Leggende, storie e curiosità siciliane

Leggende, storie e curiosità siciliane Questa pagina è un viaggio nel cuore della Sicilia, isola incantevole che custodisce una ricca eredità di storie, curiosità e leggende.

Scopri i racconti affascinanti e i luoghi straordinari che fanno della Sicilia una gemma nel Mediterraneo.

Fra qualche settimana uscirà il mio primo romanzo. Siamo a Terranova, nel 1643, in una Sicilia fatta di confessioni, seg...
21/09/2026

Fra qualche settimana uscirà il mio primo romanzo.

Siamo a Terranova, nel 1643, in una Sicilia fatta di confessioni, segreti, famiglie, potere e silenzi che durano una vita.

Al centro della storia c’è Nina Gregni, una donna costretta a convivere con ciò che ha fatto e dall’altra parte Padre Gulliotta, sacerdote di origini modicane che in quarant’anni ha raccolto nel confessionale i peccati di un intero paese.

Tra loro comincia una partita fatta di sospetti, intuizioni e mosse calcolate, mentre intorno si muovono personaggi che custodiscono ciascuno il proprio segreto e una Terranova seicentesca che diventa parte viva della storia.

È un romanzo storico, ma soprattutto un duello psicologico, costruito sul confine sottile tra ciò che si sa, ciò che si sospetta e ciò che si riesce a nascondere.

Presto vi racconterò molto di più.

Daniele Maganuco

30/08/2026

Voi sapete come i gelesi chiamano Maria Santissima dell’Alemanna?

Questa sera abbiamo organizzato una versione Summer del Ghost Tour.Chi vuole partecipare, mi dia conferma.Daniele
17/08/2026

Questa sera abbiamo organizzato una versione Summer del Ghost Tour.
Chi vuole partecipare, mi dia conferma.
Daniele

Il palazzo degli Sciandra stava in cima al paese, con attorno il feudo che si allungava a perdita d'occhio. Sotto, si ap...
04/08/2026

Il palazzo degli Sciandra stava in cima al paese, con attorno il feudo che si allungava a perdita d'occhio. Sotto, si apriva il vallone, e il vallone tagliava la roba della famiglia in due parti.
Di qua c'erano le vigne, i mandorli, il palmento con la vasca di pietra e quattro case a terra affittate ai massari. Di là c'erano il grano, la mandria, l'abbeveratoio e i magazzini.
I massari e i voddrani distinguevano il feudo in cca banna e dda banna, e tanto bastava.
Lo dicevano anche i campieri, lo dicevano le donne quando andavano a fare sulami.

Quando è il popolo a battezzare, poi i nomi restano.
Dentro il palazzo c'era una scala di pietra bianca, larga che ci passavano tre uomini affiancati, trentadue gradini e il pianerottolo in cima.
Sul pianerottolo si apriva una finestra, e da quella finestra si vedeva tutto insieme: la vallata, il fiume sottile che d'estate diventava un filo, le vigne di qua e il grano di là. Era l'unico punto della casa da cui si abbracciava la roba con un occhio solo.
Donna Rosalia aveva passato i novanta e mischina era piena di acciacchi.

Era rimasta vedova di don Vincenzo Sciandra che ancora aveva i capelli neri, e da quel giorno le chiavi le aveva tenute lei, appese alla cintura, che si sentiva arrivare dal rumore prima ancora che dalla voce. Contava i sacchi di mandorle, contava le salme di grano, sapeva a memoria quanti olivi c'erano nella lenza di sotto e quali quell'anno dovevano caricarsi di olive.
I massari la temevano più di quanto avessero temuto il marito, perché il barone ogni tanto lasciava perdere e lei mai.
Il figlio, don Asparino, se l'era portato una tinta febbre a quarantun anni, in tre settimane, in una estate che ricordarono per anni. Non aveva lasciato figli. Aveva lasciato una moglie.
Così nel palazzo restarono due donne sole, la vecchia e la nuora, e una servitù che camminava scalza per non fare rumore.

L'unica debolezza che donna Rosalia si concedeva era la naca. Era una sedia a dondolo di noce, fatta da un mastro d'ascia giudio, e la chiamava così perché diceva che alla sua età uno torna criaturu e ha bisogno di essere cullato.

