Sostenitori Della Polizia di Stato

Sostenitori Della Polizia di Stato Sostenitori Della Polizia di Stato è una pagina dedicata alla Polizia di Stato italiana.

Offre notizie e aggiornamenti sull'attività della Polizia.
🛡️ Sicurezza e Tutela 📢 Ultime Notizie 🚔 Valori e Tradizioni

Una condanna a 15 anni e 3 mesi per Michele Nardi, l’ex magistrato al centro del processo per le sentenze truccate nel T...
20/09/2026

Una condanna a 15 anni e 3 mesi per Michele Nardi, l’ex magistrato al centro del processo per le sentenze truccate nel Tribunale di Trani tra il 2014 e il 2020. E’ questa la richiesta avanzata dal pg di Potenza, Maria Cristina Gargiulo, nella requisitoria davanti alla Sezione penale della Corte d’appello del capoluogo lucano.

Nardi, 60 anni, radiato dalla magistratura in conseguenza di una sentenza definitiva per calunnia, è stato condannato in primo grado nel novembre 2020 a 16 anni e 9 mesi per associazione a delinquere, corruzione in atti giudiziari, concussione e falso: la richiesta del pg tiene conto della prescrizione intervenuta in relazione ad alcuni capi di imputazione. La Procura generale ha chiesto poi 8 anni e 7 mesi per l’ex ispettore di polizia Vincenzo Di Chiaro (condannato in primo grado a 9 anni e 7 mesi), e 7 anni e 4 mesi per l’avvocatessa barese Simona Cuomo la cui posizione è da chiarire visto che la condanna in primo grado era di 6 anni e 4 mesi e non c’è stato appello da parte dell’accusa. Chiesta la conferma, invece, per gli ultimi due imputati (4 anni e 3 mesi per Savino Zagaria e 5 anni e 6 mesi per Gianluigi Patruno).

L’inchiesta verte sui favori che alcuni magistrati avrebbero fatti all’imprenditore coratino Flavio D’Introno, a sua volta già condannato: indagini truccate in cambio di soldi e regali, con la complicità di avvocati, poliziotti e faccendieri. Il procedimento nato a Lecce è passato per un annullamento della sentenza di primo grado (aprile 2022), poi ripristinata dalla Cassazione con spostamento della competenza nel capoluogo lucano (è pendente un’ulteriore istanza alla Cassazione avanzata dai giudici di Appello di Potenza, che però non sospende il processo). Nella sua lunga requisitoria la Procura generale ha confermato l’impianto accusatorio della Procura di Lecce, e si è soffermata sulle richieste di rinnovazione istruttoria avanzate dalle difese che avrebbero voluto risentire alcuni testimoni ed acquisire nuovi documenti.

Il 19 novembre si torna in aula per avviare la discussione delle parti civili: le arringhe difensive dovrebbero essere calendarizzate a febbraio del prossimo anno. La sentenza dovrebbe arrivare subito dopo.

Un malore ha strappato all’affetto dei familiari e dei colleghi venerdì scorso l’appuntato scelto Dino Mari. Il militare...
20/09/2026

Un malore ha strappato all’affetto dei familiari e dei colleghi venerdì scorso l’appuntato scelto Dino Mari. Il militare aveva 55 anni. Originario di Corridonia, da anni viveva con la moglie a Monte San Giusto, ma prestava servizio alla stazione carabinieri di Agugliano. Era proprio a Monte San Giusto quando si è sentito male, un infarto che non gli ha dato scampo.

"Un vero servitore dello Stato, un uomo dall’animo solare e sempre straordinariamente disponibile, che per anni si è dedicato con passione, professionalità e umanità alla tutela delle nostre comunità di Agugliano e Polverigi", lo ricorda il consigliere comunale di Agugliano Graziano Stacchiotti.

