12/05/2026
RAZZISTI COME NOI
Il seme del razzismo non andrebbe mai piantato. È una pianta che cresce in fretta, si espande, mette radici. Colpisce tutti, una volta piantata. È una pianta infetta, ma proprio per questo come un virus si moltiplica e si contamina, prende forza ad ogni svolta.
È una forma latente del vivere sociale, rimane sottotraccia anche per secoli, poi esplode nel moneto in cui qualcuno decide di ripiantare nella terra fertile quel seme infetto. Questo è successo in Italia, in Europa e nel mondo a partire dagli inizi degli anni ’90, quando, superata la Guerra fredda, si pensò di aprire i confini del mondo, di cercare una nuova strada alla circolazione di idee, persone, merci e denaro. Doveva essere un processo guidato da persone sane, intelligenti, colte e consapevoli della complessità della faccenda.
Invece fu gioco facile per gente come Umberto Bossi in Italia, Pierre Vial in Europa o William Pierce negli USA fare breccia nelle menti degli Occidentali impauriti, straparlando di una supposta supremazia bianca da difendere ad ogni costo.
Questo seme aveva già creato una pianticella violenta, che per quanto piccola, era evidente a chi voleva vederla, a chi governava i processi di cambiamento, ma nessuno dei governi occidentali volle fare una vera riflessione storico/culturale e continuò nell’esportazione del suo modello di sviluppo, a volte dal sapore patetico come un panettone scaduto.
Queste brevi riflessioni mi son venute in mente per due episodi succedutosi nella stessa giornata di sabato 9 maggio, uno a Milano e l’altro a Taranto. Due episodi diversi, con due dinamiche diverse che pure hanno lo stesso sapore di quel frutto nefasto ripiantato qualche decennio fa.
A Milano un signore che aveva la colpa di avere la pelle nera stava al bar a fare un aperitivo con moglie e figli. Lui è un orafo, svolge un’attività normale, cittadino italiano, forse paga pure le tasse (nella media degli orafi italiani). Si avvicina una pattuglia di poliziotti, scelgono il suo tavolo per fare un controllo dei documenti, con fare abbastanza arrogante e poco gentile. L’uomo si è sentito umiliato e ha chiesto semplicemente il motivo: "Ho solo detto che ce l'avevano con i neri". I poliziotti hanno chiamato immediatamente altri poliziotti, sbattuto a terra ed ammanettato, senza nessun motivo. Tra le proteste di alcuni avventori del bar, i pianti dei figli e della moglie, è stato condotto in caserma dove gli hanno contestato il reato di 'resistenza all'arresto'. In questura gli hanno chiesto di firmare un verbale, ma lui si è rifiutato. Poi lo hanno fatto uscire, senza spiegazioni. Diala Kante, 43 anni, senegalese con cittadinanza italiana, sa da tempo cos’è il razzismo.
A Taranto invece Bakary Sako, 35 anni del Mali, stava andando al lavoro ed è stato ucciso. Erano le 5.30, Bakary aveva preso la bicicletta, stava andando in stazione per andare a Massafra, a raccogliere un qualcosa per le nostre tavole in un fondo agricolo, lontano dai bar della città. Un semplice bracciante agricolo, sfruttato e malpagato, eppure ricordato come persona dolce, attento alla sua famiglia, rispettoso di tutti. Ad ucciderlo sono stati cinque ragazzi tarantini, tutti italiani, di cui quattro minorenni, che a quell’ora uscivano da una sala giochi. Hanno aggredito con calci e pugni quel povero ragazzo solo perché nero, così avrebbe detto il sedicenne che sta confessando in queste ore il delitto. Non era un caso, cercavano un nero da aggredire (come si fa spesso, senza arrivare sui giornali): prima di accanirsi contro lui, le telecamere hanno immortalato una parte del gruppo infastidire un altro immigrato. Vanno segnalate tre cose: 1) il titolare del bar non ha allertato la Polizia; 2) le prime notizie diffuse parlavano di “una lite tra gang straniere”; 3) nei social (specialmente quelli della prima ora) sono comparsi numerosi commenti razzisti e addirittura di congratulazione ai ragazzi.
Il mio amico Gigi Za, pragmatico sociologo multiculturale, purtroppo scomparso qualche anno fa, su questo tema mi diceva: “il razzismo non c’è stato in Italia finché non sono arrivati gli immigrati. Prima eravamo tutti buoni, poi abbiamo scoperto che ci sono anche gli altri, dei quali non ci va bene nulla, la pelle, i vestiti, la religione, financo il cibo”.
Alla faccia della Costituzione della Repubblica Italiana.