25/07/2026
Sul Corso Garibaldi di Reggio Calabria, sull'attuale Palazzo Rognetta, c'è una lapide che quasi nessuno nota. Ricorda che proprio in quel luogo, nella casa distrutta dal terremoto del 1908, nacque il pittore Giuseppe Benassai il 20 luglio 1835. Sono passati 191 anni.
Era figlio di Pietro Benassai e Caterina Rognetta. Da ragazzo conobbe la povertà e si avviò al mestiere di orafo, seguendo la tradizione di famiglia. Fu un altro pittore reggino, Ignazio Lavagna Fieschi, a intuire il suo talento e a mandarlo a Napoli, alla scuola di Salvatore Fergola. Vi rimase poco: la polizia borbonica, informata da un delatore delle idee libertarie della famiglia Benassai, lo costrinse a rientrare a Reggio.
Nel 1857 riparò a Roma. Da autodidatta dipinse la campagna romana, paesaggi che un critico avrebbe definito "rudi, selvaggi, taglienti". Di quelle opere non è sopravvissuta nemmeno una.
Dopo l'Unità d'Italia si trasferì a Firenze. Frequentò Telemaco Signorini e i circoli dei Macchiaioli, strinse amicizia con Domenico Morelli e iniziò a scrivere di critica d'arte per "La Nazione" di Firenze e "La Patria" di Napoli. Nel 1868 vinse il premio del Governo per il paesaggio con *Quiete*, oggi conservata alla Pinacoteca Civica di Reggio Calabria. L'anno successivo fu inviato in Egitto per documentare l'inaugurazione del Canale di Suez, da cui tornò con vedute del Nilo, tramonti nel deserto e scene di vita beduina.
Poi arrivò la svolta. Affascinato dal rapporto tra arte e industria, scoperto all'Esposizione Universale di Parigi del 1867, nel 1873 divenne il primo direttore artistico della Manifattura Ginori di Doccia, la storica fabbrica di porcellane e maioliche da cui sarebbe nata la celebre Richard-Ginori, ancora oggi uno dei marchi italiani più prestigiosi al mondo nel settore della ceramica artistica. Qui portò il paesaggio sulla maiolica, progettò vasi monumentali e coppe decorate con le quattro parti del mondo e fondò una scuola di disegno per gli operai di Sesto Fiorentino. Scelse di lasciare la tela per la ceramica, una decisione insolita in un'epoca in cui le arti applicate erano considerate minori.
Morì il 5 dicembre 1878, a soli 43 anni, per quella che allora veniva definita apoplessia. La critica lo dimenticò rapidamente. Secondo il censimento citato da *Avvenire di Calabria*, oggi sono note appena 28 opere e 19 studi. Il resto è disperso in collezioni private, custodito da famiglie che, come ricorda la Fondazione Nazionale delle Comunicazioni, "le conservano quasi nascoste, senza alcun intento commerciale". Alcune tele potrebbero trovarsi ancora al Cairo, mentre alcune maioliche sono conservate in Svizzera.
Fonte: Avvenire di Calabria.