Agorà

Agorà Agorà, foglio culturale del liceo Lugano 1 di Lugano Agorà è il foglio culturale del liceo di Lugano 1, meglio noto come giornalino scolastico.

La sua redazione è composta, al momento, da dodici ragazzi e ragazze, che frequentano anni differenti, ma che collaborano insieme per diffondere i propri interessi e le proprie passioni. Un chiaro esempio che con spirito di gruppo e voglia di realizzare qualcosa di diverso, tutto è possibile! La pagina Facebook si occupa di intervistare sia i ragazzi del liceo in contesti come la Giornata Autogest

ita, sia di intervistare persone esterne di rilievo culturale. Il nostro scopo è quello di promuovere la cultura fra i giovani tramite articoli interessanti che tengono in considerazione l'ambito liceale. Siamo sempre alla ricerca di nuovi redattori, reporter e fotografi sia per la pagina Facebook che per il giornalino cartaceo. Ogni intervista è un'opportunità di conoscere persone di rilievo e di fare loro domande che non si potrebbero fare altrimenti, se foste interessati a partecipare al progetto o per qualsiasi altra curiosità ci potete contattare tramite la nostra pagina Facebook oppure tramite il nostro indirizzo e-mail [email protected].

REPORTAGE  #17Dal College Party di maggio, intervista a Teo Conti.- Per ora le feste di Olympus sono andate tutte bene. ...
18/09/2017

REPORTAGE #17

Dal College Party di maggio, intervista a Teo Conti.

- Per ora le feste di Olympus sono andate tutte bene. Qual'è la vostra "ricetta segreta"?

Cerchiamo di offrire qualcosa ai ragazzi, qualcosa che forse non hanno, che non possono avere. Se le discoteche fanno entrare i ragazzi dai diciott'anni in su e sono più per i ventiduenni, vetitreenni, ventiquattrenni, noi cerchiamo di dare qualcosa ai sedicienni, diciasettenni, diciottenni anche, magari ventenni, che vogliono fare qualcosa di diverso.

- Per i prossimi anni, cosa progettate per Olympus?

Cerchiamo sempre di fare qualcosa di nuovo, una dopo l'altra. Il nostro obiettivo principale è riuscire a fare una festa ogni mese.

- Per ora tutte le feste sono state a tema. Sarà così anche in futuro?

Guarda, noi cerchiamo sempre di farle a tema perché comunque cerchiamo sempre di dare qualcosa di diverso. Se facessimo semplicemente un party, così per fare, la gente non verrebbe così pizza, così felice. Per esempio, il primo l'abbiamo fatto anni '80, il secondo era College Party con il Beer Pong e adesso questo è Pigiama Party.

- Quindi ci vuole anche un sacco di fantasia, per far parte di Olympus.

Esattamente! La fantasia va ricercata, la fantasia ci dà davvero una mano.

Intervista: Marta Meszaros

REPORTAGE  #16Dallo Speed Debating dello scorso maggio, intervista a Cristina Zanini-Barzaghi.- Cosa ne pensa di questo ...
14/09/2017

REPORTAGE #16

Dallo Speed Debating dello scorso maggio, intervista a Cristina Zanini-Barzaghi.

- Cosa ne pensa di questo "Speed Debating"?

Mi sembra una bellissima iniziativa, una cosa anche abbastanza dinamica e in cui noi politici dobbiamo parlare velocemente per dire le nostre idee, ma anche ascoltare tanto i giovani.

- Secondo lei c'è troppo poco tempo, con il rischio di rimanere superficiali, o si riesce ad approfondire sufficientemente i temi?

Lo scopo dello Speed Debating è proprio quello di essere veloci e quindi trovo che sia interessante il fatto di dare la possibilità a più giovani di parlare assieme ai politici, e ascoltare diverse opinioni. Secondo me va bene così.

- Ha ricevuto delle nuove proposte interessanti che si potrebbero mettere in atto in futuro?

Devo dire che diverse proposte che sono arrivate sono proposte che ho già fatto a livello personale in politica. Comunque dalle suggestioni che sono arrivate si possono avere delle conferme su delle necessità che dobbiamo prendere a carico in politica.

- Trova che sia un evento da ripetere o è meglio puntare su altro?

Secondo me si può rifare e farlo diventare anche un appuntamento regolare. Io ne avevo già fatto uno in passato, un po' differente, ed era stato molto interessante. Anche questo è ben fatto.

