01/05/2026
Giovanni Iannacci Il mio paese Η χωρα μου Poesie Pensieri con qualche incursione della AI Leggi gratis i primi capitoli -
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In greco e in arbëreshë, χώρα (chóra) designa il paese: matrix, genius loci che l'autore sottrae all'oblio col suo giornale Gjellë, nel Vogël Bar e nel Bar Morunni caffè letterari, agorà culturale: un lascito.
Nei versi, si coglie l'eco leopardiano: «le incommensurabili varietà di contenuto infinito» della natura. «Le tenebre dell’arrivismo / avvolgono il buio dentro di noi», l’uomo si esibisce, per hybris, in «gare interminabili, mete irraggiungibili / spavalderie» e la guerra sovrasta il «vocìo disperato /delle genti piangenti» come nel caso dell'eccidio della Divisione Acqui di cui Giovanni è testimone (Archivio G. Iannacci: per la Memoria degli IMI).
Negli anni '60, anticipa il dominio delle Big Tech: «uomini senza volto da tecnologie divoratrici /orizzonti grigi, ansie alienatrici» mentre la vita è in balia di «ruote atomiche in bilico». Precede, in: «Ogni nno, sta canzone./ Meglio anziché l’anno / cambiasse la vita», L'anno che verrà di Dalla.
La χώρα (chôra): il paese
In greco, un sostantivo femminile, χώρα (chôra) indica il paese e, in particolare, come inserito nella polis a rimarcare il suo radicamento terrestre e di nutrice con gli ulteriori significati di «contrada, patria, regione, spazio, luogo, regione terra intesa come campagna».
La chôra, al di là dell'etimologia in senso stretto e di altre accezioni, esprime i valori di «qualità, condizione ed occasione» ed appartiene al triton ghenos: «non si può dire di essa che non è né questo né quello o che al tempo stesso questo e quello» (Platone).
Ci interroghiamo intorno alla qualità dello status della chôra da quando il filosofo ne ha parlato, nel Timeo, come il «ricettacolo della creazione» per cui «riceve ogni cosa, senza prendere mai la forma degli oggetti che ne diventano parte. E' fatta per essere un modello per tutte le cose e prende la forma di ciò che riceve; ed è per questo che sembra ogni volta diversa».
La chôra ricorre anche nell'ambito dell'architettura: le forme 'pensano' all'interno di una matrix: mai termine platonico fu più vicino a noi.
«Seduti sulle spalle dei giganti», siamo irretiti dalla parola del filosofo e ancora più da quando Derrida ne ha seguito le tracce, i segni e ci ha mandato una delle sue “cartoline” ancora da decifrare ad infinitum.
Come la chôra platonica è una matrice da cui originano e si dispiegano le forme, la χώρα in arbëreshë ha in comune con la lingua greca il significato, la grafia e la pronuncia con l'aspirata iniziale, a dimostrazione delle radici o se si vuole, risonanze cui affonda l'albanese.
In tutte le accezioni richiamate, si riconosce ed aderisce la scrittura di Giovanni Iannacci: la chôra, nell'albanese del XIV secolo, sua madrelingua, indica il paese o meglio il “suo” paese laddove il pronome possessivo è parte integrante, sostanziale di un luogo e di una condizione di vita: una matrix, appunto, che e in quanto tale, in Giovanni Iannacci diventa soggetto, occasione della poesia e del dispiegamento dello stesso logos ed, ancor di più, uno spazio di riferimento, un campo generativo dell'ordito del verso e fondamento ontologico del canto che si innalza in quanto «Noi non siamo come le piante: la nostra patria è il cielo» (Platone).
La χώρα, scrive l'autore, è il luogo: «dove tu sei nato, dove tu hai vissuto, dove tu hai parlato, che parla di te, dove tu hai fatto storia e, se hai dimenticato questo libro, vuol farti ricordare che parla di te, è il libro in cui tu parli, il libro del tuo paese, il libro del paese di tutti».
Dalla χώρα, alla leva militare ed ai campi di battaglia della 2^ guerra mondiale
Nel reparto cui viene affidato, il soldatino di 21 anni scrive: «osservavo, ascoltavo, non parlavo perché non sapevo parlare in italiano, nemmeno un italiano parlato, dialettale».