Ci si sedeva dopo mangiato, si copriva le gambe con uno scialle pesante pure a giugno, e chiudeva gli occhi. E Pina, la serva anziana che stava in quella casa da cinquant'anni, gliela spingeva piano con il piede finché la padrona si addormentava.
Giovanna era arrivata in quel palazzo con una dote grossa ma senza titolo.
Suo padre aveva fatto i soldi commercializzando grano, e i soldi da soli il cognome nobile lo lasciavano fuori dalla porta.
Il cognome glielo aveva dato don Asparino.

Per dieci anni era stata la moglie del figlio del barone e per dieci anni non era stata padrona di niente, perché in quella casa la padrona era una sola. Poi il marito morì, e Giovanna si trovò a essere una vedova dentro una casa e un feudo che sulla carta appartenevano tutti a una donna di novant'anni.
Il paese sapeva pure il resto. Si sapeva che donna Rosalia parlava di lasciare le proprietà alla Chiesa Madre per le messe dell'anima del marito e del figlio. Si sapeva che i cugini di Piazza scrivevano lettere lunghe due pagine con dentro molta salute e molto affetto. Si sapeva che il notaro era stato chiamato al palazzo due volte in un anno e che tutte e due le volte se n'era andato senza scrivere niente, perché la vecchia ci ripensava sempre all'ultimo.

Giovanna faceva i conti la notte, con gli occhi aperti sul soffitto. La suocera poteva campare altri cinque anni. E se avesse lasciato tutto alla Chiesa?
Fu allora che le venne il pensiero storto. E i pensieri storti hanno questo di terribile, che si presentano vestiti da gentilezza.
«Baronessa» le disse un giorno, mentre la aiutava a mettersi lo scialle, «vossia se ne sta chiusa in questa camera come una monaca. E la finestra del pianerottolo? Da là si vede tutta la roba, cca banna e dda banna. Vi ci faccio portare la naca, così vi pigliate il sole e vi guardate le vostre cose».
Alla vecchia gli occhi si accesero come a una picciridda.

La naca la portarono su un martedì di ottobre, che era una giornata di quelle chiare di Sicilia, con l'aria pulita dopo la pioggia e i monti lontani che sembravano vicini.
La misero sul pianerottolo, davanti alla finestra aperta. Giovanna la sistemò lei stessa, con le sue mani, e la girò appena appena, quanto bastava perché la vecchia potesse vedere di qua le vigne e di là il grano senza voltare la testa, che con il collo ormai duro girarsi le costava. La girò e la portò avanti di un palmo. Poi di un altro palmo.
I pattini di legno finirono a quattro dita dal primo gradino.

Sotto la naca, da sempre, ci stava un ceppo di ferro che il mastro d'ascia aveva fatto apposta, un fermo che si infilava davanti ai pattini per bloccarli quando la vecchia si addormentava. Giovanna lo levò e lo posò dietro la porta della camera, come si posa una cosa che si è appena finito di usare.
Poi mandò Pina alla novena a farsi il rosario.
«Vai, che alla baronessa ci penso io. E passa dal mulino che domani serve la farina.»
Quello che successe dopo lo sanno le sedie a dondolo e lo sa chi ci si è seduto. Una naca, quando la si culla, cammina. Piano, un dito alla volta, si mangia il pavimento sotto di sé. Donna Rosalia dondolava e si addormentava, e ogni dondolo era un pezzetto di viaggio.
Il rumore lo sentirono fino alla stalla. Un colpo secco, poi una specie di rullo lungo, legno e pietra, legno e pietra, trentadue volte, e in mezzo la voce della vecchia che gridò una volta sola.
La trovarono in fondo alla scala, dentro lo scialle, con la naca rovesciata di traverso e un pattino spezzato.

Era viva. Aveva un braccio piegato dalla parte sbagliata e il sangue che le usciva dall'orecchio, e respirava con un rumore che il dottore, quando arrivò, riconobbe subito per quello che era.
Giovanna gridò più di tutti. Mandò Turiddu il campiere a chiamare il dottore Miccichè e, senza che nessuno glielo suggerisse, mandò pure a chiamare il notaro don Peppino Curella, giù al Corso. Poi si mise a piangere in ginocchio sull'ultimo gradino, e chi entrava la trovava così.
La portarono di sopra in quattro, sul letto grande di ferro battuto. Il dottore le tastò la testa, guardò gli occhi e fece con la faccia quel movimento appena appena che i medici fanno invece di parlare. Al prete che era arrivato con l'olio santo disse due parole all'orecchio, e il prete cominciò.
La camera si riempì. C'erano i massari con la coppola in mano sulla porta, c'era Pina tornata di corsa dalla novena con lo scialle ancora addosso, c'erano due vicine, c'era il campiere. E c'era Giovanna, ai piedi del letto, con il velo nero già tirato sulla testa.

