26/02/2026
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Cagliari, maggio 1882
Eravamo entrati nella Barbagia sicuri di poter vedere qualche bandito. Avevamo anche noi il pregiudizio di molti continentali, che in ogni pastore del Gennargentu veggono un brigante, e in ogni siciliano un mafioso.
C'Γ¨ tuttavia qualcuno che, per sfuggire ad una pena e spesso per un semplice sospetto, si gitta alla montagna e vive fuori dalla legge, senza far male a nessuno; ma i veri banditi sono scomparsi.
E' morto Giovanni Sale, protettore della miniera di Guzzurra; Sirvone, il cinghiale, Γ¨ in prigione . Tra dieci anni quelli che sono in prigione saranno morti, quelli che sono ancora alla montagna e tutta quanta la Barbagia sarΓ un pezzo di Toscana; ma viceversa, i viaggiatori che andranno in ferrovia da Oliena ad Orgosolo dovranno forse viaggiare con un revolver in tasca.
Certo, la leggenda del bandito Γ¨ giΓ cominciata; e dovunque andiate, vi raccontano le gesta di Giovanni Sale, di Giovanni Tolu, di Sirvone.
Giovanni Sale era, l'ho detto, il protettore della miniera di Guzzurra. Quando uno straniero passava la montagna, Giovanni Sale gli esciva incontro a cavallo, gli offriva una coscia di cinghiale e un bicchiere di vino di Oliena; poi lo accompagnava per un buon tratto di strada. Quando accadeva una grassazione Giovanni Sale scopriva i grassatori e faceva restituire il bottino.
Così Giovanni Sale era amato come un padre in tutta la Baronia di Orosei.
Un bel giorno egli si volle ammogliare, e, sceso al villaggio, entrΓ² in chiesa con la sposa. I carabinieri, naturalmente, accorsero a branchi da tutte le parti per agguantarlo; ma quanti uomini erano nel villaggio, dai quindici ai cinquant'anni, tutti presero uno schioppo e stettero dinnanzi alla porta della chiesa. Di fuori, i carabinieri ronzavano con la coda tra le gambe; dentro Giovanni Sale e la sua fresca sposina stavano tranquillamente inginocchiati dinnanzi al prete.
Quando fu arrestato Sirvone, la sua bella moglie si fece fare il ritratto, poi volle che si esponesse per le strade di Cagliari con questa scrittura: Moglie di Sirvone.
Ma se volessi ripetere tutti gli aneddoti di banditi che udimmo narrare non la finirei più. Il bandito sardo è un tipo tutto a sè, e certo un tipo più bello nella sua semplice e rozza realtà , che non quello accarezzato da Schiller con tutta la lussuria della sua fantasia giovanile . E questo tipo si è serbato sempre intatto e puro sino alla fine. Uno degli ultimi banditi è stato ucciso dai carabinieri un mese addietro sulle montagne di Oliena; non faceva male a nessuno, e la sua morte suscitò malumori in tutta la valle d'Orosei. Lo trovarono sopra un muflone mezzo scorticato, con due p***e in fronte. Però se finiscono i banditi restano i rosignoli, e nelle notti serene, dai picchi del Gennargentu alle steppe di Macomer, è tutto un gran flusso di melodia limpido, fresco, continuo, senza uno stridore, senza una discordanza.
Andammo nel pomeriggio ad Oliena, dal sindaco, che ha tutto un salotto tappezzato di fogli illustrati. Il sindaco, naturalmente, ci costrinse a bere due o tre bicchieri di vino; poi si escì tutti insieme per vedere Giovanni Tolu, il più ricco possidente di Oliena. Egli raccoglie tanto vino da ubbriacare per tutto l'anno un regimento prussiano e non sa nemmeno lui quante tanche abbia popolate di bovi e di cavalli.
Mena una vita di sardo antico: vita di cacciatore e di bevitore.
Lo trovammo in casa, vestito come un borghese agiato, ma col berretto sardo; e ci accolse con una cortesia grave e affabile di montanaro. Ci fece salire nelle stanze degli ospiti, che nelle case sarde occupano sempre il secondo piano; e subito ci versΓ² da bere. Nella stanza c'erano due letti disfatti destinati agli ospiti: alle finestre non c'erano i vetri e le rondinelle entravano liberamente, e ci stridevano sul capo edificando i nidi fra le travi del soffitto.
Uscendo dalla casa di Giovanni Tolu, ci accadde una cosa seria: incontrammo il curato, e dovemmo andare con lui a bere il vino suo; poi incontrammo altri e non ci fu scampo: bere o affogare. Quando facemmo delle rimostranze, ci guardavano con certe facce meravigliate e turbate come gentlemens inglesi che sentano qualcosa di sconveniente.
L'usanza del paese Γ¨ questa; e convenne piegarsi. Il nostro ultimo ospite fu l'assessore anziano, un vecchietto lungo, secco, di cartapecora, con le brache bianche, con gli occhiali sul naso di falco: un ciabattino onesto ed ilare, come un...ciabattino antico.
