Global Sumud FVG

Global Sumud FVG Pagina ufficiale della delegazione Friuli Venezia Giulia

23/09/2026
Consideriamo le autorità tunisine pienamente responsabili di qualunque cosa accada a Wael, Ghassan, Nabil e Ghassan.Il l...
22/09/2026

Consideriamo le autorità tunisine pienamente responsabili di qualunque cosa accada a Wael, Ghassan, Nabil e Ghassan.

Il loro sciopero della fame è una risposta diretta a oltre sei mesi di detenzione preventiva: nessun processo, nessuna prova credibile e nessuna prospettiva di uscirne. Wael è ormai al 38° giorno, è in stato semi-comatoso e rischia l’insufficienza degli organi nel carcere di Mornaguia. Ghassan Henchiri è costretto a letto, soffre dolori atroci e non riceve nemmeno le cure mediche di base.

I Sumud 4 sono figure di primo piano nella lotta per la Palestina. Sono in carcere da marzo con accuse finanziarie fabbricate ad arte, pensate per criminalizzare la loro solidarietà.

Chiediamo il rilascio immediato e incondizionato dei Sumud 4 e il ritiro totale di tutte le accuse contro di loro, un trasferimento medico d’urgenza in ospedale fuori dal carcere e il rilascio di ogni attivista detenuto per essersi schierato al loro fianco.

16/09/2026

Mercoledì 16 settembre a Maria Elena Delia parla del suo libro GLOBAL SUMUD FLOTILLA - La storia siete voi.
Il racconto di come è nata la prima missione, ma anche ritratti di persone, racconti di relazioni, emozioni, scelte politiche.
È’ l’occasione per dialogare con chi c’era.
Un grazie alle compagne di che organizza la manifestazione, e di Cittadini Per La Palestina per il supporto.


Global Sumud Italia
Global Sumud Flotilla

12/08/2026

Hiroshima e Nagasaki, 81 anni dopo:
davanti alla Base USAF di Aviano
per una nuova cultura della pace

