Yoka Yoka Nippon

Yoka Yoka Nippon Scopri il Giappone a 360°! Che tu sia un esperto o un semplice curioso, qui troverai uno spazio dedicato alla cultura giapponese in tutte le sue sfaccettature.

Storia, cultura, mondo del lavoro e tradizioni. La mia passione per la storia e la cultura giapponese, nata ai tempi del liceo, mi ha portato a iscrivermi al corso di laurea in Lingue e Istituzioni Economico Giuridiche dell’Asia Orientale presso Ca’ Foscari di Venezia. L’opportunità di studiare in Giappone ha consolidato il mio interesse, sfociando in una tesi sulla legislazione marittima giapponese. Dopo un’esperienza lavorativa nel settore editoriale, ho colto l’occasione di trasferirmi in Giappone per lavorare nel settore navale. Dal 2013 vivo e lavoro qui, continuando a approfondire lo studio dello Shintoismo e del Buddismo giapponesi. Nel tempo libero, scrivo articoli per divulgare queste affascinanti culture.

Un magnifico fiocco sul nullaC'è un infinita tristezza nel guardare il feed e vederlo intasato da “guide definitive” a q...
28/06/2026

Un magnifico fiocco sul nulla

C'è un infinita tristezza nel guardare il feed e vederlo intasato da “guide definitive” a questo o quell’altro aspetto del Giappone, scritte o girate da improvvisati yamatologi che magari vivono qui da sei mesi, o peggio, ci vengono in vacanza armati di un pass ferroviario e di un’arroganza enciclopedica. La ricetta è sempre la stessa: si prende un frammento di quotidianità nipponica, lo si spoglia di ogni complessità storica, sociale o religiosa, lo si impana in una narrazione esotica e lo si frigge nell’olio dei like. Il risultato è un fast-food cultura altamente digeribile, perfetto per chi non ha mai aperto un libro, un saggio critico e si accontenta delle superficie lucidissima che questo Paese sa offrire. Ma la colpa non è certo del Giappone, o almeno, non è una colpa passiva. Questa nazione è maestra assoluta, da tempo immemore, nel confezionare la propria identità, trasformando la sua storia in un prodotto da esportazione, una vetrina perfetta dove ogni cosa è apparentemente al suo posto. Il vero dramma intellettuale inizia quando questa confezione impeccabile viene scambiata, da questi divulgatori della domenica, per l’essenza stessa della cultura, ignorando il complesso respiro della società reale.

Prendiamo uno dei miti più virali e grotteschi che rimbalzano in rete: l’impiegato che si addormenta durante una riunione, “inemuri”. I social brulicano di post in cui si spaccia questa scena come un qualcosa di positivo, la dimostrazione finale che il dipendente ha lavorato così tanto da crollare, guadagnandosi il rispetto dei superiori. È una narrazione romantica, quasi eroica, che fa impazzire gli occidentali in cerca di saggezza orientale a buon mercato. Peccato sia una totale idiozia. Nessuno in un’azienda giapponese considera l’addormentarsi davanti a un proprio superiore un gesto eroico; è semplicemente una tacita tolleranza, che poi spesso viene anche punita con richiami formali, verso uno sfinimento che purtroppo in alcune aziende giapponese è ancora sistemico, l’accettazione visibile di una fatica fisica e mentale in ambienti che si ostinano ancora a premiare la presenza estenuante a discapito dell'efficienza. Questa feticizzazione della sofferenza lavorativa altrui da parte di molti è il primo sintomo di un appiattimento culturale, la negazione di una fragilità sociale barrata come un aneddoto curioso spesso con nessi filosofici.

