06/09/2026
SYLVA KOSCINA: LE HANNO PORTATO VIA TUTTO IN UN GIORNO — STORIA DI UNA DIVA CADUTA
Marino, periferia di Roma, primavera del 1976. La luce del tardo pomeriggio filtrava attraverso le persiane della villa, disegnando strisce dorate sul pavimento di marmo. Silva Coscina stava in piedi nel mezzo del salone, immobile come una statua dimenticata dal tempo. Aveva 42 anni, ma in quel momento ne dimostrava 1000.
Sul tavolo di noce del 500 giaceva una lettera, carta intestata dell'Agenzia delle Entrate, numeri che le toglievano il respiro, 130 film, 130 ruoli interpretati davanti alla macchina da presa. E adesso adesso lo Stato italiano voleva prenderle tutto. La villa con i mobili antichi comprati alle aste, sentendosi finalmente una regina.
I quadri alle pareti costati tre cet ciascuno. Il giardino che aveva curato come un figlio mai nato, sollevò il ricevitore del telefono. Le dita trema mentre componevano un numero che conosceva a memoria. Raimondo Castelli, il suo ex marito da 5 anni, l'uomo che l'aveva spinta a girare 8 9 10 pellicole all'anno. I soldi, cara, servono soldi.
Dove erano finiti quei soldi, Raimondo? Forse lui sapeva come uscirne. Forse per una volta poteva aiutarla davvero. Il telefono squillò a vuoto, nessuna risposta. Abbassò lentamente la cornetta. Il suo sguardo cadde sulla fotografia incorniciata sopra il caminetto. Una giovane donna di 25 anni vestita con il costume di Iole, la principessa amata da Ercole.
Accanto a lei Steve Reeves, il culturista americano trasformato in semidio del cinema. Quello scatto risaliva al 1958 sul set delle fatiche di Ercole. Allora sembrava l'inizio di tutto, invece era stato il culmine. Dopo soltanto la discesa, quella notte Silva non riuscì a dormire. Seduta al tavolo della cucina, fumava una sigaretta dopo l'altra, fissando il buio oltre la finestra.
A un certo punto salì al piano superiore, aprì un vecchio armadio e tirò fuori una scatola di cartone che non toccava da decenni. Dentro c'erano i ricordi di Zagabria, poche fotografie in bianco e nero sbiadite e ingiallite, una bambina con le trecce scure seria oltre la sua età, una donna giovane con lo stesso sguardo malinconico che Silva vedeva ogni mattina nello specchio, sua madre, un uomo dai baffi folti, rigido nella posa tipica dei ritratti dell'epoca, suo padre.
C'era anche un piccolo oggetto avvolto in un fazzoletto di lino, una croce d'argento minuscola che sua madre le aveva messo al collo il giorno della partenza dalla Jugoslavia. l'aveva portata per anni, nascosta sotto i vestiti, poi l'aveva tolta e riposta in quella scatola insieme al resto del passato che voleva dimenticare.
Tenne la croce nel palmo della mano, fredda, leggera, insignificante per chiunque altro, ma per lei rappresentava tutto ciò che aveva perduto e tutto ciò che aveva cercato invano di ricostruire, una casa, una famiglia, un posto dove appartenere. Ma per capire come Silva fosse arrivata a quel punto con quella lettera e quel vuoto dentro, bisogna tornare all'inizio a una bambina che non sapeva ancora cosa significasse perdere tutto.
Zagabria, 22 agosto 1933. La bambina nacque in un giorno di fine estate, quando l'aria era ancora calda, ma già si intuiva l'arrivo dell'autunno. La chiamarono Silvia, Silvia Coscina, un nome croato per una creatura che sarebbe diventata italiana, europea, cittadina del mondo. La famiglia abitava in un appartamento nel centro della città, non lontano dalla cattedrale.
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