Domenica 9 agosto, davanti alla Base USAF di Aviano, ci siamo ritrovati per ricordare le vittime di Hiroshima e Nagasaki, nell’81° anniversario dei bombardamenti atomici, e per ribadire la necessità del disarmo e della pace. Una manifestazione promossa dal Tavolo per la Pace PN insieme a una ventina di associazioni e di reti di enti del Terzo settore, che hanno unito memoria, denuncia e proposta, nella consapevolezza che ricordare non può essere un gesto rituale, ma deve diventare responsabilità nel presente.
Il vescovo di Diocesi di Concordia-Pordenone, Giuseppe Pellegrini, impossibilitato a essere presente, ha fatto pervenire il suo messaggio sulla pace come responsabilità, richiamando le parole di papa Leone: «La pace è una responsabilità, si fonda sulla verità e cerca testimoni». La verità, ha sottolineato, richiede di superare le falsificazioni e di cercare ragioni e sofferenze dei contendenti, come premessa per il dialogo e la riconciliazione. La guerra non può essere giustificata come strumento per raggiungere la pace: è il disarmo, invece, a generarla. Una convinzione che deve tradursi in percorsi concreti di nonviolenza, come quello proposto dalla legge di iniziativa popolare per una difesa civile non armata e nonviolenta.
Su questa proposta si è soffermato Alessandro De Paoli, del Circolo ACLI “Aldo Capitini”, illustrando la campagna «Un’altra difesa è possibile». Non si tratta semplicemente di abolire l’esercito, ma di dare pari dignità e risorse a una forma diversa di difesa, fondata sulla Costituzione e sul ripudio della guerra: servizio civile, corpi civili di pace, protezione civile e ricerca per la pace e il disarmo.
Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento, ha rilanciato l’urgenza della raccolta delle firme (ne mancano all’incirca 30 mila), ricordando che il tempo a disposizione è poco (poco più di un mese) e che proprio dalle proposte concrete possono nascere cambiamenti profondi. E ha spiegato come il progetto preveda un Dipartimento della Difesa civile presso la Presidenza del Consiglio, coordinando quattro strumenti: il Servizio civile, i Corpi civili di Pace, la Protezione civile e l’Istituto di ricerca per la Pace e il Disarmo, una proposta concreta e compatibile con gli artt. 11 e 52 della Costituzione, che unisce realismo politico e prospettiva di disarmo.
Miria Pericolosi, dell’ Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, ha riportato il tema sul terreno educativo. Commemorare Hiroshima e Nagasaki significa, innanzitutto, «viaggiare nel tempo» per imparare collettivamente, ma anche riconoscere i segnali di una crescente normalizzazione della guerra nei luoghi della formazione. La scuola e l’università rischiano di essere attraversate da una cultura del nemico, dell’insicurezza e dell’obbedienza, mentre si rafforza l’idea di una società preparata alla guerra. Da qui l’appello a un’obiezione di coscienza che diventi scelta collettiva, nel lavoro, nella ricerca e nella società.
Luca Alberti Archetti ha intrecciato questa riflessione con il ricordo personale della sua visita a Hiroshima, nel 2016, restituendo attraverso le parole del suo diario la drammaticità di ciò che aveva visto nel museo della pace. Ha poi richiamato l’esperienza di Giovanni Salio e delle proteste di Comiso: la macchina della guerra non si regge soltanto sulle decisioni dei governi, ma anche sul consenso e sulla partecipazione quotidiana delle persone. Per questo, ha sostenuto, occorre spezzare quella collaborazione e trasformare l’obiezione alla guerra in una scelta collettiva.
Massimo Marchini, per Global Sumud FVG, ha denunciato il permanere di un doppio standard nell’uso della forza e il nuovo salto di qualità dell’industria bellica, sempre più intrecciata con le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale. Le armi, ha osservato, non sono più soltanto strumenti fisici: possono diventare algoritmi capaci di raccogliere dati, individuare bersagli e orientare decisioni di vita o di morte. Da qui il suo appello a disarmare non soltanto gli arsenali, ma anche la tecnologia e l’industria, riconvertendole alla pace.
Il consigliere regionale Fvg Furio Honsell ha collocato la commemorazione di Nagasaki nel contesto internazionale attuale, sottolineando come la militarizzazione stia crescendo ovunque e come la minaccia nucleare sia tornata pericolosamente a essere evocata: secondo Honsell, il disarmo nucleare non è una questione astratta o lontana, perché la Base USAF di Aviano ospita ordigni nucleari e rende questo problema direttamente legato al nostro territorio. Per questo ha ribadito la contrarietà alla guerra e alla presenza delle armi nucleari, richiamando il sostegno all’appello di ICAN per la loro completa abolizione.
Brevi saluti sono stati portati anche da Antonella Lestani per l’Anpi Udine e da Pier Parrinello dell’Assemblea Vittoriese contro la guerra e il genocidio. Ha concluso un rito collettivo ideato da Tojo de Savorgnani, voce storica dell’ambientalismo friulano, coadiuvato da Guerrino Dirindin, rito mediante il quale si è potuto realizzare nel prato un fiore gigante utilizzando elementi naturali come la crusca, piccoli fiori e foglie, rami e semi di granoturco.
Da parte mia, precedendo tutte queste riflessioni, nell’intervento che mi è stato chiesto ho cercato di partire da una domanda fondamentale: abbiamo davvero imparato qualcosa da Hiroshima e Nagasaki? Quelle tragedie rappresentano certamente il punto più alto raggiunto dalla capacità distruttiva dell’uomo, ma anche, e soprattutto, «il punto più basso della sua cultura». Perché quando un’umanità arriva a considerare accettabile cancellare in un istante centinaia di migliaia di vite, significa che ha smesso, prima ancora, di educarsi alla pace.
È questo, a mio avviso, il nodo decisivo. Non stiamo vivendo soltanto una crisi geopolitica: stiamo vivendo una crisi culturale. La guerra non comincia quando partono i missili, ma molto prima, quando una cultura smette di educare alla fraternità e comincia a educare alla paura. La cultura del riarmo internazionale e quella dell’autodifesa privata nascono dalla stessa radice: l’idea che l’altro sia anzitutto una minaccia e che la forza sia la risposta più efficace alla paura.
Per questo, a pochi mesi dal celebrare Pordenone capitale italiana della Cultura 2027, siamo chiamati ad avere il coraggio di parlare di una nuova cultura. Perché la cultura non sia soltanto produzione di eventi, spettacoli o valorizzazione del patrimonio: sia realmente ciò che plasma il nostro modo di guardare il mondo, ciò che ci insegna a riconoscere nell’altro una persona oppure a ridurlo a un numero, a una categoria, a un nemico. Pierluigi Di Piazza aveva intuito profondamente questo aspetto quando, con l’accoglienza, volle fare proprio della promozione culturale il secondo cardine del Centro “Balducci”, individuando in esse le due anime inseparabili: non basta aprire una porta, se non si aprono anche gli occhi e il cuore.
Abbiamo bisogno, dunque, di tornare a educare alla fraternità, alla democrazia, al dialogo, alla responsabilità e alla nonviolenza; di imparare ad abitare i conflitti senza trasformarli in violenza. La pace deve tornare a essere un progetto educativo che nasce dalle scuole, dalle famiglie, dalla cultura, dalla politica quando ritrova il coraggio del confronto e da cittadini capaci di rifiutare la guerra come destino inevitabile.
Davanti alla Base USAF di Aviano non eravamo lì contro qualcuno. Eravamo lì per ricordare a tutti, e prima di tutto a noi stessi, che nessuna installazione militare può sostituire il compito più difficile e urgente: costruire una cultura della pace. Ernesto Balducci lo aveva detto con parole che oggi risuonano come un bivio: «Gli uomini del futuro o saranno uomini di pace o non saranno».
Ottantuno anni dopo Hiroshima e Nagasaki, questa scelta riguarda anche noi. Se continueremo a educare alla paura, al nemico e alla forza, la guerra globale non sarà un incidente della storia, ma il risultato delle nostre scelte. Se invece avremo il coraggio di educare alla fraternità, alla democrazia, al dialogo e alla nonviolenza, allora la memoria di Hiroshima e Nagasaki potrà diventare qualcosa di più del ricordo di una tragedia: potrà essere il punto da cui l’umanità decide di non tornare più indietro.
Paolo Iannaccone

