Slow News

Slow News Slow News. Buona informazione. Slow News è qui per questo. Per fotografare alcuni istanti del flusso e “salvarli”.

Il flusso di informazioni in rete ha dimensioni e velocità spropositate, tanto da rendere impossibile il tentativo di cogliere tutto: essere stimolati di continuo rischia di equivalere a non essere stimolati affatto. L'antidoto al bombardamento informativo indiscriminato è ritagliarsi del tempo per letture di qualità, filtrarle, selezionarle, rallentare. E magari, per farlo, affidarsi ai consigli

di un gruppo di professionisti che lavora sul web nel mondo dell’informazione: un gruppo di “curatori personali” (così come esistono i “personal trainer”). Per offrirvi un paio d’ore di letture valide, interessanti, da non perdere, ogni settimana. Slow News è una newsletter spedita due volte la settimana, dal costo molto contenuto, che trova per voi articoli scritti bene su argomenti interessanti e ve li sottopone: una piccola e confortevole camera insonorizzata che vi preserva dal rumore di fondo.

Malattia, guerra, giustizia e silenzio: storie diverse che si intrecciano nel corpo di un soldato. Un uomo che diventa p...
31/03/2026

Malattia, guerra, giustizia e silenzio: storie diverse che si intrecciano nel corpo di un soldato. Un uomo che diventa prova, aule dei tribunali che suppliscono alla scienza, territori che restano contaminati. L’uranio impoverito è più di un’arma: è un’eredità politica che in Europa dura da decenni.

𝐋𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨
Una nuova serie in tre puntate, a cura di Gabriele Cruciata

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La storia del Parco della pace a Vicenza non è soltanto una storia di rigenerazione urbana. È una storia di guerre e di ...
19/03/2026

La storia del Parco della pace a Vicenza non è soltanto una storia di rigenerazione urbana. È una storia di guerre e di paci.

E scriviamo “paci” al plurale perché questo parco ha a che fare con la trasformazione di un luogo militare, certo, ma anche perché ha avuto a che fare con la pace sociale in città e, nel bel mezzo della crisi climatica, avrà un ruolo nel garantire la pace tra uomo e ambiente.

Questa storia inizia a Vicenza nel 1921 con una pista da 500 metri in erba, per il decollo e l’atterraggio degli aerei di un aeroclub. Prima di quella pista, proprio lì, c’era la piazza d’armi per le esercitazioni militari della prima guerra mondiale.

In un’alternanza di colori politici, la storia ci guida alla comprensione di un territorio, delle persone che lo vivono e delle sue istanze e poi arriva ai giorni nostri: l’aeroporto non c’è più. È stato per molti anni militare, poi ci sono stati dei tentativi per renderlo un aeroporto civile, da lì partivano gli aerei NATO per le guerre jugoslave.

Nel frattempo, però, è arrivata una base militare statunitense che ha occupato metà dell’area dell’ex aeroporto, quella a ovest della pista centrale. A est, conquista dei movimenti dal basso, oggi c’è il Parco della pace. Ma come funziona? Cos’è? Che impatto ambientale ha? È una soluzione di rigenerazione urbana che si può applicare anche altrove?

il link alla serie è nei commenti 👇

𝗥𝗲𝘂𝘁𝗲𝗿𝘀 𝗮𝗻𝗻𝘂𝗻𝗰𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝗮𝘃𝗲𝗿 𝗶𝗻𝗱𝗶𝘃𝗶𝗱𝘂𝗮𝘁𝗼 𝗹'𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗶𝘁à 𝗱𝗶 𝗕𝗮𝗻𝗸𝘀𝘆. 𝗗𝗶 𝗻𝘂𝗼𝘃𝗼. 𝗠𝗲𝗻𝘁𝗿𝗲 𝗶 𝗺𝗲𝗱𝗶𝗮 𝗰𝗼𝗿𝗿𝗼𝗻𝗼 𝗮 𝗰𝗮𝗰𝗰𝗶𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗻𝗼𝗺𝗲 𝗲 𝗰𝗼𝗴𝗻𝗼𝗺𝗲 ...
14/03/2026

