12/04/2017
REPORTAGE #6
Venerdì scorso Agorà ha intervistato l’attrice ELISABETTA POZZI, vincitrice del premio David di Donatello, dopo lo spettacolo teatrale Medea, che ha avuto luogo al LAC Lugano Arte e Cultura.
Nella rappresentazione, realizzata insieme al regista Andrea Chiodi, ha interpretato una Medea tratta dalle opere dei drammaturghi Euripide, Apollonio Rodio, Bellini, Lars Von Trier, Pasolini e Heiner Müller.
- Come avete scelto le parti da inscenare?
Questo è un lavoro che ho fatto io nel tempo. Ho interpretato la Medea di Euripide a Siracusa nel 2009, quindi l'ho studiata benissimo (alcune parti erano addirittura in greco) e in quell’occasione mi sono dedicata per un anno allo studio della Medea. Da quel momento mi sono letta tante Medee più recenti, poi ho cominciato addirittura a leggere tutta la storia delle Argonautiche: tutta la prima parte, quella che leggo sul libro, sono le Argonautiche di Apollonio Rodio, che raccontano tutta la vicenda di questo viaggio degli Argonauti, con Giasone, verso la Colchide con tutta la storia di Medea, che è una fanciulla, maga. Veramente una storia magnifica, un libro grosso così.
La scelta è avvenuta semplicemente con l'idea di voler raccontare una storia che potesse essere raccontata oggi, quindi raccontare in maniera molto più forte e molto più precisa il fatto che questa sia una straniera, in una terra che non la riconosce, che non la riesce ad accettare. Così diventa anche lei un capro espiatorio in qualche modo. C'è una versione delle tante Medee, quella della Wolf di cui recito l'ultima parte, in cui addirittura pare che una storia precedente a quella di Euripide, Medea fosse raccontata così: lei in realtà non uccide i propri figli, ma glieli uccidono. La gente di Corinto uccide i figli di Medea, per allontanarli, perché avevano paura di loro. Li uccide lapidandoli. In realtà la storia, che si concluda in una maniera o nell'altra, cioè che Medea uccida i propri figli o che glieli uccidano non è questo il punto, è quella che stiamo vivendo in maniera molto forte anche oggi, che l'accettazione dell'altro, del diverso, è difficilissima. E questo diverso può diventare un criminale, perché sono culture che non si riescono ad integrare in qualche maniera, e ci si può provare ma è molto difficile. Quindi noi, il filo rosso che avevamo era quello di seguire questa linea, questo filo che raccontasse la difficoltà di una donna a rapportarsi con delle regole e dei giudizi nuovi. Questa è stata la scelta. Abbiamo preso ciò che ci serviva dai vari testi che abbiamo esaminato.
- È stato difficile mettere tutti i personaggi all'interno di un'unica attrice?
Sì, perché io e il regista, Andrea Chiodi, abbiamo cominciato a pensare che tutta questa storia fosse come un pensiero del personaggio di Medea, in generale diciamo, più come idea di Medea, che se lo ripercorre. Parte appunto dalle Argonautiche e racconta questa storia. Poi comincia addirittura con la nutrice, avete visto e sicuramente riconosciuto nella prima parte la nutrice che dice: "Meglio sarebbe stato se la nave Argo […]". Tutta la parte della nutrice che racconta al pubblico diventa una sorta di coro. E quindi perché? Perché è come se se la dicesse da sola, come fanno spesso poi le persone che perdono la testa, che parlano da sole, si ricordano le cose. Del resto ad un certo punto Euripide le mette in bocca il "noi", anche se del resto era uso far parlare così, come se fosse due persone. Quando lei decide: "Cosa faccio? Uccido i miei figli o no?" e c'è questa parte in cui dice "Io lo devo fare. No, non lo posso fare. Io lo devo fare. No, non lo posso fare. No, rinuncio, rinuncio. No, come faccio?". Tutta questa parte è doppia. Una parte dice: "No, lasciali vivere, vivranno con...”, l’altra: “No non posso farlo. Devo ucciderli, perché se li lascio vivere, in una qualche maniera, moriranno comunque." Perché questo non è un luogo in cui loro possono rimaner vivi, questi figli intesi come la continuazione di una stirpe, di una gente.
- Secondo lei oggi hanno più successo le tragedie originali o le reinterpretazioni?
Io le faccio tutte e due. Io faccio sia quelle originali, in particolare quando andiamo a Siracusa, tra cui Medea, Fedra e ultimamente Orestea, dove facevo Clitennestra e facevo Cassandra. Le tragedie, se le fai in certi teatri giusti, ad esempio il teatro di Siracusa, è stupendo. Invece nei teatri classici, in quelli tradizionali, secondo me sono più forti le riscritture, però è un mio amore questo. Secondo voi?
- Secondo me quando sono reinterpretate riescono magari ad essere più vicine ad un pubblico contemporaneo, mentre quelle originali rimangono un po' più distanti: vengono viste un po' più come delle rappresentazioni, quasi come dei documentari dell’epoca classica. (Intervento di Alessandro De Laurentiis)
È quello che penso anch'io, anche perché sai che c'è? Che tu vedi come un pezzo, come quando vai in un museo: vedi un capitello dorico, vedi un pezzo di un sarcofago,... però diventa un pezzo di pietra, no? Un pezzo di legno. E così negli originali: magari son fatti benissimo, ma rimangono un po' come “archeologizzati”, no? È archeologia. Invece la reinterpretazione, ovvero portare il personaggio più vicino, te lo fa sentire, te lo fa sentire più vivo.
Evento: Medea - regia di Andrea Chiodi (07.04 Sala Teatro LAC)
Intervista di: Marta Meszaros
Fotografia di: Alessandro De Laurentiis