31/07/2026

Riconoscimento facciale: il decreto che recepisce l'AI Act consente di raccogliere i volti di chi passa in piazza. Ecco le criticità

Come Global Sumud FVG rifiutiamo l’allarmismo preventivo di titoli come questo. Pordenone in particolare ha sempre dimos...
29/07/2026

Come Global Sumud FVG rifiutiamo l’allarmismo preventivo di titoli come questo. Pordenone in particolare ha sempre dimostrato di saper manifestare con grande senso di rispetto e civiltà. In particolare i gruppi e le associazioni per la Palestina che periodicamente sono in piazza a cercare di sensibilizzare le persone su quanto accade a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, in Iran e in altri quadranti mondiali.
In questo è invece da rilevare come abbiamo sempre incontrato sul fronte opposto chiusura al dialogo, supponenza e arroganza.

COMUNICATOPORDENONE, 28 LUGLIO 2026Global Sumud Friuli-Venezia Giulia aderisce e partecipa alla mobilitazione promossa d...
28/07/2026

COMUNICATO

PORDENONE, 28 LUGLIO 2026

Global Sumud Friuli-Venezia Giulia aderisce e partecipa alla mobilitazione promossa da Il Bene Comune Pordenone, ANPI Pordenone e altre associazioni e organizzazioni per mercoledì 29 luglio e sottoscrive l’appello lanciato dalle stesse.

