12/08/2026
Hiroshima e Nagasaki, 81 anni dopo:
davanti alla Base USAF di Aviano
per una nuova cultura della pace
Domenica 9 agosto, davanti alla Base USAF di Aviano, ci siamo ritrovati per ricordare le vittime di Hiroshima e Nagasaki, nell’81° anniversario dei bombardamenti atomici, e per ribadire la necessità del disarmo e della pace. Una manifestazione promossa dal Tavolo per la Pace PN insieme a una ventina di associazioni e di reti di enti del Terzo settore, che hanno unito memoria, denuncia e proposta, nella consapevolezza che ricordare non può essere un gesto rituale, ma deve diventare responsabilità nel presente.
Il vescovo di Diocesi di Concordia-Pordenone, Giuseppe Pellegrini, impossibilitato a essere presente, ha fatto pervenire il suo messaggio sulla pace come responsabilità, richiamando le parole di papa Leone: «La pace è una responsabilità, si fonda sulla verità e cerca testimoni». La verità, ha sottolineato, richiede di superare le falsificazioni e di cercare ragioni e sofferenze dei contendenti, come premessa per il dialogo e la riconciliazione. La guerra non può essere giustificata come strumento per raggiungere la pace: è il disarmo, invece, a generarla. Una convinzione che deve tradursi in percorsi concreti di nonviolenza, come quello proposto dalla legge di iniziativa popolare per una difesa civile non armata e nonviolenta.
Su questa proposta si è soffermato Alessandro De Paoli, del Circolo ACLI “Aldo Capitini”, illustrando la campagna «Un’altra difesa è possibile». Non si tratta semplicemente di abolire l’esercito, ma di dare pari dignità e risorse a una forma diversa di difesa, fondata sulla Costituzione e sul ripudio della guerra: servizio civile, corpi civili di pace, protezione civile e ricerca per la pace e il disarmo.
Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento, ha rilanciato l’urgenza della raccolta delle firme (ne mancano all’incirca 30 mila), ricordando che il tempo a disposizione è poco (poco più di un mese) e che proprio dalle proposte concrete possono nascere cambiamenti profondi. E ha spiegato come il progetto preveda un Dipartimento della Difesa civile presso la Presidenza del Consiglio, coordinando quattro strumenti: il Servizio civile, i Corpi civili di Pace, la Protezione civile e l’Istituto di ricerca per la Pace e il Disarmo, una proposta concreta e compatibile con gli artt. 11 e 52 della Costituzione, che unisce realismo politico e prospettiva di disarmo.
Miria Pericolosi, dell’ Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, ha riportato il tema sul terreno educativo. Commemorare Hiroshima e Nagasaki significa, innanzitutto, «viaggiare nel tempo» per imparare collettivamente, ma anche riconoscere i segnali di una crescente normalizzazione della guerra nei luoghi della formazione. La scuola e l’università rischiano di essere attraversate da una cultura del nemico, dell’insicurezza e dell’obbedienza, mentre si rafforza l’idea di una società preparata alla guerra. Da qui l’appello a un’obiezione di coscienza che diventi scelta collettiva, nel lavoro, nella ricerca e nella società.
Luca Alberti Archetti ha intrecciato questa riflessione con il ricordo personale della sua visita a Hiroshima, nel 2016, restituendo attraverso le parole del suo diario la drammaticità di ciò che aveva visto nel museo della pace. Ha poi richiamato l’esperienza di Giovanni Salio e delle proteste di Comiso: la macchina della guerra non si regge soltanto sulle decisioni dei governi, ma anche sul consenso e sulla partecipazione quotidiana delle persone. Per questo, ha sostenuto, occorre spezzare quella collaborazione e trasformare l’obiezione alla guerra in una scelta collettiva.
Massimo Marchini, per Global Sumud FVG, ha denunciato il permanere di un doppio standard nell’uso della forza e il nuovo salto di qualità dell’industria bellica, sempre più intrecciata con le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale. Le armi, ha osservato, non sono più soltanto strumenti fisici: possono diventare algoritmi capaci di raccogliere dati, individuare bersagli e orientare decisioni di vita o di morte. Da qui il suo appello a disarmare non soltanto gli arsenali, ma anche la tecnologia e l’industria, riconvertendole alla pace.
