07/01/2026
Ho letto questo articolo, l’ennesimo tra i tanti per fare gli esperti in materie di cui non si conosce un benché minimo niente, giusto per fare click, che diceva che oggi non si capisce perché i giovani non vanno più in discoteca.
Hanno sostituito quell’abitudine con l’alzarsi presto al mattino e andare in palestra. E secondo questi presunti studi i giovani di questa generazione bevono meno.
Poi guardo la realtà e mi rendo conto che è una ca***ta.
Li vedo comunque fare tardi, quindi è impossibile svegliarsi presto. E chi prende l’abitudine di fare tardi difficilmente prende anche quella di alzarsi presto.
In palestra ci vanno, ma i risultati non sono un granché e tanti mollano dopo un po’.
Sul bere poi non ne parliamo: una volta c’erano le discoteche a farli bere, ora si sono riempite le città di gintonerie e chupiterie.
Le discoteche erano meno di questi due nuovi tipi di locali per far alcolizzare i giovani perché accoglievano più persone, ma non avevano comunque limiti nel poter fornire alcol. Oggi la capacità di vendere alcol non è dettata dalla capienza in pista, ma dai magazzini, dato che vendono alcol anche a chi sta per strada.
A questo io rispondo che il problema è sempre uno e soltanto uno.
I motivi si sanno: oggi tutto quello che una volta si faceva per fare festa lo si fa per ego. Tutti vogliono apparire.
Ed è qui il problema principale che ancora i titolari e i gestori delle discoteche non vogliono capire, preferendo fallire. I direttori artistici non sembrano più rappresentare il loro ruolo a causa delle scelte che fanno, e gli organizzatori di eventi sembrano non amare più la continuità.
Perché non vogliono ammettere che bisogna partire dai DJ, che non vengono scelti per la loro bravura in console ma per la loro capacità di convincere la gente ad andare a questi eventi snob. La parola dovrebbe essere “coinvolgere” invece di “convincere”.
Chi si ritrova in questi posti spesso non sa distinguere un bravo DJ da un vero DJ. E la società, il pubblico che poi ti ritrovi in questi eventi, è lo specchio delle figure che occupano quei palchi: va lì anch’esso per soddisfare il proprio ego.
E quindi le palestre aumentano di affluenza e battono le discoteche, perché in una società in cui l’ego ha bisogno anche e soprattutto di standard estetici per essere soddisfatto, la palestra fa entrambe le cose.
La figura del DJ resident che lavora fisso in discoteca ha perso tutto il suo valore.
Un tempo era l’alleato numero uno di chi gestiva una discoteca, perché aveva la capacità di gestire gli impianti audio ed era quindi il ponte tra il titolare e chi si occupava della filiera tecnica del locale. Oppure, come è accaduto quando questa figura è nata, era proprio colui che se ne occupava direttamente.
Dall’altra parte, quando questa figura si è evoluta e quelli che la musica la creavano di sana pianta hanno confermato che il DJ può essere anche un musicista, che la musica la suona davvero non solo per la sua capacità di seguire le regole della musica mettendo a tempo e rispettando le metriche musicali, ma anche componendo brani che oggi vendono anche più della musica pop (musica che sta anche più in alto in classifica della pop stessa che, prima della dance, aveva battuto in termini di ascolti, a prescindere dalla tipologia di supporto e quindi del periodo storico, anche in termini di vendite, qualsiasi genere musicale).
Il DJ sapeva benissimo, per le discoteche che avevano cominciato a chiamare ospiti esterni con un certo livello di popolarità, quali fossero gli ospiti da portare.
Questo perché il DJ era colui che creava l’identità del locale.
Veniva chiamato perché faceva un certo genere musicale. Chi ascolta musica ha sempre una preferenza per un determinato genere, quindi chi andava in un club sapeva cosa avrebbe trovato.
Conoscendo quindi i brani, essendo il suo lavoro, sapeva anche chi li aveva creati, sia come artista che come compositore o autore.
