Roma sa da che parte stare

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Roma sa da che parte stare Stop al GENOCIDIO dei Palestinesi!

Il Comitato "Roma sa da che parte stare" promuove una raccolta firme per una Delibera di inziativa popolare volta ad interrompere ogni rapporto tra Roma Capitale e lo Stato di Israele.

🎬 CINEMA SOMMERSO PRESENTA: CINEMA PALESTINA 🇵🇸 Un viaggio storico nelle produzioni cinematografiche di autori e autrici...
28/05/2026

🎬 CINEMA SOMMERSO PRESENTA: CINEMA PALESTINA 🇵🇸

Un viaggio storico nelle produzioni cinematografiche di autori e autrici palestinesi, dagli anni Cinquanta a oggi.
Un percorso attraverso alcuni estratti di film per aprire a un dialogo sugli immaginari, sulla storia di un territorio e della sua popolazione.
Un movimento continuo tra esperienze individuali e collettive, dinamiche culturali e sociali.
Le rappresentazioni filmiche palestinesi sono interconnesse al contesto storico e politico dal quale si dipanano.
I contenuti narrativi, gli strumenti utilizzati e la stessa possibilità di raccontare e raccontarsi attraverso il cinema, è sempre stata una forma di resistenza alla cancellazione di memorie e di pratiche di una popolazione resa forzatamente diasporica.
In questi drammatici mesi è ancora più importante cercare di capire quale ruolo potrebbe avere il cinema nel trasmettere i valori di tale resistenza.

📍 Appuntamento giovedì 04/06
ore 18:30 (Ingresso con tessera Arci)

🇵🇸

PERCHÉ LA PALESTINA È LA LOTTA DI TUTTI.(Il genocidio esportabile su larga scala).Esiste un modo sbagliato di dire che l...
28/05/2026

PERCHÉ LA PALESTINA È LA LOTTA DI TUTTI.
(Il genocidio esportabile su larga scala).

Esiste un modo sbagliato di dire che la Palestina è la lotta decisiva del nostro tempo, e consiste nel pensarla come la più grave delle catastrofi in corso.
A volerne fare una graduatoria del dolore si perde il punto teorico.

Mentre scrivo, lo stretto di Hormuz è chiuso, la guerra dei mesi scorsi fra Iran e il blocco israelo-statunitense ha riformattato il prezzo del greggio e con esso quello del pane su scala planetaria, il Sudan continua a contare i suoi morti ai margini del visibile, il Libano si trascina i bombardamenti israeliani del 2024 e sta approdando verso un genocidio sul “modello” laboratorio Gaza, Taiwan riceve fornitori d’armi americani come una nuova Berlino del 1948, i governanti europei si stringono attorno alla parola riarmo.
Il punto è altro.

Gaza non si misura accanto a queste catastrofi: le contiene.
È il banco di prova dove si verifica cosa il mondo accetterà nei prossimi cinquant’anni.
La differenza fra una guerra e Gaza, riposa interamente in questa funzione di prototipo, un genocidio esportabile su larga scala.

L’invasione russa dell’Ucraina è una guerra novecentesca classica, fra Stati, con linee di trincea e retorica nazionalista del secolo precedente.

Lo scontro con l’Iran del 2025 è stato il primo grande conflitto dell’ordine multipolare in formazione, e ha sancito due fatti decisivi.

L’esercito israeliano raggiunge oggi qualunque obiettivo sul pianeta.

Hormuz può essere chiusa per ritorsione contro un’aggressione occidentale.

In Sudan c’è una guerra civile per il controllo di una rendita estrattiva e per mille altri motivi, di scala superiore a Gaza per numero di morti, e tuttavia resta invisibile nel discorso pubblico europeo, prova ulteriore della selettività razziale del lutto occidentale.

Tutte queste guerre/massacri rispondono a logiche conosciute.

Sono catastrofi del Ventesimo secolo, prolungate dentro il Ventunesimo.

Gaza è altro.
Laggiù si sta verificando cosa è possibile fare a una popolazione disarmata davanti a una popolazione mondiale interconnessa, senza pagare alcun costo politico.
Il primo genocidio integralmente videoregistrato della storia umana avviene in alta definizione, trasmesso in diretta dalle vittime stesse attraverso i propri telefoni.

Da questa funzione discende la centralità teorica della Palestina.
Il laboratorio non riguarda soltanto la tecnologia di controllo che Tel Aviv esporta da decenni, dai droni autonomi alle suite di sorveglianza biometrica.