"Sto pensando a Dino, appuntato dell’Arma dei carabinieri, al modo tragico come ci ha lasciati in maniera così improvvisa – aggiunge il presidente della Provincia e sindaco di Polverigi Daniele Carnevali – Sto pensando a quanto il suo modo di essere e di svolgere il ruolo di rappresentante delle forze dell’ordine nelle nostre comunità di Agugliano e Polverigi, non ricordo da quanti anni, fosse oramai diventata una presenza fisica costante, nonché rassicurante. Già, probabilmente stasera saresti stato di servizio come tutti gli anni alla Notte delle Streghe. Il ricordo accompagnato da dolore e sconcerto che vedo nel ricordarti da parte di tanti concittadini, mi conferma quanto fossi ben voluto da tutti, ma al tempo stesso rispettato, anche, cosa non scontata, dai più giovani".

Anche le segreterie regionale e provinciale di Ancona di Unarma hanno espresso il proprio cordoglio: "Ci stringiamo con affetto e profonda vicinanza ai suoi cari e a tutti coloro che hanno condiviso con lui il servizio e la vita quotidiana, ricordandone la dedizione, la professionalità e le qualità umane".

 Il pubblico ministero aveva chiesto una condanna a otto anni di reclusione, ma il giudice lo ha assolto dall’accusa di ...
20/09/2026

Il pubblico ministero aveva chiesto una condanna a otto anni di reclusione, ma il giudice lo ha assolto dall’accusa di triplice tentato omicidio nei confronti di tre agenti della Squadra mobile di Bari. Davide Cantatore, 32enne di Bitonto, è stato invece condannato a due anni e due mesi per resistenza a pubblico ufficiale. La sentenza è stata pronunciata oggi, al termine del processo con rito abbreviato, dal giudice del Tribunale di Bari Montemurro. Cantatore, difeso dagli avvocati Damiano Somma e Nicola Quaranta, passa dalla custodia cautelare in carcere agli arresti domiciliari. I fatti risalgono alla sera del 28 aprile 2025, durante un servizio della Squadra mobile nell’ambito di un’indagine su furti di auto di grossa cilindrata e sulla successiva “cannibalizzazione” dei veicoli per rivenderne i componenti. Gli investigatori stavano seguendo una Volkswagen Golf bianca ritenuta utilizzata per questi reati e avevano predisposto un controllo nei pressi di un’autorimessa nella zona dell’Annunziata, lungo la strada tra Bitonto e l’aeroporto di Bari-Palese. Secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza cautelare, Cantatore era alla guida della Golf quando gli agenti tentarono di impedirne l’uscita dal garage. L’auto avrebbe prima effettuato una retromarcia in direzione di un poliziotto e poi accelerato verso altri due operatori, che riuscirono a evitare l’impatto spostandosi rapidamente. Durante la fuga la vettura urtò alcuni grossi vasi, un’auto di servizio e sfondò una delle ante del cancello dell’autorimessa. Su questi elementi, anche alla luce delle immagini delle telecamere di videosorveglianza, nel gennaio scorso la gip Rossana de Cristofaro aveva ritenuto configurabile, in fase cautelare, l’ipotesi di tentato omicidio e disposto per Cantatore la custodia in carcere. Il giudizio abbreviato di oggi ha invece escluso la responsabilità dell’imputato per questa contestazione, riconoscendolo responsabile soltanto della resistenza a pubblico ufficiale. Nell’inchiesta erano stati inizialmente coinvolti anche Alessandro Caputo, che secondo gli atti si trovava sul sedile del passeggero, e Luigi De Pascali, titolare dell’autorimessa. Per Caputo la gip aveva già respinto la richiesta di misura cautelare, ritenendo che non fossero emersi elementi sufficienti per attribuirgli un contributo alla condotta contestata al conducente. De Pascali era invece indagato per favoreggiamento, senza richiesta di misura cautelare. Le posizioni di entrambi sono state successivamente archiviate.