E lo stesso identico meccanismo di svuotamento di senso lo subisce l’”omotenashi” (ne ho già parlato in un altro post), la leggendaria ospitalità nipponica. Anche qui, fiumi di caratteri e di reel su come il servizio clienti sia inarrivabile, su come il commesso si inchini con dedizione totale. Tutto bellissimo, tutto impacchettato per il turista che si sente un sovrano. Ma se qualcuno di questi sedicenti esperti si prendesse la briga di esplorare l’etnografia del Giappone, magari passando attraverso i concetti di base di studiosi come Yanagita e Orikuchi, capirebbe che le radici di un dell'ospitalità affondando nella figura del “marebito”, lo spirito sacro in visita. Trattare l'ospite con ossequio rituale aveva un significato profondo, che il capitalismo moderno ha semplicemente cannibalizzato trasformandolo in un obbligo contrattuale asfissiante. Quella perfezione che lo straniero applaude commosso è, per chi la esegue ogni giorno dietro un bancone, un dovere sociale e commerciale che svuota le energie, una forma perfetta scollegata dalla partecipazione emotiva.

E se la quotidianità lavorativa e sociale viene così barbaramente travisata, figuriamoci cosa accade quando l’orda armata di smartphone calpesta la sfera del sacro. Assistiamo quotidianamente a una vera e propria gamification (cit) della spiritualità: lo shintoismo e il buddismo vengono passati al setaccio di un’estetica zen da quattro soldi, trasformando i luoghi di culto in scenografie a cielo aperto. Pratiche intime e faticose come la raccolta dei goshuin, sono state degradate a una grottesca sorta di “stamp rally”, un collezionismo turistico bulimico totalmente svuotato dal suo significato originario di devozione o di prova tangibile di un pellegrinaggio. Gli omamori, vengono acquistati in massa e cacciati in valigia come semplici portafortuna estetici o regalini esotici, nell’ignoranza assoluta del fatto che, secondo la tradizione, custodiscono un bunrei, un frammento vitale dello spirito del kami, e che andrebbero tassativamente riportati al tempio dopo un anno per essere bruciati o restituiti in un rito di purificazione. Invece finiscono a prendere polvere sulle mensole di mezzo mondo.
È il medesimo, grottesco paradosso estetico che si consuma ogni singolo giorno sotto i torii del Fushimi Inari a Kyōto: frotte di turisti si accalcano, sgomitano per la foto perfetta immersi in un presunto misticismo silvestre, ignorando beatamente che quei portali vermigli non sono magiche porte verso l’illuminazione spirituale, ma letteralmente donazioni aziendali. Sono l’equivalente sacro di cartelloni pubblicitari piantati lungo la montagna per ingraziarsi i kami locali. La spiritualità in questo Paese è reale e tangibile, ma è profondamente intrisa di un pragmatismo che l’Occidente, accecato dai propri filtri instagram, fatica a concepire all’interno di un perimetro sacro.

Ma il capolavoro dell’ignoranza si raggiunge, inevitabilmente, quando si tocca la tradizione pura. Il karyūkai viene costantemente e volgarmente appiattito e mistificato. Per il creatore di contenuti medio, la profondità storica è un fastidio. È molto più semplice affittare un kimono di poliestere dai colori sgargianti per fare cosplay a Kyōto, ignorando che quell’abito non è un costume di scena, ma una grammatica sociale silenziosa e complessa in cui nodo o un taglio di manica racconta esattamente chi sei.

Il Giappone, dal canto suo, asseconda tutto questo. Sorride, affitta i finti kimono, incassa i soldi dei turisti, esporta il suo “Cool Japan” annacquato e lascia che il mondo creda a ciò che vuole credere. È il patto non scritto che gli yamatologi improvvisati non riescono a decifrare: il Giappone non è una vittima innocente di questa incomprensione, è il mercante scaltro che vende la carta da regalo più bella del mondo. La miseria intellettuale sta tutta in chi compra quella scatola vuota, se ne innamora follemente, e passa la vita a descriverne il fiocco credendo di averne capito il contenuto.



