Rhitu Miah

Rhitu Miah 🥰

23/09/2026

Genitori e ragazzi: non siete obbligati a rilasciare interviste. Se non volete parlare, dite semplicemente NO.

Perché in questi giorni davanti ad alcune scuole di Mestre sembra di assistere a un safari mediatico.

Si fermano genitori, si osservano bambini, si contano cognomi, origini, italiani e stranieri. Bambini che fino a ieri erano semplicemente compagni di classe oggi sembrano essere diventati materiale da reportage.

Basta. I bambini non sono cavie da laboratorio. Non sono percentuali. E soprattutto non sono materiale sulla cui pelle fare politica.

La Giulio Cesare di Mestre ha certamente una situazione particolare. Nessuno deve negarlo. Ci sono scuole con una concentrazione molto alta di bambini di origine straniera e ci sono bambini neoarrivati che entrano in classe senza conoscere sufficientemente l’italiano. È una difficoltà reale per gli insegnanti, per la scuola e per gli stessi ragazzi.

Ma non si può fare di tutta l’erba un fascio.

In Italia gli alunni senza cittadinanza italiana sono circa l’11,6% del totale e quasi due su tre sono nati in Italia. Eppure stiamo costruendo una narrazione nazionale partendo da alcuni casi estremi. (RaiNews)

E allora mi chiedo: invece di trasformare una scuola di Mestre in un caso di Stato, perché non aiutiamo quella scuola?

Se una scuola ha cento bambini che hanno bisogno di maggiore sostegno linguistico, datele più insegnanti. Più mediatori. Più personale. Più aule. Più risorse.

Se davvero volete imporre un tetto del 30%, allora spiegate anche dove dovrebbero andare gli altri bambini. Costruite e finanziate le strutture necessarie. Non basta tracciare una linea su un foglio e pensare che la realtà dei quartieri scompaia.

E c’è quasi un paradosso: siamo un Paese che continua a perdere bambini. Nel 2025 in Italia sono nati circa 355 mila bambini, il 3,9% in meno dell’anno precedente, e il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14. (Istat)

Abbiamo sempre meno bambini e invece di domandarci come garantire una scuola migliore a quelli che abbiamo, iniziamo a dividerli in percentuali.

Poi arriva il grande problema del velo integrale nelle scuole.

In tutti gli anni in cui ho lavorato con scuole, bambini e famiglie, io personalmente non ho mai incontrato una bambina che andasse a scuola con il niqab o il burqa, cioè con il volto coperto.

Ho incontrato moltissime bambine con l’hijab. Quello sì.

E allora quando sento presentare il divieto di burqa e niqab nelle scuole insieme alle nuove misure sull’integrazione, mi domando: stiamo affrontando un problema realmente diffuso nelle nostre scuole o stiamo costruendo un enorme dibattito nazionale attorno a casi marginali?

Il Governo ha effettivamente annunciato sia il limite agli studenti stranieri nelle classi sia il divieto di burqa e niqab nelle scuole. (Reuters)

Ma attenzione, perché mentre gli adulti fanno politica, titoli e trasmissioni televisive, qualcuno paga il conto. E sono i bambini.

Pensate al danno psicologico.

Un bambino di otto anni entra a scuola e improvvisamente scopre di essere “lo straniero”. Quello che fa parte del 30%. Quello che deve essere contato. Quello su cui il giornalista vuole fare domande. Quello che forse può stare in quella classe oppure deve essere spostato.

Magari è nato a Mestre.
Magari parla italiano meglio della lingua dei suoi genitori.
Magari quella è l’unica scuola che abbia mai conosciuto.

Ma improvvisamente gli abbiamo insegnato una nuova parola: diverso.

Ed è questa la cosa che mi fa più rabbia.

La scuola dovrebbe essere il posto in cui le differenze sociali, economiche e culturali si incontrano. Non il posto in cui un bambino impara a quale categoria appartiene.

A forza di parlare di “italiani” e “stranieri”, stiamo facendo entrare nelle classi una divisione che spesso i bambini neppure sentivano.

