INTERVenti

INTERVenti Rivista culturale italo-tedesca di Monaco di Baviera

redatto a Monaco di Baviera da un gruppo di italiani interessati a valorizzare e promuovere la cultura italiana "emigrata" in Baviera nonché a curare e mantenere la propria lingua.

04/01/2024
01/10/2022

upcoming event
vernissage october 7, 6pm

vernissage | gianna zanafredi
exhibition 7 - 20 oct 2022

spazioarte zeigt eine auswahl neuerer werke der in parma lebenden malerin gianna zanafredi.
zur eröffnung der ausstellung am 7. oktober, 18 uhr, laden wir sie und ihre freundinnen herzlich ein.

spazioarte presents a selection of recent works by the parma-based painter gianna zanafredi.
we invite you and your friends to the opening event on october 7, 6 p.m.

PENSIERO UNICOLettres italiennes(Corrado Conforti)(Foto: Eduardo de Filippo nel film L'oro di Napoli -foto: youtube)Quan...
09/05/2022

PENSIERO UNICO
Lettres italiennes

(Corrado Conforti)
(Foto: Eduardo de Filippo nel film L'oro di Napoli -foto: youtube)

Quando ero bambino c’era in TV una réclame in cui l’indimenticabile Paolo Stoppa riusciva a liberarsi di un seccatore pronunciando parole inesistenti, parole che il seccatore ovviamente non comprendeva. Lo spot si concludeva sempre con questa frase pronunciata dallo stesso Stoppa: “parole, parole senza senso, paroloni”. Ecco, le parole. Le parole, soprattutto se povere di significato, fanno sempre un certo effetto, il quale è tanto più grande, quanto più queste sono vuote, così che ognuno può attribuir loro il senso che a lui conviene. Del resto, come ci ricorda il vangelo di San Giovanni, in principio era il verbo, a significare che non è l’oggetto che si definisce attraverso un termine, ma è il termine che si concretizza quando trova l’oggetto a cui attribuirsi. Ovviamente le cose non stanno così, o almeno non stanno così per la maggior parte di noi; ma per alcuni sì: per coloro cioè che quando sentono (e soprattutto ripetono) una parola o più spesso un’espressione altisonante, si sentono in possesso della verità. Gli esempi non mancano. Io ricordo in particolare una locuzione sentita per la prima volta in quell’anno 1968 che alcuni, più attempati di me, ricordano conquella nostalgia che non è altro poi che il rimpianto dei loro anni giovanili (ma anche della confusione che in quei giorniregnava).

La parola era “sistema”, termine con il quale ci si riferiva alla quantità di dinamiche che regolavano la società e che, per i nostalgici appena nominati, era una struttura coerente che tutto accoglieva. Non occorre dire che le cose non stavano e non stanno così: la società non è un orologio in cui tutti gli ingranaggi agiscono per un risultato finale; se lo fosse non evolverebbe, giacché i meccanismi che ne decidono l’evoluzione sono proprio quelli che non sono coerenti con le linee generali. E però la parola piaceva. Per un unico motivo: perché semplificava e quindi rendeva comprensibile quello che era complesso. Perché sta proprio qui il segreto del successo di certe parole: nel fornire l’illusione che ci sia una spiegazione per tutto, visto che, se la varietà del reale affascina i più accorti, allo stesso tempo sgomenta i meno dotati. Qui però, in riferimento a ciò che ci circonda, sarebbe meglio di parlare di articolazione più che di complicazione, di qualcosa cioè che è sì variegato, ma che è tuttavia spiegabile con la logica (e il filosofo inglese Occam, ci ha avvertito che tra le tante spiegazioni possibili di un fenomeno la più probabile è spessissimo la meno astrusa).

Già, ma se io abbraccio quest’ultima, mi aggrego alla maggioranza e invece io, proprio perché poco informato, proprio perché zoppicante in parecchie cose, voglio credere e far credere al prossimo di saperla lunga. E allora ho bisogno di una spiegazione che mi faccia entrare nell’empireo di quelli che… “l’uomo non è mai stato sulla luna; le scie degli aerei sono chimica velenosa; presto ci sarà un Grande Reset”. Ultima occasione, anzi no, penultima (ora c’è la guerra) per non sentirsi il pulvis, cinisund nihil che ahimè siamo, è arrivato il covid.

