28/06/2026
Un magnifico fiocco sul nulla
C'è un infinita tristezza nel guardare il feed e vederlo intasato da “guide definitive” a questo o quell’altro aspetto del Giappone, scritte o girate da improvvisati yamatologi che magari vivono qui da sei mesi, o peggio, ci vengono in vacanza armati di un pass ferroviario e di un’arroganza enciclopedica. La ricetta è sempre la stessa: si prende un frammento di quotidianità nipponica, lo si spoglia di ogni complessità storica, sociale o religiosa, lo si impana in una narrazione esotica e lo si frigge nell’olio dei like. Il risultato è un fast-food cultura altamente digeribile, perfetto per chi non ha mai aperto un libro, un saggio critico e si accontenta delle superficie lucidissima che questo Paese sa offrire. Ma la colpa non è certo del Giappone, o almeno, non è una colpa passiva. Questa nazione è maestra assoluta, da tempo immemore, nel confezionare la propria identità, trasformando la sua storia in un prodotto da esportazione, una vetrina perfetta dove ogni cosa è apparentemente al suo posto. Il vero dramma intellettuale inizia quando questa confezione impeccabile viene scambiata, da questi divulgatori della domenica, per l’essenza stessa della cultura, ignorando il complesso respiro della società reale.
Prendiamo uno dei miti più virali e grotteschi che rimbalzano in rete: l’impiegato che si addormenta durante una riunione, “inemuri”. I social brulicano di post in cui si spaccia questa scena come un qualcosa di positivo, la dimostrazione finale che il dipendente ha lavorato così tanto da crollare, guadagnandosi il rispetto dei superiori. È una narrazione romantica, quasi eroica, che fa impazzire gli occidentali in cerca di saggezza orientale a buon mercato. Peccato sia una totale idiozia. Nessuno in un’azienda giapponese considera l’addormentarsi davanti a un proprio superiore un gesto eroico; è semplicemente una tacita tolleranza, che poi spesso viene anche punita con richiami formali, verso uno sfinimento che purtroppo in alcune aziende giapponese è ancora sistemico, l’accettazione visibile di una fatica fisica e mentale in ambienti che si ostinano ancora a premiare la presenza estenuante a discapito dell'efficienza. Questa feticizzazione della sofferenza lavorativa altrui da parte di molti è il primo sintomo di un appiattimento culturale, la negazione di una fragilità sociale barrata come un aneddoto curioso spesso con nessi filosofici.
E lo stesso identico meccanismo di svuotamento di senso lo subisce l’”omotenashi” (ne ho già parlato in un altro post), la leggendaria ospitalità nipponica. Anche qui, fiumi di caratteri e di reel su come il servizio clienti sia inarrivabile, su come il commesso si inchini con dedizione totale. Tutto bellissimo, tutto impacchettato per il turista che si sente un sovrano. Ma se qualcuno di questi sedicenti esperti si prendesse la briga di esplorare l’etnografia del Giappone, magari passando attraverso i concetti di base di studiosi come Yanagita e Orikuchi, capirebbe che le radici di un dell'ospitalità affondando nella figura del “marebito”, lo spirito sacro in visita. Trattare l'ospite con ossequio rituale aveva un significato profondo, che il capitalismo moderno ha semplicemente cannibalizzato trasformandolo in un obbligo contrattuale asfissiante. Quella perfezione che lo straniero applaude commosso è, per chi la esegue ogni giorno dietro un bancone, un dovere sociale e commerciale che svuota le energie, una forma perfetta scollegata dalla partecipazione emotiva.
E se la quotidianità lavorativa e sociale viene così barbaramente travisata, figuriamoci cosa accade quando l’orda armata di smartphone calpesta la sfera del sacro. Assistiamo quotidianamente a una vera e propria gamification (cit) della spiritualità: lo shintoismo e il buddismo vengono passati al setaccio di un’estetica zen da quattro soldi, trasformando i luoghi di culto in scenografie a cielo aperto. Pratiche intime e faticose come la raccolta dei goshuin, sono state degradate a una grottesca sorta di “stamp rally”, un collezionismo turistico bulimico totalmente svuotato dal suo significato originario di devozione o di prova tangibile di un pellegrinaggio. Gli omamori, vengono acquistati in massa e cacciati in valigia come semplici portafortuna estetici o regalini esotici, nell’ignoranza assoluta del fatto che, secondo la tradizione, custodiscono un bunrei, un frammento vitale dello spirito del kami, e che andrebbero tassativamente riportati al tempio dopo un anno per essere bruciati o restituiti in un rito di purificazione. Invece finiscono a prendere polvere sulle mensole di mezzo mondo.
È il medesimo, grottesco paradosso estetico che si consuma ogni singolo giorno sotto i torii del Fushimi Inari a Kyōto: frotte di turisti si accalcano, sgomitano per la foto perfetta immersi in un presunto misticismo silvestre, ignorando beatamente che quei portali vermigli non sono magiche porte verso l’illuminazione spirituale, ma letteralmente donazioni aziendali. Sono l’equivalente sacro di cartelloni pubblicitari piantati lungo la montagna per ingraziarsi i kami locali. La spiritualità in questo Paese è reale e tangibile, ma è profondamente intrisa di un pragmatismo che l’Occidente, accecato dai propri filtri instagram, fatica a concepire all’interno di un perimetro sacro.
Ma il capolavoro dell’ignoranza si raggiunge, inevitabilmente, quando si tocca la tradizione pura. Il karyūkai viene costantemente e volgarmente appiattito e mistificato. Per il creatore di contenuti medio, la profondità storica è un fastidio. È molto più semplice affittare un kimono di poliestere dai colori sgargianti per fare cosplay a Kyōto, ignorando che quell’abito non è un costume di scena, ma una grammatica sociale silenziosa e complessa in cui nodo o un taglio di manica racconta esattamente chi sei.
Il Giappone, dal canto suo, asseconda tutto questo. Sorride, affitta i finti kimono, incassa i soldi dei turisti, esporta il suo “Cool Japan” annacquato e lascia che il mondo creda a ciò che vuole credere. È il patto non scritto che gli yamatologi improvvisati non riescono a decifrare: il Giappone non è una vittima innocente di questa incomprensione, è il mercante scaltro che vende la carta da regalo più bella del mondo. La miseria intellettuale sta tutta in chi compra quella scatola vuota, se ne innamora follemente, e passa la vita a descriverne il fiocco credendo di averne capito il contenuto.
Io sono Yoka Yoka Nippon e qui ti racconto il Giappone in tutte le sue sfumature. Se questi temi ti appassionano, segui la pagina e Substack.
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