E fuori dalle scuole il clima diventa sempre più pesante. Ogni episodio viene filmato, rilanciato, esasperato. Sui social arrivano provocazioni contro musulmani e stranieri e persone che cercano visibilità attraverso gesti offensivi. E ogni volta si aggiunge un altro pezzo alla stessa narrazione: noi e loro.

Poi pretendiamo di chiamarla integrazione.

L’integrazione non nasce facendo sentire un bambino un ospite tollerato.

Non nasce mettendogli addosso un’etichetta.

Non nasce chiedendogli ogni mattina, direttamente o indirettamente: tu da quale parte del 30% sei?

Nasce dando a una scuola difficile il doppio delle risorse, non il doppio delle telecamere.

Nasce aiutando gli insegnanti.

Nasce insegnando davvero l’italiano a chi arriva.

Nasce lavorando con le famiglie.

Nasce creando spazi e strutture adeguate.

E soprattutto nasce permettendo a un bambino di entrare dal cancello della scuola pensando alla matematica, agli amici e alla ricreazione, non chiedendosi se fuori troverà l’ennesima telecamera pronta a studiarlo.

22/09/2026

Per Jack

22/09/2026

Cena di quartiere

21/09/2026

Cena di quartiere 22/09/2026 ore 18:00
Parco Piraghetto - Mestre VE

21/09/2026

LIBERTÀ PER LE DONNE DELL’IRAN.
Ultimamente diverse persone mi hanno detto di non comprendere la mia posizione.

«Come puoi dire che una donna deve essere libera di portare il velo e, allo stesso tempo, partecipare a un presidio per le donne iraniane?»

Qualcuno mi ha persino detto che le mie posizioni sembrano ambigue.

E sapete una cosa? Ringrazio queste persone.

Perché io questa ambiguità non l’avevo mai percepita. E ringrazio soprattutto chi, invece di giudicarmi da una frase o da un video, mi ha chiesto di incontrarmi e di spiegare ciò che penso.

Ma riflettendoci, mi sono resa conto di una cosa: forse la mia posizione sembra contraddittoria soltanto quando guardiamo problemi enormemente complessi da un unico punto di vista.

Per questo voglio ripetere una frase che dico da anni:

io lotto per la libertà delle donne e per la libertà delle persone.

Perché io stessa ho impiegato anni a conquistare la mia libertà e desidero che ogni persona possa avere la propria.

Quando parliamo delle donne iraniane, infatti, di cosa stiamo parlando realmente?

Troppo spesso tutto viene ridotto a una frase:
“Le donne iraniane lottano per togliersi il velo.”

No.

La situazione delle donne in Iran è molto più profonda.

Esiste una discriminazione che riguarda il matrimonio, il divorzio, la custodia dei figli, l’eredità, il lavoro, la partecipazione alla vita pubblica e politica.

E poi c’è il velo obbligatorio.

Nel 2022 il mondo ha conosciuto il nome di Jina Mahsa Amini, una ragazza curda iraniana di 22 anni morta dopo essere stata arrestata dalla cosiddetta “polizia morale” per le norme sul velo.

Da quella tragedia è nato un movimento che ha gridato:

Donna. Vita. Libertà.

Non semplicemente: “Togliete il velo”.

Libertà.

Ed è proprio questa parola che unisce la loro battaglia alla mia.

Quando qualcuno mi domanda:

«Con quale coraggio, da donna, puoi ancora dire che una donna deve essere libera di mettere il velo?»

io rispondo:

proprio perché sono una donna.

Perché una donna deve avere la libertà di mettere il velo o di non metterlo.

Deve poter studiare o scegliere il proprio percorso.

Deve poter lavorare e costruire la propria indipendenza economica.

Deve poter sposarsi oppure non sposarsi.

Deve poter divorziare.

Deve poter avere figli oppure scegliere di non averne.

Deve poter partecipare alla vita sociale e politica.

Deve poter scegliere il proprio futuro.