Quello è il livello industriale, già ampiamente analizzato.
Sotto, lavora un livello più radicale. Si sta sperimentando cosa la coscienza pubblica internazionale è in grado di assorbire.
Non vale più la giustificazione novecentesca della propaganda riuscita, perché la propaganda israeliana, in due anni di guerra, ha perso.

La rete è satura di immagini incontrovertibili, e perfino le pagine editoriali dei grandi quotidiani occidentali hanno cambiato lessico. Il fatto è noto a chiunque sappia leggere.
Eppure resta politicamente inevaso. La distanza fra ciò che è universalmente saputo e ciò che politicamente si traduce in azione resta la vera invenzione di Gaza, ed è la novità storica del nostro tempo.

Lo spettacolo del genocidio integralmente trasmesso ha generato una figura politica nuova: lo spettatore di massa capace di sopportazione illimitata.
Quella figura è la merce di esportazione del laboratorio Gaza, ed è il cittadino-tipo del prossimo regime mondiale.
Il suo comportamento ha una struttura precisa.
Conosce in tempo reale ciò che accade laggiù, accumula informazione e indignazione, e tuttavia non passa all’atto politico. Quando vi passa, viene gestito dalle polizie europee come problema di ordine pubblico, schedato dalle procure tedesche e francesi sotto l’etichetta dell’apologia, espulso dalle università del mondo anglofono, massacrato e denunciato, come se fosse la “norma"..

La presidente del Consiglio italiana ha definito “ideologica” la più grande mobilitazione di piazza del Paese dal 2003.
Lo spettatore di massa è la materia prima del prossimo Stato di sorveglianza europeo, ed è laggiù che lo si sta plasmando.

Il governo Netanyahu ha dimostrato, fra il 2023 e oggi, qualcosa che le scienze politiche non avevano ancora teorizzato.
Si può commettere un genocidio davanti a otto miliardi di testimoni quando si combinano la copertura militare assoluta di una potenza atomica e un meccanismo semantico capace di trasformare qualunque critica al tuo governo in crimine d’odio.

La stampa occidentale, in questo schema, è la variabile dipendente. Continua a parlare di “conflitto” davanti a una sproporzione di settantamila a uno, perché parla la lingua del potere che la finanzia.
Il meccanismo semantico è la grande innovazione politica del decennio.

Quando ho cominciato a occuparmi di Palestina, vent’anni fa, l’accusa di antisemitismo verso chi criticava la politica di Tel Aviv era ancora rara, e faticosa da pronunciare in pubblico.
Oggi è la condizione di accesso al dibattito.

La sovrapposizione fra l’ebraismo come tradizione e la politica del governo israeliano si è formata in pochi anni e ha trasformato in tabù ciò che fino agli anni Settanta era oggetto di franco dibattito interno alla sinistra ebraica stessa.

Una società civile europea che accetta questa sovrapposizione consegna preventivamente la libertà di parlare su un punto preciso, e lo fa pensando di proteggere una memoria.
Sta proteggendo, in realtà, un governo.

La chiusura di Hormuz, nel quadro di tutto questo, va letta oltre la geopolitica energetica.
È sintomo politico di lungo periodo. L’Iran ha sigillato lo stretto per ritorsione contro un’aggressione nata dentro la guerra di Gaza, ed è la prima volta dal 1973 che una potenza regionale impone all’Occidente un costo economico immediato per la propria politica mediorientale.

Il rincaro del greggio che ne deriva colpisce direttamente il bilancio delle famiglie europee.
Il riarmo accelerato del continente, motivato pubblicamente dalla minaccia russa, viene di fatto pagato anche per consentire all’industria militare occidentale di mantenere la postura israeliana nella regione.

Le piazze europee, che protestano insieme contro il riarmo e per Gaza, hanno colto il legame strutturale prima dei governi.

La domanda che la lotta per la Palestina pone, e che nessun’altra guerra contemporanea pone con la stessa nettezza, è di ordine antropologico.
Riguarda il limite di tolleranza della specie umana davanti alla visibilità integrale del proprio crimine.

Per tutto il Novecento le grandi stragi sono avvenute fuori dal campo visivo della contemporaneità.

Auschwitz è stato visto pienamente dopo la liberazione dei campi, il Ruanda dopo che gli ultimi corpi erano già stati gettati nei fiumi. Gaza viene vista mentre accade, in alta definizione, attraverso il telefono dei suoi morenti che arriva sui nostri telefoni.

