21/09/2026
LIBERTÀ PER LE DONNE DELL’IRAN.
Ultimamente diverse persone mi hanno detto di non comprendere la mia posizione.
«Come puoi dire che una donna deve essere libera di portare il velo e, allo stesso tempo, partecipare a un presidio per le donne iraniane?»
Qualcuno mi ha persino detto che le mie posizioni sembrano ambigue.
E sapete una cosa? Ringrazio queste persone.
Perché io questa ambiguità non l’avevo mai percepita. E ringrazio soprattutto chi, invece di giudicarmi da una frase o da un video, mi ha chiesto di incontrarmi e di spiegare ciò che penso.
Ma riflettendoci, mi sono resa conto di una cosa: forse la mia posizione sembra contraddittoria soltanto quando guardiamo problemi enormemente complessi da un unico punto di vista.
Per questo voglio ripetere una frase che dico da anni:
io lotto per la libertà delle donne e per la libertà delle persone.
Perché io stessa ho impiegato anni a conquistare la mia libertà e desidero che ogni persona possa avere la propria.
Quando parliamo delle donne iraniane, infatti, di cosa stiamo parlando realmente?
Troppo spesso tutto viene ridotto a una frase:
“Le donne iraniane lottano per togliersi il velo.”
No.
La situazione delle donne in Iran è molto più profonda.
Esiste una discriminazione che riguarda il matrimonio, il divorzio, la custodia dei figli, l’eredità, il lavoro, la partecipazione alla vita pubblica e politica.
E poi c’è il velo obbligatorio.
Nel 2022 il mondo ha conosciuto il nome di Jina Mahsa Amini, una ragazza curda iraniana di 22 anni morta dopo essere stata arrestata dalla cosiddetta “polizia morale” per le norme sul velo.
Da quella tragedia è nato un movimento che ha gridato:
Donna. Vita. Libertà.
Non semplicemente: “Togliete il velo”.
Libertà.
Ed è proprio questa parola che unisce la loro battaglia alla mia.
Quando qualcuno mi domanda:
«Con quale coraggio, da donna, puoi ancora dire che una donna deve essere libera di mettere il velo?»
io rispondo:
proprio perché sono una donna.
Perché una donna deve avere la libertà di mettere il velo o di non metterlo.
Deve poter studiare o scegliere il proprio percorso.
Deve poter lavorare e costruire la propria indipendenza economica.
Deve poter sposarsi oppure non sposarsi.
Deve poter divorziare.
Deve poter avere figli oppure scegliere di non averne.
Deve poter partecipare alla vita sociale e politica.
Deve poter scegliere il proprio futuro.
Nel nostro caso nel rispetto delle leggi Italiane.
Per questo per me non esiste alcuna contraddizione tra difendere una donna iraniana costretta a mettere il velo e difendere una donna europea che qualcuno vorrebbe costringere a toglierlo.
La parola fondamentale è la stessa:
costringere.
È contro quella parola che io mi schiero.
Ed è qui che arriviamo anche alla discussione che in queste settimane riguarda Mestre.
È diventata famosa una mia frase:
«La libertà delle donne non può diventare una moneta di scambio per una moschea.»
Voglio spiegare esattamente cosa intendo.
Quando il sindaco Simone Venturini parla della necessità di una maggiore integrazione, dell’apprendimento dell’italiano, dell’autonomia e della partecipazione delle donne alla vita della città, io considero questi obiettivi importanti.
Talmente importanti che sono cose sulle quali lavoriamo ogni giorno.
Alla RIC Academy insegniamo italiano, educazione civica, diritti e doveri. Spieghiamo cosa permette la legge italiana e cosa vieta. Parliamo di lavoro, scuola, servizi, convivenza civile.
Arriviamo persino alle cose apparentemente più banali: come si vive in un condominio, quali comportamenti possono disturbare i vicini, quali sono le regole quotidiane di una società che magari una persona appena arrivata non può conoscere automaticamente.
Vi faccio un esempio concreto, perché forse spiega meglio cosa intendo quando parlo di integrazione.
