08/06/2026
Penso che il problema non sia il consenso informato, ma continuare a trattare l’educazione come un insieme di progetti separati, ognuno con il suo esperto, il suo modulo, la sua autorizzazione, invece di riconoscere che educare è un atto integrato, quotidiano, che attraversa ogni disciplina e ogni relazione.
Un insegnante di letteratura che legge con i propri studenti una storia d’amore, di perdita, di identità, e sa stare in quella lettura, sta già facendo educazione affettiva.
Un docente di storia che aiuta i ragazzi a capire come nascono le discriminazioni, come si costruisce il potere, come cambia il tessuto sociale, sta già facendo educazione alle differenze.
Se si valorizza la profondità educativa che le materie già contengono, e la capacità di mediazione che un buon insegnante già esercita, non servono progetti e programmi separati.
Le raccomandazioni di OMS e UNESCO lo dicono da anni che l’educazione sessuo-affettiva è uno strumento fondamentale per prevenire la violenza di genere, ridurre le discriminazioni, costruire relazioni più consapevoli. Non è un’opinione, è ricerca.
E questo tipo di educazione non ha bisogno di un modulo a parte, di un esperto esterno, di un’autorizzazione firmata. Ha bisogno di adulti maturi e solidi, capaci di stare accanto ai ragazzi non solo per trasmettere contenuti, ma per aiutarli a formare un pensiero critico, a orientarsi nel mondo che abitano, a diventare cittadini consapevoli.
Forse la domanda giusta non è chi deve parlare di affettività ai ragazzi, ma come sostenere gli insegnanti nel farlo. Come integrare questi temi nella didattica ordinaria, come riconoscere le fasi dello sviluppo emotivo, come leggere i segnali di un gruppo classe, come stare in una conversazione difficile senza esserne travolti. Questo è il lavoro che un professionista dell'educazione può offrire alla scuola, non sostituirsi all'insegnante, ma renderlo più attrezzato.
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