Maria Beatrice Alonzi

Maria Beatrice Alonzi Scrivo di mente e analizzo chi mente. Autrice | Saggista | Sceneggiatrice
In tv: spiego etica della comunicazione e reputazione. (In elenco AGCOM)

Maria Beatrice Alonzi è scrittrice, esperta di comunicazione, specializzata nella gestione della reputazione, cultura ed etica degli spazi digitali. Oltre la laurea in Scienze Umanistiche – dell’Università Statale di Milano – ha un master in Tecniche e Metodi di Analisi Comportamentale e Analisi Scientifica del Comportamento non-verbale; è speaker di TEDx, relatrice per l’Università Sapienza di Ro

ma e divulgatrice scientifica con focus sulla salute mentale. Dal 2019 ha scritto quattro saggi e un romanzo, tutti best-seller, per un totale di oltre 400.000 copie vendute.

31/05/2026

Sbatti un ginocchio contro il tavolo e trattieni l’urlo. Cosa vedi in quel millesimo di secondo? Uno schiaffo? Un rimprovero? Una faccia che ti guarda con disprezzo perché hai fatto rumore, perché hai disturbato, perché sei stata persona maldestra.

Ma cosa vedi quando le mani iniziano a formicolare senza motivo?
Cosa vedi quando il respiro si blocca a metà petto e non scende più?
Cosa vedi quando provi gioia e, invece di sorridere, il secondo successivo ti senti in colpa?

Quello che compare nella tua mente non è un caso, non un errore del sistema, non una suggestione, non è “solo ansia”.

È il materiale d’archivio del tuo sistema.

Le immagini che ti passano davanti agli occhi quando senti dolore o paura sono le istruzioni per l’uso che hai ricevuto quando eri persona bambina, troppo piccola per capire, in grado solo di difendere (in modo automatico). Sono i motivi per cui oggi scegli di tacere, di sparire o compiacere.

Osservare attentamente quello che “vedi” mentre senti è l’unico modo che hai per mappare le tue difese.

Perché non stai reagendo al presente. Stai reagendo a quello che la mente ricorda del passato. Stai scegliendo, ancora una volta, la strategia che ti ha permesso di restare in vita allora. Anche se oggi quella stessa strategia ti impedisce di vivere.

Capire cosa vedi significa capire come sopravvivi
Sapere come sopravvivi, ti libera dalle aspettative.

E non è forse questo quello che vuoi?

Coraggio

Mi sono commossa.
29/05/2026

Mi sono commossa.

27/05/2026

Abbiamo un bisogno disperato di credere alla menzogna del “bene”. Lo hanno fatto per te, lo hanno fatto perché ti amavano, lo hanno fatto perché non sapevano fare altro. È la colla che tiene in piedi la nostra identità frammentata.

Perché la verità è l’abisso.

Accettare che i nostri genitori non ci hanno amato è l’unica cosa davvero impossibile. Per la persona piccina che siamo stati è una questione di sopravvivenza: se non sono amata, io muoio. Allora il cervello riscrive la storia. Trasforma la violenza in educazione, l’assenza in sacrificio, il disprezzo in severità necessaria.

E tu, oggi, continui a proteggerli. Cerchi ragioni, studi quelli che consideri i loro traumi, analizzi le loro mancanze. Dici che non avevano le risorse, che i loro genitori erano mostri, che hanno fatto quello che potevano. Ed è tutto vero. Ma non cambia il risultato.

Non ti hanno amato.

Non per colpa tua. Non perché non fossi abbastanza. Semplicemente perché non ne erano capaci. Erano brutti, cattivi, vuoti, rotti? Non importa. Hanno fatto con i mezzi che potevano. Non importa, ché la genitorialità non è un credito, è un debito. E più è inadatta la strategia familiare e più sono alti gli interessi da pagare per i figli.

Guardare questo vuoto senza cercare di riempirlo di scuse è il dolore più grande che proverai mai. È un lutto che ti squarcia. Ma è anche l’unico punto da cui puoi ricominciare.

Difendere il loro “bene” ti condanna a restare prigioniero del loro male. Solo quando smetti di giustificare l’Altro, puoi finalmente iniziare a vedere che anche tu esisti, che non hai colpe. Solo la responsabilità di fare diversamente.