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HagurumaIl fumo nei locali non sale mai dritto, si attorciglia alle risate trattenute, si mescola all’odore aspro dei le...
24/06/2026

Haguruma

Il fumo nei locali non sale mai dritto, si attorciglia alle risate trattenute, si mescola all’odore aspro dei lemon sour e a quello grasso del fritto che impregna le giacche appese alle pareti. Eravamo seduti lì, stipati nel legno stretto della panca di un izakaya, riuniti per l’ennesima sōbetsukai. Un addio formale rivestito da finta informalità, dove l’alcol serve a oliare le giunture di una società che altrimenti cigolerebbe sotto il peso del dovere. Tanaka cambiava reparto, un passo laterale nella grande scacchiera aziendale, eppure l’atmosfera portava con sé quel misto di sollievo e malinconia tipico di ogni separazione programmata. I piatti si svuotano al ritmo delle conversazioni tra colleghi: si parla del passato per non dover guardare il futuro, si annuisce con vigore, ci si riempie i bicchieri a vicenda seguendo quella geografia inconscia che impedisce a chiunque di rimanere con il vetro vuoto in mano. Poi, d’un tratto, quello che io chiamo, silenzio visivo.

Sul piatto di ceramica scura al centro del tavolo, proprio accanto a una foglia di shiso appassita, è rimasto un solo, ultimo pezzo di karaage. Un boccone dorato, croccante fino a pochi minuti prima, ora mutato in un oggetto estraneo, quasi radioattivo. Lo vedo accadere sempre sotto i miei occhi, come un fermo immagine collettivo che nessuno verbalizza ma che tutti registrano nelle retrovie della propria mente. Tanaka-san ha ritirato le bacchette a mezza altezza, simulando un improvviso interesse per il proprio tovagliolo. Sato-kun ha iniziato a ridere più forte a una battuta fatta minuti prima. La conversazione è continua, fluida e apparentemente ininterrotta, eppure quel pezzo di pollo fritto era diventato il centro gravitazionale dell’intero tavolo. Enryo no katamari. Il grumo dell’esitazione. L’ammasso delle cortesia.

Per chi osserva il Giappone da fuori, spesso ammaliato da una patina superficiale fatta di templi silenziosi, treni al secondo e squisita cortesia formale, questo fenomeno viene archiviato come una simpatica bizzarria da aneddoto turistico. “Guarda come sono educati, lasciano l’ultimo pezzo per gli altri”. Ma la verità, se si prova a scivolare tra le pieghe meno visibili di questa cultura, è molto più complessa e affascinante. Non si tratta di una scelta etica estemporanea, ne di una generosità disinteressata. È uno dei tanti “haguruma”, un ingranaggio preciso, calibrato e spietatamente funzionale che contribuisce al moto della gigantesca macchina sociale nipponica.
L’ingranaggio della moderazione, del trattenersi lavora in sincrono con quello dell’armonia del gruppo. Allungare la mano verso quell’ultimo pezzo di senza un codice di sblocco significa compiere un micro-atto di “violenza” contro l’equilibrio del tavolo. Significa dichiarare, ad un livello subliminale ma chiarissimo, che il proprio desiderio individuale supera la sensibilità collettiva. Significa non saper “leggere l’aria”. In una società che ha fatto delle coesione il suo principale strumento di sopravvivenza storica e strutturale, quest’ultimo boccone non è più cibo: è un test di conformità.

Nessuno vuole essere colui che si stacca dal coro, perché nel momento in cui ti distingui per aver preso quel pezzo di pollo, riveli la vulnerabilità del tuo ego. E così il pollo si raffredda, mentre la macchina gira perfetta, oliata dal sacrificio silenzioso di tutti. Esiste un forma di soft power interno nel modo in cui la società giapponese orienta la sensibilità collettiva, una forza persuasiva che non ha bisogno di leggi scritte o di sanzioni, per imporsi. È una bellezza che quasi spaventa per la sua efficacia. La maggior parte degli stranieri subisce il fascino di questa estetica dell’ordine, ma raramente ne percepiscono la tensione interna. Enryo no katamari ne è il perfetto riassunto. Se ti trovi nel Kansai lo chiameranno così, con quel termine denso che ha sapore di blocco emotivo. A Tōkyō diventerà “kantō no hitotsu nokoshi”, quasi a voler istituzionalizzare geograficamente una timidezza. Nomi diversi per lo stesso identico movimento dello spirito: la negazione millimetrica del proprio spazio vitale in rapporto agli altri.

