04/08/2026
Il palazzo degli Sciandra stava in cima al paese, con attorno il feudo che si allungava a perdita d'occhio. Sotto, si apriva il vallone, e il vallone tagliava la roba della famiglia in due parti.
Di qua c'erano le vigne, i mandorli, il palmento con la vasca di pietra e quattro case a terra affittate ai massari. Di là c'erano il grano, la mandria, l'abbeveratoio e i magazzini.
I massari e i voddrani distinguevano il feudo in cca banna e dda banna, e tanto bastava.
Lo dicevano anche i campieri, lo dicevano le donne quando andavano a fare sulami.
Quando è il popolo a battezzare, poi i nomi restano.
Dentro il palazzo c'era una scala di pietra bianca, larga che ci passavano tre uomini affiancati, trentadue gradini e il pianerottolo in cima.
Sul pianerottolo si apriva una finestra, e da quella finestra si vedeva tutto insieme: la vallata, il fiume sottile che d'estate diventava un filo, le vigne di qua e il grano di là. Era l'unico punto della casa da cui si abbracciava la roba con un occhio solo.
Donna Rosalia aveva passato i novanta e mischina era piena di acciacchi.
Era rimasta vedova di don Vincenzo Sciandra che ancora aveva i capelli neri, e da quel giorno le chiavi le aveva tenute lei, appese alla cintura, che si sentiva arrivare dal rumore prima ancora che dalla voce. Contava i sacchi di mandorle, contava le salme di grano, sapeva a memoria quanti olivi c'erano nella lenza di sotto e quali quell'anno dovevano caricarsi di olive.
I massari la temevano più di quanto avessero temuto il marito, perché il barone ogni tanto lasciava perdere e lei mai.
Il figlio, don Asparino, se l'era portato una tinta febbre a quarantun anni, in tre settimane, in una estate che ricordarono per anni. Non aveva lasciato figli. Aveva lasciato una moglie.
Così nel palazzo restarono due donne sole, la vecchia e la nuora, e una servitù che camminava scalza per non fare rumore.
L'unica debolezza che donna Rosalia si concedeva era la naca. Era una sedia a dondolo di noce, fatta da un mastro d'ascia giudio, e la chiamava così perché diceva che alla sua età uno torna criaturu e ha bisogno di essere cullato.
Ci si sedeva dopo mangiato, si copriva le gambe con uno scialle pesante pure a giugno, e chiudeva gli occhi. E Pina, la serva anziana che stava in quella casa da cinquant'anni, gliela spingeva piano con il piede finché la padrona si addormentava.
Giovanna era arrivata in quel palazzo con una dote grossa ma senza titolo.
Suo padre aveva fatto i soldi commercializzando grano, e i soldi da soli il cognome nobile lo lasciavano fuori dalla porta.
Il cognome glielo aveva dato don Asparino.
Per dieci anni era stata la moglie del figlio del barone e per dieci anni non era stata padrona di niente, perché in quella casa la padrona era una sola. Poi il marito morì, e Giovanna si trovò a essere una vedova dentro una casa e un feudo che sulla carta appartenevano tutti a una donna di novant'anni.
Il paese sapeva pure il resto. Si sapeva che donna Rosalia parlava di lasciare le proprietà alla Chiesa Madre per le messe dell'anima del marito e del figlio. Si sapeva che i cugini di Piazza scrivevano lettere lunghe due pagine con dentro molta salute e molto affetto. Si sapeva che il notaro era stato chiamato al palazzo due volte in un anno e che tutte e due le volte se n'era andato senza scrivere niente, perché la vecchia ci ripensava sempre all'ultimo.
Giovanna faceva i conti la notte, con gli occhi aperti sul soffitto. La suocera poteva campare altri cinque anni. E se avesse lasciato tutto alla Chiesa?
Fu allora che le venne il pensiero storto. E i pensieri storti hanno questo di terribile, che si presentano vestiti da gentilezza.
«Baronessa» le disse un giorno, mentre la aiutava a mettersi lo scialle, «vossia se ne sta chiusa in questa camera come una monaca. E la finestra del pianerottolo? Da là si vede tutta la roba, cca banna e dda banna. Vi ci faccio portare la naca, così vi pigliate il sole e vi guardate le vostre cose».
Alla vecchia gli occhi si accesero come a una picciridda.
La naca la portarono su un martedì di ottobre, che era una giornata di quelle chiare di Sicilia, con l'aria pulita dopo la pioggia e i monti lontani che sembravano vicini.
La misero sul pianerottolo, davanti alla finestra aperta. Giovanna la sistemò lei stessa, con le sue mani, e la girò appena appena, quanto bastava perché la vecchia potesse vedere di qua le vigne e di là il grano senza voltare la testa, che con il collo ormai duro girarsi le costava. La girò e la portò avanti di un palmo. Poi di un altro palmo.
I pattini di legno finirono a quattro dita dal primo gradino.
