21/10/2025
𝗦𝗘 𝗣𝗥𝗢𝗗𝗨𝗖𝗜 𝗜𝗡𝗤𝗨𝗜𝗡𝗔𝗡𝗗𝗢, 𝗣𝗢𝗜 𝗣𝗔𝗚𝗛𝗜!
In Francia non la chiamano moralismo. La chiamano legge.
Il Senato ha approvato un pacchetto di misure che mette nel mirino l’ultra fast fashion, cioè quel modello di produzione e vendita che sforna migliaia di capi ogni settimana a prezzi così bassi da sembrare irreali.
La nuova normativa prevede eco-tasse fino a 10 euro per capo entro il 2030, divieto di pubblicità per i marchi che spingono al consumo compulsivo e obblighi di trasparenza lungo tutta la filiera.
L’obiettivo è chiaro: se produci inquinando, poi paghi.
Non sono i cittadini a essere il bersaglio, ma i modelli di business che trasformano lo sfruttamento e l’inquinamento in profitto.
𝗖𝗵𝗶 𝗽𝗮𝗴𝗮 𝗲 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼
La tassa scatta quando il prodotto viene immesso sul mercato francese, cioè nel momento in cui entra nella catena di vendita.
A pagarla sono le aziende che mettono quei capi in commercio: produttori, importatori o piattaforme online.
Certo, una parte del costo può finire sul prezzo finale, ma la logica è un’altra: rendere meno conveniente produrre spazzatura e premiare chi innova, riduce gli impatti e lavora in modo trasparente.
𝗡𝗼𝗻 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝗙𝗿𝗮𝗻𝗰𝗶𝗮: 𝗹’𝗘𝘂𝗿𝗼𝗽𝗮 𝘀𝗶 𝗺𝘂𝗼𝘃𝗲
Anche l’Unione Europea si sta attrezzando con regole simili.
Ha introdotto l’EPR (Extended Producer Responsibility), cioè la Responsabilità Estesa del Produttore.
Significa che chi produce abbigliamento deve finanziare e organizzare la raccolta, la selezione e il riciclo di ciò che immette sul mercato.
Non è una misura simbolica: è un cambio di paradigma.
E vale anche per i venditori online, che finora sfuggivano facilmente alle regole dei singoli Stati.
𝗘𝘀𝗲𝗺𝗽𝗶𝗼 𝗰𝗼𝗻𝗰𝗿𝗲𝘁𝗼: 𝗶 𝗣𝗮𝗲𝘀𝗶 𝗕𝗮𝘀𝘀𝗶
Dal 1° luglio 2023 nei Paesi Bassi l’EPR per il tessile è già realtà.
I produttori sono responsabili non solo della vendita, ma anche del “dopo”: devono occuparsi e finanziare sistemi di raccolta, riuso e riciclo dei capi.
È la prova che la responsabilità può diventare infrastruttura reale, non uno slogan.
𝗣𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝘀𝗲𝗿𝘃𝗲 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼
Ogni vestito venduto a pochi euro ha un costo nascosto fatto di acqua, energia, microplastiche e sfruttamento.
La verità è che produrre troppo uccide il valore.
Le aziende scaricano sull’ambiente e sulla collettività il prezzo dei loro profitti: rifiuti, bonifiche, malattie, emissioni.
Le nuove regole ribaltano questo schema.
Paghi se produci inquinando, investi se vuoi continuare a vendere.
E i fondi raccolti con le eco-tasse serviranno a potenziare il riuso, la riparazione e il riciclo di qualità.
Non è un attacco alla moda. È una cura per l’economia reale.
𝗔𝗹𝗹𝗮 𝗳𝗶𝗻𝗲 𝗽𝗮𝗴𝗵𝗲𝗿𝗮̀ 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗰𝗼𝗻𝘀𝘂𝗺𝗮𝘁𝗼𝗿𝗲?
Dipende.
Se le aziende continuano con gli stessi modelli, sì, un po’ dei costi si sposterà sul prezzo finale.
Ma se cambiano approccio, se investono in qualità e circolarità, diventano più competitive e sostenibili.
In Francia l’asticella si alza: chi progetta capi che durano, si riparano e si riciclano, sarà avvantaggiato.
La domanda giusta non è “pagheremo due euro in più”.
Ma: quanto ci è costato finora chiamare moda quello che è rifiuto programmato?
𝗖𝗼𝘀𝗮 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗰𝗵𝗶𝗲𝗱𝗲𝗿𝗲 𝗶𝗻 𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮
In Italia si parla di “valutare” una tassa sulle importazioni dalla Cina. Ma non basta.
Servono regole integrate:
criteri ecologici di progettazione, responsabilità per il fine vita, controlli sulle piattaforme extra-UE e maggiore trasparenza verso i consumatori.
𝗘 𝗻𝗼𝗶 𝗰𝗼𝗻𝘀𝘂𝗺𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶? 𝗗𝗮 𝗱𝗼𝘃𝗲 𝘀𝗶 𝗰𝗼𝗺𝗶𝗻𝗰𝗶𝗮
Comprare meno e meglio.
Scegliere capi durabili e riparabili.
Usare il second-hand con criterio.
Leggere le etichette.
Chiedere conto ai marchi.
Non è moralismo, è economia reale.
Ogni euro speso in modo consapevole è una pressione sul sistema.
Se premiamo chi fa bene, il mercato cambia direzione.
Altrove si può, perché qui no?