Coraggio

22/05/2026

Dire che nella sessualità di tutti esista automaticamente una componente di coercizione o violenza è un dato irreale. E pronunciarlo durante una riflessione pubblica su un caso di cronaca, lo trasforma in un problema.

Fantasia, immaginazione, contenuto simbolico e agito reale sono piani distinti.

Una fantasia non è un verbale.
Non è una confessione.
Non è un progetto operativo.
Non è una previsione comportamentale.

La mente umana utilizza immagini, scenari, simboli, paure, inversioni di ruolo, dinamiche di potere e contenuti aggressivi in modi estremamente complessi. Ma il fatto che un contenuto possa apparire nella vita psichica non significa desiderare di trasformarlo in realtà.

Anzi.

Molto spesso la fantasia serve proprio a contenere, simbolizzare e tenere dentro qualcosa che non viene agito. È una rappresentazione mentale. Un teatro interno. Un luogo dove il cervello e la psiche elaborano conflitti, paura, vulnerabilità, controllo, vergogna, dipendenza, rabbia, perdita di potere.

L’agito è un’altra cosa.

L’agito compare quando un contenuto non viene mentalizzato, elaborato o simbolizzato e passa direttamente all’azione concreta. È il collasso del pensiero nel comportamento.

Ed è qui che nasce il problema culturale enorme di certe dichiarazioni: se diciamo che “tutti hanno dentro certe cose”, rischiamo di cancellare la differenza fondamentale tra immaginare e fare.

Ma la civiltà umana si fonda esattamente su quella differenza.

La responsabilità morale, sociale e giuridica non riguarda ciò che attraversa la mente in modo simbolico. Riguarda ciò che una persona sceglie di fare nel mondo reale, sul corpo e sulla libertà degli altri.

Normalizzare la violenza dicendo che sarebbe universale non aiuta a comprenderla bensì la rende ancora più spaventosa.

21/05/2026

C’è un doppio standard enorme nel modo in cui giudichiamo la paura.

Se ti puntano una pi***la alla testa e tu consegni il portafoglio, chiedendo di risparmiarti la vita, nessuno dice:
«Allora non ci tenevi davvero»
«In fondo volevi darglielo»
«Perché non hai reagito?»

Tutti comprendono intuitivamente: davanti a una minaccia la mente risponde cercando di sopravvivere.

Quando il sistema nervoso percepisce pericolo, attiva risposte automatiche; nello specifico, all’emozione della paura, conseguono tre e solo tre risposte possibili: combattimento, fuga o congelamento. Del congelamento esiste anche una risposta socialmente evoluta: il compiacimento. Nella convinzione istintiva di non poter fare nulla per salvarsi, si tenta di ridurre la minaccia il più velocemente possibile.

Eppure, alcune risposte vengono considerate “legittime” solo in certi contesti.

Se tremi davanti a una pi***la, sei umano.
Se compiaci davanti a una violenza psicologica, emotiva o sessuale, improvvisamente diventi ambigua, responsabile, sospetta.

La mente, però, non distingue il pericolo in base a una presunta morale sociale, bensì fornisce i migliori strumenti per preservare la vita, in QUEL momento.

La risposta di compiacimento è una strategia neurobiologica di riduzione del danno.
La mente valuta inconsciamente che opporsi potrebbe peggiorare la minaccia e allora prova a sopravvivere diventando accomodante, buona, collaborativa, invisibile, utile.

È lo stesso principio per il quale alcuni ostaggi sorridono, tante vittime minimizzano, alcune chiedono scusa mentre vengono umiliate, e i bambini imparano a leggere l’umore dei genitori prima ancora di un libro.

Chi sopravvive così, viene giudicato come se avesse scelto liberamente ciò che gli stava capitando.

Hai detto sì.
Sei rimasta.
Non hai reagito.
Hai sorriso.
Gli hai risposto.
Non sei scappata.

Come se l’esperienza traumatica rispettasse le nostre aspettative cinematografiche. Le persone non sopravvivono combattendo ma adattandosi abbastanza in fretta da restare in vita.

E il fatto che questa cosa venga ancora confusa con il consenso, la debolezza o la volontà, dice molto di più sulla nostra paura ch

20/05/2026

Ti hanno insegnato che l’amore andava meritato quando eri troppo piccolo perfino per capire cosa stesse succedendo.