Il Giornale Il prossimo 20 ottobre il prefetto Renato Cortese tornerà per la seconda volta davanti ai giudici della Cass...
20/09/2026

Il Giornale Il prossimo 20 ottobre il prefetto Renato Cortese tornerà per la seconda volta davanti ai giudici della Cassazione. Tredici anni dopo una notte romana nella quale doveva fare ciò che aveva fatto per tutta la vita: cercare un latitante. Il ricercato, in seguito, è stato preso in Francia e adesso è tornato libero. Il poliziotto, invece, è rimasto prigioniero di quella notte perché condannato per il reato inesistente di sequestro di persona per la vicenda Shalabayeva.Per capire questa storia bisogna cominciare da qui. Non dalla moglie del ricercato, non dal Kazakistan (che oggi è un Paese amico dell’Italia), non dalle successive battaglie politiche e diplomatiche. Ma dalle informazioni che aveva davanti un funzionario dello Stato in quel maggio del 2013 che gli ha stravolto la vita.Il latitante Mukhtar Ablyazov è stato ministro dell’Energia in Kazakistan, poi presidente della BTA Bank, la più importante istituzione finanziaria del Paese. Lì ha cominciato a costruire il suo impero parallelo: fondi travasati in società di comodo, immobili intestati ai cognati, prestiti fittizi per miliardi di dollari. Il crack della banca lo travolge nel 2009. Lui scappa a Londra. I documenti raccontano di un uomo condannato all’ergastolo in contumacia per l’omicidio del suo socio, Yerzhan Tatishev, travestito da incidente di caccia. Di un banchiere che ha fatto sparire, a detta della giustizia kazaka, russa, britannica e americana, circa 10 miliardi di dollari dai conti della BTA Bank. Di un fuggiasco che ha raggirato la giustizia inglese usando prestanome, società offshore e passaporti falsi. Di una rete familiare tra moglie, figli e cognati, che ha fatto da scudo e da collettore per nascondere proprietà milionarie tra Londra, la Svizzera e i Caraibi. Ecco chi è Mukhtar Ablyazov.Non un eroe della libertà, ma un manager pubblico diventato saccheggiatore del suo stesso Paese, poi «oppositore» solo quando ha capito che il potere non lo proteggeva più.Per questi fatti all’epoca non compare sui terminali della cooperazione internazionale di polizia come un oppositore politico da proteggere. Compare come un uomo da arrestare. Lo certifica un documento dell’Interpol che permette di rileggere l’intera vicenda da una prospettiva difficilmente equivocabile. Lo firma Ronald K. Noble, allora segretario generale dell’Interpol, e ha come destinatario Alessandro Pansa, capo della polizia. Noble scrive che Ablyazov nel 2013 è ricercato ai fini dell’arresto da tre Paesi membri dell’Interpol: Kazakistan, Russia e Ucraina, per gravi reati. Due «Red Notice», che è l’avviso internazionale di ricerca finalizzato all’arresto. Non equivale tecnicamente a un mandato d’arresto internazionale autonomo emesso dall’Interpol: è una segnalazione diffusa dall’organizzazione su richiesta di un Paese membro, affinché la persona venga localizzata e, secondo le leggi dello Stato in cui viene trovata, possa essere arrestata provvisoriamente in vista dell’estradizione. Le richieste arrivavano da Astana e Mosca, e una diffusione diramata da Kiev. E precisa una circostanza essenziale: quegli avvisi sono ancora validi e non sono sottoposti «a restrizioni o condizioni particolari». Non basta. Il Kazakistan lo ricerca dal 2009 per appropriazione indebita di una grossa somma di denaro; la Russia, dopo una prima diffusione del 2011, ottiene nel 2013 una «Red Notice» per frode; l’Ucraina ne chiede l’arresto per falso documentale. E nella richiesta kazaka c’è un’avvertenza che, per un investigatore, non è un dettaglio: Ablyazov deve essere considerato pericoloso. Questo è l’uomo che Cortese deve trovare.E l’allora capo della Squadra mobile di Roma di mestiere trova uomini che non vogliono essere scovati. Cortese