Nella mia classe di livello A0 c’è una studentessa che indossa il velo integrale. Mi ha raccontato di essersi sentita discriminata perché alcune scuole di italiano non l’avevano accettata proprio per questo.
Io ho cercato di affrontare la questione in modo diverso.
Le ho spiegato che non sempre quello che percepiamo come discriminazione nasce necessariamente dal rifiuto della persona o della sua religione. Esistono anche questioni legate alla sicurezza, all’identificazione e alla necessità di riconoscersi nello spazio pubblico. Pensiamo a una situazione semplicissima: una mamma che va a scuola a prendere il proprio figlio. È necessario che chi ha la responsabilità di quel bambino possa sapere con certezza chi ha davanti.
Ma poi le ho detto anche un’altra cosa.
«Se tu vuoi frequentare la mia scuola, io non ti dirò che non puoi imparare l’italiano. Troveremo insieme un modo per comunicare meglio.»
Perché durante le prime lezioni mi sono accorta che facevo fatica a comprenderla. Aveva appena iniziato a parlare italiano, non scandiva ancora bene le parole e, non potendo vedere l’espressione completa del viso, la comunicazione diventava ancora più difficile.
Allora le ho detto: lavoriamo sulla voce, sugli occhi e sui gesti.
Facciamo in modo che quando parli la tua voce riesca a trasmettere sicurezza, gioia, tristezza, una domanda o un dubbio. Impariamo a usare gli occhi e i gesti per comunicare. In fondo, noi italiani con i gesti ci parliamo quasi quanto con le parole!
Questo, per me, significa integrazione.
Non significa dire a una persona: «Sei diversa, quindi prima devi cambiare e poi potrai entrare.»
Significa anche dirle: «Entra. Impara la lingua, conosci le regole di questo Paese, comprendi i tuoi diritti e i tuoi doveri. E io ti aiuterò a trovare gli strumenti per comunicare con questa società.»
Poi sarà anche lei, conoscendo sempre meglio la lingua, le persone e le regole del Paese in cui vive, a confrontarsi con i limiti che la legge pone e a fare le proprie scelte.
E magari quella stessa donna che oggi ha paura persino di parlare in italiano, domani accompagnerà suo figlio a scuola parlando con le maestre, entrerà da sola in un ufficio, parteciperà a una riunione, conoscerà i propri diritti e avrà il coraggio di prendere parola nella città.
Se vogliamo donne più autonome e più presenti nella vita della nostra città, dobbiamo creare le condizioni perché possano diventarlo.
Perché integrare significa anche dare alle persone gli strumenti per comprendere il luogo in cui vivono.
Ma il messaggio del Sindaco nelle sue interviste era diverso:
“Prima dimostratemi che le vostre donne sono sufficientemente integrate, poi parleremo del vostro luogo di culto.”
Perché a quel punto la condizione delle donne rischia di trasformarsi in uno strumento, una “moneta di scambio”.
Ed è proprio questo che contesto.
La dignità e l’emancipazione delle donne devono essere perseguite per le donne stesse, non perché permettono di ottenere qualcos’altro.
E poi arriviamo alla famosa questione della grande moschea.
Ma facciamoci una domanda scomoda: davvero i musulmani di Mestre hanno bisogno di una moschea così grande, così importante, quasi iconica?
Forse no.
A Mestre esistono già diversi luoghi nei quali i musulmani pregano e sicuramente servono luoghi di culto adeguati, regolari, sicuri e dignitosi. Ma questo non significa necessariamente che esista il bisogno di costruire una struttura enorme.
E detta così, probabilmente qualcuno penserà:
“Ecco, allora Rhitu è contro la grande moschea.”
No.
Ed è proprio qui che bisogna stare attenti a non semplificare.
Perché se vogliamo capire la rabbia di chi oggi sta portando avanti quella battaglia, dobbiamo conoscere anche quello che è successo prima.