Da millenni gli uomini contraggono malattie che provengono dagli animali: si chiamano zoonosi e nel tempo hanno fatto milioni di morti. Il virus di cui ci stiamo lentamente liberando è quello dell’ultima pandemia arrivata dopo varie altre pesti: aviaria, suina etc. Tutto qui. E no! Troppo facile. Secondo i nostri àpoti (quelli cioè che non se la bevono) dietro ci deve essere qualcosa e loro, che sono più furbi degli altri, ci dicono che quella malattia è il risultato di una cospirazione il cui fine è quello di privarli della libertà, perché loro, a causa del loro acume, rappresentano un pericolo per chi sta in alto. A certi deliri l’unica risposta sarebbe il famoso pernacchio di cui nel film “L’oro di Napoli” Eduardo ci ha spiegato la preziosa funzione. Purtroppo per loro però esistono persone che con argomenti inattaccabili smontano certe convinzioni, e siccome i loro ragionamenti hanno il pregio della logica, ecco che i nostri disarmati complottisti reagiscono con fastidio, con violenza e, da un po’ di tempo con i paroloni. “Il tuo è il pensiero unico” gridano a chi con semplicità e competenza li mette, come si dice, in mutande. In fondo però fanno tenerezza: quello che vogliono è solo non sembrare gli sprovveduti che sono. Ecco, sì: costoro hanno in fondo questo unico timore questa unica preoccupazione; non hanno un pensiero unico, hanno un unico pensiero.

NEL SILENZIO DELLA NATURA, IN COMPAGNIA SOLO DI ME STESSO, NASCONO LE MIE NOTE Intervista al pianista e compositore sici...
30/04/2022

NEL SILENZIO DELLA NATURA, IN COMPAGNIA SOLO DI ME STESSO, NASCONO LE MIE NOTE

Intervista al pianista e compositore siciliano Paul R. Cuddle

(Arianna Brandolini)
(foto: Paul R. Cuddle )

Paolo Robino, in arte Paul R. Cuddle, è un pianista che fa parte dell’Associazione culturale musicale “Armonia” nata nel 2010 a Vigevano, una cittadina lombarda in provincia di Pavia dove ha vissuto per alcuni anni. Con l’Associazione Armonia Paul ha realizzato e realizza progetti legati, oltre che alla sensibilizzazione nei confronti della musica classica, alla diffusione della letteratura italiana contemporanea e della filosofia. Oltre ai momenti musicali, che Paul propone e che sono da lui vissuti come momenti di incontro con l’altro attraverso le sue note, è protagonista di progetti che “portano in giro” romanzi italiani prevalentemente con sfondo storico, reinterpretati attraverso parole e musica. Per quanto riguarda l’interesse per la filosofia, soprattutto quella morale ed esistenzialista, l’attività dell’Associazione verte anche su una forma di divulgazione del pensiero filosofico accompagnato dalla musica di Paul Cuddle che ben si presta a portare l’ascoltatore in una dimensione rilassante e riflessiva. A questo proposito, oltre all’attività dal vivo, sono in preparazione dei podcast.

Abbiamo avuto l’occasione di fare due chiacchiere con questo musicista dai mille interessi.

Paolo, tu sei italiano, sei nato in un piccolo paese della Sicilia. Perché un nome inglese?
Il motivo della scelta è legato ai sogni di quando era un ragazzo: in Sicilia avevo un caro amico che mi chiamava Paul, era un po’ il mito del sogno americano, quello che ci faceva volare con la fantasia verso New York e i suoi locali così pieni di musica. E allora quando ho deciso di darmi un nome d’arte ho scelto di chiamarmi Paul. E poi è arrivato Cuddle, in inglese “abbraccio”, perché è quello che voglio fare con la mia musica, abbracciare il mondo. La “R” è il richiamo al mio cognome vero. Di fatto io mi sento da sempre cittadino del mondo.