𝗥𝗲𝘂𝘁𝗲𝗿𝘀 𝗮𝗻𝗻𝘂𝗻𝗰𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝗮𝘃𝗲𝗿 𝗶𝗻𝗱𝗶𝘃𝗶𝗱𝘂𝗮𝘁𝗼 𝗹'𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗶𝘁à 𝗱𝗶 𝗕𝗮𝗻𝗸𝘀𝘆. 𝗗𝗶 𝗻𝘂𝗼𝘃𝗼. 𝗠𝗲𝗻𝘁𝗿𝗲 𝗶 𝗺𝗲𝗱𝗶𝗮 𝗰𝗼𝗿𝗿𝗼𝗻𝗼 𝗮 𝗰𝗮𝗰𝗰𝗶𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗻𝗼𝗺𝗲 𝗲 𝗰𝗼𝗴𝗻𝗼𝗺𝗲 (𝘀𝗲𝗺𝗽𝗿𝗲 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗴𝗶𝗿𝗮 𝗮𝗹𝗺𝗲𝗻𝗼 𝗱𝗮𝗹 𝟮𝟬𝟬𝟴) 𝗻𝗼𝗶 𝗱𝗶 𝗦𝗹𝗼𝘄 𝗡𝗲𝘄𝘀 𝗰𝗶 𝗽𝗼𝗻𝗶𝗮𝗺𝗼 𝘂𝗻𝗮 𝗱𝗼𝗺𝗮𝗻𝗱𝗮 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗿𝘀𝗮: 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵é 𝘀𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗰𝗼𝘀ì 𝗼𝘀𝘀𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗮𝘁𝗶 𝗱𝗮𝗹 𝘃𝗼𝗹𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗰𝗵𝗶 𝗵𝗮 𝘀𝗰𝗲𝗹𝘁𝗼 𝗹'𝗶𝗻𝘃𝗶𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁à?

Il valore di Banksy non è mai stato nell'anagrafe, ma nell'impatto. Lo abbiamo visto a Venezia, con il naufrago bambino che brandisce una torcia di segnalazione rosa: un'opera che ha costretto una città intera (e il mondo) a guardare ciò che preferiva ignorare.

Dare un nome a Banksy è un tentativo di "normalizzarlo", di chiuderlo in un fascicolo, di trasformare un messaggio politico in una curiosità da cronaca rosa. È il trionfo del giornalismo fast: consumare il mistero invece di analizzare il senso.

Nel nostro archivio non cerchiamo l'identità dell'uomo, ma seguiamo le storie intrecciate che le sue opere hanno scatenato. Perché Banksy non è una persona: è l'idea che l'arte possa ancora essere un atto di disturbo necessario.

Invece di cercare il suo passaporto, prova a riscoprire il significato dietro i suoi interventi, dal naufragio di Venezia alle strade del mondo.

👉 Rallenta e leggi la nostra serie: [Link nel primo commento]

Come creiamo un archivio navigabile, come lo usiamo, cosa ce ne facciamo?Un lavoro di Alberto Puliafito in collabo con l...
11/02/2026

Come creiamo un archivio navigabile, come lo usiamo, cosa ce ne facciamo?

Un lavoro di Alberto Puliafito in collabo con l’AI

Come creiamo un archivio navigabile, come lo usiamo, cosa ce ne facciamo?

𝑺𝒆𝒏𝒛𝒂 𝒍𝒂 𝒑𝒐𝒍𝒊𝒛𝒊𝒂, 𝒆 𝒂𝒍𝒕𝒓𝒆 𝒄𝒐𝒔𝒆 𝒄𝒉𝒆 𝒓𝒆𝒔𝒕𝒂𝒏𝒐 (𝟐-𝟔 𝒇𝒆𝒃𝒃𝒓𝒂𝒊𝒐 𝟐𝟎𝟐𝟔)Un documentario del 1999, un pamphlet del 1863, un libro i...
09/02/2026