Intervista: Marta Meszaros

REPORTAGE  #15Lunedì 1 maggio Agorà è andata a vedere lo spettacolo "Antigone" del gruppo teatrale del Liceo Cantonale L...
16/05/2017

REPORTAGE #15

Lunedì 1 maggio Agorà è andata a vedere lo spettacolo "Antigone" del gruppo teatrale del Liceo Cantonale Lugano 1 al LAC Lugano Arte e Cultura.

Fotografie di: Luna Caruso e Alessandro De Laurentiis

REPORTAGE  #14Il 26 aprile 2017, data della giornata autogestita del liceo, ci siamo incontrati con uno dei gruppi che a...
12/05/2017

REPORTAGE #14

Il 26 aprile 2017, data della giornata autogestita del liceo, ci siamo incontrati con uno dei gruppi che avrebbero suonato per noi il pomeriggio, i Perspective. Composto da Alessandro Panelli, Leonard Winkler e Susanna Lagreca, tre studenti del nostro istituto, abbiamo scoperto qualcosa in più sul loro conto.

- “Com’è nato e da quando esiste il vostro gruppo? Insomma, da quanto vi conoscete?”

“Ci conosciamo dalle medie, una decina di anni ormai. Il gruppo però è molto più recente. È nato a novembre, periodo in cui Susanna ha iniziato a prendere lezioni di batteria e Winkler di basso. Io suonavo la chitarra già da tempo invece. Abbiamo deciso di unire i nostri talenti e formare un gruppo.” Queste le parole di Alessandro, che tra le risate dei suoi compagni ci racconta un po’come sia partito il loro progetto.
“All’inizio suonavamo in una sala che però era in pessime condizioni, quindi da febbraio ci siamo spostati in uno spazio più serio.” “Questo di sicuro ci ha permesso di progredire, e chi lo sa, speriamo anche che ci permetta di suonare dal vivo” interviene “Winkler”.

- “Il progetto quindi è nuovissimo! Che genere di musica fate, è anche cantato o solo strumentale?”

“Noi facciamo anche la voce” commenta Leonard “il nostro è un genere che sta tra hard rock e heavy metal, insomma una combinazione particolare” continua. “Diciamo che è un genere che coglie le sfaccettature di diversi altri generi, unendo appunto sembianze metal o hard rock. Stile ACDC, dei Guns and roses o dei Metallica , lungo quella scia insomma” specifica Ale.

- “I brani sono vostri o fate anche delle cover per esempio?”

“I testi sono nostri. Facciamo lo strumentale insieme, ma in generale vien da sé” mi spiega Susanna “improvvisiamo, memorizziamo, scriviamo e registriamo quello che ci piace e sulla base di quello che otteniamo Panelli e Winkler scrivono i brani, essendo loro i cantanti.” “Più avanti farà parte della composizione dei testi anche lei!” Aggiunge Alessandro.

- “Quanto è impegnativo un progetto del genere? Lo consigliereste ad altri?”

“Ci incontriamo una volta a settimana e suoniamo in sala prove per quattro ore, il resto è organizzazione quotidiana, ci vediamo ogni giorno a scuola, quindi riusciamo a riempire i buchi. A chi piace la musica lo consigliamo senz’altro. Ovviamente è un impegno che richiede anche sacrifici o rinunce, ma dà molto in cambio, e d’altronde senza rinunce non si ottiene nulla.” mi racconta ancora Winkler. “bisogna ricordare testi e canzoni, allenarsi anche a casa e avere feeling con il gruppo in modo che funzioni, e questo richiede tempo, ma ne vale la pena” ricorda Alessandro.

- “Suonerete alla GA, è la prima volta che vi esibite in pubblico?”

“È la nostra prima volta che suoniamo in pubblico.” “All’inizio soprattutto lei temeva che non ce l’avremmo fatta “nono dai da novembre ad aprile è impossibile!” diceva, ma adesso siamo abbastanza tranquilli” sogghigna Winkler. “Si si adesso siamo pronti per esibirci in live, e suonare al liceo non è male che almeno nel pubblico ci sono amici e non estranei, di conseguenza potrebbe essere una specie di trampolino di lancio, come inizio è perfetto. La nostra è un genere di musica che va bene per tutti, non ci indirizziamo a un pubblico in particolare. È un genere musicale vecchia scuola con delle componenti moderne aggiunte da noi, quindi può piacere a chiunque.” Concludono Panelli e Winkler “ anche un nostalgico degli anni novanta, come chi apprezza la musica moderna possono ritrovarsi nel nostro genere, molto diverso dal classico metal degli ultimi anni”

Intervista di: Amina Heusser
Fotografia di: Alessandro De Laurentiis

REPORTAGE  #13Dallo Speed Debating, intervista a Claudia Sassi, direttrice aggiunta presso la Divisione della formazione...
04/05/2017

REPORTAGE #13

Dallo Speed Debating, intervista a Claudia Sassi, direttrice aggiunta presso la Divisione della formazione professionale.