ha dato la caccia ai mafiosi in Sicilia, ha partecipato alla cattura di Giovanni Brusca e Pietro Aglieri, fra gli altri, ha guidato l’indagine che chiude i quarantatré anni di latitanza di Bernardo Provenzano. Ha lavorato contro Cosa nostra, contro la ’ndrangheta a Reggio Calabria, contro il crimine organizzato romano. Ha guidato lo Sco, il reparto che coordina le Squadre mobili italiane, ed è stato anche questore di Palermo. Nel maggio 2013 gli dicono che un latitante internazionale è a Roma. E lui lo cerca.Quello che Cortese non poteva sapere Qui la storia prende la forma di una trappola.Ablyazov aveva ottenuto nel Regno Unito lo status di rifugiato. Ma c’è un altro fatto, contenuto nel documento firmato dal segretario generale Ronald K. Noble: quell’informazione non era stata comunicata all’Interpol.Noble scrive che non aveva ricevuto «alcuna comunicazione ufficiale dal Regno Unito, né da un altro Paese» sul riconoscimento dello status di richiedente asilo o rifugiato ad Ablyazov. Spiega inoltre che dal 2011 l’Interpol aveva ripetutamente chiesto al proprio ufficio di Londra di localizzare il latitante in vista dell’estradizione, indicando proprio il Regno Unito come possibile Paese di destinazione. Londra non risponde.Dal gennaio 2011, scrive Noble, il segretariato generale dell’Interpol non aveva ricevuto alcuna risposta dall’ufficio britannico sul caso. E c’è una frase che, riletta tredici anni dopo e alla vigilia di un’altra Cassazione per Cortese, ha qualcosa di paradossale: la consultazione delle banche dati Interpol da parte dell’Italia non avrebbe potuto rivelare che ad Ablyazov era stato concesso dal Regno Unito lo status di rifugiato o richiedente asilo.Non è un’interpretazione della difesa di Cortese. Non è il ricordo di un poliziotto che tenta di giustificarsi dopo i fatti. Lo scrive il numero uno dell’Interpol in una lettera al capo della polizia.E Noble conclude in modo ancora più netto: per il segretariato generale dell’Interpol e per qualunque Paese membro che avesse interrogato quelle banche dati, Ablyazov risultava ricercato ai fini dell’arresto da tre Stati per gravi reati.Nessun Paese membro avrebbe potuto apprendere attraverso l’Interpol che il Regno Unito gli aveva riconosciuto lo status di rifugiato. Questa è la fotografia istituzionale che Cortese aveva davanti. Non un uomo da proteggere ma un latitante da catturare.Casal Palocco La notte tra il 28 e il 29 maggio la polizia entra nella villa di Casal Palocco dove ritiene che Ablyazov si nasconda. Lui non c’è. È riuscito a fuggire. C’è invece Alma Shalabayeva. La donna non consegna il documento che avrebbe consentito di identificarla con certezza come la moglie del ricercato, ma utilizza un passaporto che viene ritenuto falso e si presenta come Alma Ayan e continua a sostenere questa identità anche davanti all’autorità giudiziaria. Da quel momento prende avvio un procedimento amministrativo di identificazione ed espulsione che coinvolge l’ufficio immigrazione. La donna viene portata al Cie di Ponte Galeria e, due giorni dopo, su ordine del giudice di Roma, rimpatriata in Kazakistan con la figlia Alua.Ed è qui che il destino di Cortese si rovescia. Il poliziotto incaricato di cercare il latitante viene progressivamente trascinato dentro la vicenda amministrativa della moglie del latitante. L’uomo che doveva catturare Ablyazov finirà accusato, insieme ad altri colleghi Maurizio Improta, Francesco Stampacchia, Luca Armeni e Vincenzo Tramma, di sequestro di persona per il rimpatrio della donna. E per loro cominciano tredici anni di processo.Il latitante che resta latitante Ablyazov sfugge alla polizia italiana.Ma non smette per questo di essere ricercato. Il 31 luglio 2013, due mesi dopo il blitz a Casal Palocco, viene trovato nel Sud della Francia, a Mouans-Sartoux, una trentina di chilometri da Nizza. Ad