Durante la sōbetsukai, il disinnesco è arrivato tardi, quando ormai birre e lemon sour avevano lasciato il posto al classico tè finale. Tanaka-san, l’ospite d’onore, colui che per quella sera godeva dello statuto speciale di chi sta per uscire dall’ingranaggio del nostro team, ha sollevato il piatto. Ha compiuto il rituale sacro. Ha cercato lo sguardo di tutti, ha sorriso con una mezza riverenza del capo e ha pronunciato le parole magiche: “Nessuno lo vuole? Lo prendo io? Siete sicuri?”. Solo allora, dopo un coro di dinieghi rassicuranti e piccoli cenni di assenso, la “bomba sociale” è stata disinnescata. Il pezzo di pollo è sparito. L’ordine è stato restaurato senza che nessuno perdesse la faccia.

Sarebbe facile, e profondamente ingiusto, demonizzare questo comportamento bollandolo come sterile conformismo o ipocrisia paralizzante. Il punto non è giudicare la rigidità della struttura, ma comprenderne la profonda, sotterranea necessità. Sotto quella patina da cartolina c'è un'umanità che ha scelto di sacrificare una briciola di spontaneità per garantire una convivenza senza attriti. Non è mancanza di coraggio; è una consapevolezza radicale della presenza altrui. Un’attenzione costante che si insinua persino nel destino di un pezzo di pollo o di un raviolo al vapore abbandonato su un piatto di una izakaya.
L’ingranaggio gira, invisibile e perpetuo, e noi ne siamo solo passeggeri temporanei, nel tentativo continuo di imparare a respirare la stessa frequenza dell’aria che ci circonda.

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L’illusione della spontaneitàA volte mi capita di osservare l’inchino calcolato al millimetro di un impiegato, o la sequ...
14/06/2026

L’illusione della spontaneità

A volte mi capita di osservare l’inchino calcolato al millimetro di un impiegato, o la sequenza esatta con cui viene posata una tazza di tè durante una riunione, e non riesco a non pensare a quanto siamo stati bravi in Occidente, a innamorarci di un ologramma. Omotenashi è senza dubbio uno dei concetti culturali giapponesi più esportati e, allo stesso tempo, più irrimediabilmente romanticizzati fuori da questi confini. Viene quasi sempre tradotto frettolosamente e con una certa ingenuità con la parola "ospitalità", evocando immagini zen e cerimonie silenziose. Eppure, chi vive il quotidiano attrito con il tessuto sociale, chi deve far quadrare i conti o gestire dinamiche aziendali, sa bene che la realtà è un'altra. Si tratta di un meccanismo infinitamente più complesso, un delicato, quasi cinico equilibrio tra un’estetica filosofica un tempo raffinatissima e un pragmatismo economico spietato.

Quello che voglio disinnescare è proprio questa narrazione bidimensionale. Omotenashi, così come viene venduto nei documentari o nelle brochure turistiche, è ormai una facciata. Quella che l’avventore straniero di passaggio percepisce come un’attenzione genuina, un’empatia quasi telepatica capace di anticipare i suoi bisogni prima ancora che vengano formulati, è in realtà la più grande illusione di spontaneità mai creata su scala industriale. L’antica filosofia è andata persa quasi ovunque. Ciò che rimane, e che permea ogni stato dei servizi e del commercio in questo Paese, è pura manualizzazione travestita da filosofia.

Ogni gesto, il tono della voce, l’angolazione del corpo, la frase esatta da pronunciare quando piove o quando il cliente attende da più di trenta secondi: tutto rigorosamente codificato all’interno di spessi raccoglitori aziendali. E questo non è il cinico punto di vista di un osservatore disincantato, ma un fatto strutturale così evidente che esista un filone di ricerca accademica molto attivo all’interno dello stesso Giappone. Si studia come l’estetica dell’omotenashi venga utilizzata dalle corporazioni per estrarre dedizione assoluta dai propri dipendenti, trasformando l’empatia in una procedura operativa standardizzata e, soprattutto, a basso costo.

