23/08/2026
"Papà non risponde."
Avevo il telefono che mi scivolava dalle mani per il sudore. Mia sorella no, io non ce l’avevo una sorella. Avevo due fratellini, Luca di sette anni e Tommaso di quattro, seduti sul divano con gli occhi enormi, e mia madre attaccata a un ventilatore in ospedale dopo un’emorragia cerebrale che l’aveva fatta crollare sul pavimento della cucina davanti a noi.
"Quando torna la mamma?" mi chiese Tommaso stringendo il suo pupazzo sporco di biscotto.
Non sapevo cosa dire. Avevo sedici anni. Sedici. E in quel momento mi sentivo già vecchia.
I primi giorni furono una nebbia. Preparavo latte, cambiavo mutandine, facevo lavare i denti ai bambini, mettevo su la lavatrice, correvo al telefono ogni volta che squillava. Dormivamo tutti e tre nel lettone dei miei genitori perché Luca diceva che sentiva rumori e io, in realtà, avevo più paura di lui.
Papà ogni tanto compariva. Entrava, apriva il frigorifero, chiedeva se c’era caffè.
"All’ospedale ci sei stata?" gli chiesi una sera.
Lui si tolse la giacca, nemmeno mi guardò.
"Ci sono passato. I medici dicono di aspettare. Che devo fare?"
Che dovevi fare? Mi si chiuse la gola.
"Magari restare qui. Magari portare Tommaso all’asilo. Magari fare il padre."
Luca abbassò gli occhi sul quaderno dei compiti. Tommaso iniziò a piangere senza capire bene perché. Mio padre sbuffò come se fossi io il problema.
"Non cominciare anche tu, Giulia. Ho la testa che scoppia."
Anche tu. Quella frase non l’ho più dimenticata. Come se io fossi un peso in più, non una ragazzina lasciata da sola in mezzo al disastro.
Mamma si svegliò dopo nove giorni. Sopravvisse, sì. Ma la parte sinistra del corpo rimase quasi ferma, la parola impastata, la memoria a tratti. Quando la vidi la prima volta cosciente, cercò di alzare la mano e non ci riuscì. Mi guardò con una vergogna che mi spezzò in due.
"Scusami," sussurrò.
Io le presi le dita immobili e dissi subito di no, troppo in fretta, perché se avessi pensato davvero a tutto quello che ci stava cadendo addosso, sarei crollata lì.
Da quel momento la casa diventò un reparto improvvisato. Pannoloni, medicine, orari, fisioterapia, ricette, impegnative, file alla ASL, conti da pagare. Mio padre lavorava a giornate, almeno così diceva. In realtà spariva per ore, a volte per notti intere. Tornava nervoso, con l’odore di fumo addosso e la faccia di uno che voleva solo essere lasciato in pace.
Io andavo a scuola con due ore di sonno. Mi addormentavo sul banco. Le professoresse all’inizio erano comprensive, poi cominciarono con le frasi normali, quelle che fanno male proprio perché sono normali.
"Giulia, sei intelligente, ma non puoi andare avanti così."
Come, esattamente? Mi sarebbe piaciuto chiederlo. Con quale energia? Con quale tempo?
A diciassette anni lasciai il liceo. Ufficialmente per prendermi una pausa. In realtà non ci sono più tornata.
Mamma aveva bisogno di essere girata nel letto, lavata, aiutata a mangiare. Luca iniziò a fare incubi e a rubare merendine al supermercato. Tommaso faceva p**ì a letto quasi ogni notte. Io li sgridavo, poi mi chiudevo in bagno e piangevo in silenzio per non farmi sentire.
Una sera trovai mio padre in cucina con delle buste di gratta e vinci sul tavolo.
"Dimmi che non sono tuoi."
Lui alzò le spalle.
"Ho provato a rifarmi."
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