La sua condizione di inferiorità, è facile immaginare, potesse portare ad un isolamento oppure ad una svolta: il soldatino sceglie la seconda soluzione ovvero un riscatto esistenziale e quell'emancipazione che concede solo lo studio, necessariamente per corrispondenza in quei tempi.
Le campagne militari
Durante le campagne militari, nei momenti di pausa dei combattimenti, continua il suo percorso di studi come dichiara nell'intervista rilasciata al Dr. Frate apparsa sulla rivista Kamastra:
«Stavo esternando i miei dubbi ad un tenente medico... gli dicevo: “Fin quando resisteremo a questi soprusi.... da parte dei Tedeschi?” e lui con fermezza, mista a rassegnazione: Iannacci anche tu? Studiavo per corrispondenza, facevo i compiti, li spedivo e poi me li rinviavano corretti. In tempo di guerra, essendoci la censura militare, la posta veniva controllata, così tutti sapevano dei miei corsi. Di conseguenza stupiva che uno studente pacato mordesse il freno».
Se non bastasse, si consulti in questo librino, l'apparato iconografico: in una foto il soldatino in divisa mostra orgoglioso un fascicolo.
Il dopoguerra: la vita culturale e civile
Una volta rimpatriato, lancia il “Manifesto di fondazione del giornale di carattere etico-culturale-linguistico" che raccoglie le firme della migliore gioventù di allora, e, nel 1968, immagina, fonda e dirige “Gjellë, Ururi voce del Basso Molise”.
Con la sua gestione, il Vogël Bar, prima, e il Bar Morunni, poi, diventano un incrocio di presenze, vite, voci e attività culturali: i primi caffè letterari del paese in cui si dispiega un appassionato impegno civile.
Alterna pubblicazioni, documentari e film a interventi sui giornali.
Disegna a matita parecchi soggetti, elabora mappe urbanistiche ed anticipa, durante l'inizio del boom economico e nella fase della accelerata motorizzazione del paese, la necessità di ricorrere ed incentivare il trasporto pubblico nel corso di animate discussioni nel suo locale ed in inattuali appunti poi confluiti in "Se un giorno dovessi viaggiare così".
Testimone dell'eccidio di Cefalonia
Si reca in ogni scuola di ordine e grado a testimoniare l'eroica resistenza ai nazisti della Divisione Acqui a Cefalonia il conseguente eccidio dei militari, la cattura e la deportazione nei lager su cui ha lasciato scritto: «Fummo catturati prigionieri, in pantaloncini e dorso n**o come eravamo ridotti durante la battaglia, condotti e rinchiusi nella cosiddetta “Caserma Mussolini” per circa un mese... da quella caserma l'odissea personale di ognuno di noi: l'uno non ha più incontrato l'altro».
La partenza verso il lager: le camere a gas ed i forni crematori
«Quando un tedesco mi ha preso per il braccio e mi ha trascinato verso il gruppo in partenza sono partito, ho seguito il destino fino al lager. A poca distanza da quel luogo c'erano le camere a gas...ricordo che ad un punto di quella camera c'era una botola sul pavimento dove si versavano i cadaveri asfissiati, questa botola corrispondeva ai forni crematori e i morti non avevano nome».
La poesia dopo l'esperienza del lager
Poesia o non poesia? Questo è il problema e per eccellenza.
Nel demandare l'arduo compito di una risposta chiarificatrice all'acribia dei critici della grande letteratura, qui si è voluto semplicemente fare una sorta di censimento degli scritti di Giovanni per come li ha affidati all'“Archivio G. Iannacci: per la Memoria degli IMI”.
«Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto barbarico» afferma Adorno che sa come la poesia sia sopravvissuta alle vicende umane, di conseguenza il filosofo vuole richiamare il ruolo ed il sopravvento dell’istintuale nella storia, come esplicita Primo Levi: «si può fare poesia, dopo Auschwitz, solo non dimenticando Auschwitz».
Fare storia e poesia, dopo il secolo breve, è possibile ad una sola condizione: da una parte, riconoscere, nell'abisso dei lager, il ruolo della ferocia, “umana troppo umana”, che ci costituisce; dall’altra parte, che quel “fondo” agisce prepotente nella storia e si dispiega nelle guerre.