La logica dietro questa trasformazione è puramente economica e difensiva. In una società dove il mantenimento della facciata e la sottrazione dal conflitto sono imperativi assoluti, omotenashi serve a minimizzare il rischio di imprevedibilità. Se il servizio dipendesse dal talento, dall’umore o dalla empatia del singolo lavoratore, ci sarebbe un margine di errore. E l’errore porta al reclamo, il vero terrore di ogni azienda. Il manuale, invece, non sbaglia. Sostituendo la reale intelligenza emotiva con un copione rigido, le aziende si assicurano una qualità totale su larga scala, annullando quasi del tutto il fattore umano.

È fondamentale capire che questa macchina perfetta ha mille pieghe e sfaccettature. L’omotenashi moderno non è quasi più un moto dell’anima, è un’ingegneria sociale mascherata da estetica tradizionale. È affascinante, a tratti ipnotico nella sua esecuzione impeccabile, ma per comprenderlo davvero bisogna smettere di guardare l’eleganza del gesto e iniziare a osservare gli ingranaggi nascosti, pesanti e inesorabili, che lo fanno muovere.

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La plastica più sacra del mondo Entri nel konbini all’angolo, prendi una singola mela perfettamente sferica o un onigiri...
10/06/2026

La plastica più sacra del mondo

Entri nel konbini all’angolo, prendi una singola mela perfettamente sferica o un onigiri e ti ritrovi tra le mani una matrioska di polimeri trasparenti, un sudario di plastica che avvolge il cibo come se fosse una reliquia intoccabile, e in quel momento esatto stai assistendo a un rito shintoista senza che né tu né l’impiegato alla cassa ve ne rendiate minimamente conto. La mente occidentale corre subito all’inquinamento, allo spreco insensato di una società iper-consumistica, ma la verità striscia molto più in profondità.

Affonda le radici in un passato in cui la moderna igiene scientifica non c’entrava nulla e tutto ruotava attorno al terrore del kegare, l'impurità che contamina il mondo profano, una macchia invisibile che un tempo veniva tenuta lontana isolando le offerte per i kami in foglie di bambù o candida washi. Oggi nessuno in Giappone pensa più ai kami o agli antichi altari di legno quando scarta un tramezzino da duecento yen; l’origine sacra è del tutto evaporata dalla memoria conscia della nazione per scivolare nel silenzioso sottosuolo di un automatismo implacabile.

Eppure l’impalcatura psicologica non è arretrata di un singolo millimetro, perché in quella frazione di secondo in cui la plastica scricchiola e il sigillo si rompe si consuma un’altra antichissima magia di cui tutti hanno disperatamente bisogno senza sapergli dare un nome: è l’eterna, sottile illusione di spezzare il “ke”, la logorante, alienante e grigia routine del quotidiano che schiaccia la società moderna sotto il peso infinito del dovere, per rubare al tempo un minuscolo, istantaneo frammento di “hare”, il momento straordinario, festivo, puro per eccellenza.

L’industria petrolchimica ha semplicemente fornito il materiale definitivo, sterile e a buon mercato per continuare a mettere in scena questo teatro interiore. Ha trasformato un banale prodotto di fabbrica in un dono intatto, incontaminato, destinato solo e unicamente alle tue mani, permettendo a milioni di persone di comprare la propria minuscola porzione di sacralità a basso costo slegandola del tutto dai cicli della natura.

Si è generato cosi il cortocircuito ecologico definitivo di un popolo immemore che, nel disperato e inconsapevole tentativo di preservare questa sorta di scudo spirituale e di regalarsi un’illusione quotidiana di un attimo eccezionale strappato alla monotonia, sta finendo per soffocare il mondo reale sotto tonnellate di plastica immortale.

E mentre osservi quel involucro lucido cadere nel cestino dei rifiuti, intuisci infine che la vera sfida del futuro non sarà semplicemente inventare un nuovo packaging biodegradabile che simuli il passato, ma disinnescare questa urgenza ancestrale di tracciare un confine fisico e rassicurante tra l’individuo e il caos, cercando la chiave per far sentire le persone ancora la sicuro, ancora rispettate, e capaci di trovare lo straordinario nel giorno in cui dovranno inevitabilmente accettare di prendere tra le mani il mondo e i suoi frutti per quello che sono: nudi, vulnerabili e finalmente liberi.

