25/08/2026
Ogni telegiornale, ogni giornale, si apre costantemente con le notizie provenienti dalla Giudea e Samaria. Notizie quasi sempre date male, manipolate, incomplete, e che servono solo a suscitare indignazione – quando non si arriva ai servizi di Lucia Goracci, che mette su un intero teatro, spesso con attori, per far passare il messaggio che le è caro. È uno spettacolo che si ripete identico ogni giorno, con gli stessi toni, le stesse parole, le stesse immagini, costruito per suscitare una reazione emotiva, non per informare.
E credo che questo renda particolarmente responsabile di questa ondata di antisemitismo che stiamo vivendo proprio i giornalisti, i giornali e i telegiornali. Perché sono loro che scelgono cosa raccontare, e come raccontarlo. Sono loro che decidono che la storia dei settlers è più importante di una strage in Sudan, che il conflitto in Giudea e Samaria è più vendibile della guerra in Congo, che la narrazione palestinista scalda più di una carestia in Eritrea. È una scelta, e come tutte le scelte, ha delle responsabilità. Certo, quella notizia ha mercato, e nell'infotainment quel prodotto vende. Certo, il palestinismo oggi serve per scalare posizioni sociali e far carriera. Ma chiunque dovrebbe rendersi conto che sta, scientemente, costruendo una bolla, una bolla in cui i settlers in Giudea e Samaria sono descritti come demoni, sempre e comunque, mentre il mondo intero diventa un punto cieco, qualcosa su cui si sa pochissimo, e su cui non si vuole sapere. E così, il pubblico viene nutrito di una narrazione unica, ripetitiva, ossessiva, che non lascia spazio ad altre voci, ad altre sofferenze, ad altre verità.
E questo fa il paio con l'uso quasi criminale della cronaca nera, che oggi è la prima o seconda notizia ad ogni telegiornale, mentre a pochi chilometri da noi – e certo non a Gaza – avvengono autentici genocidi. In Eritrea, in Congo, in Nigeria, in Sudan. Milioni di morti, di cui nessuno parla. Migliaia di vittime, di cui nessuno sa nulla. Popoli interi che vengono cancellati, senza che i nostri giornali ne diano conto. E complici di questo silenzio sono giornalisti ed editori che, se non rispondono all'ordine dei giornalisti, dovrebbero rispondere alla loro coscienza.