Il notaro arrivò con la borsa, il calamaio e i fogli. Aveva fatto quel mestiere per trent'anni e sapeva che in quelle stanze si entra di fretta e si scrive adagio. Prese una sedia, la avvicinò al capezzale, si sedette e si mise il foglio sulle ginocchia.
Poi fece la domanda che aveva fatto centinaia di volte, con la voce alta e chiara che si usa con i vecchi e con i moribondi.
«Donna Rosalia, mi sentite? Sono don Peppino, il notaro. Vossia è patruna. Che volete fare delle vostre proprietà?»

La vecchia aprì gli occhi.
Pina giurò sempre che quegli occhi si mossero per la stanza cercando qualcosa, e che quando trovarono quello che cercavano si fermarono e diventarono duri. Erano fermi ai piedi del letto, dove stava Giovanna con il velo.
Donna Rosalia raccolse tutta l'aria che le era rimasta in petto. Con un filo di voce, staccando le parole una dall'altra come chi porta un peso e ogni tanto lo posa, disse:
«Cca banna... dda banna... ma nora Giuvanna...»
Nella stanza scese quel silenzio che fa più rumore delle grida.

Il notaro tenne la penna sospesa un attimo solo. Poi scrisse.
Perché lui, don Peppino Curella, aveva sentito una cosa sola, e quella cosa era la cosa che si aspettava di sentire: le terre chiamate di cca banna, le case chiamate di dda banna, e il nome di chi le doveva avere. A nora Giuvanna. Alla nuora Giovanna.

E la differenza tra un'accusa e un lascito stava tutta dentro un fiato che non c'era più.
Il notaro si alzò in piedi, si schiarì la gola e lesse forte, come vuole la legge, davanti ai testimoni:
«Ho raccolto le volontà della signora baronessa donna Rosalia Sciandra, la quale lascia le terre e le case di cca banna e di dda banna a sua nuora Giovanna.»

Donna Rosalia sollevò la mano dal lenzuolo.
La sollevò di due dita, forse tre, e il dito indice si mosse verso i piedi del letto. Rimase così un momento, con il braccio che tremava e la bocca aperta, e da quella bocca uscì solo aria.

Poi la mano ricadde.

Il dottore Miccichè si chinò, e le chiuse gli occhi con il pollice.
Le sue ultime parole erano un'accusa e sulla carta restarono un lascito.

Per questo, quando uno si mette a spiegare le sue ragioni con la faccia accalorata e le mani che volano, e la cosa è già successa, la firma è già data, il danno è già fatto, in Sicilia lo fermano con
cinque parole:

«Cca banna, dda banna, ma Nora Giuvanna.»

Che vuol dire: parla quanto vuoi. Gira, vota e furrìa, la conclusione è sempre la stessa.

28/07/2026

Libello umano, troppo umano.
Di Ch Zarcone

27/07/2026

Dopo 29 anni i reperti archeologici hanno iniziato a tornare a Gela.
Per anni i cittadini hanno chiesto questo rientro, e oggi è arrivato grazie alla sinergia tra il Parco Archeologico, al direttore e mio fraterno amico Ennio Turco, la Soprintendenza dei Beni Culturali di Caltanissetta, l'Assessorato regionale ai Beni Culturali e il Deputato Totò Scuvera con cui mi onoro di collaborare.
Bentornati a casa.

Oggi al caldo gli danno un nome. Caronte, Minosse, Cerbero, e ogni anno ne inventano uno nuovo, come se dall'Africa sbar...
29/06/2026

Oggi al caldo gli danno un nome. Caronte, Minosse, Cerbero, e ogni anno ne inventano uno nuovo, come se dall'Africa sbarcasse un mostro diverso a stagione.

I telegiornali aprono con le cartine rosse, gli inviti a non uscire nelle ore più calde, a proteggere i soggetti deboli dalla calura e i bollettini del ministero.

La gente si lamenta nei bar a condizionatore acceso, fotografa il termometro sul cruscotto per pubblicarlo sui social e giura che un caldo così non s'è mai visto.

Bazzecole.

