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16/10/2026

Forse la distanza fa giungere attutito a Roma il fragore della protesta di alcune regioni del Sud, in cui la rabbia per il caro carburanti, la protesta degli agricoltori, l'esplodere delle vertenze locali stanno creando una miscela esplosiva.

Ma la situazione è molto più grave di quello che si racconta.
Perché sta determinando "qualcosa" la cui gravità è forse sottovalutata e trattata come se fosse il ''solito'' blocco stradale, le solite grida, la solita protesta.
La solita storia, insomma.

Ma questa volta non è così perché c'è una porzione del Paese - Puglia, Calabria e Basilicata - che è quotidiano teatro di proteste che stanno mettendo in ginocchio l'intero territorio.

Le cronache di queste ore rimandano a file lunghissime davanti agli impianti di distribuzione di carburanti, perché le tre regioni si riforniscono dalla raffineria Eni, che ha avuto sino a questa mattina - da oggi non lo sono più - gli ingressi bloccati dalle maestranze dell'ex Ilva che protestano.

E le stazioni di servizio che ancora hanno carburanti da erogare sono cinte d'assedio dagli automobilisti, con problemi di traffico, ma anche con timori per l'ordine pubblico.

Che domani potrebbe essere messo a rischio in Calabria dove da settimane ci sono proteste contro il caro carburanti e per sabato sono preannunciati "presidi" stradali - con le conseguenze immaginabili - da parte di agricoltori e autotrasportatori in alcune città, come Catanzaro, sede del governo regionale.

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16/10/2026

Un sondaggio condotto dall'Associated Press-NORC Center for Public Affairs Research, a meno di quattro settimane dalle elezioni, rivela che gli elettori registrati che si identificano come democratici sono più entusiasti di recarsi alle urne rispetto agli elettori repubblicani. Un numero maggiore di elettori desidera che i democratici ottengano il controllo del Congresso e ha un'opinione più negativa dei repubblicani.

In alcuni casi il vantaggio dei Democratici è esiguo, ma, nel complesso, i risultati delineano un quadro difficile per i Repubblicani, che si aggrappano al controllo del Congresso sotto il peso di una guerra impopolare con l'Iran e dell'impennata dei prezzi interni.

Circa 8 elettori su 10, in generale, affermano che l'economia o il costo della vita sono tra le questioni principali per loro in vista delle prossime elezioni, mentre circa due terzi esprimono la stessa opinione riguardo alla sanità e alla guerra in Iran. Altre tematiche che stanno a cuore a Trump, come l'immigrazione o la criminalità, sono invece considerate meno prioritarie.

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15/10/2026

Un anno di stipendio già impegnato prima dei trent’anni. È questa la dimensione che assume l’indebitamento per una parte significativa dei giovani italiani alle prese con prestiti personali, carte revolving e altri finanziamenti.

Tra gli under 30 analizzati da Bravo, fintech specializzata nella gestione e ristrutturazione del sovraindebitamento, il 51,1% ha un debito residuo pari ad almeno dodici mensilità di stipendio netto. Per il 18,3% il peso arriva invece a due anni di reddito.

La fotografia riguarda giovani tra i 18 e i 29 anni presenti in un campione di oltre 23mila utenti seguiti dalla società nell’ultimo anno. Non rappresenta quindi l’intera popolazione giovanile italiana, ma descrive con chiarezza una fascia già esposta a difficoltà nella gestione del debito.

Il debito mediano si attesta a 17.317 euro, a fronte di uno stipendio netto medio di circa 1.500 euro al mese. Le rate assorbono in media 493 euro mensili, praticamente un terzo della busta paga.

Il dato assume un peso particolare considerando che più della metà del campione, il 56,5%, dispone di un contratto a tempo indeterminato. La stabilità del posto di lavoro, dunque, non sembra sufficiente a evitare situazioni di tensione finanziaria, soprattutto in presenza di redditi contenuti: oltre otto giovani su dieci guadagnano meno di 2mila euro netti al mese.

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15/10/2026

La vera sfida per l’Italia oggi è quella di riuscire a trattenerle, valorizzarle e creare condizioni economiche e sociali capaci di impedire che una quota crescente di capitale umano qualificato scelga di costruire il proprio futuro fuori dal Paese.

È uno dei messaggi più netti emersi da Future 2026, il summit organizzato da HRC Community che si è svolto oggi a Roma, nella sede dell’INPS di Palazzo Wedekind, riunendo oltre cento HR Director per discutere dell’evoluzione del mercato del lavoro, della trasformazione organizzativa e delle principali criticità strutturali che condizionano la competitività italiana.