Il convegno “DEFENDER” di Confindustria è una svolta bellicista che trasforma il Friuli Venezia Giulia in un avamposto della guerra e della repressione

Mercoledì 29 luglio, nella sede di Confindustria Alto Adriatico a Pordenone, si terrà il convegno “DEFENDER - Difesa, Dual Use e Opportunità per le imprese”. Sotto la patina di un titolo asettico e di un programma tecnico, si cela un progetto politico-industriale di una gravità inaudita: la riconversione del tessuto produttivo del Friuli Venezia Giulia verso la produzione di strumenti di morte, repressione interna e guerra ibrida.

Non si tratta di un evento isolato. È l'ultimo tassello di una strategia che Confindustria sta costruendo da mesi, con la complicità delle istituzioni locali e nazionali, per orientare l'economia della regione verso il comparto bellico. Come documentato da Rainews, sono già una sessantina le aziende tra Pordenone, Trieste e Gorizia che hanno manifestato interesse a entrare nella filiera della difesa, in collegamento con i giganti Leonardo e Fincantieri. Un vero e proprio "distretto del militare" che sta prendendo forma sotto i nostri occhi, trainato da ingenti finanziamenti europei e nazionali.

Il Friuli Venezia Giulia: già un arsenale a cielo aperto

Il progetto “DEFENDER” si innesta su un territorio che è già uno dei più militarizzati d'Europa. Il Friuli Venezia Giulia ospita, nella base aerea di Aviano (a pochi chilometri da Pordenone), un arsenale nucleare statunitense stimato tra le 20 e le 30 testate atomiche. Una presenza che, come denunciato da anni da associazioni civiche e da un'interrogazione parlamentare europea, tiene l'intera popolazione in uno stato di pericolo costante.

La scorsa settimana, il Tribunale di Pordenone ha archiviato l'esposto presentato da Wilpf Italia e altre 16 realtà e cittadini, che contestavano l'illegittimità della presenza di questi ordigni. Nell'ordinanza di archiviazione, la giudice ha tuttavia confermato la presenza delle armi nucleari sul territorio italiano, ritenendola però giustificata da trattati internazionali. I denuncianti hanno già annunciato l'intenzione di ricorrere alla Corte europea dei diritti dell'uomo, sostenendo che tale presenza rappresenta un rischio concreto e oggettivo per la vita dei cittadini.

I cittadini del Friuli Venezia Giulia convivono con un potenziale letale di cui il Tribunale ha ora confermato l'esistenza, e che li rende obiettivi strategici prioritari in caso di conflitto.

La scelta di Confindustria di potenziare ulteriormente l'industria bellica in una regione già esposta a rischi enormi è una follia criminale, che trasforma il nostro territorio in un bersaglio di prima linea per qualsiasi guerra futura.

La bandiera di Israele e la complicità nel genocidio

Confindustria Alto Adriatico ha lasciato esposta per settimane la bandiera dell’entità sionista sulla facciata della propria sede a palazzo Klefisch. E questo nonostante fosse evidente già poco dopo il 7 ottobre, come il governo criminale di Benjamin Netanyahu stesse cogliendo l’occasione per porre in essere l’atto finale di ottant’anni di occupazione illegale, violenze, raggiri delle risoluzioni Onu, apartheid, sterminio di un intero popolo.

Un gesto non neutrale, ma un'esplicita presa di posizione a favore di un’entità che sta attuando un genocidio ai danni del popolo palestinese. Come hanno denunciato i cittadini, "quella bandiera portava con sé due messaggi inaccettabili: sostenere chi ha massacrato migliaia di civili palestinesi, soprattutto bambini. Legittimare l'uso della guerra come strumento politico e il riarmo come risposta alla crisi".

Ora, con il convegno “DEFENDER”, Agrusti e Confindustria vanno oltre il simbolo e passano ai fatti: trasformano quella complicità politica in produzione industriale. Le stesse aziende che oggi progettano di riconvertirsi al “dual use” potrebbero domani fornire componenti per i sistemi d'arma che continuano a colpire Gaza e il Medio Oriente.

