24/02/2026
Il problema non è il poliziotto colpevole.
Il problema è che gli agenti della Polizia di Stato hanno, da principio, confermato la versione dei fatti data dal collega.
Il problema è che un testimone di nazionalità afgana, un tossicodipendente, è stato giudicato dai PM più attendibile degli agenti. Non di un solo agente. Dobbiamo parlare al plurale: gli agenti, coloro che dovrebbero essere fedeli servitori dello Stato.
Ed è stato giudicato più attendibile, il ragazzo, per una sola ed unica ragione: lui diceva la verità. I poliziotti del Commissariato Mecenate no, mentivano.
Dopo hanno capito che era meglio collaborare. Dopo.
Il castello di bugie eretto dall'assistente capo Carmelo Cinturrino, 41 anni, si è sbriciolato sotto il peso della prova scientifica e dei silenzi interrotti dai suoi stessi compagni di pattuglia. Quello che doveva apparire come un drammatico scontro a fuoco nel bosco dello spaccio di Rogoredo si è rivelato un omicidio volontario, aggravato da una messinscena durata 23 minuti. Cinturrino, noto nell'ambiente con il soprannome di "Thor" perché girava con un martello, è stato definito senza mezzi termini «un delinquente» dal capo della Polizia, Vittorio Pisani.
A incastrare definitivamente l'agente è stata la Scientifica. Sulla pi***la a salve, piazzata accanto al corpo di Abderrahim Mansouri per simulare la legittima difesa, è stato rinvenuto esclusivamente il profilo genetico di Cinturrino. Il Dna del poliziotto era ovunque: «Su guanciola destra, su gr*****to, cane e impugnatura», mentre non è stata trovata alcuna traccia biologica della vittima. Mansouri, in realtà, non ha mai impugnato quell'arma.
Al momento dello sparo, il giovane aveva in mano solo un sasso e un telefono cellulare, con il quale era impegnato in una conversazione alle 17.32, proprio nel secondo esatto in cui il proiettile lo ha centrato alla tempia. La conferma arriva anche da un testimone oculare, un uomo afghano, che ha riferito al pm Giovanni Tarzia: «Mansouri aveva in una mano un telefono, nell'altra una pietra. Quando ha visto Cinturrino ha alzato il braccio come per lanciarla. In quel momento l'agente ha estratto l'arma e lui ha cercato di scappare».
La ricostruzione della Procura evidenzia un intervallo di tempo spettrale tra lo sparo e l'allarme ai soccorsi. In quei 23 minuti, Cinturrino avrebbe manipolato il corpo e la scena del delitto. Mansouri era «caduto frontalmente», con la faccia nel fango, ma i soccorritori lo hanno trovato supino. Un dettaglio tradito da una foto scattata dallo stesso Cinturrino, dove il volto appariva «imbrattato di materiale simile a terriccio» nonostante la posizione a faccia in su.
In questo lasso di tempo, l'indagato ha inviato un collega a recuperare lo strumento per la messinscena. «Immediatamente mi ha dato le chiavi della Panda di servizio, ordinandomi di andare in commissariato a prendere la valigetta degli atti», ha confessato l'agente che era con lui. Al ritorno, la scena era già mutata: «Cinturrino ha subito aperto il cofano della macchina e ha prelevato qualcosa dalla borsa; aveva qualcosa in una mano, era un oggetto nero». Solo pochi istanti dopo, accanto alla mano destra della vittima, è apparsa la pi***la giocattolo.
Il muro di omertà dei colleghi, inizialmente compatti nel confermare la versione della legittima difesa, ha ceduto solo dopo che gli stessi sono stati indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. Le loro ritrattazioni sono state nette, smentendo anche l'intimazione dell'alt: «Nessuno ha gridato “alt, polizia!”». Cinturrino, vistosi ormai scoperto, ha ammesso parzialmente le sue colpe al legale durante un colloquio in carcere a San Vittore: «Ho messo la pi***la vicino a Mansouri perché temevo le conseguenze di quello che era accaduto». Una confessione che non mitiga la durezza del giudizio degli inquirenti e dei vertici della Polizia. Oltre alla definizione di «delinquente» coniata da Pisani, i pm sottolineano la pericolosità dell'uomo, affermando che abbia «colpito Mansouri con coscienza e lucidità» e che, dato il quadro allarmante, «potrebbe uccidere ancora». Al momento dell'arresto, nel parcheggio del commissariato, l'uomo si è limitato a dire ai colleghi della Mobile: «Fate quello che dovete».