arrestarlo è la Brigade de Recherche et d’Intervention della polizia giudiziaria francese. L’operazione avviene sulla base della richiesta di estradizione dell’Ucraina.Quando i francesi lo catturano, Ablyazov esibisce un passaporto diplomatico della Repubblica Centrafricana, lo stesso falso documento del paese che aveva mostrato la moglie, lui invece si faceva chiamare Marat Ayan. Il giorno successivo la Corte d’Appello di Aix-en-Provence convalida l’arresto ai fini estradizionali verso l’Ucraina e Ablyazov viene portato nel carcere di Luynes.Dunque, quando Cortese lo cerca a Roma, non sta inseguendo un fantasma costruito dal Kazakistan. Sta eseguendo una ricerca internazionale che l’Interpol considera valida. Due mesi dopo un’altra polizia europea arresta quell’uomo nell’ambito di una procedura estradizionale.Poi la storia cambierà. Cambieranno lo scenario internazionale, la rappresentazione pubblica di Ablyazov, le vicende giudiziarie ed estradizionali. Con un colpo di mano si invertono le parti: il ricercato diventa l’uomo buono mentre Cortese e i suoi colleghi i cattivi, solo perché hanno fatto il loro dovere secondo la legge.Tredici anni I giudici di Perugia condannano i cinque poliziotti per il reato inesistente di sequestro di persona. A Cortese vengono inflitti 5 anni. La condanna gli costa anche la funzione di questore di Palermo. Poi arriva il 9 giugno 2022. La Corte d’appello di Perugia assolve tutti: «perché il fatto non sussiste». L’ipotesi accusatoria viene definita nelle motivazioni «radicalmente insostenibile». Alcuni passaggi della ricostruzione di primo grado per i giudici d’appello sono «lunari», «incomprensibili». Per la corte manca la prova della grande macchinazione nella quale i funzionari italiani avrebbero consapevolmente piegato le procedure alle pretese kazake come sostenevano chili accusava.L’assoluzione, però, non chiude la storia. La Cassazione la annulla nell’ottobre 2023 e dispone un nuovo processo d’appello.Tutto viene trasferito a Firenze e qui accade qualcosa di ancora più singolare. Il sostituto procuratore generale Luigi Bocciolini chiede l’assoluzione dei cinque imputati: «il fatto non sussiste». La Corte decide diversamente. Conferma le condanne, modificando parzialmente le pene accessorie. E adesso si torna in Cassazione.La giustizia Resta una questione che va oltre Renato Cortese e gli altri quattro poliziotti. Riguarda il prezzo che la giustizia può chiedere a un uomo prima ancora di stabilire definitivamente se sia colpevole o innocente. Perché un processo che attraversa una parte così lunga della vita diventa una pena indipendente dalla condanna.Non servono le sbarre. Bastano gli anni: la carriera interrotta, la reputazione esposta, la vita sospesa mentre le sentenze, che si rispettano sempre, cambiano. Rispettarle non significa rinunciare a discuterle, soprattutto quando sulla stessa vicenda producono conclusioni opposte.Qui il dubbio non nasce sui giornali: è entrato nel processo attraverso le decisioni dei giudici e le conclusioni degli stessi magistrati dell’accusa. Ed è questo che rende il caso Cortese una cartolina feroce della giustizia italiana. Non perché avere arrestato Provenzano debba valergli un credito giudiziario. La biografia non assolve nessuno. Cortese deve essere giudicato soltanto per ciò che è provato abbia fatto, ma tredici anni sono un pezzo di esistenza che nessuna assoluzione potrà restituire.Il 20 ottobre la Cassazione dovrà dire se la condanna di Firenze regge alle norme, alle prove, alle motivazioni. Una domanda resterà comunque: quanto può durare la ricerca della giustizia prima che sia la sua stessa attesa a diventare un’ingiustizia?Renato Cortese ha trascorso la vita professionale cercando uomini che fuggivano dallo Stato. Da tredici anni non fugge da nulla. Aspetta soltanto che quello Stato finisca di giudicarlo.