- Cosa ne pensa di questo "Speed Debating"? Potrebbe essere un buon modo per avvicinare i giovani alla politica?

Da una parte forse sì, li avvicina a temi di dibattito molto attuali e soprattutto quello che trovo molto interessante è che li abitua ad argomentare nelle discussioni. Questa trovo sia una cosa importantissima.

- Crede che la chiave di "dinamicità" che ci sarà durante i dibattiti, li renda più interessanti o forse superficiali?

Vedremo! Ci lasceremo sorprendere da questa cosa. Abbiamo un quarto d'ora di tempo: vediamo di spendercelo bene, senza rimanere troppo superficiali.

- Su qiale tema si dibatterà al suo tavolo?

Dovremo dibattere di globalizzazione o mercato locale.

- Quali pensa siano i punti più importanti che verranno fuori durante la discussione?

I punti più focali di questo tema pensa ci coinvolgano tutti ogni giorno. Il grante movimento di globalizzazione degli ultimi 20-30 anni ha coinvolto tutti, anche nella nostra vita quotidiana. Pensiamo a come ci vestiamo, a quello che mangiamo, tutte merci che sono prodotte nel nostro mercato globale, in mercati in cui si è seguito per anni il massimo rendimento. E quindi viviamo le conseguenze di questa situazione nelle nostre vite, sulle nostre spalle. Starà a noi capire in che modo vogliamo magari cambiare le cose.

- Questa sarà quindi forse un'opportunità per prendere in considerazione delle muove idee?

Perché no? Assolutamente sì. Sappiamo che i giovani sono uno stimolo fondamentale, il futuro della nostra società, quindi dobbiamo assolutamente prendere le idee dai giovani.

Intervista di: Marta Meszaros

REPORTAGE  #12Seguirà la traduzione italiana.Last week Agorà interviewed the pianist Mariam Batsashvili after her concer...
02/05/2017

REPORTAGE #12

Seguirà la traduzione italiana.

Last week Agorà interviewed the pianist Mariam Batsashvili after her concert at the Musikverein in Vienna on the 19th of April.

- How long have you been playing the piano?

I started when I was 4 years old and now I’m 23, so quite a while.

- Why did you choose the piano as your instrument?

In Georgia we have this tradition of having an instrument at home. We had the piano and I was fascinated by it, because my cousins were playing on it. Georgia is a very musical country, everybody knows how to play some songs or maybe pop music. In our home there was always someone playing either classical or pop music on the piano and so I listened. At the age of 4 I started getting lessons with a teacher I completely felt in love with the abilities of the piano and the possibility to express myself through the keyboard. Actually, when I was 7 I already knew that I would be pianist for the rest of my life. That was my statement when I was 7.

- How did you feel when you won your first prize at an important international competition?

Well, I love Franz Liszt, he is my favourite composer, so I was preparing for this competition for one year and I was really concentrating and going deep into the music. This competition was for me a chance to really show how I think it should be played, his depth of his music and not only the virtuosity he transmitted us. Sometimes it becomes a circus although this should never happen, because Liszt is not a clown, he is really a very deep thinking composer. One should first understand it and then play it and I think I understood it. I was practicing for one year, only playing his music and going into it and really experiencing wonderful things. Because when you go inside, if you are practicing daily, you are sometimes frustrated because it isn't working or you are not reaching the ideal you have. Imagine playing these things for one year and of course sometimes it works and sometimes it doesn’t. This kind of struggle helped me to grow up and I got very developed during that year. It's very funny but when I won the competition I did not feel stronger emotions than during the year I had spent preparing it. This one year was so intense and I was so happy to do this, that when I won the competition it was like a logical end. I mean, of course it's never logical, when you go to the competition, that you practice and then win. But, somehow, it was natural.

- What do you want to do in the future? Would you like to go on performing or do you prefer to start teaching?