𝑺𝒆𝒏𝒛𝒂 𝒍𝒂 𝒑𝒐𝒍𝒊𝒛𝒊𝒂, 𝒆 𝒂𝒍𝒕𝒓𝒆 𝒄𝒐𝒔𝒆 𝒄𝒉𝒆 𝒓𝒆𝒔𝒕𝒂𝒏𝒐 (𝟐-𝟔 𝒇𝒆𝒃𝒃𝒓𝒂𝒊𝒐 𝟐𝟎𝟐𝟔)

Un documentario del 1999, un pamphlet del 1863, un libro illustrato del 2024, una finale olimpica invernale del 2002 e una parola che media e politica stanno usando come se fosse neutra, ma non lo è.

𝘾𝙝𝙚 𝙘𝙤𝙨’𝙚' 𝘾𝙤𝙨𝙚 𝙘𝙝𝙚 𝙧𝙚𝙨𝙩𝙖𝙣𝙤?

Quando Slow News è nato, nel 2015, era una semplice newsletter. All’epoca usciva ogni mercoledì, conteneva pochi link — massimo cinque — e suggeriva contenuti trovati in rete che spiegavano l’attualità, ma che non erano stati creati per scadere in fretta.

All’epoca, Slow News era una delle prime newsletter a pagamento del panorama giornalistico italiano. Nel corso degli anni, sia il panorama giornalistico italiano che Slow News sono cambiati molto.

Dal settembre del 2025, compiuti dieci anni, abbiamo deciso di riprendere l’idea originaria e farla su Substack, riprendendo i contenuti di una sezione del nostro sito a cui teniamo molto.

Si chiama Cose che restano e che ha come obiettivo di diventare un punto di appoggio per tutte quelle persone che non ne possono più di essere bombardati di contenuti che durano solo il tempo di un click.

Ogni giorno sul sito e ogni domenica via email.
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Negli anni ‘60 e 70’, la località sciistica del C***o alle Scale, sull’Appennino emiliano, era considerata la “Cortina d...
07/02/2026

Negli anni ‘60 e 70’, la località sciistica del C***o alle Scale, sull’Appennino emiliano, era considerata la “Cortina di Bologna”. La neve abbondava e, durante l’inverno, la zona era piena di turisti, soprattutto benestanti. Su queste piste, si è allenato Alberto Tomba, uno dei più noti e vincenti sciatori italiani degli anni ‘80 e ‘90. Il turismo invernale è stato per lungo tempo centrale nell’economia di questa area interna.
Oggi di neve sugli Appennini ce n’è molta, molta meno. La crisi climatica si fa sentire, le temperature si alzano e sempre più spesso le stazioni sciistiche a bassa quota devono utilizzare la neve artificiale per poter restare aperte. La C***o alle Scale srl, la società che gestisce gli impianti, ha chiuso l’ultimo bilancio in rosso e, senza i ricchi fondi pubblici per il settore, i conti sarebbero ancora peggiori.
Non è un problema che tocca solo il C***o alle Scale, ma l’Europa intera.
Con un riscaldamento globale di 2° nei prossimi anni, il 53% di oltre 2.200 stazioni sciistiche in una ventina di paesi europei rischierebbe di non sopravvivere senza neve artificiale, ha stimato un recente studio pubblicato da Nature.
In Italia, il 90 per cento delle piste ricorre all’innevamento programmato, grazie a 165 bacini dedicati, un numero in continua crescita. Nonostante questo, nel 2025 sono 112 gli impianti rimasti temporaneamente chiusi per la poca neve. Sono 218, invece, quelli definiti da Legambiente «sotto accanimento terapeutico», cioè strutture che, per gran parte degli esperti, non hanno alcuna prospettiva di futuro a causa della crisi climatica.
Il C***o alle Scale è proprio una di queste stazioni.
E la sua storia rappresenta in maniera esemplare i dubbi che si addensano sul futuro di località come questa, le contraddizioni che il turismo invernale deve affrontare e le scelte politiche che andranno prese. la racconta nell’ambito di un progetto europeo realizzato insieme alla testata ceca Ekonews.
Questa serie è prodotta grazie al supporto di