La specie umana, per la prima volta nella sua storia, dispone di tutte le informazioni necessarie per fermare un genocidio mentre il genocidio è in corso.
E sceglie di non fermarlo.
Quella scelta è la posta antropologica del laboratorio.
Da una scoperta del genere discendono conseguenze precise.

Il diritto internazionale, costruito sulle macerie del 1945 attorno alla promessa che certi crimini non si sarebbero più consumati impunemente, si rivela uno strumento decorativo.
Le Corti dell’Aja producono atti che gli Stati ignorano.
L’ONU vota risoluzioni che gli Stati Uniti bloccano da decenni.
Le sanzioni contro Israele non sono mai state nemmeno discusse seriamente nei consigli europei.
La grande conquista del Novecento, l’idea di una comunità internazionale capace di nominare il crimine e di punirlo, è morta davanti agli ospedali di Khan Younis.

Quel ca****re si chiama DIRITTO INTERNAZIONALE, e Gaza ne è il luogo della sepoltura.

Il colonialismo, lo hanno ricordato i pensatori caraibici del secolo scorso, è una macchina che torna sempre verso il proprio punto di partenza.

L’Europa, dopo essersi addestrata per cinque secoli sui popoli extraeuropei, è stata invasa dalle proprie tecniche di dominio e ha prodotto Hi**er.

Il modello israeliano, addestrato per ottant’anni sui palestinesi, sta già rientrando nelle città europee.
La sorveglianza biometrica dello spazio pubblico è copia letterale dei checkpoint di Qalandiya.
Il diritto d’emergenza che le procure europee stanno applicando agli studenti universitari che occupano un’aula è copia letterale dei regolamenti militari britannici del 1945, ereditati e perfezionati dall’amministrazione israeliana dopo il 1948.

Le mitragliatrici automatiche del muro in Cisgiordania verranno installate, prima o poi, sulle frontiere europee contro i migranti africani.
Lo sappiamo già.
E lo accettiamo in silenzio.

Il sionismo, in questo senso, rappresenta la forma più matura di una pulsione politica europea cinque volte secolare, ed è il modo in cui l’Europa si studia da sé attraverso un proprio prolungamento mediorientale. Difendere la Palestina significa difendere l’Europa stessa dalla propria deriva. Significa rifiutare che la cifra del nostro tempo diventi l’inettitudine, l’incapacità di otto miliardi di persone interconnesse di intervenire contro un crimine documentato in diretta.

Per questo la lotta per la Palestina è la lotta di tutti.
La centralità di Gaza prescinde dalla graduatoria del dolore, e prescinde anche dalla particolare elezione del popolo palestinese fra le vittime del nostro tempo.

Gaza è centrale perché misura ciò che la specie umana è disposta a tollerare nel pieno della propria conoscenza dei fatti.
Se la tolleriamo fino in fondo, il prossimo genocidio sarà più semplice da consumare, e il successivo ancora di più, fino al giorno in cui il colonialismo che ci siamo addestrati ad accettare laggiù tornerà a chiederci il conto a casa nostra.
A quel punto avremo già perso il diritto di chiamarci civili.
(Lavinia Marchetti)

Stand Against Genocide in Gaza

Ieri al liceo Cavour di Roma, bravissimo lo studente. È per quel che ci riguarda vorrà dire che gli porteremo le carte, ...
26/05/2026

Ieri al liceo Cavour di Roma, bravissimo lo studente. È per quel che ci riguarda vorrà dire che gli porteremo le carte, così vedrà quanti accordi ha il Comune di Roma con aziende israeliane.
https://www.instagram.com/reel/DYxOtsACT4V/?l=1

21/05/2026

Il momento della votazione ✌🏽🇵🇸

21/05/2026

L'intervento di Paolo Quinti in rappresentanza di Roma sa da che parte stare e del Comitato solidarietà con la Palestina in terzo-Roma e il momento del voto nell'Aula Consiliare del III Municipio seguito con grande emozione dalla piccola rappresenza del Comitato Roma sa da che parte stare che oggi si è divisa tra i due Municipi.
Un ringraziamento per il sostegno anche a Sergio e Carla in rappresentanza della Associazione La Maggiolina che ci ha sempre sostenuto e ospitato.