Il senso per la scrittura
Giovanni, dopo il rimpatrio e durante la sua vita continua a leggere, scrivere e riflette su di sé in questi termini: «quando ho scoperto di aver trovato una cronologia di fatti avvenuti ed in cui ho visto me stesso protagonista e spettatore di essi, mi è parso da vigliacco non raccogliere i fogli e rilegarli con un certo ordine, convinto che la non conoscenza delle regole dello scrivere non toglie il diritto di pensare e di mettere scritto sulla carta ciò che si pensa col proprio linguaggio».
Ha esercitato il “diritto di pensare e scrivere” sia nel Vogël Bar che nel Bar Morunni laddove in bacheca riportava i suoi pensieri, preparava il giornale e non mancava di citare il “So di non sapere” di Socrate.
Commento ai versi
Chi scrive, come buon auspicio, vuol fare propria la massima del filosofo greco a mò di guida … virgiliana in un commento ai versi.
In primo luogo, non si può non notare come già nel 1949, appena diventato papà, scrive una poesia: nulla vieta immaginare che, nel periodo di leva, possa aver pensato a «qualche storta sillaba» costretto, in quanto figlio di un dio minore, ad un silenzio imposto dalla propria condizione: «non parlavo perché non sapevo parlare in italiano».
Il pensiero nasce e vive rigoglioso nel silenzio, soprattutto in uno stato di costrizione. In secondo luogo, non potersi esprimere in italiano non impedisce di pensare nella madrelingua, di osservare ed ascoltare come il soldatino infatti fa.
Alcune poesie
L'osservazione della vita accompagna Giovanni da sempre ed è ben presente negli scritti e nei versi: sembra di contemplare un cantico in "LA TERRA": «Il sole la luna le stelle; / la formica, / l’ape la cicala il leone; / Il pino la quercia il platano / il pero il melo la vite, /… le incommensurabili varietà. / I fiumi e i loro mormorii / i monti e le loro vette / le colline e i loro prati / le valli e le loro nebbie / le piogge e le nevi /i venti e le bufere».
Giovanni oppone, ne "IL TUO LIBRO", la natura e la vita alla cultura libresca: «Ti guardo ma non ti apro, /tu vorresti farmi tuo / tu vuoi che io non sia più io / ma io non ti apro. /vedo il mio libro: / il cielo ed il sole / la luna e le stelle/ le rondini svolazzare / il cane scodinzolare / un fiore sbocciare / ed un viandante passare / una donna con in braccio un bambino / un filo d’erba una formica un moscerino: /tutti i momenti della vita. / Questo è il mio libro preferito /che mi sforzo leggere e capire, / è scritto in tutte le lingue... e di contenuto infinito».
Ed è ancora la natura cui rivolge lo sguardo, in cerca di quella salvezza che non trova nel proprio simile, in "DIUTURNO PANORAMA": «Pino dirimpettaio /... taciturno libro inestimabile /... L’orecchio sordo / del cittadino viandante / non sente la tua soave voce. / Ti guardo / mi sforzo... /leggerti e capirti e non finisco mai. / Il tuo abitante piumato / con un batter d’ali / mi apre un altro degli infiniti capitoli / da leggere e studiare / mentre le tenebre dell’arrivismo / avvolgono il buio dentro di noi».
In "QUELLA MATTINA", i versi diventano pennellate di parole: «L’uccellino caduto dal tetto / di casa mia / che non sapeva volare /che provando per imparare / ha potuto e dovuto cascare /che ho raccolto leggermente /che lentamente ho portato /tra le fronde / di un suo coetaneo amico / e mio diuturno dirimpettaio /che... sorridendomi guardandomi, /... avranno capito / … la mia “giovane preghiera” / in questo mondo antico».
Sembra che rivivi il suo stato giovanile, allorquando, non conoscendo l'italiano, taceva in "VORREI ESSERE CIECO": «...e da domattina sordo. /… lontano vorrei andare... / … tutto dimenticare / … per vedere come /senza occhi quanto si può vedere /senza udito quanto si può udire /si può vedere quanto è sottile un filo di cotone / … quanto grande è il mondo / quanto siamo piccoli. /... quanto poco siamo».
In "VORREI", l'Infinito o, come scrive, l'incommensurabile si accompagnano e risuonano col "sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt" virgiliano: « … Vorrei essere solo al mondo / per sentire la dolce voce del silenzio /ammirare il poliedrico volto / dell’incommensurabile; / addormentarmi /... dal vocìo confuso, convulso e disperato /delle genti piangenti».
