18/12/2025
Il calo delle nascite è oggi uno dei fattori più critici per la tenuta della previdenza pubblica italiana, e l’INPS ne è il punto di massima esposizione. Non si tratta di un rischio teorico o futuro: è un processo già in atto, che condiziona ogni previsione di sostenibilità del sistema pensionistico.
Il modello previdenziale italiano si basa quasi interamente sul principio della ripartizione: i contributi versati dai lavoratori attivi finanziano le pensioni di chi è già in quiescenza. Questo equilibrio funziona solo se la base contributiva è ampia e stabile. Il calo delle nascite rompe progressivamente questo meccanismo, perché riduce il numero di futuri lavoratori mentre aumenta quello dei pensionati, grazie anche all’allungamento della vita media.
Negli anni Settanta c’erano circa quattro lavoratori per ogni pensionato. Oggi il rapporto è vicino a uno e mezzo a uno, e le proiezioni demografiche indicano un ulteriore peggioramento. Meno bambini oggi significa meno contribuenti tra venti o trent’anni, e l’INPS si troverà a dover pagare un numero crescente di pensioni con una platea contributiva sempre più ristretta. È una dinamica matematica, prima ancora che politica.
Questo squilibrio ha già effetti concreti. Una parte rilevante delle prestazioni previdenziali è ormai finanziata non solo dai contributi, ma anche dalla fiscalità generale. In altre parole, lo Stato integra il bilancio dell’INPS per coprire una differenza strutturale tra entrate e uscite. Finché il debito pubblico regge, il sistema tiene. Ma il legame tra demografia e conti pubblici è sempre più stretto.
Il calo delle nascite incide anche sulla qualità del lavoro e, di conseguenza, sui contributi versati. Meno giovani significa meno nuovi ingressi nel mercato del lavoro e meno carriere lunghe e continue. L’occupazione frammentata, i salari bassi e la precarietà riducono ulteriormente il gettito contributivo. Anche quando i giovani lavorano, spesso versano contributi insufficienti a sostenere pensioni future adeguate, creando un doppio problema: entrate più basse oggi e assegni più deboli domani.
Le riforme previdenziali degli ultimi decenni hanno cercato di rispondere a questo scenario spostando in avanti l’età pensionabile e legando sempre di più l’assegno ai contributi effettivamente versati. Ma la leva demografica resta dominante. Senza nuove nascite, l’INPS può solo redistribuire sacrifici: pensioni più basse, lavoro più lungo, maggiore pressione fiscale o un mix di tutte e tre le cose.
C’è poi un aspetto spesso sottovalutato: la percezione di equità. Le generazioni più giovani, meno numerose e più gravate da contributi elevati, rischiano di finanziare un sistema dal quale riceveranno meno. Questo mina il patto intergenerazionale su cui si fonda la previdenza pubblica e alimenta sfiducia, evasione contributiva e fuga verso soluzioni private.
In questo contesto, il calo delle nascite non è solo una variabile sociale, ma il nodo centrale della sostenibilità dell’INPS. Senza un’inversione demografica, o senza un forte aumento dell’occupazione e della produttività, la previdenza pubblica italiana resterà strutturalmente sotto pressione. Non è una questione di “se”, ma di “quando” e di “quanto” sarà necessario intervenire ancora. E ogni anno che passa, con meno bambini e più pensionati, riduce il margine di manovra.