Quando Dio volle, ci rimettemmo in carrozza. Il vino d'Oliena ci gorgogliava nelle vene e ci assaliva il cervello con certi prorompimenti di fiammate calde , con certi sussulti di pazzia.
Il vino d'Oliena (il Nepente r.d.a.) Γ¨ un vino denso di rubino cupo: un vino calmo che sotto il rossore placido nasconde i tradimenti. Vi discende nello stomaco accarezzandovi il palato con certi vellicamenti di donna innamorata, accarezzandovi le papille del naso con certi profumi tentatori. Poi, d'improvviso irrompe, e, v'invade la testa e v'invade tutto il corpo, invincibilmente.
Così noi tornammo cantando a squarciagola con la testa piena di fiamme. Passammo ponte Michinari, passammo Ponte de su Re, passammo ponte Caduchè, passammo ponte Capparedda.
La notte scendeva a grandi passi dalle montagne, e noi attraverso quell'invadimento delle ombre ce ne andavamo cantando a squarciagola..
Quando rientrammo nella prigione di legno ferrato, che doveva riportarci a Macomer, don Diego della Mancha ci accompagnò per un pezzo. Don Diego è un hidalgo spagnolo che fa l'ispettore doganale a Nuoro: è un bell'uomo d'acciaio con una barba michelangiolesca piovente sul petto in tanti ruscelletti neri, come quella di Mosè: un bell'uomo fatto tutto di nervi d'acciaio saltanti e scattanti, come molle premute, ad ogni parola, con sopraccigli folti e densi, con occhi grigi pieni di fremiti e di scintille.
La voce di don Diego scoppia nell'ugola come un crepitio di cocci pestanti, e sale, sale per un diapason sovraumano: certe volte pare una cannonata.
Don Diego Γ¨ un grande cacciatore e un grande cavalcatore: quando cavalca il suo cavallino sardo, mezza barba gli svolazza sulla spalla a destra e mezza sulla spalla sinistra.
Ci accompagnΓ² fino alla signora Marta.
- Se vi fanno qualche torto - disse congedandosi - scrivete a don Diego della Mancha. Don Diego Γ¨ un uomo di ve**re sul continente a pigliare le parti vostre.
- Grazie - rispose per tutti Pascareddu - e discese un momento dalla carrozzettaccia per fare il ritratto della signora Marta.
Se non che c'era lì piantato un pastore nero, chiuso in un mantello nero, che cominciò a guardarlo con certi occhi di lupo inferocito e cominciò a ringhiare qualche cosa nella barba.
Era la gelosia? Chi lo sa. Pascareddu, con una indifferenza di antico romano, seguitava a disegnare. La signora Marta, bianca e snella, in quel crepuscolo selvaggio, guardava impassibile.
Guardava. Io mi accostai a lei per comprare una bottiglia di vino: quel pastore nero girava intorno a Pascareddu con una faccia bieca. Finalmente gli si accostΓ² e gli picchiΓ² una mano sulla spalla. La p**a di Cesarino si rivolse indietro con un mezzo cerchio brusco.
- Fatemi il ritratto - disse in buonissimo italiano: il ritratto fu fatto in un momento.
Quell'uomo nero e pauroso lo volle vedere : prese l'album in mano, contemplΓ² quello sgorbio e, ridendo, lo baciΓ² con trasporto d'amore.
La signora Marta, bianca e snella nel crepuscolo selvaggio, guardava.
Signora Marta non Γ¨ la moglie di un bandito; Γ¨ la seconda stazione della diligenza di Macomer.
Papavero *
(*Scarfoglio aveva scelto questo nom de plume in ricordo della sua prima opera, I papaveri)
"Gli autori principali di questa raccolta sono Gabriele D'annunzio (Pescara 1863 - Gardone Riviera 1936) Cesare Pascarella (Roma 1858-1940)ed Edoardo Scarfoglio (Paganica 1860- Napoli 1917). Quando vennero in Sardegna avevano rispettivamente 19, 24, 22 anni ma erano giΓ molto conosciuti: non solo per la loro elegante e "scapigliata" presenza negli ambienti letterari romani (tutti e tre collaboravano alla "Cronaca Bizantina" e al "Capitan Fracassa") ma per le loro stesse opere d'esordio: D'Annunzio ricevette a Nuoro la prima copia del suo Canto novo, Pascarella con il suo Er morto de campagna, in dialetto romanesco, era stato salutato come il miglior erede del Belli, Scarfoglio aveva giΓ fatto le sue prime prove di grande giornalista"
Fonte bibliografica: Due Viaggi in Sardegna (1892 e 1904) a cura di Sandro Ruju Sardegna, Amori e Battaglie, Collana a cura di Manlio Brigaglia, gennaio 2013