13/08/2026
Una carriera trascorsa lontano dai riflettori, tra indagini delicate, criminalità organizzata, latitanti e testimonianze difficili da dimenticare. Felicetta Serpico, conosciuta da tutti come Licia, è stata una delle pioniere della presenza femminile nella Polizia di Stato.
Il suo percorso comincia nel 1986, quando termina il primo corso di formazione destinato alle poliziotte. A Napoli entra in questura e diventa una delle prime donne operative: inizialmente lavora sulle Volanti, poi approda alla Squadra mobile, occupandosi prima di omicidi e successivamente della ricerca dei latitanti.
La svolta arriva nel 1992, quando viene trasferita a Padova alla Direzione investigativa antimafia. In Veneto resterà per quasi trent'anni, fino al 2021, anno in cui il vice capo della Polizia Raffaele Grassi la chiama a Roma. Dal primo luglio, invece, per lei è iniziata ufficialmente la pensione.
Il contrasto alla mafia ha segnato profondamente la sua vita professionale. "Sono figlia della strage di Capaci", raccontò in un documentario Rai del 2021. In quel filmato, però, il suo volto non venne mai mostrato: di lei si potevano scorgere soltanto un orecchino, una collana di perle e i capelli che le scendevano lungo la schiena.
Le radici del suo impegno risalgono ancora più indietro, alle manifestazioni contro la camorra nell'entroterra irpino, alla figura del vescovo Antonio Riboldi e a quella frase scandita dagli studenti: "Ciro Cirillo ce l'ha insegnato, la camorra è nello Stato".
A Padova Serpico si trova ad affrontare l'espansione verso Nord di camorra e 'ndrangheta. Le organizzazioni criminali puntavano anche sugli imprenditori in difficoltà, attraverso estorsioni e prestiti a interessi usurari. Una delle indagini più importanti culmina il 14 aprile 2011 con l'operazione Aspide: 27 persone vengono arrestate e dalle investigazioni emergono 135 imprenditori vittime di usura, due sequestri di persona e 61 episodi di lesioni. Fu proprio Licia ad accogliere negli uffici della Dia il primo testimone che contribuì a far partire l'inchiesta.
Di quella vicenda conserva ancora oggi un legame particolare: quello con la figlia di un supertestimone, una ragazza che non voleva essere costretta ad abbandonare la propria città, gli amici e la scuola. "Ho sempre cercato di non farmi coinvolgere emotivamente nelle indagini ma in questo caso ho mantenuto un rapporto con lei, ci scriviamo ogni tanto, so che si è laureata".
Anche le minacce hanno fatto parte del suo lavoro. Durante un'udienza davanti alla Corte d'Assise di Verona, un camorrista si rivolse a lei in napoletano stretto dicendo: "Aì passa tant'uai". Il presidente del tribunale comprese che qualcosa non andava e le chiese spiegazioni. Serpico, senza scomporsi, replicò: "Signor giudice, non si preoccupi, mi ha augurato tanta fortuna". L'uomo sarebbe poi stato condannato a sei anni.
Conclusa la lunga esperienza nella Polizia, per Licia Serpico si apre ora un nuovo capitolo. A Roma intende dedicare tempo e impegno al sociale, proseguendo in un certo senso una missione che ha accompagnato tutta la sua vita.
Un'attenzione particolare continuerà a essere rivolta alla memoria delle vittime del dovere, tema sul quale ha lavorato a lungo. Tra le figure a cui si è dedicata maggiormente c'è quella di Emanuela Loi, l'agente di Polizia uccisa nella strage di via D'Amelio. Un modo per continuare a custodire la memoria di chi ha pagato con la vita il proprio servizio allo Stato.