I don’t think that I can be a good teacher, I am carrying on playing. I think they are really two different things and if you want to be a teacher, you should really love it: you should love to help people to come closer to music and I don’t have too much nerves for this, because for myself I am struggling with understanding and performing. It's a big process and it's a completely different thing to be a teacher.

- Which are your personal feelings regarding the contemporary piece you played this evening?

To be very honest I am not a contemporary type at all, I prefer baroque, Vienna classic and romantic. After that my musical field is closed, unfortunately, so for me it was a big challenge playing this contemporary piece because it's very far away from me and my soul. I had to because in this project, Rising Star, they are not only supporting us, young performers, but also composers. For thos reason we should support them, we should play their music and it's a great thing to do. I think I grew with the piece as well and it helped me, because you might love something when you play it and you might take it as a challenge, so this piece was for me a challenge and now I got used to it.

Intervista di: Marta Meszaros e Alessandro de Laurentiis
Fotografia di: Alessandro De Laurentiis

REPORTAGE  #11Dalla Giornata Autogestita del Liceo Cantonale Lugano 1, intervista a Fabrizio Casati, conduttore radiofon...
29/04/2017

REPORTAGE #11

Dalla Giornata Autogestita del Liceo Cantonale Lugano 1, intervista a Fabrizio Casati, conduttore radiofonico, presso Rete Uno, e televisivo, presso la Radiotelevisione svizzera (RSI).

- Che attività svolgi in televisione? Presenti delle trasmissioni, giusto?

Sì, anche. L'idea di base è che faccio tante cose. Sono allo stato attuale un produttore radiofonico, faccio un programma nazionale che va in giro appunto per la Svizzera a fare della cultura dell'enogastronomia, ma in tre modi diversi. Quindi quella che è la parte radiofonica in diretta, la parte web che viene fatta con dei video in collaborazione con il CISA, e la parte televisiva, in collaborazione ancora con Cuochi d'artificio. In più, sì, per vent'anni ho condotto in prima serata giochi televisivi famosissimi: Attenti a quei due, Black Jack, chi ne ha più ne metta. Molla l'osso anche, in pausa pranzo, di tutto e di più. Allo stato attuale invece ho deciso di non fare più, almeno per un po', dei giochi, ma di buttarmi su programmi un po' diversi. Arriverà un programma nuovo, che stiamo preparando adesso in televisione, quest'estate. Si chiama "Alta fedeltà" e avrà a che fare con i cani e i gatti e gli animali di tutti i tipi. Questi sono i trend topic, come dite anche voi giovani: sono la cucina, e la faccio in radio, e i cani e i gatti, e la faremo in televisione. Quindi questa è un pochino la novità. Però ce ne sono tante di cose da fare, da dire.

- Per preparare un servizio, quanto tempo ci vuole? Quanto tempo prima bisogna cominciare a prepararsi?

Dipende dal tipo di servizio. Nel senso che se è un'intervista come per esempio quella che facciamo in televisione per "Alta fedeltà" ci vuole una giornata intera di riprese più una mezza giornata di montaggio dopo le riprese, che si fa in uno studio. Comunque calcola un giorno e mezzo tra preparazione, intervista stessa e montaggio. La radio è molto più snella: tu vai col tuo microfonino come stai facendo tu adesso, ed è fatta. Monti delle cose se proprio vuoi o fai come se fosse una finta diretta, però l'idea è quella. Io sono più per una diretta in generale, da tutti i punti di vista.

- Come sei arrivato a proporre un'attività qui alla GA?

In realtà mi hanno chiamato degli studenti e, spesso e volentieri diciamo da tanti anni lo faccio, ed ecco, sono arrivato. Perché mi hanno chiesto di fare una giornata così.

- Cosa farete durante questa attività?

Qui all'attività parleremo di radio e di televisione, ma soprattutto voglio sapere loro cosa vogliono fare oggi. L'idea di base è capire dove sta andando oggi questa televisione, cosa piace ai ragazzi, cosa piace a voi, e che cosa vorreste vedere in televisione o magari sentire in radio in quest'epoca un po' strana perché c'è tantissima richiesta on demand, quindi youtube e tutto quello che va un po' contro la televisione generalista. Sono curioso, vediamo cosa salterà fuori. Magari creeremo un programma nuovo, mah.