Sotto la naca, da sempre, ci stava un ceppo di ferro che il mastro d'ascia aveva fatto apposta, un fermo che si infilava davanti ai pattini per bloccarli quando la vecchia si addormentava. Giovanna lo levò e lo posò dietro la porta della camera, come si posa una cosa che si è appena finito di usare.
Poi mandò Pina alla novena a farsi il rosario.
«Vai, che alla baronessa ci penso io. E passa dal mulino che domani serve la farina.»
Quello che successe dopo lo sanno le sedie a dondolo e lo sa chi ci si è seduto. Una naca, quando la si culla, cammina. Piano, un dito alla volta, si mangia il pavimento sotto di sé. Donna Rosalia dondolava e si addormentava, e ogni dondolo era un pezzetto di viaggio.
Il rumore lo sentirono fino alla stalla. Un colpo secco, poi una specie di rullo lungo, legno e pietra, legno e pietra, trentadue volte, e in mezzo la voce della vecchia che gridò una volta sola.
La trovarono in fondo alla scala, dentro lo scialle, con la naca rovesciata di traverso e un pattino spezzato.
Era viva. Aveva un braccio piegato dalla parte sbagliata e il sangue che le usciva dall'orecchio, e respirava con un rumore che il dottore, quando arrivò, riconobbe subito per quello che era.
Giovanna gridò più di tutti. Mandò Turiddu il campiere a chiamare il dottore Miccichè e, senza che nessuno glielo suggerisse, mandò pure a chiamare il notaro don Peppino Curella, giù al Corso. Poi si mise a piangere in ginocchio sull'ultimo gradino, e chi entrava la trovava così.
La portarono di sopra in quattro, sul letto grande di ferro battuto. Il dottore le tastò la testa, guardò gli occhi e fece con la faccia quel movimento appena appena che i medici fanno invece di parlare. Al prete che era arrivato con l'olio santo disse due parole all'orecchio, e il prete cominciò.
La camera si riempì. C'erano i massari con la coppola in mano sulla porta, c'era Pina tornata di corsa dalla novena con lo scialle ancora addosso, c'erano due vicine, c'era il campiere. E c'era Giovanna, ai piedi del letto, con il velo nero già tirato sulla testa.
Il notaro arrivò con la borsa, il calamaio e i fogli. Aveva fatto quel mestiere per trent'anni e sapeva che in quelle stanze si entra di fretta e si scrive adagio. Prese una sedia, la avvicinò al capezzale, si sedette e si mise il foglio sulle ginocchia.
Poi fece la domanda che aveva fatto centinaia di volte, con la voce alta e chiara che si usa con i vecchi e con i moribondi.
«Donna Rosalia, mi sentite? Sono don Peppino, il notaro. Vossia è patruna. Che volete fare delle vostre proprietà?»
La vecchia aprì gli occhi.
Pina giurò sempre che quegli occhi si mossero per la stanza cercando qualcosa, e che quando trovarono quello che cercavano si fermarono e diventarono duri. Erano fermi ai piedi del letto, dove stava Giovanna con il velo.
Donna Rosalia raccolse tutta l'aria che le era rimasta in petto. Con un filo di voce, staccando le parole una dall'altra come chi porta un peso e ogni tanto lo posa, disse:
«Cca banna... dda banna... ma nora Giuvanna...»
Nella stanza scese quel silenzio che fa più rumore delle grida.
Il notaro tenne la penna sospesa un attimo solo. Poi scrisse.
Perché lui, don Peppino Curella, aveva sentito una cosa sola, e quella cosa era la cosa che si aspettava di sentire: le terre chiamate di cca banna, le case chiamate di dda banna, e il nome di chi le doveva avere. A nora Giuvanna. Alla nuora Giovanna.
E la differenza tra un'accusa e un lascito stava tutta dentro un fiato che non c'era più.
Il notaro si alzò in piedi, si schiarì la gola e lesse forte, come vuole la legge, davanti ai testimoni:
«Ho raccolto le volontà della signora baronessa donna Rosalia Sciandra, la quale lascia le terre e le case di cca banna e di dda banna a sua nuora Giovanna.»
Donna Rosalia sollevò la mano dal lenzuolo.
La sollevò di due dita, forse tre, e il dito indice si mosse verso i piedi del letto. Rimase così un momento, con il braccio che tremava e la bocca aperta, e da quella bocca uscì solo aria.
Poi la mano ricadde.
Il dottore Miccichè si chinò, e le chiuse gli occhi con il pollice.
Le sue ultime parole erano un'accusa e sulla carta restarono un lascito.
Per questo, quando uno si mette a spiegare le sue ragioni con la faccia accalorata e le mani che volano, e la cosa è già successa, la firma è già data, il danno è già fatto, in Sicilia lo fermano con
cinque parole:
«Cca banna, dda banna, ma Nora Giuvanna.»
Che vuol dire: parla quanto vuoi. Gira, vota e furrìa, la conclusione è sempre la stessa.