Però vieni da un paesino molto piccolo…
Si sono nato a Salemi un paese dell’entroterra siciliano vicino a Trapani da cui si vede, in lontananza, il mare. La storia racconta che Salemi, dopo lo sbarco di Garibaldi in Sicilia, è stata addirittura per un giorno capitale d’Italia. La mia è una famiglia di persone semplici, per le quali il lavoro è sempre stato sinonimo di fatica dura e che si aspettava per i propri figli un futuro fatto di quello che è considerato lavoro vero. Quando, quindicenne, determinatissimo, ho detto ai miei genitori che volevo fare il pianista e iscrivermi al Conservatorio non è stato facile, ma ce l’ho fatta. Non è stato facile perché tutti i giorni andavo da Salemi a Trapani, non era un viaggio breve. In Conservatorio ho avuto la fortuna di studiare con alcuni dei migliori maestri del tempo. In Italia ancora oggi chi inizia a studiare pianoforte usa i testi del Maestro Antonio Trombone: il mio Maestro era severissimo ma di quelli che lasciano il segno, che insegnano il rigore e la determinazione che ci vuole se si vuole fare musica seriamente. Le mie giornate di ragazzo passavano tra le lezioni in Conservatorio e ore e ore sul pianoforte. L’obiettivo era quello di diventare concertista di musica classica.

Poi le cose non vanno esattamente come uno sogna da ragazzo…
No, è vero, ma non importa perché io ho una grande fortuna: ho sempre lavorato con la musica.

Perché hai deciso di andartene dalla Sicilia?
Ad un certo punto ho cominciato a sentire stretta la realtà in cui vivevo, che mi aveva dato tanto, ma non mi bastava più. La voglia di darmi altre possibilità, di conoscere gente, di fare esperienze è stata la spinta che, insieme a molto coraggio e a un pizzico di incoscienza, mi ha fatto partire per il nord. Il nord, per me, era Milano, la Milano cantata dai cantautori, Jannacci, Gaber, Vecchioni, la Milano multiculturale, caotica, con le sue luci e i suoi locali, la metropoli. Quelli milanesi sono stati anni intensi, pieni di esperienze e di incontri in cui ho suonato nei locali più belli della città e del nord Italia, negli hotel di lusso, nei teatri come intrattenimento iniziale, durante mostre e cerimonie: di sera suonavo e di giorno scrivevo musica.

Ma a un certo punto hai detto basta…
Sono stati anni importanti, ma poi a un certo punto, pur senza rinnegare niente di quella vita entusiasmante ma frenetica, mi sono reso conto che ero apparentemente felice ma, dentro di me, stavo male. Non ero mai pienamente soddisfatto, ero in continua tensione verso qualcosa che non capivo cosa fosse. Non ero sereno, non ero più io, perché sempre più spesso durante il giorno non riuscivo più a scrivere musica, ero inquieto o apatico, mi sentivo addosso quel male di vivere di cui tante volte avevo letto o sentito nella letteratura e nelle canzoni. Ho sentito che era arrivato il momento di cambiare ancora, di fare davvero quello che mi piaceva e dove mi piaceva.

E sei andato in montagna…
Sì lo so, da un siciliano ci si aspetta che sia un uomo di mare e invece il mio habitat naturale è sempre stata la montagna: il mare è potente, è liberatorio, è addirittura sconvolgente in certi momenti per la sua bellezza, ma la montagna è rilassante. In montagna, in mezzo ai boschi, tra gli alberi o ai piedi di una vetta entro in sintonia con la natura e qui nascono le mie musiche come è nata la mia nuova vita. Io, il mio pianoforte, prati, alberi e montagne. E ho deciso di dedicarmi solo alla composizione di musica, la cosa che, fin da ragazzo, ho sempre amato fare più di ogni altra cosa.

Come nasce la tua musica?
Stare in mezzo alla natura, circondato dai boschi, è una fonte continua di ispirazione: la musica è rilassante, emozionale, ci porta a riflettere su noi stessi e ad ascoltarci, così come ascoltiamo il suono del vento tra gli alberi. Quante volte l’abbiamo sentito e quante volte l’abbiamo davvero ascoltato? I suoni della città non mi permettevano più di ascoltarmi, di guardarmi dentro. Nel silenzio, in solitudine, in compagnia solo di me stesso nascono le mie note.