Intervista di. Marta Meszaros
Fotografia di: Alessandro De Laurentiis

REPORTAGE  #10Martedì 11 aprile Agorà ha intervistato l’hacker Claudio Guarnieri (https://nex.sx/) nel contesto di AMNES...
27/04/2017

REPORTAGE #10

Martedì 11 aprile Agorà ha intervistato l’hacker Claudio Guarnieri (https://nex.sx/) nel contesto di AMNESTY APÉRO - IO, HACKER PER I DIRITTI UMANI, organizzato da Amnesty International Schweiz. Guarnieri è stato presente anche nel nostro liceo con Amnesty International LiLu1.

- Venendo gli hacker spesso associati con l'infrazione della legge, che ruolo può avere un hacker in Amnesty international?

L’hacking è un fenomeno duale come è duale la tecnologia, può essere fatto per bene come può essere fatto per male, puoi usare la tecnologia per fare del bene, come puoi utilizzare la tecnologia per fare del male. Ovviamente ci sono dei personaggi con capacità tecniche da hacker che hanno intenzioni criminose e malevole. Ci sono anche hacker, che sono quelli che io definisco hacker, che utilizzano e smontano la tecnologia sia per un progresso tecnologico che per un progresso generale della società civile. Il ruolo che un hacker può avere in Amnesty international è di andare a portare quelle abilità e quell’esperienza di una persona con un background tecnico ad una popolazione come può essere la società civile, giornalisti, attivisti, dissidenti o difensori dei diritti umani che normalmente non hanno accesso a quel genere di esperienza e capacità. Normalmente persone con un background tecnico vanno a lavorare per una società, vanno a lavorare per grosse corporazioni o società di sicurezza e lo fanno a servizio o di altre corporazioni o governi, che normalmente sono quelli che pagano. L’attivista o il giornalista o il dissidente, normalmente non ha accesso alle risorse per acquistare i servizi e prodotti della sicurezza commerciale. Quindi cosa può fare uno con la stessa esperienza? Può portare quel piccolo di capacità quel piccolo di expertise, come si dice in inglese, a una popolazione bisognosa che è fortemente vittima di attacchi informatici e che non è parte di un mercato della sicurezza che possa fornirgli gli strumenti necessari per proteggersi.

- Nel suo ruolo in Amnesty ha dei vincoli legali entro i quali deve operare?

Noi rispettiamo la legge e non ne infrangiamo nessuna. Non c’è necessità di infrangere la legge, tutte le ricerche che facciamo, le pubblicazioni che creiamo, sono stilate tramite o processi puramente di intervista o nel caso di analisi tecniche tramite processi puramente scientifici riproducibili, per cui non c’è quasi mai la necessità e anche se ci fosse di sicuro non andremmo a commettere crimini.

- Come è diventato un hacker?

Ho preso la strada della sicurezza e dell’hacking in generale quando ero giovane, quando avevo 13-14 anni, un po’ di anni fa e al tempo l’ADSL nemmeno esisteva, andavamo su internet con il 56K. Attaccavamo il cavo del telefono al computer per fare chiamate telefoniche e per connetterci ad altri computer ed era estremamente lento ed estremamente costoso. Sono cresciuto in un momento in cui la tecnologia non era accessibile ed utilizzata come lo è adesso, non esistevano i social media, non esisteva una gran parte di internet come la vedi adesso ed era un’esperienza liberatoria, era una frontiera nuova sotto un certo punto di vista.
Detto proprio papale, papale, mi sono avvicinato all’hacking tramite i film: nel glorioso film Hackers con Angelina Jolie ero attratto dall’estetica, da quell’immaginario dell’Hacker anni 90 che aveva una proprietà di ribellione, di contro cultura. In seguito navigando negli anni ho fatto tutti i percorsi tradizionali: sperimentando online, facendo un po’ di questo e un po’ di quello, avendo un po’ di problemi con la legge e poi quando sono arrivato alla maturazione ho capito di poterci fare una carriera su queste abilità.
Quando ho iniziato io l’azienda della sicurezza era sul nascere, non era esattamente enorme come lo è adesso e poter essere pagato per fare le stesse cose che facevo per passione sembrava incredibile. Poi mi sono avvicinato più alla realtà del NGO, dei diritti umani e dell’applicazione di queste abilità costruite negli anni in un contesto completamente diverso.

- Che cosa può spingere uno studente a diventare un hacker a favore della sicurezza e non un criminale?

