11/06/2026
CI SCRIVE UNA LETTRICE PUGLIESE, GIOVANE DONNA DI 26 anni con esperienze in Olanda, le sue spontanee riflessioni sul concetto di libertà e su come abbia dovuto reinterpretare tale concetto crescendo in un clima di antagonismi acritici. Ha intitolato la sua lettera IL PENSIERO (a)CRITICO e così la riproponiamo
Gentile Direttore,
in un periodo storico come questo nel quale chiunque si prende lo spazio di parole senza porre alcuna attenzione alle modalità e alle parole, gradirei approfondire proprio il concetto di libertà. Ci stavo pensando tra me e me in questi giorni poi ho impugnato la penna (in realtà mi sono messa a digitare).
Fino ai 20 anni ho vissuto in una condizione apparentemente idilliaca: in qualsiasi confronto ho sempre saputo da che parte stare, fiera di dimostrare la mia coerenza.
Frequentavo il liceo artistico, un luogo che si distingueva dagli altri istituti per molti aspetti e dove la libertà d’espressione assumeva le forme più disparate e dove tutti si auto-dichiaravano, ossessivamente, promotori della diversità.
Finendo poi per essere fatti con lo stampino.
Dopo aver lasciato quelle mura punti di vista non aderenti alle regole a me familiari hanno messo in dubbio le mie certezze. Il velo di Maya è stato dunque squarciato: l’uomo nutre un esistenziale desiderio di appartenenza che muta a
seconda dell’età, del luogo in cui vive, del contesto socio-familiare e oggi anche dei media.
Cosa serve allora per far parte di qualcosa?
Sicuramente delle somiglianze: una o più caratteristiche che accomunano degli individui. Queste possono essere di varia natura: particolarità fisiche, caratteriali o ideologiche. Ed è proprio qui che la questione si complica.
Quando più persone credono nelle stesse idee non si accontentano semplicemente di gioire di questa comunanza. Creano delle strutture gerarchizzate che trasformano le somiglianze in delle sorte di requisiti di ammissione al gruppo e regole su cui basano la propria vita.
Estremizzazione di tale comportamento sono gli "-ismi", movimenti nati essenzialmente da disagi di natura ideologica ed emotiva che, attraverso il loro Manifesto, raccontano una sola verità evitando la grande fatica di ricercarla sempre altrove. "Femminismo", "sessismo", "maschilismo", "razzismo", "ambientalismo", "complottismo", "qualunquismo", "comunismo", "fascismo" "opinionismo" e via dicendo.
Ecco IL PENSIERO (A)CRITICO
Che fine ha fatto, dunque, il senso della misura? Il "in medio stat virtus"dei latini.
Nessuno è più in grado di analizzare i contesti e tutti parlano per partito preso. E intendo nel senso letterale del termine. Di fatto i temi spinosi, utilizzati strategicamente per indirizzare il dibattito odierno, governano il nostro vocabolario che, nel frattempo, si è impoverito e ha inaridito le argomentazioni.
La regola principale di questo subdolo gioco è una: organizzare l’opinione pubblica in fazioni diametralmente opposte come guelfi-ghibellini, interisti-milanisti, eliminando tutte quelle correnti moderate che, consapevoli della complessità della realtà, trovano il giusto nel mezzo, nel saper mediare. Una guerra, soprattutto ideologica, è più facile da combattere quando gli
schieramenti son due.
Ho potuto infatti constatare che il meccanismo funziona così: a seconda del vocabolo che decidi di utilizzare durante un discorso articolato, ti sarà "democraticamente" imposto un colore politico il quale sarà l’unico elemento considerato per definirti come persona.
Proviamo a vedere se sono stata chiara.
Se dico famiglia? Bravi, sono di destra!
Se dico patriarcato? Questa è facile, sono di sinistra!
Se dico tradizioni? Ambigua ma più tendente a destra..
Potrebbe sembrare una citazione di Gaber ma, a quanto pare, noi e il famoso "Signor G" stiamo semplicemente vivendo un simile stallo sociale in un periodo storico differente. A dire il vero quasi tutta la discografia di Gaber si sovrappone perfettamente ai nostri tempi.
Alleniamo quindi il pensiero critico (non ipercritico) e facciamo lo sforzo di ricercare sempre la verità senza accontentarci delle informazioni che ci vengono offerte dai mezzi più veloc e pressanti, come social media e televisione. La società è attualmente affetta da una resistente malattia sistemica che riguarda la libertà, la quale viene confusa con il diritto di poter fare e dire tutto ciò che si vuole senza limiti né conseguenze.
In ogni nazione, in periodi storici differenti e per motivazione varie, gli uomini hanno faticato per conquistare i propri diritti. Le generazioni venute dopo hanno beneficiato di quelle conquiste ignorando i contesti che le hanno generate.
Ne sono un esempio le relazioni sentimentali odierne. Noto infatti attorno a me una forte precarietà data dall’assenza di rispetto che l’uno dovrebbe all'altro e che genera una sfiancante e incoerente gara di potere tra uomo e donna.
Se è vero che gli anni 60 e il movimento del femminismo hanno generato conquiste e una certa libertà laddove la donna non ne aveva, oggi quella libertà d’azione in quanto partecipanti alla società si è trasformata talora in individualismo sfrenato e talvolta in opportunismo. Non è mio intento fare una lezione di storia, tantomeno corrisponde alle mie competenze, ma vorrei fare una riflessione in quanto donna e osservatrice.
Per anni si è lottato contro la visione della donna come mero ruolo materno e riproduttivo rivendicando la libertà di lavoro e di indipendenza. Lotta nata in una società diversa da quella attuale dove si pretendeva che la donna fosse esclusivamente la custode del focolare rinunciando a qualsiasi altra forma di affermazione di sé. Oggi fortunatamente la situazione è cambiata e le donne
sono più libere di scegliere il proprio destino indipendentemente dalla figura maschile. Spesso però, l’urgenza di poter rivendicare l’autodeterminazione porta molte donne a delegittimare la figura maschile del proprio valore: “Non ho bisogno di un uomo, mi basto da sola” “Gli uomini senza le donne non sono niente”. Come se, nel XXI secolo, non fossimo in grado di accettare la cordialità della complementarietà e la tenerezza di condividere la propria vita con un partner.
Non è negli slogan che ci ripetono negli schermi che troviamo il rispetto per noi stesse. Dobbiamo saper andare oltre quello, la società si aspetta da noi donne perchè ieri, oggi e domani non hanno mai la stessa forma ma noi si.
Ringraziando per l’attenzione, le porgo i miei più cordiali saluti.
Enza Palumbo