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L’antico rituale del tsutsumu
Nell'antichità giapponese, l’atto di avvolgere un oggetto non nasceva da esigenze pratiche di trasporto o conservazione, ma da una precisa necessità spirituale e relazionale. Non e un caso che il verbo tsutsumu (包む, avvolgere) condivida la stessa radice etimologica di tsutsushimu (慎む), che significa “trattenersi”, “essere modesti”. Offrire qualcosa nella sua nuda crudezza fisica era percepito come un atto sfrontato e volgare, una mancanza di rispetto verso i kami e, per estensione, verso l’ospite umano.

Attraverso l’antica e complessa pratica conosciuta come Origata (折形), la rigorosa etichetta di piegare la carta washi o elementi naturali per presentare le “shinsen”, le offerte per i sacre, l’oggetto veniva in parte celato agli sguardi. L’involucro creava una distanza formale, un confine che elevava la materia da grezza a sacra, dimostrando visivamente che il donatore aveva trattenuto il proprio ego e la propria invadenza per dedicare tempo e cura assoluta all’altro. Questo nascondere per rispettare e l’essenza più primordiale dell’estetica giapponese, un codice silenzioso oggi inconsapevolmente fossilizzato dentro strati di plastica.

10/06/2026

C’è una novità nel nostro viaggio tra le pieghe del folklore e i miti giapponesi.

Ho deciso di aprire un nuovo spazio su Substack. Chi mi legge sa quanto ami esplorare le storie antiche, le credenze popolari e quell'anima invisibile che da secoli abita queste isole.

Su Substack avremo un luogo tutto nostro, più intimo e al riparo dal rumore dei social, per scendere ancora più in profondità nei racconti del Sol Levante e della mia vita qui. Sarà un modo per continuare a parlarvi di tradizioni, vita sociale e di tutte quelle storie che meritano il tempo giusto per essere lette.

Se vi va di continuare a camminare con me, vi invito a iscrivervi. Nessun algoritmo di mezzo, solo i miei scritti che arrivano direttamente nella vostra casella di posta.

Trovate il link per iscrivervi qui sotto. Vi aspetto! 👇

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Il ladro di ombelichiL’aria si fa improvvisamente pesante, il cielo estivo si tinge di un viola livido e un odore metall...
05/06/2026

Il ladro di ombelichi

L’aria si fa improvvisamente pesante, il cielo estivo si tinge di un viola livido e un odore metallico anticipa il primo vero yūdachi della stagione, quell’acquazzone violento che spezza l’afa per un istante e fa tremare i vetri. Quando sento il primo rombo sordo in lontananza, guardo i miei figli che giocano a piedi nudi nel giardino e, come ogni estate, ripeto loro una vecchia superstizione: “Copritevi l’ombelico, o Kaminari-sama scenderà a rubarvelo!”.

Mentre li vedo rannicchiarsi a terra con le mani premute sulla pancia sorrido, perché in quel gesto buffo si nasconde una stratificazione di saggezza e terrore che cerco sempre di spiegargli. Racconto loro di Raijin, il demone che batte sui tamburi celesti, e del suo bizzarro animale domestico, Raijū, una bestia fatta di pura elettricità che ama intrufolarsi negli ombelichi scoperti per schiacciare un pisolino al caldo, costringendo il kami a scagliare un fulmine proprio per svegliarlo.

Uso questa “favola” per assicurarmi che non prendano freddo allo stomaco evitando i classici malanni estivi, certo, ma so bene che c'è anche un risvolto di sicurezza in tutto questo. Quella posizione che assumono istintivamente, piegati in avanti, bassi, chiusi a riccio, è esattamente la postura salvavita che si crede essere ottimale per minimizzare il rischio di folgorazione se ci si trova all’aperto in un luogo isolato durante una tempesta.

Eppure, il folclore non si ferma mai alla sola utilità pratica. Spingendo lo sguardo un po più in là, verso le radici della nostra umanità, ho sempre spiegato ai miei figli che l’ombelico non è un semplice dettaglio anatomico, ma e il residuo tangibile del cordone ombelicale, la nostra primissima connessione fisica alla vita, situato esattamente dove gli antichi giapponesi credevano risiedesse il tanden, quel centro di gravità che nell'antichità si credeva racchiudesse tutta l’energia vitale e l’anima di un individuo. Rubare l’ombelico non è quindi un banale dispetto infantile, ma significa metaforicamente estrarre alla radice la forza vitale di una persona.