Il caldo vero io l'ho conosciuto, e forse anche voi, e non aveva nome. Nessuno lo battezzò.

Fu l'agosto del 1999 e, in quei giorni, a Catenanuova in provincia di Enna, il termometro segnò quarantotto gradi e mezzo: il numero più alto mai scritto in tutta Europa.

Ma noi, che eravamo a Mangiova, i numeri li leggevamo da un termometro industriale con le lancette che avevano regalato a mio nonno e che avevamo appeso con due chiodi al muro, sotto la veranda del caseggiato dei Callea.

Avevo quindici anni. Mi muovevo con una vecchia Vespa PK blu senza targa che tenevo solo per le trazzere e, in quelle settimane, la terra era talmente arsa che la polvere sotto le ruote pareva cenere.

Di giorno io e mio fratello, che ne aveva undici, ci buttavamo secchiate d'acqua addosso e, dopo un quarto d'ora, eravamo di nuovo asciutti.

La notte non si dormiva. Si girava col PK per le trazzere di Burgio e Mangiova. Passavamo e ripassavamo davanti ai canneti del torrente Comunelli, davanti alle paragne di melograni, perché lì, vicino a quelle piante, l'aria era appena più fresca e questo ci bastava per respirare.

Fu in una di quelle mattine che vedemmo passare l'ambulanza. Era il 10 agosto 1999. Andava veloce, verso le Lenze a Fimmina.

Questo me lo ricordo bene: a sirena spiegata.

La seguimmo con la Vespa, a distanza, fino al ponte che attraversa il torrente poco sotto la diga Comunelli. Là c'era già gente ferma, due o tre uomini con le mani in tasca e una donna che si teneva il grembiule bianco sulla faccia per asciugarsi il sudore.

Un signore anziano, con la testa dura come le timpe, se n'era fregato del caldo africano e quella mattina era salito sul fico, come faceva ogni estate, prima che i carcarazzi gli mangiassero i frutti.

Credetemi, in quell'agosto il fresco non c'era manco all'alba. Il sole alle sette già picchiava e, alle nove, la campagna era una fornace accesa.

Lui era rimasto su, tra i rami, con la canestra mezza piena, e nessuno se n'era accorto fino a quando la moglie non aveva chiamato i soccorsi perché non era rientrato a casa.

Lo trovarono così. Non caduto a terra: appeso. Una gamba incastrata nella forcella del ramo, il corpo riverso in avanti, come se si fosse addormentato sul lavoro.

La canestra ancora attaccata al braccio. I fichi che aveva raccolto, belli maturi, già si stavano cuocendo al sole insieme a lui.

«Un colpo di calore», disse uno degli uomini accorsi.

Una parola così pulita per una cosa così. Il cuore di un vecchio che, a quarantotto gradi, non regge mentre fa l'unica cosa che ha fatto per ogni estate.

Io e mio fratello restammo dietro, sulla Vespa, senza scendere. Non dicemmo niente.

Avevo quindici anni e, per la prima volta, capii che quel caldo lì, quello che a noi sembrava soltanto un gioco di secchiate d'acqua e di corse notturne tra le campagne, agli altri poteva togliere la vita.

22/06/2026

Ritorna il primo escape in the road di Sicilia.

17/06/2026

Muculufa torna a parlare. Sabato 20 giugno, a Gela, all'ex Chiesa San Giovanni Battista, va in scena il secondo convegno sull'antico sito dell'età del bronzo che domina le terre di Butera. Archeologia, geologia, natura e paesaggio.
Sotto quella cresta di roccia ci sono quattromila anni di storia. Una necropoli con oltre duecento tombe, il santuario della cultura di Castelluccio, il vasellame dipinto del celebre Maestro della Muculufa. Ospite d'onore Brian McConnell, l'archeologo americano che il sito l'ha scavato con le sue mani.
Poi, all'alba di domenica 21 giugno, arriva il solstizio. E il sole torna a sorgere sopra la Muculufa come sorgeva quattromila anni fa.
Veni puru tu.
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12/06/2026

Giovedì 18 giugno alle ore 21:00 sarò al Vano 66 per una nuova tappa di "Ti cuntu un cuntu", il format culturale dedicato alle storie, alle leggende e alle tradizioni della nostra terra.
Una serata tra racconti popolari, personaggi dimenticati, credenze antiche e curiosità siciliane, in un luogo che unisce cultura, convivialità e identità.

Indirizzo

Gela
93012

Sito Web

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