25/08/2026
«Non sono un uomo, sono dinamite».
Di Pamela Blago, vicedirettrice di Krínomai.
Friedrich Nietzsche affidava a queste parole l'immagine di un pensiero destinato a scuotere dalle fondamenta la cultura occidentale. Ma quando le scriveva, non poteva immaginare quanto sarebbe stato drammatico il tramonto della sua stessa vita.
Il 25 agosto 1900, a Weimar, moriva uno dei filosofi più radicali e controversi dell'Ottocento. Aveva appena 55 anni, ma da oltre un decennio la sua esistenza era stata segnata dal crollo delle facoltà mentali.
La parabola era iniziata nel segno del talento: a soli 25 anni Nietzsche era diventato professore di filologia classica all'Università di Basilea. Poi erano arrivati gli anni dell'isolamento, della malattia e di una vita sempre più errante, fino al drammatico episodio di Torino del gennaio 1889, quando, dopo aver assistito al maltrattamento di un cavallo, gli si sarebbe gettato al collo. Poco dopo cominciò a inviare lettere deliranti, firmandosi anche «Dioniso» o «il Crocifisso».
Da quel momento, la sua mente precipitò in un buio dal quale non sarebbe più tornata. Gli ultimi undici anni della sua vita trascorsero lontano dalla scena pubblica, mentre la sua opera iniziava lentamente a conquistare quella fama che in vita gli era mancata.
Nietzsche rimase a lungo un outsider, spesso frainteso e, nel Novecento, strumentalizzato. La lettura della sua filosofia venne pesantemente condizionata anche dalle interpretazioni legate al nazismo, nonostante il rapporto tra il suo pensiero e l'ideologia nazista sia molto più complesso e controverso di quanto una semplice associazione lasci intendere.
Solo dopo la morte la sua voce avrebbe raggiunto una forza straordinaria, trasformandolo in una delle figure più influenti della filosofia moderna.
Un pensatore che voleva essere «dinamite» e che, ancora oggi, continua a far esplodere certezze, idee e convenzioni.