05/01/2026
“Chi non si ribella al dolore umano, non è innocente”.
È una frase che ha attraversato come un mantra tutta la vita di Pippo Fava. Ed è anche quella che, più di molte inchieste, ne ha spiegato e riassunto la fine.
Giuseppe Fava era nato il 15 settembre 1925 a Palazzolo Acreide, sui monti Iblei. Famiglia semplice la sua: genitori maestri elementari, nonni contadini. Era cresciuto con tre passioni che non lo hanno mai abbandonato: il teatro, la scrittura, il giornalismo, inteso come ricerca ostinata della verità. Si è laureato pure in giurisprudenza, ma non la praticherà mai.
Il suo destino è quello di fare il giornalista.
Tanta gavetta, poi, nel 1956, il suo primo incarico prestigioso all’Espresso Sera come capocronista. Ha scritto di cronaca, cultura, sport. Ma, soprattutto, ha iniziato a raccontare la mafia, quando ancora in molti fingevano che non esistesse. Ha intervistato boss come Calogero Vizzini e Giuseppe Genco Russo, ha studiato i clan, ha osservato da vicino il potere criminale e le sue relazioni ai più alti livelli.
La vera svolta della sua vita e, insieme quella di tanti giovani che lo seguiranno, è arrivata nel 1980 quando Pippo, dopo la gloria nazionale e i grandi premi, ha deciso di tornare a Catania per diventare direttore del “Giornale del Sud”. Lì ha costruito una redazione giovane, inesperta, coraggiosa, libera. È stato il primo giornale a raccontare apertamente la mafia catanese, i legami con imprenditori e politica. In cambio sono arrivate le minacce, le censure, il fango, un giorno persino una bomba carta davanti alla redazione. E, infine, il licenziamento, nel 1981, prima che il giornale chiudesse direttamente i battenti.
Per molti sarebbe stato un segnale inequivocabile.
Ma Pippo Fava no, non si è fermato. Si è indebitato, ha venduto tutto e ha fondato “I Siciliani”, un mensile senza padroni. Già dal primo numero ha pubblicato l’inchiesta sui “Quattro Cavalieri dell’Apocalisse Mafiosa”, ha denunciato il sistema di potere che ha retto la città. Le vendite sono cresciute, l’isolamento pure. Nel 1982 a Catania si è sparato ogni pochi giorni. Fava ha fatto nomi, ha collegato i fatti, ha rifiutato l’indifferenza.
Il 28 dicembre 1983, nell’ultima intervista a Enzo Biagi, ha denunciato apertamente la mafia dei colletti bianchi, quella che siede nei palazzi.
Una settimana dopo, la sera del 5 gennaio 1984, anche per quello lo ammazzeranno. Aveva appena lasciato la redazione e stava andando a prendere la nipotina a teatro. Alle 21.30, è stato raggiunto nella sua auto e colpito da cinque colpi alla nuca. Non ha avuto neanche il tempo di voltarsi e guardare in faccia i suoi assassini.
Dopo la morte, sono arrivate anche le menzogne. Si è parlato di delitto passionale, di moventi economici. Tutto falso.
Per la verità giudiziaria bisognerà aspettare addirittura il 1998, quando i vertici del clan Santapaola saranno condannati come mandanti dell’omicidio.
Fava è stato uno degli uomini soli della Sicilia, riscoperto troppo tardi e interpretato meravigliosamente da quel fuoriclasse che è Fabrizio Gifuni in “Prima che la notte”.
Eppure Pippo Fava è stato per decenni una delle penne più scintillanti e coraggiose del nostro Paese, maestro di tanti che grazie anche a lui faranno strada, fedele a quella domanda che si è fatto nel corso di tutta la vita, senza mai dubitare quale fosse la risposta giusta:
“A che serve essere vivi, se non si ha il coraggio di lottare?”
Oggi, nell’anniversario della sua morte, ricordiamo Pippo Fava, non solo un grande siciliano. Un grande italiano.