Non solo in filosofia in molti modi è stato detto dell'Essere infatti in "TUTTO, PARE, SIA STATO": è «dal poeta in più modi cantato. / Sono state viste, si crede, / una ad una / le cose del mondo, /... i riflessi della luna /.... tutte le acque /...dell’immenso mare” . Ma la hybris umana porta a «illudersi di sapere».
Se «Le cose della mamma terra /fanno sorridere e piangere / e pensare. /Sono belle. /.... Ci amano, si fanno amare /sono vita» accade, in natura, un evento non previsto infatti: «ecco l’uomo» e ne "L’OGGI": l'umanità si produce in: «…gare interminabili mete irraggiungibili / spavalderie crescenti /fallimenti volti a successo».
I versi, scritti in tempi lontani e in altra temperie storica, parlano dell'oggi che vede «... uomini senza volto da tecnologie divoratrici /orizzonti grigi, ansie alienatrici /..... su ruote atomiche in bilico. / E l’oggi è buio».
E' una forzatura immaginare che le "tecnologie divoratrici" possano essere accostate alla AI che sorveglia ogni azione dell'umanità che, di buon grado, acconsente a una tecnologia che la condiziona e di cui non può controllare gli sviluppi futuri, peraltro sconosciuti alle stesse e poche Big Tech che ne sono uniche proprietarie? E non è più che mai di cogente attualità parlare di « ...ruote atomiche in bilico. / E l’oggi è buio»?
Il poeta ammira in "PERDIZIONE": «… Verdi campi /erbe sorridenti /....ogni essere /...di ogni età” e rivolge la sua attenzione alla ”La creatura uomo” che “non trova più tempo per rispondere /al tuo bel sorriso /.... e si dimena / e corre /... il primo corre dietro l’ultimo /e non lo sa che chi gli è davanti è l’ultimo: in questa concitata irrefrenabile corsa, l'individuo è soggiogato dalle sue stesse scelte e da quelle che la società gli impone».
Questo excursus si chiude con una poesiola del 1966: "OGNI ANNO" che, curiosamente, richiama una nota canzone, di molti anni successivi, di Lucio Dalla.
Si vuole concludere con un poco di souplesse: «Dallo sportello dicembre-gennaio / arriva ansante da un solaio /come vecchio nato invecchiato /da molti aspettato /senza misura misurato: /tu, tempo galante, presente e passato. / Ogni anno, sta canzone. / Molto, meglio ’saria’ / anziché l’anno / ti si cambiasse la vita».
Ai lettori la scelta
Come ogni scelta, l'estrapolazione delle poesie da
un corpus se, da un lato, come nel nostro caso, esclude dal commento le poesie di impegno sociale come "Il Calasole di Mammantonietta" sulla condizione femminile, affida agli albanesi il commento sulle poesie nella loro lingua madre e tralascia la sezione riguardante le domande su Dio che Giovanni si pone; dall'altro lato, può creare quella feconda curiosità nel lettore attento, a leggere il librino ed a maggior ragione nelle parti non affrontate.
CV
La vita di Giovanni Iannacci: un giovane del secolo scorso chiamato a servire l'Italia nella seconda guerra mondiale. Giovanni Iannacci (Ururi, 11 agosto 1917 - Ururi, 5 maggio 2006), arruolato nel 1938, inquadrato nel 33º Reggimento navale terrestre "Acqui" guadagna sul campo il grado di Sergente.
Alla proclamazione dell'armistizio dell'8 settembre 1943 il reparto è dislocato a presidio dell'isola di Cefalonia.
Scampato al combattimento seguendo la richiesta tedesca di resa e all'eccidio conseguente la cattura del 22 settembre, Giovanni al pari di circa atri 650 mila soldati italiani, rifiutandosi di aderire alla RSI, è deportato nel Reich, interno con lo stato di IMI nello Stalag di Mühlberg IV B.
Sopravvive fino ad essere liberato il 16 aprile 1945. Al suo rientro in patria, 5 agosto 1945, e nel prosieguo della sua vita testimonia la sua esperienza di guerra e deportato, nelle scuole, negli scritti e articoli che pubblica. Muore il 5 maggio 2006.
Gli sono stati Conferiti della Croce al merito di guerra e della Medaglia d'onore del Presidente della Repubblica, la Pietra d'Inciampo, Il Diploma come combattente per la libertà d'Italia del Ministero della Difesa e la Marmetta del Museo degli internati di Padova.
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