La guerra come business: il costo sulla vita delle persone

La deriva bellicista di Confindustria non è solo un pericolo per la pace: ha un impatto diretto e devastante sulla vita e sul portafoglio delle persone comuni.

Mentre pochi grandi gruppi industriali fanno affari con la produzione di armi e sistemi di sicurezza, sono le famiglie e le lavoratrici e i lavoratori a pagare il prezzo più alto. Le tensioni internazionali e gli scenari di guerra alimentano l'instabilità dei mercati energetici, con conseguenze immediate sui prezzi dei carburanti. Come denunciato da più parti, gli aumenti del costo della benzina e del gasolio sono spesso il frutto di fenomeni speculativi che nulla hanno a che vedere con reali carenze di approvvigionamento.

"L'aumento dei prezzi non deve diventare una forma di speculazione – anche perché, se il prodotto c'è e le riserve tengono, eventuali aumenti incontrollati dei prezzi, in particolare per il gasolio, non hanno alcuna giustificazione".

Eppure, mentre le oscillazioni del prezzo del petrolio dipendono dall'estro mattutino di un unico uomo e dalle sue decisioni unilaterali, sono le persone comuni a subire rincari che gravano su ogni aspetto della vita quotidiana: dai trasporti alla spesa, dalle bollette ai beni di prima necessità. L'impatto a cascata dell'aumento del costo del carburante non si limita a rendere più oneroso il pieno dell'auto, ma si riversa su tutta l'economia, colpendo chi ha meno risorse per difendersi.

Questa è la vera economia della guerra: pochi si arricchiscono, alcuni addirittura in modo smodato, immorale, mentre la maggioranza paga il conto in termini di potere d'acquisto, di sicurezza e di pace.

Gaza è il laboratorio. L'espansione imperialista non ha confini

La strategia che Confindustria sta promuovendo non è neutrale. Si inserisce in un disegno più ampio: la guerra globale che l'Occidente ha dichiarato a chiunque tenti di ostacolare la sua nuova espansione imperialista e coloniale.

Gaza è il laboratorio: qui vengono sperimentate tecniche di sterminio, repressione e controllo che vengono poi esportate altrove. Venezuela e Iran sono i test successivi. Libano, Siria, Cuba sono, o saranno presto, terreni di espansione per Israele e per gli Stati Uniti. E poi? La Groenlandia? L'Europa? Perché devono avere dei limiti?

Il convegno di Confindustria è il tentativo di normalizzare questa follia, di trasformare la guerra in business, la morte in opportunità. Non possiamo e non vogliamo accettarlo.

Chiediamo:

- L'immediata cancellazione del convegno “DEFENDER” e la rinuncia a qualsiasi progetto di riconversione bellica del tessuto produttivo regionale.
- La trasparenza totale sulla presenza di ordigni nucleari nella base di Aviano, ormai confermata dal Tribunale di Pordenone, e la loro immediata rimozione.
- La fine di ogni complicità con l'industria bellica israeliana e con i governi che conducono guerre di aggressione e genocidio.
- Un piano di riconversione ecologica e sociale dell'economia del Friuli Venezia Giulia, che investa in pace, lavoro dignitoso e giustizia sociale, non in armi e morte.
- La fine delle speculazioni sui prezzi dei carburanti e un controllo pubblico sui mercati energetici, per tutelare il potere d'acquisto delle famiglie e delle imprese.

Il Friuli Venezia Giulia non sarà un avamposto della guerra. Non saremo complici di chi lucra sulla sofferenza dei popoli.

Per la pace, per la vita, contro l'industria della morte.

GLOBAL SUMUD FRIULI-VENEZIA GIULIA

19/07/2026
27/06/2026

Un nuovo rapporto esplosivo del Centro Contenzioso Global Echo svela come i prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani vengano sistematicamente etichettati in modo errato per ottenere fraudolentemente vantaggi tariffari, evidenziando urgenti preoccupazioni etiche e legali. Fonte: English ver...

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