Questo dettaglio assume contorni incredibilmente affascinanti quanto oscuri se andiamo a rileggere le cronache del Kojiki, dove ci viene raccontato come Raijin non sia nato dalla luce, ma sia emerso direttamente dal ca****re in putrefazione della madre Izanami nello Yomi, il mondo dei morti. È un kami generato dall’abisso: un'entità orfana, privata fin dall'origine del vitale legame materno. Nel rimbombo del tuono, cerca disperatamente di sottrarre ai vivi, attraverso il mito, quel respiro e quella scintilla che l'oscurità gli ha negato per sempre

Anche se, per puro amor di narrazione scelgo volutamente di propinare ai miei figli questa specifica genesi oscura e macabra. Tralascio elegantemente il fatto che l’immaginario canonico del demone con i tamburi derivi in realtà da una ben nota intrusione buddista, un’iconografia importata dall’antica India vedica che lo relega a mero guardiano servitore di Senju Kannon, così come ometto le altra varianti shintoiste decisamente meno teatrali per i miei scopi, come il possente Takemikazuchi o lo spirito vendicativo di Sugawara no Michizane. Preferisco di gran lunga aggrapparmi a quel Raijin emerso dallo Yomi perché, in fondo, nulla come il freddo soffio dell’abisso e della mortalità riesce a far rannicchiare a terra un bambino mettendolo istantaneamente al sicuro dalla tempesta.

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Per definire i tamburi ho scelto il termine “tamburi celesti” (tenko) e non il più comune "tamburi del tuono" (raiko) perché secondo me questa parola racchiude l’incredibile viaggio millenario di Raijin: nato nelle antiche cosmologie indiane e filtrato attraverso il sincretismo della Cina continentale, e giunto infine in Giappone subendo una profonda trasformazione spirituale. Da caotica e temibile forza atmosferica, il buddismo lo ha elevato, affiancandolo all’inseparabile Fūjin, a benevolo protettore della legge buddista. Quei tamburi, dunque, non annunciano più solo la tempesta naturale, ma suonano dall’alto dei cieli come strumenti sacri, battuti per proteggere l’infinita compassione di Senju Kannon e spazzare via l’ignoranza dal mondo.

La frase che dico a miei figli in giapponese e la seguente:

おへそを隠さないと、雷様に取られるよ!
Oheso o kakusanai to, Kaminari-sama ni torareru yo!

Al seguente link potete trovare il passaggio del Kojiki che riporta la nascita di Raijin, ovvero l’episodio della discesa nello “Yomi no kuni”. C'è sia il testo originale in kanbun e quello in yomikudashi-bun.

https://kojiki.co/genbun/episode04.html

L'inganno di plastica L’altro giorno stavo scorrendo distrattamente il telefono e mi sono imbattuto nell’ennesima pagina...
04/06/2026

L'inganno di plastica

L’altro giorno stavo scorrendo distrattamente il telefono e mi sono imbattuto nell’ennesima pagina di viaggi, forse su instagram, il formato ormai è sempre quello. Video esteticamente perfetto, luce morbida, e il creator di turno che inquadra le strade immacolate, per poi concludere con un sonoro elogio delle civiltà giapponese. Ma è scendendo nei commenti che ho letto la solita frase che mi fa sempre salire una frustrazione indescrivibile, qualcuno che scriveva con assoluta convinzione che il Giappone ricicla tutta la sua plastica e che noi dovremmo solo imparare da loro. La cosa che mi fa impazzire è che se provi a far notare, magari spiegando come funziona davvero il sistema qui, che le cose non stanno affatto in questi termini, il tuo commento viene comodamente filtrato, cancellato o lasciato morire nel silenzio di chi preferisce proteggere una narrazione utopica, perfetta per i social, piuttosto che sb****re la faccia contro una realtà molto più complessa e burocratica.