Nel nostro caso nel rispetto delle leggi Italiane.

Per questo per me non esiste alcuna contraddizione tra difendere una donna iraniana costretta a mettere il velo e difendere una donna europea che qualcuno vorrebbe costringere a toglierlo.

La parola fondamentale è la stessa:

costringere.

È contro quella parola che io mi schiero.

Ed è qui che arriviamo anche alla discussione che in queste settimane riguarda Mestre.

È diventata famosa una mia frase:

«La libertà delle donne non può diventare una moneta di scambio per una moschea.»

Voglio spiegare esattamente cosa intendo.

Quando il sindaco Simone Venturini parla della necessità di una maggiore integrazione, dell’apprendimento dell’italiano, dell’autonomia e della partecipazione delle donne alla vita della città, io considero questi obiettivi importanti.

Talmente importanti che sono cose sulle quali lavoriamo ogni giorno.

Alla RIC Academy insegniamo italiano, educazione civica, diritti e doveri. Spieghiamo cosa permette la legge italiana e cosa vieta. Parliamo di lavoro, scuola, servizi, convivenza civile.

Arriviamo persino alle cose apparentemente più banali: come si vive in un condominio, quali comportamenti possono disturbare i vicini, quali sono le regole quotidiane di una società che magari una persona appena arrivata non può conoscere automaticamente.

Vi faccio un esempio concreto, perché forse spiega meglio cosa intendo quando parlo di integrazione.

Nella mia classe di livello A0 c’è una studentessa che indossa il velo integrale. Mi ha raccontato di essersi sentita discriminata perché alcune scuole di italiano non l’avevano accettata proprio per questo.

Io ho cercato di affrontare la questione in modo diverso.

Le ho spiegato che non sempre quello che percepiamo come discriminazione nasce necessariamente dal rifiuto della persona o della sua religione. Esistono anche questioni legate alla sicurezza, all’identificazione e alla necessità di riconoscersi nello spazio pubblico. Pensiamo a una situazione semplicissima: una mamma che va a scuola a prendere il proprio figlio. È necessario che chi ha la responsabilità di quel bambino possa sapere con certezza chi ha davanti.

Ma poi le ho detto anche un’altra cosa.

«Se tu vuoi frequentare la mia scuola, io non ti dirò che non puoi imparare l’italiano. Troveremo insieme un modo per comunicare meglio.»

Perché durante le prime lezioni mi sono accorta che facevo fatica a comprenderla. Aveva appena iniziato a parlare italiano, non scandiva ancora bene le parole e, non potendo vedere l’espressione completa del viso, la comunicazione diventava ancora più difficile.

Allora le ho detto: lavoriamo sulla voce, sugli occhi e sui gesti.

Facciamo in modo che quando parli la tua voce riesca a trasmettere sicurezza, gioia, tristezza, una domanda o un dubbio. Impariamo a usare gli occhi e i gesti per comunicare. In fondo, noi italiani con i gesti ci parliamo quasi quanto con le parole!

Questo, per me, significa integrazione.

Non significa dire a una persona: «Sei diversa, quindi prima devi cambiare e poi potrai entrare.»

Significa anche dirle: «Entra. Impara la lingua, conosci le regole di questo Paese, comprendi i tuoi diritti e i tuoi doveri. E io ti aiuterò a trovare gli strumenti per comunicare con questa società.»

Poi sarà anche lei, conoscendo sempre meglio la lingua, le persone e le regole del Paese in cui vive, a confrontarsi con i limiti che la legge pone e a fare le proprie scelte.

E magari quella stessa donna che oggi ha paura persino di parlare in italiano, domani accompagnerà suo figlio a scuola parlando con le maestre, entrerà da sola in un ufficio, parteciperà a una riunione, conoscerà i propri diritti e avrà il coraggio di prendere parola nella città.

Se vogliamo donne più autonome e più presenti nella vita della nostra città, dobbiamo creare le condizioni perché possano diventarlo.

Perché integrare significa anche dare alle persone gli strumenti per comprendere il luogo in cui vivono.