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21/05/2026

L'intervento di Paolo Quinti in rappresentanza di Roma sa da che parte stare e del Comitato solidarietà con la Palestina in terzo-Roma e il momento del voto nell'Aula Consiliare del III Municipio seguita con grande emozione della piccola rappresenta del Comitato Roma sa da che parte stare che oggi si è divisa tra i due Municipi.
Un ringraziamento per il sostegno anche a Sergio e Carla in rappresentanza della Associazione La Maggiolina che ci ha sempre sostenuto e ospitato.

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Oggi 21 maggio 2026 ben due Municipi contemporaneamente - il II ed il III - hanno approvato le mozioni per chiedere a Ro...
21/05/2026

Oggi 21 maggio 2026 ben due Municipi contemporaneamente - il II ed il III - hanno approvato le mozioni per chiedere a Roma Capitale l’interruzione dei rapporti con enti e aziende legati allo Stato di Israele e la calendarizzazione immediata della Delibera di Iniziativa Popolare sostenuta da oltre 15.000 firme.

Un ringraziamento va ai Consiglieri municipali che hanno portato queste mozioni nelle aule consiliari: è anche grazie alla loro sensibilità e al loro coraggio politico se la Delibera di “Roma sa da che parte stare” oggi ha una concreta speranza di arrivare finalmente alla discussione in Consiglio Comunale.

Mentre le piazze continuano a mobilitarsi per Gaza, anche le istituzioni territoriali stanno scegliendo da che parte stare.
Adesso il Campidoglio non può più ignorare la volontà di migliaia di cittadini romani.

📝 COMUNICATO STAMPA

Boicottaggio enti israeliani:
la rivolta dei Municipi sfida il Campidoglio.
I Municipi II e III votano lo stop: "Gualtieri non ignori la piazza e le 15.000 firme, Roma rompa gli accordi"
Roma, 21 Maggio 2026
La solidarietà con il popolo palestinese invade i palazzi della politica locale e lancia una sfida diretta al Sindaco Gualtieri.
I Consigli dei Municipi II e III, in un asse territoriale compatto, hanno approvato una mozione che trasforma la spinta della piazza in atto istituzionale e mette alle strette l'Assemblea Capitolina.
I territori esigono che il Campidoglio esca dal silenzio e metta immediatamente al voto la Delibera di Iniziativa Popolare per l’interruzione dei rapporti con gli enti israeliani.
Una proposta forte delle oltre 15.000 firme depositate dai cittadini romani – il triplo del quorum richiesto – che riflette la volontà romana scesa in piazza in questi mesi, dalle oceaniche manifestazioni nazionali fino al sostegno attivo alla missione internazionale della Flotilla per rompere l'assedio di Gaza.
La diffida dei territori:
"Nessun affare con i complici del genocidio".
Le mozioni approvate nei due storici Municipi sono un atto di accusa contro la complicità economica e istituzionale di Roma Capitale, e chiedono impegni perentori.
✅ Stop immediato ad Acea e Farmacap.
✅Fine dei partenariati con Mekorot (società inserita nel database ONU e responsabile dell'apartheid idrica) e Teva (il colosso farmaceutico che lucra sul mercato vincolato dell'occupazione).
✅ Calendarizzazione immediata.
Si intima all'Assemblea Capitolina di discutere la delibera, rispettando la straordinaria mobilitazione democratica della cittadinanza.
✅ Coerenza con la solidarietà attiva.
Lo Statuto di Roma impone il rispetto dei diritti umani; i servizi pubblici dei romani non possono finanziare chi viola il diritto internazionale.
"Le nostre strade sono piene di bandiere palestinesi, i nostri attivisti si mobilitano per la Flottiglia e 15.000 romani hanno firmato un atto ufficiale," dichiarano i portavoce della rete cittadina ROMA SA DA CHE PARTE STARE. "Mentre il Campidoglio prende tempo, i Municipi rispondono al grido di Aiuto di Gaza e alla coscienza civile della città.
e la sua maggioranza non possono più nascondersi: devono decidere se stare con il diritto internazionale o restare complici di un genocidio."
Una pressione inarrestabile con i voti dei Municipi II e III che si aggiungono alle precedenti prese di posizione di altri distretti romani, anche il fronte della solidarietà istituzionale non può essere ignorato.
La battaglia per la giustizia in Palestina, spinta dalle piazze e ratificata dai territori, entra con forza inarrestabile nell'aula del Campidoglio.
Roma sa da che parte stare 🇵🇸


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