La prima cosa è che il crimine non paga: è una vita di rischi, poco remunerativa anche a livello personale e di soddisfazione. Corri dei rischi per che cosa? Forse qualche euro in più, non ne vale assolutamente la pena, in particolare in un momento in cui capacità tecniche come può avere una persone che si interessa di informatica vengono remunerate anche eccessivamente nel settore commerciale. Non c’è nessun incentivo per andare verso quella strada, anzi bisogna starci il più possibile alla larga: generalmente finiscono tutti male. È molto più importante dal mio punto di vista costruire tecnologia e fare in modo che la tecnologia sia uno strumento di empowerment, di determinazione, di liberazione, di esplorazione intellettuale, di conoscenza e di condivisione invece che uno strumento di distruzione e di frode.

- Tuttavia potrebbe avere un forte fascino su delle persone giovani e ancora non formate. Come potrebbe fare una scuola o un’università a tenere lontani i ragazzi dal prendere una strada sbagliata?

Bella domanda! Principalmente penso che si debba esporre i giovani a queste altre realtà e alle possibilità che esistono nel lato buono della forza, portando persone che hanno esperienza a parlare con i giovani. Alcuni esempi di queste opportunità sono di lavorare per organizzazioni come Amnesty, come anche di lavorare in società grosse: ad esempio Google e Facebook. È importate portare esempi ed esperienze costruttive e positive ai giovani che non sanno ancora che direzione prendere, ma fondamentalmente è una discussione che va oltre semplicemente il cyber e l’informatico, è una discussione più sociale che bisogna convincere le nuove generazioni a non operare nell’illegalità.

Intervista di: Alessandro De Laurentiis
Fotografia di: Alessandro De Laurentiis

I work as a Technologist and Researcher at Amnesty International. I am also a Senior Research Fellow with Citizen Lab, University of Toronto. I have co-founded Security Without Borders.

REPORTAGE  #9Intervista a Anna Vonn per la festa Koalizzati, organizzata da Comitato Liceo Lugano Uno, Comitato Studenti...
25/04/2017

REPORTAGE #9

Intervista a Anna Vonn per la festa Koalizzati, organizzata da Comitato Liceo Lugano Uno, Comitato Studenti LILU2, Comitato LiBe, Comitato LiLo e Comitato LiMe.

- Cos'è il Koalizzati?

Koalizzati è una festa organizzata da rappresentanti dei cinque licei cantonali, con lo scopo di creare un senso di unione interliceale a livello cantonale. Inoltre intendiamo donare il ricavato in beneficenza per avere anche un nobile progetto.

- Siete riusciti a mantenere dei buoni contatti tra i comitati dei diversi licei?

Certo! Anzi, la stretta collaborazione per quasi un anno scolastico ci ha permesso di scambiarci idee non solo riguardanti l'organizzazione della festa, ma anche sulla gestione del Comitato Studentesco in generale, migliorandoci reciprocamente e condividendo dubbi e impressioni.

- Secondo te questo evento aiuterà a creare dei legami più stretti tra i licei ticinesi?

Speriamo proprio di sì. In ogni caso la formula perfetta per un buon rapporto tra i giovani è musica e divertimento e a Koalizzati questo è il nostro obbiettivo.

- Ci saranno altre feste simili in futuro?

Speriamo che questa festa diventi la prima di una lunga tradizione ticinese dove una volta all'anno i cinque licei cantonali si ritroveranno, appunto, "koalizzati".

- Come mai si terrà a Bellinzona?

Bellinzona è il centro del Ticino ed è facilmente raggiungibile da tutti i liceali del cantone: infatti il liceo di Bellinzona raccoglie già tutti i ragazzi dalle valli, e Locarno e il Sottoceneri è ben collegato dal treno.

- Sono disponibili ancora delle prevendite?

Le prevendite sono disponibili presso tutte le sedi liceali fino al 28 aprile.

Intervista di: Marta Meszaros
Grafica di: Sebastiano Pellanda

REPORTAGE  #8Dal College-Party, intervista a DJ Toclock (Matteo Tocchetti).- Sei del liceo?Nope, ho frequentato la SPAI ...
18/04/2017

REPORTAGE #8

Dal College-Party, intervista a DJ Toclock (Matteo Tocchetti).

- Sei del liceo?

Nope, ho frequentato la SPAI di Trevano e mi sono diplomato come tecnologo di chimica farmaceutica, una professione che non ho mai amato molto anche se sotto certi aspetti è interessante. Attualmente sto facendo uno stage in una struttura abitativa per minorenni con disabilità.

- Che genere di musica suoni? E da quanto tempo ti dedichi a questa attività?