Che cos’è la musica per Paul Cuddle?
La musica per me è tutto, è fonte di vita, è cura. D’altra parte, come già avevano capito i pitagorici nel quarto secolo avanti Cristo, noi viviamo immersi nella musica, una musica di sottofondo prodotta dai pianeti che si muovono, dalla natura nella quale siamo immersi. È una musica di cui non ci accorgiamo perché c’è sempre, costantemente: sapremmo che c’è se smettesse. E la musica, che è parte di noi, è un balsamo per l’anima, ne allevia le preoccupazioni e i tormenti, la cura. Ma il legame tra la mente, l’anima e il corpo è strettissimo, per cui la musica diventa cura anche per il corpo. Tante sono le testimonianze di filosofi e letterati di tutti i tempi che pensano che una musica dolce e rilassante possa aiutare a curare una ferita e, soprattutto, a rilassare l’animo di chi soffre. La musica ci permette di distogliere la nostra attenzione per alcuni momenti dai problemi e ci fa evadere, ci distacca dalla realtà immediata… permette di abbandonarci a quel flusso di vita e di coscienza che ci unisce a quell’enorme tutto di cui siamo parte, in cui siamo immersi.

Un’ultima domanda: che cosa vuoi dare a chi ti ascolta?
Le mie note vogliono essere un abbraccio, una coccola per chi ascolta, per i diversi momenti della giornata: per quelli in solitudine ma anche per quelli in compagnia. Sono un accompagnamento durante il lavoro o lo studio, alla fine della giornata per recuperare un po’ di quelle energie che la vita quotidiana ci ruba. Sono un bel sottofondo nelle lunghe ore in macchina per “risistemare” le idee o fare il punto su problemi che si devono affrontare. Con la mia musica voglio aiutare le persone a godersi la vita vera, voglio trasmettere questo mio nuovo modo di sentire, aiutare a comprendere il valore profondo di ognuno di noi. Voglio aiutare le persone a stare bene e a rinascere. Come sono rinato io.

https://www.paul-r-cuddle.com/

https://www.youtube.com/c/PaulRCuddleOfficial

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BABBI: DER KLEINE TÄGLICHE GENUSS AUS ITALIEN.(Nicoletta Curradi)(Foto: ufficio stampa)Das italienische Unternehmen Babb...
17/11/2021

BABBI: DER KLEINE TÄGLICHE GENUSS AUS ITALIEN.

(Nicoletta Curradi)
(Foto: ufficio stampa)

Das italienische Unternehmen Babbi, führend in der Herstellung von Zutaten für die Speiseeisesherstellung und von Waffelspezialitäten für Eisdielen, Konditoreien und das Gastgewerbe, ist bereit, seine neue E-Commerce-Plattform auf dem deutschen Markt einzuführen.

Nach dem Start des Online-Shops für den italienischen Markt im vergangenen Jahr hat Babbi beschlossen, den kleinen täglichen Genuss auf Basis von Waffeln und Schokolade auch jenseits der Alpen anzubieten.
In den letzten Jahren hat sich der deutsche Markt als großer Bewunderer unserer Süßwarenspezialitäten erwiesen: Als Kenner von Waffeln hat der Geschmack der Babbi-Produkte den anspruchsvollen Gaumen der deutschen Verbraucher nicht unbeeindruckt gelassen.

DIE GESCHICHTE
Im Jahr 1952 gründete Attilio Babbi, der die Süßwaren und Konditoreikunst liebte, das Unternehmen Babbi mit dem Ziel, einzigartige Süßwarenspezialitäten zu kreieren: So entstanden die Waferini und Viennesi von Babbi, wahrhaftige Geschmackswunder.

Im Laufe der Jahre sind, dank des Engagements seines Sohnes Giulio, seiner Enkel und nun auch der vierten Generation, weitere süße Kreationen entstanden: Waffeln mit Schokoladenüberzug, Pralinen, Mischungen für heiße Schokolade und Streichcremes. Alle Babbi Süßwaren zeichnen sich durch ein außerordentliches Streben nach Qualität und durch Achtsamkeit bei allen Prozessen der Rohstoffverarbeitung aus: von der Auswahl der getrockneten Nüsse und Früchte bis hin zum Rösten, Verfeinern und Verarbeiten des Produkts.

