06/09/2026
Anche io, come tutti voi, ho visto il video in cui una poliziotta, cerca di convincere Vella a non gettarsi dal viadotto sull'A1. Sarebbe impossibile non vederlo considerato che i social ne sono invasi perché alcune testate giornistiche hanno deciso di diffonderlo (su questo punto potrei aprire una lunga considerazione, ma la rimando ad un'altra occasione). Ho deciso, invece, di scrivere di ciò che ho provato. La scena mi ha fatto pensare a una cosa che, probabilmente, molti preferirebbero non ammettere: possiamo sapere perfettamente quale sia la cosa giusta da fare e, nello stesso momento, provare qualcosa di completamente diverso.
La cosa giusta, in questo caso, mi è chiarissima. Ilaria deve impedirgli di morire perché il suo compito è fermarlo e consegnarlo alla giustizia. Se Lorena Isceri è ancora viva o se non lo è, se Vella è responsabile oppure no, non spetta a lei stabilirlo in quel momento e certamente non spetta a lei decidere se quell'uomo debba vivere o morire. Deve impedirgli di compiere un gesto irreversibile e fare in modo che sia un giudice, sulla base delle prove, a stabilire eventuali responsabilità. La poliziotta compie il suo dovere fino addirittura alla supplica in ginocchio.
Questa è la parte di me che ragiona e che, in una società civile, deve prevalere, nonostante l'immagine sia stata estremamente forte sul piano dei contenuti.
Accanto a queste convinzioni poi, ne sono emerse altre, molto meno razionali che preferisco non scrivere, ma che potete intuire facilmente.
Non sono pensieri di cui vado fiera e non credo nemmeno che debbano essere nobilitati o trasformati in una posizione politica. È semplicemente quello che ho pensato in quel momento.
Credo che sia interessante, però, interrogarmi sulle ragioni per cui anche una persona, come me, piuttosto razionale e lucida, possa arrivare ad avere una reazione simile. Una reazione che non nasce dal desiderio astratto di vedere morire qualcuno; nasce, almeno nel mio caso, da una forma di esasperazione che negli ultimi anni è diventata sempre più difficile ignorare.
Sono stanca della quantità di parole che accompagnano ogni episodio di violenza contro una donna e della sproporzione tra la facilità con cui si producono dichiarazioni, indignazione e promesse e la difficoltà con cui si modificano determinati comportamenti culturali. Sono stanca di dover assistere continuamente alla stessa discussione, nella quale ogni volta che si parla di violenza contro le donne qualcuno sente il bisogno di spostare il discorso altrove: sulle donne che denunciano troppo, sulle donne che provocano, sulle donne che scelgono male gli uomini, sulle donne che generalizzano, sulle donne che usano parole dure.
Sono stanca anche della pretesa, piuttosto curiosa, che una donna debba mantenere un livello di equilibrio e di correttezza superiore a quello che viene richiesto a chi la aggredisce verbalmente. Se vengo insultata perché sono una donna, sembra che il vero problema diventi il modo in cui rispondo all'insulto; se replico con la stessa durezza, qualcuno mi ricorda immediatamente che non dovrei generalizzare, che dovrei essere più elegante, che dovrei dare il buon esempio.
Come se il comportamento delle donne dovesse essere continuamente sottoposto a un esame morale mentre quello degli uomini che le insultano fosse un dato di fatto sul quale non vale nemmeno la pena soffermarsi.
Sono stanca, inoltre, di chi pretende di stabilire dall'esterno come debba essere una donna e quali comportamenti la rendano rispettabile. Questa idea, in forme più o meno esplicite, continua a essere sorprendentemente presente: una donna dovrebbe essere disponibile ma non troppo, sicura di sé ma non aggressiva, libera ma senza eccedere, sessualmente libera ma senza diventare «facile», capace di difendersi ma senza diventare «mascolina», e soprattutto dovrebbe stare attenta a non fare nulla che possa essere interpretato come una provocazione.
È un sistema di aspettative nel quale la responsabilità finisce spesso per spostarsi, quasi impercettibilmente, da chi compie una violenza a chi avrebbe dovuto evitarla.
A tutto questo si aggiunge un'altra dinamica che trovo particolarmente irritante: la trasformazione del confronto tra uomini e donne in un prodotto commerciale e politico. Sui social esiste un intero mercato costruito sulla contrapposizione tra i sessi, nel quale la parola «misandria» viene utilizzata con grande disinvoltura per mettere sullo stesso piano fenomeni che hanno natura, dimensione e conseguenze molto diverse. Non mi interessa sostenere che gli uomini non possano subire discriminazioni o violenze, né penso che ogni critica rivolta agli uomini sia automaticamente giustificata. Mi interessa piuttosto osservare quanto rapidamente, quando si parla della violenza sulle donne, la discussione venga trasformata in una gara a stabilire quale sesso sia più vittima dell'altro.
E mentre discutiamo di questo, le donne continuano a essere uccise.È dentro questo contesto che ho guardato quel video e ho avuto quella reazione.
Ho pensato che la poliziotta avrebbe dovuto...
Subito dopo, naturalmente, ho pensato che non lo credo davvero. So che non è così che deve funzionare una società civile. So che la giustizia non può essere affidata alla rabbia di chi guarda un video e che nessuno dovrebbe essere condannato a morte perché noi riteniamo, sulla base delle informazioni che abbiamo, che lo meriti.
Il punto, a mio avviso, è riconoscere che, davanti a una persona che riteniamo responsabile di una violenza estrema, possiamo provare sentimenti che entrano in conflitto con i nostri stessi principi.
Credo che sia una distinzione importante, perché una società civile non si misura dal fatto che i suoi cittadini non provino mai rabbia, disgusto o desiderio di vendetta. Si misura anche dalla capacità di non trasformare quei sentimenti in un criterio di giustizia.
Perché essere lucidi, almeno per me, non significa fingere di non provare certe cose. Significa riconoscerle, anche quando sono sgradevoli, e contemporaneamente sapere che non sono loro a dover decidere come funziona la giustizia.
Durante la visione, quindi, dentro di me c'erano entrambe le cose: la consapevolezza che Ilaria stesse facendo esattamente ciò che doveva fare e il desiderio, molto meno nobile, che non lo facesse.
La prima è quella in cui credo.
La seconda è quella che ho deciso di non nascondervi.
Elmar Elisabetta Marcianò direttore Reggio Informa