Come deejay non suono nessuno strumento, proporre un set e condividere della musica è ciò che faccio e mi è sempre piaciuto. Ho iniziato diversi anni fa con una piccola consolle un po' per gioco, mi piaceva molto e in breve tempo sono passato all'analogico, i vinili mi hanno fatto avvicinare molto alla cultura Hip Hop cosa che cerco di trasmettere nel mio piccolo!

- È la prima volta che suoni a una festa organizzata dal gruppo Olympus?

Yes!

- Cosa provi quando stai sul palco?

Sinceramente detesto stare sul palco, preferisco trovarmi all'altezza del pubblico e in una sala non troppo grande, solo così riesco a proporre una specifica onda.

- Com'è andata la serata? Sei soddisfatto?

La serata è andata bene, ci ho pensato un po' prima di accettare l'invito, come detto prima preferisco ambienti più ristretti. Mi ha convinto la dedizione di alcuni organizzatori nel preparare l'evento, viviamo in una piccola città e le serate è meglio organizzarsele da se! Mi ha fatto piacere proporre un po di old school anche a un evento relativamente grande, è raro sentire le vecchie onde nei Locali a Lugano!

Intervista di: Marta Meszaros
Fotografia di: Alessandro De Laurentiis

REPORTAGE  #7Dal College-Party, intervista a Niklas Van der Mersch e Mattia Gobbetti, vincitori del torneo di beerpong.-...
14/04/2017

REPORTAGE #7

Dal College-Party, intervista a Niklas Van der Mersch e Mattia Gobbetti, vincitori del torneo di beerpong.

- Quanti partecipanti eravate?

Eravamo 32 coppie, quindi 64.

- Era organizzato bene il torneo?

Anche se all'inizio ci sono stati un po' di casini, gli organizzatori sono riusciti a risolvere e hanno ripagato chi era stato colpito di più. E comunque per i vincitori c'erano 100 fr. di premio, bellissimo!

- Avete vinto di tanto o è stato quasi un colpo di fortuna?

Le prime due partite abbiamo vinto di due bicchieri. E la terza e la quarta siamo rimasti con tre e quattro bicchieri. Comunque non abbiamo mai rischiato veramente tanto.

- E per riuscire così bene vi siete allenati?

Sì! Mercoledì ci siamo trovati a casa di Niklas, eravamo in quattro e abbiamo fatto due contro due. Due ore e mezza di partite estenuanti. E alla fine è servito!

- C'era tanto pubblico?

Piuttosto sì. Più che altro quelli che giocavano. Mi sa che il pubblico aspettava che la partita finisse, prendeva la birra e scappava.

- In ogni caso, pensate sia una cosa da rifare?

Sì, perché alla fine la festa era incentrata quasi solo sul beerpong. Quindi ha chiamato più persone, più soldi, e c'è stato più beerpong.

- Alla fine vi siete divertiti?

Sì, tantissimo!

Intervista di: Marta Meszaros
Fotografia di: Alessandro De Laurentiis

REPORTAGE  #6Venerdì scorso Agorà ha intervistato l’attrice ELISABETTA POZZI, vincitrice del premio David di Donatello, ...
12/04/2017

REPORTAGE #6

Venerdì scorso Agorà ha intervistato l’attrice ELISABETTA POZZI, vincitrice del premio David di Donatello, dopo lo spettacolo teatrale Medea, che ha avuto luogo al LAC Lugano Arte e Cultura.

Nella rappresentazione, realizzata insieme al regista Andrea Chiodi, ha interpretato una Medea tratta dalle opere dei drammaturghi Euripide, Apollonio Rodio, Bellini, Lars Von Trier, Pasolini e Heiner Müller.

- Come avete scelto le parti da inscenare?