• Waferini: das Aushängeschild der Süßwarenproduktion von Babbi, duftend und köstlich, mit einem einfachen und feinen Geschmack.
• Viennesi: ein Herz aus feinen Waffeln mit Vanillecreme, umhüllt von einer feinen Schicht aus dunkler Schokolade.
• Andere Waffelspezialitäten: Babbini, Gran Waferino, Waferone, Dolcetorta, Babette, Cannoli.
• Pralinen: Bon Bon und Bonette, sehr feine gefüllte Pralinen.
• Cremadelizia: sehr feine streichfähige Cremes in den Geschmacksrichtungen Biscokrok, Kakao, Kaffee, Haselnuss, Haselnuss Suprema, Pinienkern, Pistazie und karamellisierte Feigen.
• Cioccodelizia: Pulvermischungen für heiße Schokolade in der Tasse.
• Gemme: Pistazien aus Bronte DOP, umhüllt von weißer Schokolade.

In dieser Weihnachtssaison gibt es auch Produkte in limitierter Auflage, darunter den köstlichen Adventskalender.

Heute vertreibt Babbi seine Gourmet-Süßwarenspezialitäten auf der ganzen Welt, ohne dabei zu vergessen, wo alles begann. Erfahrene Hände, erlesene Gaumen, leidenschaftliche Menschen: Das sind die Geheimnisse des Geschmacks der Babbi-Spezialitäten, elegante Geschmackswunder, die sich hervorragend als Geschenkidee eignen oder um sich selbst einen kleinen täglichen Genuss.

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04/10/2021

„L’accoglienza e l’integrazione dovrebbero essere un diritto. Accogliere ed integrare dovrebbero essere un dovere“.

Mimmo Lucano lo abbiamo incontrato di persona nel dicembre del 2014, invitandolo a Monaco nell’ambito dell’iniziativa Siamo tutti migranti, organizzata dal Circolo Cento Fiori e Un’Altra Italia, per conoscere e condividere il suo progetto di accoglienza, realizzato nel comune di Riace e magistralmente raccontato dal regista Wim Wenders nel suo film Il Volo.
La notizia di una condanna così pesante, come quella riportata dai media nei suoi confronti, ci ha profondamente turbato. Come Circolo Cento Fiori abbiamo fortemente creduto nell’ utilità del suo progetto, tanto da sostenerlo e cercare di farlo conoscere anche a Monaco. Da migranti quali tutti siamo, sappiamo cosa significhi abbandonare la propria terra e i propri affetti, sappiamo cosa significhi ricominciare da zero in una terra straniera. Ci indigna sapere che chi è dalla parte degli “ultimi”, pur avendo commesso alcuni errori, venga annientato politicamente e socialmente per puri scopi di interesse.

Per questo, insieme a tante voci, vogliamo far sentire anche la nostra, dissociandoci da una sentenza che riteniamo ingiusta e fuori luogo. Il valore dell’accoglienza non può essere svenduto e calpestato in questo modo. Coloro che hanno fatto parte di questo progetto e hanno visto, come noi, quali frutti ha prodotto, continueranno a testimoniare la solidarietà a Mimmo Lucano e a tutte le persone che hanno reso possibile un sogno di molti, volando alto grazie anche ai sorrisi che ha acceso di nuovo sui volti di tante persone meno fortunate di noi.

VIAGGIO IN ITALIALettres italiennes(Corrado Conforti)(Foto ANSA)Parafrasando l'incipit del Don Chisciotte (En un lugar d...
03/10/2021

VIAGGIO IN ITALIA
Lettres italiennes

(Corrado Conforti)
(Foto ANSA)

Parafrasando l'incipit del Don Chisciotte (En un lugar de la Mancha, de cuyo nombre no quiero acordarme) dirò che in un libro, edito qui in Germania, che ha la pretesa di insegnare l'italiano e che io non voglio nominare, anche per evitare una querela per diffamazione, è presente una sgangherata invocazione all'Italia che non ha niente in comune con quella del Parini (Bella Italia, amate sponde) e ancor meno con quella di Leopardi (O patria mia, vedo le mura e gli archi / E le colonne e i simulacri e l'erme / Torri degli avi nostri,). È invece una lista di luoghi comuni, che però piacciono tanto a quei tedeschi che chiedono solo di veder confermati i loro pregiudizi sulla "Terra dove fioriscono i limoni", come la chiama Goethe nel suo Wilhelm Meister.

Ecco, Goethe e il suo viaggio in Italia, quello in seguito al quale completò il sunnominato romanzo. Si deve infatti proprio al grande scrittore e poeta di Francoforte la sviscerata passione che molti dei suoi connazionali nutrono per l'Italia, quella che li obbliga quasi a mettersi i paraocchi per non vedere quanto di sudicio e di marcio c'è nel Paese dove, come ho già ricordato, die Zitronen blühen, (fioriscono i limoni ndr).