Faccio un esempio all’italiana: Molella oggi è molto richiesto nei club perché “Freed From Desire” ha un hype pazzesco. È uno dei brani più suonati al mondo, sia in eventi di musica elettronica che in altri contesti da ballo o dove è necessario qualcosa che dia una scarica di adrenalina. Esserne il fautore gli permette di lavorare tantissimo. Artisticamente varrebbe anche per Gala (e potrebbe valere anche per Phil Jay, ma per loro due ci sono meno richieste per dinamiche che non sto ora a spiegare).
Da questo, tornando alla parte concettuale e generica, il DJ sapeva che un certo artista affermato valeva la pena portarlo anche se costava tanto, in quanto creatore di un brano che in pista funziona tantissimo anche se datato. Perché quell’artista vanta un successo tale per cui l’investimento vale la candela, anche se non rientra totalmente nei guadagni o addirittura fa andare in perdita una sola serata.
Oggi questa cosa non viene più vista come un investimento sull’identità artistica, ma solo come un tentativo di attirare quanta più gente possibile all’interno di un locale, perché si è perso di vista il focus.
Si è creato un meccanismo dove, perdendo l’identità di un locale e non considerando ciò che vorrebbe il pubblico assiduo frequentatore di quel posto, non valutando che ci potrebbero essere persone che vorrebbero andarci sempre e quindi creando malcontenti, si preferisce ingrassare le casse per una sola sera. Spesso perdendoci lo stesso, perché l’ospite selezionato non fa ciò che il pubblico è abituato a sentire, ma propone cose completamente estranee al gusto del pubblico abituale.
Questo porta un’utenza non abituata a frequentare quel locale, con abitudini diverse, che mette a disagio sia chi va lì abitualmente, sia il personale, in particolare quello della sicurezza, che deve gestire persone che non sanno nulla di quel posto e che si comportano come scimmie senza regole per farsi la foto con il beniamino, spingendo, strattonando, creando risse e talvolta anche situazioni pericolose per l’incolumità di un’intera discoteca.
Poi c’è una seconda categoria di ospiti che il DJ conosceva, ed è qui che dimostrava la sua capacità di far risparmiare chi investiva, il suo gusto musicale, la sua lungimiranza e, per certi versi, il suo essere talent scout, oltre che il principale alleato del direttore artistico.
Far ingaggiare un ospite che aveva creato un disco che stava esplodendo, ma che non aveva ancora ottenuto il successo, significava far risparmiare perché costava ancora poco, dare alla discoteca qualcosa di nuovo, qualcosa che non avevano ancora tutti, qualcosa che nel tempo sarebbe diventato storia. Perché un giorno quell’ospite sarebbe diventato internazionale e, magari ricordandosi di essere passato in quel posto, sarebbe tornato volentieri, anche a meno di quanto valeva da affermato, dando ulteriore prestigio alla discoteca.
Tutte queste cose le ho raccontate al passato non perché oggi non esistano più, ma perché chi gestisce le discoteche preferisce ignorare la soluzione al problema.
Oggi le discoteche non hanno più identità.
Chiamano DJ diversi tra loro, se così si possono definire.
Chiamano ospiti altrettanto diversi, che spesso non hanno nulla a che fare con la discoteca stessa. Basti pensare ai vari tronisti e calciatori, giusto per citare due categorie. E non è un caso che il declino delle discoteche sia iniziato proprio quando i tronisti hanno messo piede nei club come ospiti.
Gli ospiti non vengono chiamati perché il pubblico di quella discoteca li vuole o perché in quella città la loro canzone è conosciuta, ma perché hanno migliaia di follower e milioni di ascolti, senza considerare se siano reali e, nel caso, da dove provengano.
E ci sarebbero tanti altri errori di cui parlerò in un altro post.
La soluzione è semplice.
La si vuole ignorare per egoismo e ignoranza.
Lo stesso egoismo e la stessa ignoranza che poi vediamo in pista e in console.