Anche se non sono coinvolta personalmente al progetto, l‘ho seguito attentamente come tutti voi, quella grande moschea non nasce oggi dal nulla. C’è stato un progetto, sono stati raccolti e investiti soldi, è stato individuato e acquistato un terreno e, soprattutto, per anni ci sono state interlocuzioni con l’amministrazione. I promotori sostengono che proprio quell’area fosse stata indicata dalla precedente amministrazione; l’attuale sindaco precisa invece che non esistono atti ufficiali che autorizzassero la realizzazione della moschea.
Quindi io riesco a comprendere anche la rabbia di chi oggi dice:
“Ma noi abbiamo creduto in questo percorso. Abbiamo raccolto soldi, abbiamo investito, abbiamo fatto progettare una struttura e abbiamo portato avanti tutto questo dialogando con le istituzioni. Adesso cosa succede?”
Questo cambia molto il modo in cui guardiamo la vicenda.
Perché la battaglia per quella specifica grande moschea non può essere raccontata semplicemente come: “I musulmani vogliono una moschea gigantesca a Mestre, vogliono la sharia, vogliono imporre le leggi islamiche”
Non raccontiamo questa vicenda come se un gruppo di musulmani fosse arrivato improvvisamente pretendendo di costruire una moschea più grande delle chiese di Venezia o volesse imporre qualcosa alla città.
È troppo facile. Questa è propaganda di islamofobia.
Io non sto portando avanti personalmente questa battaglia. Non faccio parte del progetto e non devo essere trasformata nella portavoce della grande moschea.
Ma proprio perché non sono coinvolta direttamente posso dire come stanno le cose.
Mentre una parte lotta per la costruzione di questo luogo, e un’altra parte la rifiuta e c’è chi addirittura scrive no islam nei parchi... comprendo che la mia posizione può sembrare ambigua, non schierata con nessuno. Ma se seguite bene il mio ragionamento, vi rendete conto che nessuna delle due parti sta lottando per le vere esigenze della città.
Una cosa, però, per me rimane importante: servono luoghi di culto regolari, sicuri, trasparenti e rispettosi delle norme italiane.
Perché la libertà religiosa esiste dentro le regole dello Stato, non fuori da esse.
E io preferisco luoghi conosciuti, aperti e controllabili rispetto a realtà costrette a nascondersi.
E non è possibile che in un paese come l’Italia ci possano essere striscioni davanti alle scuole dei bambini, influencer che danno fuoco a un testo sacro che rompono in una preghiera al parco, e non è assolutamente accettabile che con la bomboletta nei muri e nei parchi si scrivono frasi discriminatorie.
Per questo la mia posizione non cambia quando parlo dell’Iran, delle donne musulmane, dell’integrazione o dei luoghi di culto.
La mia posizione è la libertà dentro la legge.
Non voglio che qualcuno obblighi una donna a coprirsi.
Non voglio che qualcuno obblighi una donna a scoprirsi.
Non voglio che una famiglia decida quale futuro debba avere una donna.
Non voglio nemmeno che sia lo Stato a decidere al posto suo ciò che appartiene alla sua libertà personale, quando quella scelta è consentita dalla legge.
Voglio che possa conoscere i propri diritti, avere gli strumenti per essere autonoma e poi scegliere.
Quindi, a chi ancora mi domanda da che parte sto, rispondo:
sto dalla parte delle donne.
Della donna iraniana che rischia la propria libertà perché rifiuta un’imposizione.
Della donna musulmana che sceglie liberamente di indossare un velo.
Della donna che vuole lavorare.
Della donna che vuole studiare.
Della donna che vuole essere madre e di quella che non vuole esserlo.
Della donna che vuole costruire una vita diversa da quella immaginata per lei dagli altri.
Non dobbiamo decidere noi quale sia la scelta giusta per tutte.
Dobbiamo costruire una società nella quale ogni donna abbia davvero gli strumenti e la libertà per poter scegliere la propria.
Ecco la mia posizione.
Forse non sta dentro uno slogan di cinque parole.
Ma per me è molto semplice:
nessuna imposizione.
Nessun ricatto.
Stessi diritti.
Libertà di scegliere.