Sono ritornato da pochi giorni da quel Paese dove sono nato e dal quale sono scappato più di trent'anni fa e nel quale, ogni volta che ci ritorno, constato un degrado sempre maggiore; uno scadimento del quale mi sono ormai rassegnato a non vedere la fine.

Già Goethe si lamentava della condizione delle strade italiane. Mi chiedo cosa direbbe oggi se si trovasse a spostarsi su una delle vie della Roma da lui tanto amata, su quegli accidentati percorsi dove le buche si alternano ai bozzi, i quali ultimi non sono che buche colmate alla bell'e meglio con un paio di palate di bitume. E cosa direbbe ancora lui, inorridito davanti alla sporcizia di Palermo in cui scopriva presente al suolo uno strato di immondizia ormai compatto, davanti alla cartacce, alle cicche, alla plastica, ai vetri, alle cacche dei cani, a tutte le lordure disseminate sui marciapiedi di quella che fu un tempo la Caput Mundi? Io non so cosa direbbe, ma so che, da quell'uomo intelligente che era, indagherebbe sulle ragioni di tanto luridume, e scoprirebbe che se la causa è l'inciviltà dei cittadini dell'Urbe, la concausa è la mancata rimozione dell'immondizia, giacché a Roma gli spazzini non esistono, e se esistono si nascondono, perché io, ormai da decenni, non li vedo più. Vedo invece ottusi giovanottoni con orrendi tagli di capelli e lo smartphone eternamente in mano che si limitano ad agganciare a un camion cassonetti traboccanti di sacchetti di plastica ricolmi di rifiuti maleodoranti. Una catena solleva poi il container, lo svuota nel camion, e i giovanottoni di cui sopra, senza distogliere lo sguardo dai loro smartphone, lo ricollocano malamente la dov'era, senza curarsi del fatto che spesso qualcuno di quei sacchetti è caduto sull'asfalto, dove presto sarà schiacciato da un auto di passaggio, e il suo contenuto, insieme ai suoi effluvi, si spargerà sulla strada.

L'AMA, la società che dovrebbe curare la pulizia delle strade, occupa oltre 7500 persone, soltanto mille delle quali (secondo quanto comunica il sito della società) svolgono lavoro amministrativo. Ne deriva che in giro per la città dovrebbero esserci circa 6500 "operatori ecologici" (così si autodefiniscono i sunnominati giovanottoni) e che, se tutti, scopa alla mano, svolgessero il loro lavoro, la città dovrebbe essere, se non uno specchio, almeno non quell'infinito immondezzaio che è. Viene perciò il dubbio che la mattina i nostri "netturbini" (così si chiamavano un tempo quando già l'insopportabile politicamente corretto muoveva i primi passi) invece di svolgere il lavoro per il quale sono pagati, occupino il tempo diversamente. E tutti sanno che le attività sostitutive del dovere sono sempre infinite. C'è per esempio uno di costoro che da qualche anno appare su YouTube in veste di opinionista tuttologo. Vi lascio immaginare la profondità dei suoi commenti, i quali tuttavia, per il tono plebeo che li caratterizza, sono divertenti.

Perché la plebe è volgare e feroce, ma anche spassosa, ed è una constatazione questa che da Plauto a Giuseppe Gioachino Belli hanno fatto parecchi letterati, consci del fatto che il divertimento nasce dalla contrapposizione della forma plebea a quella canonica, dallo storpiamento della lingua, dall'esagerazione rispetto alla misura. Il problema nasce quando l'eccesso diventa regola, quando l'intera società si plebeizza. Ed è proprio quello che sta accadendo in Italia e in particolare a Roma. Il galleggiamento nel letame diventa allora modus vivendi e il rifiuto e lo sdegno si trasformano in rassegnazione.

Viene in mente a questo punto quella barzelletta in cui in un ipotetico inferno i dannati erano immersi fino al mento nella c***a. "Non si starà poi così male. - commentava uno di loro a cui era stata concessa la scelta della punizione - Alla puzza prima o poi ci si abitua". Ma, una volta immersosi, ecco che spuntava un diavolaccio e urlava a squarciagola "La ricreazione è finita! Tutti sotto!"