 La Procura di Milano ha chiesto il processo con rito immediato, con cui si salta la fase dell'udienza preliminare, per ...
20/09/2026

La Procura di Milano ha chiesto il processo con rito immediato, con cui si salta la fase dell'udienza preliminare, per Genti Berisha, il 26enne albanese arrestato il 23 giugno per la morte del poliziotto Francesco Imprezzabile. L'agente 39enne della Locale era caduto dalla moto inseguendolo a 180 chilometri all'ora dopo che il giovane su un Suv a noleggio non si era fermato all'alt. L'accusa è di morte come conseguenza di altro reato, cioè la fuga pericolosa. Il 26 giugno, nell'ambito delle indagini della Polizia Locale coordinate dalla pm Francesca Crupi, la giudice per le indagini preliminari Giulia Masci aveva disposto come misura cautelare per il giovane gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. Nel corso dell’interrogatorio, Berisha - difeso dall’avvocato Fabrizio Cardinali - si era assunto "la piena responsabilità di aver fatto questo gesto istintivo, sconsiderato, valutando male la situazione da soggetto immaturo". Si era detto "dispiaciuto" e aveva chiesto "scusa". Si era reso conto che "se avesse ragionato, non sarebbe andato via e non si era accorto che l'agente era caduto". Aveva continuato a sostenere che era scappato perché non voleva guai per pochi grammi di droga che aveva con sé. Altre tre persone erano state indagate per favoreggiamento. Berisha è poi finito in carcere per un procedimento a Brescia per traffico di droga.

 BUONGIORNO
19/09/2026

BUONGIORNO

 Quelle immagini di Abderrahim Fakir in stato confusionale, scalzo, a volte a terra a volte in piedi, tornano sotto la l...
18/09/2026

Quelle immagini di Abderrahim Fakir in stato confusionale, scalzo, a volte a terra a volte in piedi, tornano sotto la lente della procura. In particolare per estrarre i metadati di un filmato su tutti, che riprende le fasi antecedenti l’azione di contenimento vera e propria da parte degli agenti e al culmine della quale il 42enne marocchino è morto lo scorso 19 luglio mentre si trovava nel rione Pilastro a Bologna. Quelle ora sotto la lente sono le informazioni di traccia del video – come l’autore del contenuto, la data di creazione o le dimensioni del file – che descrivono un punto dati o un set di dati del filmato che la procura ora ritiene d’interesse relativamente a quanto girato con il proprio cellulare anche da uno dei due agenti difesi dall’avvocato Gabriele Bordoni: per la precisione quello non provvisto di bodycam. Un lavoro di acquisizione dati per cui l’agente stesso è atteso oggi in procura a Bologna per consegnare il dispositivo e consentire agli inquirenti di acquisire tali informazioni tecniche sul video di 28 secondi. Un’azione che potrebbe anche essere preludio ad un più ampio collezionamento dei metadati realtivi a tutti i filmati amatoriali, già visionati dalla procura, per cristallizzare anche le informazioni di traccia uno per uno. Un’azione tecnica di un filmato già noto agli inquirenti ma che va a supplemento del più grande mosaico d’indagine che continua a comporsi entro i limiti dei 120 giorni fissati dal modello 45-bis per cui si procede. Al momento, non è chiara la finalità di acquisire ora questi metadati relativi al filmato già finito nelle disponibilità di chi indaga: un video simile ad altri già circolati da parte dei residenti e che riprende dal punto di vista degli agenti le condizioni di Abderrahim Fakir, in preda ad una crisi psichiatrica, durante il primo arrivo delle forze dell’ordine sul posto al Pilastro e prima ancora della telefonata al 118. Un ulteriore passo avanti mentre si attendono gli esiti decisivi da tutto il corredo di esami a supplemento dell’autopsia. Dalle analisi tossicologiche agli istologici, su cui il pool di esperti incaricati dalla procura è tuttora al lavoro con la possibilità di relazionare i primi esiti alle parti per l’inizio della prossima settimana. Una riunione, tuttavia, che non è confermata ancora e che porterà necessariamente a una prima indicazione aggiuntiva a quanto restituito dall’autopsia nel primo momento e ancora da tutti gli altri accertamenti in corso. Fakir presentava infatti segni di schiacciamento nei polmoni e la presenza di sangue nell’organo respiratorio. Ma anche un quadro di salute complesso, con una serie di problematiche pregresse, oltre alla presenza di cocaina nell’organismo in quantità e tempi di assunzione tutti da definire. Sul tavolo degli inquirenti ci sono anche accertamenti tecnici sul contenuto estratto dal cellulare di Fakir, oltre che sulle manette utilizzate dai poliziotti, una maglietta e le rilevazioni tridimensionali della zona del Pilastro in cui è avvenuta la tragedia: per riavere quel ’film’ dell’accaduto nel solco del quale dovrebbero andare anche le informazioni relative al video del poliziotto.