Ma il messaggio del Sindaco nelle sue interviste era diverso:

“Prima dimostratemi che le vostre donne sono sufficientemente integrate, poi parleremo del vostro luogo di culto.”

Perché a quel punto la condizione delle donne rischia di trasformarsi in uno strumento, una “moneta di scambio”.

Ed è proprio questo che contesto.

La dignità e l’emancipazione delle donne devono essere perseguite per le donne stesse, non perché permettono di ottenere qualcos’altro.

E poi arriviamo alla famosa questione della grande moschea.

Ma facciamoci una domanda scomoda: davvero i musulmani di Mestre hanno bisogno di una moschea così grande, così importante, quasi iconica?

Forse no.

A Mestre esistono già diversi luoghi nei quali i musulmani pregano e sicuramente servono luoghi di culto adeguati, regolari, sicuri e dignitosi. Ma questo non significa necessariamente che esista il bisogno di costruire una struttura enorme.

E detta così, probabilmente qualcuno penserà:
“Ecco, allora Rhitu è contro la grande moschea.”

No.

Ed è proprio qui che bisogna stare attenti a non semplificare.

Perché se vogliamo capire la rabbia di chi oggi sta portando avanti quella battaglia, dobbiamo conoscere anche quello che è successo prima.

Anche se non sono coinvolta personalmente al progetto, l‘ho seguito attentamente come tutti voi, quella grande moschea non nasce oggi dal nulla. C’è stato un progetto, sono stati raccolti e investiti soldi, è stato individuato e acquistato un terreno e, soprattutto, per anni ci sono state interlocuzioni con l’amministrazione. I promotori sostengono che proprio quell’area fosse stata indicata dalla precedente amministrazione; l’attuale sindaco precisa invece che non esistono atti ufficiali che autorizzassero la realizzazione della moschea.

Quindi io riesco a comprendere anche la rabbia di chi oggi dice:

“Ma noi abbiamo creduto in questo percorso. Abbiamo raccolto soldi, abbiamo investito, abbiamo fatto progettare una struttura e abbiamo portato avanti tutto questo dialogando con le istituzioni. Adesso cosa succede?”

Questo cambia molto il modo in cui guardiamo la vicenda.

Perché la battaglia per quella specifica grande moschea non può essere raccontata semplicemente come: “I musulmani vogliono una moschea gigantesca a Mestre, vogliono la sharia, vogliono imporre le leggi islamiche”

Non raccontiamo questa vicenda come se un gruppo di musulmani fosse arrivato improvvisamente pretendendo di costruire una moschea più grande delle chiese di Venezia o volesse imporre qualcosa alla città.

È troppo facile. Questa è propaganda di islamofobia.

Io non sto portando avanti personalmente questa battaglia. Non faccio parte del progetto e non devo essere trasformata nella portavoce della grande moschea.

Ma proprio perché non sono coinvolta direttamente posso dire come stanno le cose.

Mentre una parte lotta per la costruzione di questo luogo, e un’altra parte la rifiuta e c’è chi addirittura scrive no islam nei parchi... comprendo che la mia posizione può sembrare ambigua, non schierata con nessuno. Ma se seguite bene il mio ragionamento, vi rendete conto che nessuna delle due parti sta lottando per le vere esigenze della città.

Una cosa, però, per me rimane importante: servono luoghi di culto regolari, sicuri, trasparenti e rispettosi delle norme italiane.

Perché la libertà religiosa esiste dentro le regole dello Stato, non fuori da esse.

E io preferisco luoghi conosciuti, aperti e controllabili rispetto a realtà costrette a nascondersi.

E non è possibile che in un paese come l’Italia ci possano essere striscioni davanti alle scuole dei bambini, influencer che danno fuoco a un testo sacro che rompono in una preghiera al parco, e non è assolutamente accettabile che con la bomboletta nei muri e nei parchi si scrivono frasi discriminatorie.

Per questo la mia posizione non cambia quando parlo dell’Iran, delle donne musulmane, dell’integrazione o dei luoghi di culto.

