20/12/2025
Ciaspole e scialpinismo possono sostituire lo sci su pista? È una domanda che negli ultimi giorni mi pongo con crescente frequenza osservando dalla terrazza, abbagliato da un sole primaverile, montagne completamente prive di neve. Soltanto a ovest, qualche pennacchio bianco resiste sulla vetta delle Piccole Dolomiti.
Non è raro che ciaspole e scialpinismo vengano indicati come alternativa per lo sviluppo di un turismo invernale più leggero. Io stesso l’ho sostenuto in più di un’occasione essendo attività che senza dubbio prevedono un minore sviluppo infrastrutturale: fattore di per sé importantissimo, perché, incentivare la realizzazione di strutture connesse alla neve in un mondo che va riscaldandosi, di qui a poco tempo rischia di dare vita a nuove cattedrali nel deserto. Così come gli sbancamenti, gli interventi finalizzati a livellare le piste, a renderle il più possibile regolari, possono nel breve periodo rivelarsi una manomissione territoriale priva di lungimiranza.
Occorre tuttavia tener presente l’aspetto economico, e l’economia generata oggi dallo sci di discesa è ancora molto forte. Se sostituire gli introiti da essa generati è pressoché impossibile (anche per un discorso di sistema che nel caso dello sci su pista ha caratteristiche industriali, finalizzate alla massimizzazione dei guadagni) è tuttavia necessario provare a individuare una valida alternativa. Ma l’alternativa a un’industria flagellata dal riscaldamento globale può essere unicamente individuata in attività altrettanto connesse a freddo e neve?
La risposta, a mio giudizio, è no. Lo scrivo a malincuore perché ciaspole e scialpinismo possono idealmente rappresentare un modo per godere del territorio senza per forza trasformarlo in modo radicale. Ma se lo zero termico schizza alle stelle già in pieno dicembre provocando una fusione copiosa anche a quote elevate, forse non è la strada giusta da perseguire.
Tuttavia, affinché i territori che hanno imperniato la loro struttura sociale attorno allo sci non si trovino improvvisamente senza locomotrice economica, è necessario provare a immaginare un nuovo scenario sociale, capace di aderire con più efficacia alle caratteristiche climatiche del presente. Invece di destinare importanti risorse a un ulteriore ampliamento della già esaustiva offerta sciistica italiana, bisognerebbe forse iniziare a investire con maggiore convinzione sul capitale umano; su menti pensanti capaci di sviluppare una programmazione territoriale rinnovata e di individuare, assieme alle comunità locali, una strada alternativa. Anzi, più che di alternativa bisognerebbe provare a parlare di alternative: un mosaico di possibilità dove i tasselli rappresentati da sci su pista, scialpinismo e ciaspole in determinati contesti potranno ancora coprire un ruolo di rilevo, tuttavia senza mai rappresentare l’unica voce. Solo declinando la parola al plurale, infatti, è possibile allontanarsi dalla vulnerabilità delle monoculture.
✍ Leggi L'EDITORIALE di Pietro Lacasella sul sito de L'Altramontagna