14/04/2026
Lo Studio Gammieri ha realizzato un post interessante sulla di in .
Dice:
Continuare a raccontare ai cittadini di che con questa frana si potrà convivere grazie ad una imponente opera di mitigazione, accettando qualche giorno di disagi ogni 10/15 anni, significa alimentare un’illusione.
La verità, anche se scomoda, è più utile della propaganda e prima o poi qualcuno, possibilmente non soggetto a consenso politico, dovrà dirlo chiaramente, quindi meglio farlo adesso, con serietà, rispetto per Petacciato e rispetto per l’intelligenza di chi ci vive.
40 milioni di chiacchiere.
Nei commenti un cittadino chiede quale sarebbero secondo loro le soluzioni e lo Studio Gammieri risponde:
Ho creato questa immagine del tiramisù — non me ne vogliano i colleghi più eruditi, ma qui stiamo solo cercando di spiegare a tutti cosa sta succedendo — per rendere comprensibile, anzi “edibile” in questo caso, un meccanismo geologico che altrimenti rischia di restare astratto.
Immaginate un grande tiramisù che degrada verso il mare. In mezzo agli strati c’è una parte più liquida, rappresentata dalla cioccolata, che in questa metafora richiama l’acqua che scorre su livelli argillosi e favorisce lo scivolamento della frana verso il mare. Come intuibile il movimento non riguarda quello che vediamo in superficie, ma coinvolge profondità molto maggiori.
Per questo nell’immagine compaiono case, strade, ferrovia, pali e cantieri in miniatura. Servono a far capire quanto le opere che realizziamo in superficie possano incidere davvero marginalmente su un fenomeno così profondo. Capitolo drenaggi: hanno un senso? Ni, aiutano ad allontanare l’acqua e quindi a rallentare il movimento: nell’immagine drenano il cioccolato, cioè proprio la parte che fa scorrere gli strati di tiramisù uno sull’altro. Ma rallentare non significa annullare, 40 mln di euro per rallentare un fenomeno sono tanti? Sono pochi?
Lo stesso vale per il tema della delocalizzazione di statale, ferrovia e autostrada. In teoria tutto si può spostare più all’interno, ma bisogna chiedersi con onestà se abbia davvero senso farlo. Qui non stiamo parlando di qualche milione di euro, ma di opere che potrebbero valere miliardi, con un impatto enorme sulla spesa pubblica nazionale, ben oltre, ad esempio, il Ponte sullo Stretto di Messina. Davvero qualcuno pensa che si possano spendere decine di miliardi per spostare tre infrastrutture strategiche, quando il fenomeno, per quanto serio, può anche tradursi in spostamenti dell’ordine di qualche decina di centimetri in tempi di ritorno di 5, 10 o 15 anni, gestiti con cantieri emergenziali da 1 o 2 milioni di euro? Anche questa valutazione, piaccia o no, fa parte del problema.
Lo stesso discorso vale per le costruzioni più recenti. Da quando la frana è stata perimetrata, è difficile immaginare che il Comune abbia autorizzato nuove edificazioni dentro un’area ufficialmente classificata come franosa. Il punto è che la conoscenza di questo fenomeno, pur noto da oltre un secolo, non è stata sempre la stessa: la consapevolezza che si poteva avere negli anni Cinquanta non è certo quella che abbiamo oggi.
Insomma, questa immagine non nasce per banalizzare, ma per aiutare a vedere meglio una cosa: in superficie osserviamo gli effetti, ma il meccanismo vero si sviluppa molto più sotto.