Questo è un lavoro che ho fatto io nel tempo. Ho interpretato la Medea di Euripide a Siracusa nel 2009, quindi l'ho studiata benissimo (alcune parti erano addirittura in greco) e in quell’occasione mi sono dedicata per un anno allo studio della Medea. Da quel momento mi sono letta tante Medee più recenti, poi ho cominciato addirittura a leggere tutta la storia delle Argonautiche: tutta la prima parte, quella che leggo sul libro, sono le Argonautiche di Apollonio Rodio, che raccontano tutta la vicenda di questo viaggio degli Argonauti, con Giasone, verso la Colchide con tutta la storia di Medea, che è una fanciulla, maga. Veramente una storia magnifica, un libro grosso così.
La scelta è avvenuta semplicemente con l'idea di voler raccontare una storia che potesse essere raccontata oggi, quindi raccontare in maniera molto più forte e molto più precisa il fatto che questa sia una straniera, in una terra che non la riconosce, che non la riesce ad accettare. Così diventa anche lei un capro espiatorio in qualche modo. C'è una versione delle tante Medee, quella della Wolf di cui recito l'ultima parte, in cui addirittura pare che una storia precedente a quella di Euripide, Medea fosse raccontata così: lei in realtà non uccide i propri figli, ma glieli uccidono. La gente di Corinto uccide i figli di Medea, per allontanarli, perché avevano paura di loro. Li uccide lapidandoli. In realtà la storia, che si concluda in una maniera o nell'altra, cioè che Medea uccida i propri figli o che glieli uccidano non è questo il punto, è quella che stiamo vivendo in maniera molto forte anche oggi, che l'accettazione dell'altro, del diverso, è difficilissima. E questo diverso può diventare un criminale, perché sono culture che non si riescono ad integrare in qualche maniera, e ci si può provare ma è molto difficile. Quindi noi, il filo rosso che avevamo era quello di seguire questa linea, questo filo che raccontasse la difficoltà di una donna a rapportarsi con delle regole e dei giudizi nuovi. Questa è stata la scelta. Abbiamo preso ciò che ci serviva dai vari testi che abbiamo esaminato.

- È stato difficile mettere tutti i personaggi all'interno di un'unica attrice?

Sì, perché io e il regista, Andrea Chiodi, abbiamo cominciato a pensare che tutta questa storia fosse come un pensiero del personaggio di Medea, in generale diciamo, più come idea di Medea, che se lo ripercorre. Parte appunto dalle Argonautiche e racconta questa storia. Poi comincia addirittura con la nutrice, avete visto e sicuramente riconosciuto nella prima parte la nutrice che dice: "Meglio sarebbe stato se la nave Argo […]". Tutta la parte della nutrice che racconta al pubblico diventa una sorta di coro. E quindi perché? Perché è come se se la dicesse da sola, come fanno spesso poi le persone che perdono la testa, che parlano da sole, si ricordano le cose. Del resto ad un certo punto Euripide le mette in bocca il "noi", anche se del resto era uso far parlare così, come se fosse due persone. Quando lei decide: "Cosa faccio? Uccido i miei figli o no?" e c'è questa parte in cui dice "Io lo devo fare. No, non lo posso fare. Io lo devo fare. No, non lo posso fare. No, rinuncio, rinuncio. No, come faccio?". Tutta questa parte è doppia. Una parte dice: "No, lasciali vivere, vivranno con...”, l’altra: “No non posso farlo. Devo ucciderli, perché se li lascio vivere, in una qualche maniera, moriranno comunque." Perché questo non è un luogo in cui loro possono rimaner vivi, questi figli intesi come la continuazione di una stirpe, di una gente.

- Secondo lei oggi hanno più successo le tragedie originali o le reinterpretazioni?

Io le faccio tutte e due. Io faccio sia quelle originali, in particolare quando andiamo a Siracusa, tra cui Medea, Fedra e ultimamente Orestea, dove facevo Clitennestra e facevo Cassandra. Le tragedie, se le fai in certi teatri giusti, ad esempio il teatro di Siracusa, è stupendo. Invece nei teatri classici, in quelli tradizionali, secondo me sono più forti le riscritture, però è un mio amore questo. Secondo voi?

- Secondo me quando sono reinterpretate riescono magari ad essere più vicine ad un pubblico contemporaneo, mentre quelle originali rimangono un po' più distanti: vengono viste un po' più come delle rappresentazioni, quasi come dei documentari dell’epoca classica. (Intervento di Alessandro De Laurentiis)

È quello che penso anch'io, anche perché sai che c'è? Che tu vedi come un pezzo, come quando vai in un museo: vedi un capitello dorico, vedi un pezzo di un sarcofago,... però diventa un pezzo di pietra, no? Un pezzo di legno. E così negli originali: magari son fatti benissimo, ma rimangono un po' come “archeologizzati”, no? È archeologia. Invece la reinterpretazione, ovvero portare il personaggio più vicino, te lo fa sentire, te lo fa sentire più vivo.

Evento: Medea - regia di Andrea Chiodi (07.04 Sala Teatro LAC)
Intervista di: Marta Meszaros
Fotografia di: Alessandro De Laurentiis

Indirizzo

Via Foce 1
Lugano
6900

Sito Web

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