Il dato che ha aperto il confronto fotografa con particolare efficacia la dimensione della questione.

Tra il 2011 e il 2024 il 6% degli italiani tra 18 e 34 anni ha lasciato il Paese e oltre la metà dei giovani emigrati possiede una laurea.

Ma l’aspetto più problematico è rappresentato dalla destinazione professionale di queste competenze: quasi il 60% trova all’estero un impiego proprio nelle professioni per le quali le imprese italiane denunciano difficoltà crescenti di reperimento.

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14/10/2026

Botta e risposta a distanza tra Giorgia Meloni e Mosca sull’accordo sul gasolio russo raggiunto da Donald Trump e Vladimir Putin.

La presidente del Consiglio, intervenendo al Senato in vista del Consiglio europeo, ha definito l’intesa rischiosa, sostenendo che potrebbe finire per legittimare le posizioni del Cremlino.

La replica russa non si è fatta attendere. Maria Zakharova, portavoce del ministero degli esteri di Mosca, ha risposto alle dichiarazioni della premier italiana con parole nette: «L’accordo sul gasolio non è affare di Meloni», respingendo così le osservazioni della presidente del Consiglio.

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14/10/2026

Giorgia Meloni alza i toni in Parlamento e lancia un messaggio chiaro a Washington e Mosca. Nel suo intervento in vista del Consiglio europeo, la premier critica la riapertura degli Stati Uniti alle forniture di gasolio russo, definendola «una scelta che considero molto rischiosa».

Secondo Meloni, l’intesa rischia di trasformarsi in un vantaggio per il Cremlino: «È una legittimazione per Mosca», mentre le bombe continuano a colpire le città ucraine e nuove risorse finiscono per alimentare la guerra.

Poi l’affondo su Putin, accusato di provocare l’Europa per distogliere l’attenzione dalle difficoltà del conflitto. «Cerca un nuovo nemico, e quel nemico potrebbe essere l’Europa», avverte la premier, invitando a mantenere «sangue freddo» senza abbassare la guardia.

Infine, la linea italiana sull’Ucraina resta invariata: sostegno a Kiev e pressione su Mosca. Meloni respinge l’idea che la resa possa portare alla pace e ricorda il peso della storia europea: «Non rimpiango i carri armati russi che repressero le rivolte di Praga e Budapest, non rimpiango il Muro di Berlino». E conclude con una stoccata netta: «La resa di chi difende la propria libertà» non può essere chiamata pace.

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13/10/2026

Oggi, come la si voglia guardare, con Sigfrido Ranucci che raccoglie le sue cose ed esce dalla redazione di Report, si chiude un'epoca.

Dopo che la magistratura, cui si era rivolto impugnando i provvedimenti che la Rai ha adottato nei suoi confronti, gli ha dato torto, oggi Sigfrido Ranucci ha lasciato la redazione postando un video in cui ha mostrato la sua uscita di scena, accompagnando il video con uno scritto da cui si capisce che, sebbene costretto a bere l'amaro calice, non ce fa proprio a mettersi l'accaduto alle spalle, ma, soprattutto, a perdonare.

"L’avevo messo in conto e ho sempre cercato di immaginare come sarebbe andata: mi sono figurato tanti scenari, ma mai avrei pensato a modalità così mostruose'', ha scritto, senza comunque entrare nel merito delle cose che gli sono costate l'allontanamento dalla stanza dei bottoni di Report.

"Non rimpiango nulla di quello che ho fatto'', ha scritto per rincarare la dose, dicendosi affatto pentito di quel che ha fatto.

"Rifarei tutto - ha scritto -, perché ho scelto di difendere dei principi, ho scelto di non piegare la schiena davanti a nessuno, neppure davanti alle mie paure o incertezze, anche quando mi sarebbe stato più comodo, e mi avrebbe portato delle utilità. E a volte scegliere serve a spiazzare, a trasformarsi in pastori maremmani per indicare la strada agli altri. L’amore per la libera informazione, l’amore per lo spirito del servizio pubblico, per la Rai".

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13/10/2026

Alla Camera non si doveva discutere di argomenti marginali, di quelli che si mettono in agenda e poi si dimenticano.
Non si doveva discutere di mostre e sagre di paese, ma di qualcosa di veramente importante, al punto che in aula, per parlare dello scostamento di bilancio da 29 miliardi di euro, si è presentato lo stesso Giancarlo Giorgetti.