La mia posizione è la libertà dentro la legge.

Non voglio che qualcuno obblighi una donna a coprirsi.

Non voglio che qualcuno obblighi una donna a scoprirsi.

Non voglio che una famiglia decida quale futuro debba avere una donna.

Non voglio nemmeno che sia lo Stato a decidere al posto suo ciò che appartiene alla sua libertà personale, quando quella scelta è consentita dalla legge.

Voglio che possa conoscere i propri diritti, avere gli strumenti per essere autonoma e poi scegliere.

Quindi, a chi ancora mi domanda da che parte sto, rispondo:

sto dalla parte delle donne.

Della donna iraniana che rischia la propria libertà perché rifiuta un’imposizione.

Della donna musulmana che sceglie liberamente di indossare un velo.

Della donna che vuole lavorare.

Della donna che vuole studiare.

Della donna che vuole essere madre e di quella che non vuole esserlo.

Della donna che vuole costruire una vita diversa da quella immaginata per lei dagli altri.

Non dobbiamo decidere noi quale sia la scelta giusta per tutte.

Dobbiamo costruire una società nella quale ogni donna abbia davvero gli strumenti e la libertà per poter scegliere la propria.

Ecco la mia posizione.

Forse non sta dentro uno slogan di cinque parole.

Ma per me è molto semplice:

nessuna imposizione.
Nessun ricatto.
Stessi diritti.
Libertà di scegliere.

21/09/2026
20/09/2026

Ci sono storie che esistono da sempre, ma che troppo spesso rimangono invisibili.

Il fotografo bengalese Mohammad Rofiqul Islam (Royal) ha scelto di raccontare attraverso la fotografia la realtà delle persone transgender in Bangladesh, entrando in contatto con un mondo segnato ancora oggi da forte discriminazione, esclusione sociale e difficoltà nel vivere liberamente la propria identità.

Una realtà che riguarda anche l’Italia: alcune di queste persone arrivano nel nostro Paese e intraprendono un percorso di richiesta di protezione internazionale.

Da quando vive in Italia, Royal ha continuato a portare avanti questo racconto attraverso le sue immagini, presentando il suo lavoro anche all’Università di Padova e, successivamente, nella rassegna interculturale “Noi scegliamo di esserci” a Mirano.

La sua mostra fotografica dà spazio a volti, vite e storie che raramente trovano posto nel racconto pubblico.

📢 জ্যাকের জন্য পাড়ার নৈশভোজআগামী ২২ সেপ্টেম্বর সন্ধ্যা ৬টা থেকে, মেস্ত্রের পারকো পিরাগেত্তোতে, জ্যাকের জন্য আয়োজিত পাড...
19/09/2026

📢 জ্যাকের জন্য পাড়ার নৈশভোজ

আগামী ২২ সেপ্টেম্বর সন্ধ্যা ৬টা থেকে, মেস্ত্রের পারকো পিরাগেত্তোতে, জ্যাকের জন্য আয়োজিত পাড়ার নৈশভোজে সবাইকে আমন্ত্রণ জানাচ্ছি।

আসুন, আমরা একসঙ্গে মিলিত হই, কথা বলি এবং প্রমাণ করি যে ঐক্য, বন্ধুত্ব ও সংহতি সব ধরনের ঘৃণা ও বর্ণবাদের চেয়ে শক্তিশালী।

আপনার পরিবার ও বন্ধুদের নিয়ে আসুন।
আমরা আপনার অপেক্ষায় থাকব!

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📢 Cena di quartiere per Jack

Vi invitiamo alla cena di quartiere per Jack, che si terrà il 22 settembre, dalle ore 18:00, al Parco Piraghetto di Mestre.

Ritroviamoci per stare insieme, parlare e dimostrare che l’unione, l’amicizia e la solidarietà sono più forti di ogni forma di odio e razzismo.

Portate con voi familiari e amici.
Vi aspettiamo!

Indirizzo

Via Molise 4
Venice
30174

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