12/04/2025
PERCHÈ LE DONNE AL POTERE SONO PREVALENTEMENTE DI DESTRA?
L'elezione recente di Sanae Takaichi, prima donna premier del Giappone, ripropone una questione spinosa, che serpeggia nelle conversazioni private ma non viene affrontata in modo aperto nei dibattiti pubblici.
Non ho risposte sicure, ma solo un’ipotesi che propongo come spunto per la discussione. Rimanda all’inconscio collettivo, in cui agiscono motivazioni psicologiche profonde, ignote a chi le prova, e in particolare al peso che in questa sfera hanno i fantasmi di rottura dell’ordine simbolico: le minacce contro i principi fondamentali che modellano il nostro modo di pensare e di vivere – doveri e norme primarie, distribuzioni di ruoli, totem e tabù.
Criticare queste strutture è sempre disorientante e pericoloso, perché mette a rischio l’identità e il senso dello stare al mondo.
Davanti ai fantasmi non si ragiona ma si reagisce irrazionalmente col diniego, sviluppando fobie: tutti aspetti con cui la politica deve necessariamente confrontarsi, perché, al momento di votare, le persone non si affidano solo alla razionalità, ma si lasciano trascinare dalle emozioni, e in primo luogo dalla paura.
Uno dei fantasmi più inquietanti per l’inconscio collettivo è proprio il valore cardinale della sinistra: l’uguaglianza, per definizione, sovverte gerarchie consolidate e differenze spacciate per innate e intoccabili – ricchi e poveri, servi e padroni, dominanti e dominati.
In questa luce, si capisce subito perché una leader di sinistra susciti più resistenze di un omologo maschile: perché scuote doppiamente il sistema, per quello che è e per quello che rivendica, risvegliando più fantasmi in uno.
Una leader di destra, che non difende né l’uguaglianza sociale né quella di genere, non evoca altrettanto disordine e spaventa molto meno. Il suo è un femminismo individualistico, meritocratico e liberale. La sua politica non si distingue nei contenuti da quella dei colleghi e il suo successo personale è socialmente innocuo: viene cooptata dell’élite in virtù del suo merito, e da questa posizione agisce come individuo neutro e non come rappresentante del genere “donne”.
La leader di sinistra, almeno in teoria, punta ai piani alti per appropriarsi degli strumenti di comando e, conservando memoria della sua differenza, ossia del percorso costellato di ingiustizie che l’ha condotta fin là, tende una mano solidale alle altre donne perché possano emanciparsi con lei.
La leader di destra, al contrario, si getta la scala dietro le spalle proclamando la propria assimilazione: «Chiamatemi IL presidente».
L’ordine simbolico resta intatto, e, paradossalmente (così nel caso di Giorgia Meloni, Marine Le Pen e le donne di cui si circonda Trump), può essere rinsaldato non dall’occultamento dei tratti di genere, come nella classica strategia della leader travestita da uomo, ma dall’esibizione di un habitus iperfemminile, rassicurante per l’inconscio collettivo: boccoli biondi, colori pastello, atteggiamenti materni declinati lungo lo spettro che va dalla dolcezza alla severità intransigente.
Incarnando tutto ciò che l’immaginario dominante si aspetta da una donna, a eccezione del potere, la leader di destra neutralizza la minaccia sistemica (si rileggano in questa chiave lo scambio in cui Trump si complimentava paternalisticamente con Meloni per la sua bellezza, e l’arsenale di insulti rivolti alle donne di sinistra come Laura Boldrini, in cui, significativamente, il politico si fonde sempre con il sessuale).
L’ascesa della donna di destra è meno traumatica, più sopportabile per tutti: per gli uomini, che possono cooptare la “donna con le palle” senza sentirsi messi in questione, e per le altre donne, che possono identificarsi con un modello di femminilità simile al loro senza sentirsi rimproverate.
Specularmente, invece, la leader di sinistra deve combattere contro legioni di avversari: oltre agli elettori e alle elettrici di destra, tutti quegli uomini e quelle donne della sua stessa parte politica il cui inconscio non ha ancora accettato la parità di genere.
La psicanalisi e la sociologia insegnano infatti che anche le donne possono essere sessiste, se accettano passivamente gli stereotipi di cui sono vittime e una rappresentazione del loro ruolo funzionale ai rapporti di forza.
In altre parole, nella politica dell’assimilazione conservatrice, l’eccezione conferma la regola: è per questo che a destra ci si cura assai poco della coerenza e dell’esemplarità personale (Meloni madre fuori dal matrimonio, Alice Weidel omosessuale in coppia con un’immigrata).
Nella politica dell’emancipazione, che consiste nel cambiare le regole, il personale è invece politico, non è un’eccezione ma un esempio: diversamente da quella di Weidel, la vita privata di Elly Schlein viene percepita come una rivendicazione perturbante, una sfida contro l’ordine costituito.
Mi chiederete cosa fare a sinistra, se questa analisi ha senso.
Di certo non bisogna cedere al ricatto utile agli interessi della destra e a quelli dei sessisti di ogni parte politica, che chiede di sacrificare in nome del realismo le presunte forme “secondarie” di uguaglianza (secondarie rispetto all’uguaglianza socio-economica, come l’uguaglianza di genere o di etnia).
A chi consiglia di non candidare le donne perché avrebbero meno chance di vincere, si deve rispondere che l’uguaglianza è una sola, e che rinunciare alla sua validità universale significa la morte della sinistra.
Realistico, invece, è combattere i fantasmi con le armi opportune, alleando persuasione razionale e lavoro emotivo, il solo in grado di trasformare l’inconscio.
Una leadership deve unire qualità personali (intelligenza, visione, onestà, simpatia) e una comunicazione efficace, che trasformi le fobie ingiustificate in emozioni positive.
In un mondo sempre più iniquo, la promessa di uguaglianza può essere irresistibilmente seduttiva se incarnata da una personalità carismatica e da una campagna capace di riaccendere le passioni della speranza e della fiducia.
Se fino a pochi giorni fa l’idea di un sindaco di New York socialista, immigrato, scuro di pelle e musulmano sembrava fantascientifica, anche le donne di sinistra possono sperare di vincere senza rinnegare i loro valori e la loro differenza.
Barbara Carnevali, su La Stampa, 1 Dicembre 2025
Ringrazio per la condivisione Lo sciopero delle donne