Il consigliere regionale Fvg Furio Honsell ha collocato la commemorazione di Nagasaki nel contesto internazionale attuale, sottolineando come la militarizzazione stia crescendo ovunque e come la minaccia nucleare sia tornata pericolosamente a essere evocata: secondo Honsell, il disarmo nucleare non è una questione astratta o lontana, perché la Base USAF di Aviano ospita ordigni nucleari e rende questo problema direttamente legato al nostro territorio. Per questo ha ribadito la contrarietà alla guerra e alla presenza delle armi nucleari, richiamando il sostegno all’appello di ICAN per la loro completa abolizione.
Brevi saluti sono stati portati anche da Antonella Lestani per l’Anpi Udine e da Pier Parrinello dell’Assemblea Vittoriese contro la guerra e il genocidio. Ha concluso un rito collettivo ideato da Tojo de Savorgnani, voce storica dell’ambientalismo friulano, coadiuvato da Guerrino Dirindin, rito mediante il quale si è potuto realizzare nel prato un fiore gigante utilizzando elementi naturali come la crusca, piccoli fiori e foglie, rami e semi di granoturco.
Da parte mia, precedendo tutte queste riflessioni, nell’intervento che mi è stato chiesto ho cercato di partire da una domanda fondamentale: abbiamo davvero imparato qualcosa da Hiroshima e Nagasaki? Quelle tragedie rappresentano certamente il punto più alto raggiunto dalla capacità distruttiva dell’uomo, ma anche, e soprattutto, «il punto più basso della sua cultura». Perché quando un’umanità arriva a considerare accettabile cancellare in un istante centinaia di migliaia di vite, significa che ha smesso, prima ancora, di educarsi alla pace.
È questo, a mio avviso, il nodo decisivo. Non stiamo vivendo soltanto una crisi geopolitica: stiamo vivendo una crisi culturale. La guerra non comincia quando partono i missili, ma molto prima, quando una cultura smette di educare alla fraternità e comincia a educare alla paura. La cultura del riarmo internazionale e quella dell’autodifesa privata nascono dalla stessa radice: l’idea che l’altro sia anzitutto una minaccia e che la forza sia la risposta più efficace alla paura.
Per questo, a pochi mesi dal celebrare Pordenone capitale italiana della Cultura 2027, siamo chiamati ad avere il coraggio di parlare di una nuova cultura. Perché la cultura non sia soltanto produzione di eventi, spettacoli o valorizzazione del patrimonio: sia realmente ciò che plasma il nostro modo di guardare il mondo, ciò che ci insegna a riconoscere nell’altro una persona oppure a ridurlo a un numero, a una categoria, a un nemico. Pierluigi Di Piazza aveva intuito profondamente questo aspetto quando, con l’accoglienza, volle fare proprio della promozione culturale il secondo cardine del Centro “Balducci”, individuando in esse le due anime inseparabili: non basta aprire una porta, se non si aprono anche gli occhi e il cuore.
Abbiamo bisogno, dunque, di tornare a educare alla fraternità, alla democrazia, al dialogo, alla responsabilità e alla nonviolenza; di imparare ad abitare i conflitti senza trasformarli in violenza. La pace deve tornare a essere un progetto educativo che nasce dalle scuole, dalle famiglie, dalla cultura, dalla politica quando ritrova il coraggio del confronto e da cittadini capaci di rifiutare la guerra come destino inevitabile.
Davanti alla Base USAF di Aviano non eravamo lì contro qualcuno. Eravamo lì per ricordare a tutti, e prima di tutto a noi stessi, che nessuna installazione militare può sostituire il compito più difficile e urgente: costruire una cultura della pace. Ernesto Balducci lo aveva detto con parole che oggi risuonano come un bivio: «Gli uomini del futuro o saranno uomini di pace o non saranno».
Ottantuno anni dopo Hiroshima e Nagasaki, questa scelta riguarda anche noi. Se continueremo a educare alla paura, al nemico e alla forza, la guerra globale non sarà un incidente della storia, ma il risultato delle nostre scelte. Se invece avremo il coraggio di educare alla fraternità, alla democrazia, al dialogo e alla nonviolenza, allora la memoria di Hiroshima e Nagasaki potrà diventare qualcosa di più del ricordo di una tragedia: potrà essere il punto da cui l’umanità decide di non tornare più indietro.
Paolo Iannaccone