Ed è qui che nasce una delle ferite psicologiche più devastanti che esistano: il bambino non può pensare che il genitore sia sbagliato, inadeguato o crudele. Per sopravvivere, penserà di essere lui il problema.

Perché un bambino dipende totalmente dalle sue figure di accudimento. Dal loro amore dipende il suo senso di sicurezza, il suo sviluppo neurologico, perfino la regolazione del suo sistema nervoso. E allora il cervello infantile fa una scelta terribile ma funzionale alla sopravvivenza: protegge l’immagine del genitore e distrugge quella di sé.

Se mamma e papà mi fanno male, allora io devo essere cattivo.
Se mi ignorano, devo valere poco.
Se mi umiliano, devo meritarmelo.
Se mi amano solo quando sono bravo, zitto, utile, perfetto, allora io imparerò che l’amore è una prestazione.

E questa convinzione non resta nell’infanzia.
Diventa struttura.
Diventa identità.
Diventa il modo in cui scegli partner, amicizie, lavoro, relazioni.

Le esperienze relazionali precoci modellano la mente in sviluppo. Un bambino cresciuto nell’imprevedibilità o nella svalutazione cronica sviluppa spesso un sistema nervoso costantemente orientato alla minaccia. Vive nell’ipercontrollo, nella paura dell’abbandono, nella vergogna, nell’idea di dover continuamente “guadagnarsi” il diritto di essere amato.

E la cosa più dolorosa è questa: molti adulti continuano a chiamare amore ciò che amore non è mai stato, solo perché quel linguaggio emotivo è l’unico che hanno imparato.

Per questo tante persone rincorrono chi le umilia.
Per questo si sentono in colpa quando mettono confini.
Per questo confondono l’ansia con l’amore.
Per questo si annullano pur di non essere lasciate.

Un bambino non nasce pensando di valere poco.
Lo impara.

E spesso lo impara guardando negli occhi proprio le persone che avrebbero dovuto insegnargli il contrario.

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Qualche secondo dal mio seminario su emozioni e ricordi, presentando il mio ultimo libro “Hai ancora paura” edito Sperling & Kupfer, al Salone Internazionale del Libro di Torino di quest

19/05/2026

E non lo sanno quanto invece ti strapperesti i vestiti facendo ve**re via anche la pelle, pur di non sentire quel dolore, quella paura, quell’incapacità di vivere come tutti gli altri.

Al posto loro cuciresti la pazienza (che non hai), il perdono (che non ti rivolgi), la serenità di uno sguardo che non è mai arrivato, non a te.

Arriverà il giorno nel quale saprai che non è colpa tua, te lo prometto.
Fino ad allora, quando non ti senti al sicuro, torna qui: qui sei al sicuro.

Te lo prometto.

16/05/2026

Se riesco a passare attraverso coloro che mi guardano e ascoltano, allora condivido con loro ciò che sento e loro con me ciò che provano. Ciascuno di noi esce da quell’esperienza curato. Non nel senso di guarito, ma nel senso di visto e preso cura.

Da qui la mia commozione, innescata dalla dirompente ondata di straordinari umani e storie che con gli sguardi mi arrivano addosso, mentre provo a dire che un altro modo c’è, che un’altra vita c’è, che (per chi era presente al Salone di Torino, o ha già letto “Hai ancora paura”) c’è vita dopo il dolore e la paura, anche se ci hanno fatto credere di no.

E stavolta sarò io a farti da spettatore, per sempre.

Coraggio

Mi raccomando CI VEDIAMO A TORINO! Al Salone del Libro, questo Venerdì alle 10:30 in sala ROSA.Un seminario tutto per te...
13/05/2026

Mi raccomando CI VEDIAMO A TORINO! Al Salone del Libro, questo Venerdì alle 10:30 in sala ROSA.
Un seminario tutto per te su emozioni, paura, relazioni e ricordi!

Qui tutte le info: https://incontri.haiancorapaura.it

13/05/2026

Ringraziamo il pilota per il decollo, mentre parliamo della validità delle emozioni che è diversa dalla giustiticazione dei comportamenti

Indirizzo

Via Appia Nuova, 427
Rome
00181

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