17/06/2026
— «Dario, torni sempre così tardi ultimamente. Ti rendi conto che quasi non parliamo più?»
La voce di Lana mi rincorre dall’altra stanza, mentre appoggio le chiavi sul mobile dell’ingresso. È passata la mezzanotte. L’odore di detersivo, i piatti ancora umidi nel lavandino e la luce fioca della cucina sono le uniche presenze che mi danno il benvenuto. Stringo forte la busta della spesa, le dita indolenzite dopo quattordici ore di lavoro. Ma quello che mi ferisce di più non è la stanchezza, è il tono di Lana: sottile, quasi accusatorio.
— «Sto facendo del mio meglio, Lana», rispondo, provando a celare la stanchezza che mi si annida negli occhi. «Se Milano non fosse così cara, se il lavoro in fabbrica bastasse, forse ci vedremmo di più. Ma non voglio che ci manchi nulla.»
Lei non aggiunge altro. Si limita a girare l’insalata nella ciotola, guardando un punto indefinito oltre il davanzale. Le sue mani, sempre delicate, sono le stesse che mi hanno accarezzato la schiena nelle notti di tempesta, ma ora sembrano lontane anni luce.
Ricordo ancora quando ci siamo trasferiti in questo monolocale di Lambrate. Avevo lasciato il mio paese sui laghi per inseguirla, certo che lei fosse il mio destino. Mia madre piangeva ogni volta che chiamavo da una cabina, chiedendo se mangiassi abbastanza. Mio padre, invece, mi ricordava che “ogni sacrificio per amore verrà ripagato, Dario”. Me lo ripetevo ogni mattina, salendo sul tram delle sei, diretto alla fabbrica.
La sera, arrotondavo come cameriere in una trattoria di Porta Romana. Tornavo stordito dai turni, ma Lana mi aspettava sempre sveglia, le luci basse e una tazza di tè per due. Era quell’intimità rubata il mio rifugio.
Poi qualcosa è cambiato. Lentamente, ma in modo inesorabile. Le sue chiamate sul lavoro si sono fatte più rade. I messaggi brevi. L’odore del suo profumo si è mischiato a quello di si*****te che non ho mai visto fumare a casa. La sera la trovavo distratta, inseguendo lo schermo del cellulare, sorridendo a qualcuno che non ero io.
Ho provato a convincermi che fosse lo stress. Anche lei lavorava tanto, in un piccolo studio da pubblicitaria, dove i clienti la chiamavano a tutte le ore. Ma i dubbi scavavano dentro di me fino a quando, una notte, tornando ancora più tardi del solito, l’ho sentita parlare sottovoce attraverso la porta socchiusa del bagno.
— «No, non posso adesso, lui è appena rientrato…»
C’era un affanno nel suo respiro che non le conoscevo. Mi sono gelato. In un attimo di vigliaccheria sono rimasto lì, nascosto nell’ombra, ascoltando il suo dialogo spezzato.
— «Ti richiamo domani, ti prometto che troverò il modo…»
Quando mi ha visto sulla soglia, ha sussultato, cercando di camuffare la voce allegra:
— «Era solo Marta, l’amica mia. Ti ricordi? Ha lasciato Marco un’altra volta…»
La risposta mi è uscita meccanica:
— «Certo… poverina.»
Ma da quella notte non ho più dormito davvero. I suoi silenzi erano diventati i miei incubi. Mi sono aggrappato alle solite abitudini, fingendo che tutto andasse bene. Le ho portato i cornetti freschi la domenica, l’ho invitata a fare una passeggiata sui Navigli, ma lei era sempre stanca, evasiva. Spesso usciva anche lei dopo cena, dicendo di aver bisogno di staccare, vedere un’amica o andare a ‘yoga’.
Una sera, dovendo cambiare i turni all’ultimo, sono tornato a casa alle otto invece che a mezzanotte. Un odore strano mi ha accolto, di colonie maschili che non mi appartenevano. Il cuore mi batteva forte, mentre distinguevo due voci — la sua, concitata, e quella di un uomo, sconosciuta.
Ho bussato piano. Il silenzio immediato mi ha messo i brividi. Dopo pochi secondi, Lana è uscita sul pianerottolo, chiudendosi la porta dietro. Gli occhi rossi, il viso pallido.
— «Non è come pensi, Dario», ha sussurrato, appoggiando la testa al muro.
— «Dimmi allora cosa penso, Lana. Dimmelo tu. Perché io sto impazzendo.»
Ecco la crepa. In quel momento ho visto negli occhi di Lana il dolore, la paura, ma nessuna sfida. Solo resa, e questo mi ha ucciso più della rabbia. Un uomo si è avvicinato, uscendo dalla porta. Giovane, vestito in modo elegante, con un sorriso forzato. Si è presentato come Nicola, collega di Lana. Mentiva. Lo sentivo nelle ossa.
Non ho avuto la forza di urlare. Le mie gambe mi hanno portato giù per le scale, sotto la pioggia di metà ottobre. Ho camminato senza meta per ore, dimenticando il freddo e la fame. Mi sentivo come un fantasma in una città che non era mai stata davvero mia.
Sono tornato solo all’alba. Lana non era più a casa. Ero solo, circondato dalle tracce della nostra vita: le sue scarpe addossate al mio armadio, le fotografie appese sul frigorifero, gli appunti del supermercato scritti con la sua calligrafia allegra. Ho pianto come un bambino. Mi sono domandato mille volte dove avessi sbagliato. Ero troppo povero? Troppo distratto dai turni? Forse mi ero illuso che bastasse lavorare duro per costruire la felicità.
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