Cominciano tra poche ore le Olimpiadi invernali, per la terza volta in Italia: dopo Cortina 1956 e Torino 2006, c’è il t...
05/02/2026

Cominciano tra poche ore le Olimpiadi invernali, per la terza volta in Italia: dopo Cortina 1956 e Torino 2006, c’è il tandem Milano-Cortina (ma in realtà i campi di gara sono molto più diffusi, tra Lombardia, Trentino Alto Adige e Veneto). Hanno ancora senso i Giochi invernali in un contesto climatico dove la neve, alle nostre latitudini è diventata una rarità? Qual è l’impatto ambientale e socio/economico dell’innalzamento progressivo dello zero termico?
A questi temi abbiamo dedicato una nuova serie!

La storia del C***o alle Scale, località sciistica dell'Appennino, è esemplare delle sfide che la crisi climatica pone al turismo invernale.

02/02/2026

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27/01/2026

Piano è la rivista cartacea di Slow News. Esce una volta all’anno, è monocolore, monotematico e non scade mai. Piano Giallo ti arriva a casa se sostieni Slow News con un abbonamento, a partire da 29€ all’anno (link nel primo commento 👇)

Funziona, dacci retta!

Quando il fact-checking diventa un'ossessioneIn un suo video, lo storico Alessandro Barbero ha spiegato i motivi per cui...
26/01/2026

Quando il fact-checking diventa un'ossessione

In un suo video, lo storico Alessandro Barbero ha spiegato i motivi per cui voterà no al referendum sulla cosiddetta riforma della giustizia del 22 e 23 marzo 2026.
La visibilità di questo video è stata ridotta su Instagram e Facebook, su segnalazione di Open, che fa parte del programma di fact-checking di Meta.

Il video di Barbero, però, non è una spiegazione tecnica o giuridica della riforma. Lo storico fa una propria analisi delle possibili conseguenze della riforma e fa le sue valutazioni personali.

Questo discorso andrebbe trattato per quel che è: la spiegazione di un’opinione politica e le ragioni di una scelta politica.

E invece...

Mettiamoci d'accordo, perché se no facciamo davvero casino

Sì, è vero, i canali social sono invasi da video generati da persone con le intelligenze artificiali, il che porta a una...
26/01/2026

Sì, è vero, i canali social sono invasi da video generati da persone con le intelligenze artificiali, il che porta a una reazione indignata, sempre contro la tecnologia, ovviamente, non contro le persone che la usano.

“Signori miei, come faremo con tutti questi fake?”.
”Li contrasteremo con le riprese dal vero e con le analisi”.

Con buona pace dei boomer. Una volta lo chiamavamo citizen journalism.

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Milan
20100

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C’era una volta...

C’era una volta un mondo in cui le notizie sui giornali urlavano sempre di cose incredibili, sconvolgenti, assurde, pazzesche. Era un mondo in cui ogni giorno una nuova polemica infiammava i luoghi della socialità collettiva, dai bar ai social network, un mondo polarizzato, diviso in tifoserie, dominato dal sarcasmo, dalle reazioni istantanee, dalla polemica, dalla furia, dalla morbosità.

In quel mondo, i sentimenti primari e gli istinti più bestiali come la paura, la rabbia, l’indignazione o il terrore venivano creati dai principali giornali per attirare l’attenzione delle persone con titoli ingannevoli, urlati e shoccanti.

L’attenzione della gente, in quel mondo, era una merce di scambio. Veniva accumulata dai giornali e venduta agli inserzionisti della pubblicità, che versavano loro in cambio i soldi che servivano per tenerli a galla e farli sopravvivere.

Poi, un giorno, alcune donne e alcuni uomini che lavoravano per quei giornali, stanchi di ingannare chi li leggeva e stufi di parlare soltanto delle cose che venivano loro dettate dall’agenda di chi metteva i soldi, ovvero della pubblicità, decisero che le cose si potevano fare in modo diverso e che era il momento di provarci.