𝗦𝘁𝘂𝗱𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗮𝗰𝗰𝗼𝗹𝘁𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗳𝗲𝘀𝘀𝗼𝗿𝗲𝘀𝘀𝗮 𝗮 𝗥𝗼𝗺𝗮: 𝗳𝗲𝗿𝗺𝗮𝘁𝗼 𝗱𝗮 𝘂𝗻 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗮𝗴𝗻𝗼.Momenti di forte tensione questa mattina in una scu...
18/09/2026

𝗦𝘁𝘂𝗱𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗮𝗰𝗰𝗼𝗹𝘁𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗳𝗲𝘀𝘀𝗼𝗿𝗲𝘀𝘀𝗮 𝗮 𝗥𝗼𝗺𝗮: 𝗳𝗲𝗿𝗺𝗮𝘁𝗼 𝗱𝗮 𝘂𝗻 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗮𝗴𝗻𝗼.

Momenti di forte tensione questa mattina in una scuola media della periferia est di Roma, precisamente all'istituto Giovanni V***a nel quartiere Centocelle. Un alunno di tredici anni ha attaccato un'insegnante spruzzandole dello spray urticante sul viso e ferendola con un coltello.

Durante l'episodio, avvenuto intorno alle nove e mezzo, il giovane sembra stesse cercando di riprendere tutto in diretta video tramite Telegram. Per fortuna, l'intervento tempestivo di un compagno di classe ha bloccato l'aggressione prima che le conseguenze fossero peggiori.

Sul posto sono subito arrivati i carabinieri e i soccorritori del 118. L'insegnante, sotto choc e ferita, è stata portata in ospedale ma per fortuna non si trova in pericolo di vita.

Ora le forze dell'ordine stanno cercando di capire i motivi del gesto, come il ragazzo sia riuscito a portare a scuola le armi e stanno verificando tutti i dettagli sulla presunta diretta video.

Oltre ottomila euro di sanzioni e, nel tentativo di evitare quel conto salatissimo, un’offerta in contanti agli agenti c...
17/09/2026