Il ministro dell'Economia, presentatosi con i fogli sui quali era scritto il suo intervento, alzando gli occhi dal banco del governo, ha visto l'aula quasi deserta, ad eccezione di dodici deputati, con appena cinque della maggioranza (tre i leghisti, la pattuglia numericamente più forte....).

Non era certo una presenza formale, quella del ministro, perché è toccato a Giorgetti spiegare, motivare, illustrare, magari anche cerca di convincere, davanti a un provvedimento che per passare, tale è la sua importanza, ha bisogno della maggioranza assoluta.

Ma spiegare a chi? Ai commessi? Alle poltrone? Agli stucchi e gli arredi? Ai giornalisti?
Giorgetti, che mostra sempre il pieno controllo di sé e lo stesso cerca di fare anche con i conti, non ha saputo trattenersi e, ad inizio della sua relazione, ha salutato con ironia "i molti deputati presenti".

Poi, a Repubblica, ha detto: "Non c'era nessuno, è incredibile", per poi affondare il colpo: "Eh, questi non vogliono lavorare di lunedì, ma mi sembra che nemmeno il martedì abbiano tanta voglia".

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12/10/2026

La gente che gravitava, nella Roma degli anni '60, negli ambienti della musica dei locali, del fumo, del jazz, e dell'intrattenimento, lo conosceva benissimo, come conosceva la sua famiglia, come il fratello Franco, per anni pianista del ''Costanzo Show'' e che prima aveva suonato con Lucio Dalla, nei Flippers.

Ma il successo, quello vero, per Giorgio Bracardi, morto oggi a 93 anni, arrivò con la proposta di coppia di geniali autori della Rai, Gianni Boncompagni e Renzo Arbore, che, quando in radio si poteva ancora fare sperimentazione, lo arruolò per una trasmissione f***e, ''Alto gradimento'', che non aveva senza un copione, ma una caotica scaletta, senza nulla di imposto, fatta di parole in libertà e paradossi, di alchimie vocali e stridori concettuali.

Con Giorgio Bracardi se ne va un pezzo di radio, se ne va un modo di fare comunicazione irrituale che aveva i suoi sacerdoti nei conduttori, ma che senza la f***e compagnia che si erano creati attorno non avrebbe avuto alcun senso.

Una trasmissione che, mentre Gianni Boncompagni aveva scelto strade diverse, ha fatto da humus per altre di Arbore - da ''Quelli della notte'' a ''Indietro tutta'', passando per ''L'altra domenica''.

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12/10/2026

I giovani italiani vogliono ancora fare carriera. Sono pronti a studiare, aggiornarsi, assumersi responsabilità e guidare gruppi di lavoro. Quello che sembra essersi incrinato, però, è il rapporto di fiducia con il sistema nel quale quella carriera dovrebbe prendere forma.

È probabilmente questo il dato più interessante che emerge dal Rapporto CIDA-Censis “Preparando il futuro”, presentato a Roma in occasione degli ottant’anni della Confederazione Italiana Dirigenti e Alte Professionalità.

La ricerca, condotta su un campione rappresentativo di italiani tra i 18 e i 55 anni, mette insieme alcuni dei temi più delicati del mercato del lavoro italiano: aspettative delle nuove generazioni, mobilità sociale, riconoscimento del merito, ruolo della dirigenza e impatto dell’intelligenza artificiale.

Tra i 18 e i 34 anni, infatti, l’83,3% dichiara di voler fare carriera, contro il 73,9% rilevato sul totale della popolazione considerata. È un dato che rende difficile sostenere l’idea di una generazione disinteressata al lavoro o poco disponibile a investire sul proprio percorso professionale. I numeri sulla formazione vanno nella stessa direzione. Il 95,5% dei giovani si dice disposto a sviluppare nuove competenze, mentre il 90,5% è pronto a investire nell’aggiornamento continuo.

Il punto critico arriva quando si passa dalla disponibilità individuale alla percezione del sistema economico e sociale nel quale quelle ambizioni dovrebbero trovare spazio. Il 90,8% dei giovani ritiene che il lavoro non garantisca più la sicurezza economica del passato, mentre l’89% pensa che in Italia il merito non venga adeguatamente riconosciuto. L’86,1% considera sempre più difficile migliorare la propria posizione sociale e quasi otto giovani su dieci, il 79,5%, ritengono di dover guadagnare di più rispetto alle competenze possedute e al titolo di studio raggiunto.

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