Perche la verita, se si ha pazienza di guardare oltre le apparenze, è che quel fantomatico 85% di riutilizzo effettivo della plastica che si trova on line è un meraviglioso gioco di prestigio semantico. La gente che viene qui in vacanza vede le persone lavare meticolosamente ogni singola vaschetta del bento presa al combini, separare il tappo e l’etichetta delle bottiglie, e si immagina una catena ecologica perfetta in cui tutto rinasce a nuova vita. Ma non c'è nessuna magia, c'è solo una parolina magica chiamata riciclo termico. In pratica circa il 60% di tutta quella plastica che viene rigorosamente lavata e divisa finisce dritta negli inceneritori per essere bruciata. La laviamo semplicemente per non far puzzare gli appartamenti visto che i sacchetti si tengono spesso in casa fino al giorno specifico della raccolta, mica perché da quella vaschetta nascerà una nuova vaschetta. Il calore generato bruciando la nostra immondizia viene usato per produrre elettricità o per riscaldare le piscine comunali nei pressi dell’impianto. Se guardiamo al vero riciclo, quello materiale o meccanico come lo intendiamo in Occidente, arriviamo a stento al 20 o 25 percento, con un’altra frazione quasi invisibile dedicata al riciclo chimico.

Prima del 2018 questo problema sembrava quasi non esistere, perché il sistema per gestire tutta questa plastica era ancora più semplice: l’abbiamo sempre impacchettata e spedita all’estero. Tonnellate di rifiuti viaggiavano per mare diretti in Cina o nel Sud-Est asiatico, lontano dagli occhi e lontano dal cuore, finché la Cina non ha detto basta imponendo la sua politica conosciuta come National Sword, chiudendo le frontiere ai rifiuti stranieri. Da un giorno all’altro ci si è ritrovati con i porti e i centri di smaltimento sommersi da montagne di plastica senza avere le infrastrutture interne per gestirle, spingendo inevitabilmente all’uso forzato degli inceneritori. Non è che non sia mai stato fatto niente al riguardo da parte del governo giapponese ma essendo il Giappone un arcipelago con pochissimo spazio per le discariche e per l’installazione di grandi impianti di riciclaggio, l'incenerimento è storicamente la via preferita per lo smaltimento, nonostante ci siano prefettura più volenterose di altre.

Il Giappone è il secondo paese al mondo, subito dopo gli Stati Uniti, per produzione pro-capite di rifiuti di imballaggi, una cosa che ti e chiara ogni volta che compri un pacchetto di biscotti e scopri che ogni singolo biscotto ha il suo incarto di plastica sigillato dentro un’altro vassoio di plastica (esiste una spiegazione culturale legata alla tradizione shintoista che però vi racconterò un’altra volta). Certo, non si può negare che recentemente stiamo cercando di correre ai ripari, perché il modello è insostenibile nel lungo andare e lo sappiamo benissimo. Nell’aprile del 2022 e entrata in vigore “Legge sulla promozione della circolazione delle risorse plastiche”, che ha iniziato a cambiare le piccole azioni quotidiane per raggiungere degli obiettivi prefissati molto ambiziosi come ridurre del 25% le emissioni di plastica monouso entro il 2030 e rendere gli imballaggi riutilizzabili (cosa avvenuta nel 2025).

Insomma, le strade saranno pure pulite e le infrastrutture di smaltimento efficientissime ma il miracolo ecologico del riciclo è una favola che dovremmo smettere di raccontarci in alcune pagine social.

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Come sempre vi lascio dei link utili per chi volesse approfondire l'argomento.

PWMI (一般社団法人プラスチック循環利用協会 - Istituto per la Gestione dei Rifiuti Plastici.
https://www.pwmi.or.jp/pdf/panf1.pdf

Ministero dell'Ambiente - Strategia sulla circolazione della plastica
https://www.env.go.jp/recycle/plastic/pdf/circulation_strategy.pdf

Ministero dell'Ambiente e METI - Legge del 2022
https://plastic-circulation.env.go.jp/wp-content/uploads/2022/04/pamphlet.pdf

住所

Sasebo-shi, Nagasaki

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