Oltre ottomila euro di sanzioni e, nel tentativo di evitare quel conto salatissimo, un’offerta in contanti agli agenti che stavano effettuando il controllo. Una scelta che, anziché risolvere il problema, avrebbe finito per aggravare pesantemente la posizione di un 51enne di origine rumena domiciliato a Sulmona, ora rinviato a giudizio con l’accusa di induzione alla corruzione. La vicenda risale allo scorso 6 marzo, quando una pattuglia della Polizia Stradale di Pratola Peligna fermò per un controllo un Mercedes Sprinter con targa rumena. A bordo viaggiavano tre persone, due uomini e una donna, tutti legati da rapporti di parentela. Alla guida dell’autocarro c’era il cugino del cinquantunenne. Nel mezzo gli agenti trovarono prevalentemente materiale edile, ma anche scarti di macellazione sulla cui provenienza, secondo quanto ricostruito, gli occupanti non sarebbero stati in grado di fornire spiegazioni sufficienti. Gli accertamenti fecero emergere una serie di presunte irregolarità: dal superamento del peso consentito per il carico alle violazioni relative al trasporto internazionale di merci, fino al trasporto di sottoprodotti di origine animale che, secondo la contestazione, non sarebbe avvenuto nelle condizioni previste per evitare rischi alla salute delle persone e degli animali. Alla fine il conto dei verbali arrivò a circa 8.300 euro. Le contestazioni più pesanti, da sole, superavano i quattromila euro ciascuna. È a quel punto che, secondo l’accusa, il 51enne avrebbe estratto dalle tasche tutto il denaro che aveva con sé: 395 euro in contanti. Li avrebbe offerti ai poliziotti chiedendo loro, in sostanza, di prendere quei soldi e lasciarli andare senza procedere con le sanzioni. Gli agenti rifiutarono immediatamente l’offerta e segnalarono la cosa alla Procura della Repubblica di Sulmona con l’accusa di induzione alla corruzione, della quale dovrà rispondere al processo.

La Cassazione ha confermato la sentenza d’Appello pronunciata nel giugno del 2024 nel processo sul depistaggio delle ind...
17/09/2026

La Cassazione ha confermato la sentenza d’Appello pronunciata nel giugno del 2024 nel processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D'Amelio, costata la vita al giudice Paolo Borsellino e agli agenti della sua scorta, a carico di tre poliziotti, Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, accusati di calunnia in concorso e per i quali è stata dichiarata la prescrizione. I giudici della Sesta sezione penale della Cassazione, accogliendo le richieste formulate al termine della requisitoria dal sostituto procuratore generale Cristina Marzagalli, hanno rigettato i ricorsi presentati dalla procura generale di Caltanissetta e quelli delle difese dei tre imputati, ex componenti del gruppo che indagò sulle stragi del ’92 guidato da Arnaldo La Barbera, morto nel 2002. I giudici della Corte d'Appello di Caltanissetta nel giugno di due anni fa avevano confermato la sentenza di primo grado per l’ex funzionario Mario Bo e per l’ex vicesovrintendente Fabrizio Mattei e avevano poi dichiarato la prescrizione del reato anche per l’ex assistente Michele Ribaudo, che in primo grado era stato assolto. L’accusa era per aver costruito “a tavolino” falsi pentiti, inducendoli a mentire, per depistare le indagini sulla strage di via D'Amelio. Anche in appello, i giudici non avevano ritenuto per gli imputati, ora tutti in pensione, difesi dagli avvocati Giuseppe Seminara e Giuseppe Panepinto, l’aggravante di aver commesso il reato per favorire Cosa nostra, e per questo è scattata la prescrizione del reato di calunnia. La procura generale di Caltanissetta aveva chiesto invece condanne fino a undici anni e dieci mesi. “Possiamo scrivere la parola fine a questa triste pagina giudiziaria. È stato definitivamente accertato che il gruppo F/B non ha mai ed in alcun modo voluto né potuto agevolare Cosa Nostra e che nessuna connivenza vi sia mai stata tra il dottor Arnaldo La Barbera (ed i funzionari del suo gruppo) con le famiglie mafiose palermitane”. Cosi all’Adnkronos l’avvocato Giuseppe Panepinto, difensore di Mario Bo, uno dei tre poliziotti per i quali questa sera la Cassazione ha reso definita la prescrizione dell’accusa di calunnia nel processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D'Amelio.“Purtroppo il decorso del tempo ed il maturare della prescrizione ha impedito agli imputati di veder dichiarata la loro totale estraneità alle imputazioni contestate, ma in ogni caso è stato definitivamente sfatata l’ignominia di un loro asservimento ai programmi criminosi di Cosa Nostra”, sottolinea il penalista.

Indirizzo

Rome
00141

Sito Web

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Sostenitori Della Polizia di Stato pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Scelte rapide

Condividi