗕.𝗘𝗔𝗦𝗧 𝗚𝗔𝗟𝗟𝗘𝗥𝗬
𝗩𝗜𝗔 𝗗𝗜 𝗠𝗘𝗭𝗭𝗢
𝗙𝗜𝗥𝗘𝗡𝗭𝗘

(Titti Giuliani Foti 🖍️)

Indirizzo

Piazza Città Di Lombardia 1
Milan
20124

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