PICCOLI POLIZIOTTILuoghi comuni e comportamenti che fanno la differenza(Gianni Minelli) (Immagine da: disegnidacolorare-...
11/09/2021

PICCOLI POLIZIOTTI
Luoghi comuni e comportamenti che fanno la differenza

(Gianni Minelli)
(Immagine da: disegnidacolorare-gratis.blogspot. com)

Ho sempre pensato che una delle differenze più spiccate tra la mentalità tedesca e quella italiana fosse nel rapporto dei cittadini con le istituzioni. Si tratta certo di uno dei tanti luoghi comuni dei quali si potrebbe parlare all’infinito, anche se questo non significa per forza che ciò sia spiacevole o inutile.

Secondo me in Italia le istituzioni statali sono spesso viste come qualcosa da rispettare, temere ma anche di cui diffidare, come si farebbe con un potenziale nemico. Mi vengono in mente molti esempi, il più inflazionato è il rapporto delle persone col fisco: nessuno, in nessuna nazione al mondo paga volentieri le tasse, eppure in Italia abbiamo spesso il sospetto che quei soldi non vengano utilizzati per il bene comune, ma che finiscano nelle tasche di dipendenti corrotti oppure “consumati” negli ingranaggi di una burocrazia inutilmente ipertrofica. Il tentativo di evadere il fisco finisce così per diventare giustificato e quasi un diritto come quello del difendersi dalla corruzione. Fino a qualche tempo fa - o forse talvolta anche adesso - si poteva certe volte scegliere al ristorante se pagare con la ricevuta fiscale oppure così, “semplicemente”, con un piccolo sconto. In realtà in ormai 35 anni di Germania, non posso dire che tale offerta non mi sia mai stata fatta, ma ben più raramente.

Non sono sicuro se qui a nord delle Alpi le pene previste per l’evasione fiscale siano più severe che in Italia – sono portato a pensare che sia invece proprio il contrario – ma forse qui i controlli sono più severi.

Mi sono talvolta sentito dire da conoscenti tedeschi che non è assolutamente vero che in Germania la corruzione non esista, ma che qui sono più bravi a farlo. Non posso immaginare che pure in questo i tedeschi siano veramente migliori degli italiani, però devo ammettere che in Germania alla fine i contributi fiscali sembra vengano opportunamente utilizzati e i progetti vadano davvero a buon fine come invece troppo spesso non accade nel Belpaese.

Ho un altro esempio che mi sembra molto significativo, quello del “Fahrerflucht”, letteralmente “il guidatore che scappa”, traducibile nel caso di voglio parlare un po’ impropriamente con “omissione di soccorso”. Infatti si tratta in certi casi di sfuggire dal prendersi la responsabilità di un danno talvolta anche piccolo che si è provocato in un incidente stradale. Penso si possa tradurre anche con “comportarsi da pirata della strada”.

La legislazione penale che regola questo delitto mi appare molto severa in Germania per quanto riguarda gli incidenti di piccola entità. Se qui a Monaco, nella manovra di parcheggiare, io semplicemente “tocco” un’altra macchina, sono obbligato a chiamare la polizia, che deve controllare se sia avvenuto un danno ed eventualmente accertarne la responsabilità. Se invece faccio finta di niente oppure reputo che non ci sia stato alcun danno e non chiamo la polizia, allora posso essere appunto accusato di “Fahrerflucht”, di essermi comportato da pirata della strada, con conseguenze spiacevoli come multe e punti sulla patente. È vero comunque che non mi piacerebbe trovare un danno alla mia macchina parcheggiata senza poter avere un responsabile a cui richiedere un indennizzo.

Tuttavia, se per caso fossi testimone di qualcuno che per parcheggiare “tocca” con la sua un’altra macchina in sosta e se ne va come se non fosse successo niente, non so se mi metterei a chiamare la polizia. Cioè invece lo so, non lo farei, perché ho cromosomi ancora italiani. La gran parte dei tedeschi che ho conosciuto lo farebbe. Ho sentito diverse volte di qualcuno che affacciato alla finestra ha osservato per caso un piccolo incidente e alla fine ha chiamato lui stesso la polizia per denunciare il fatto. Di fare una cosa del genere spesso un tedesco si sente in dovere, chissà forse potrebbe essere anche accusato di complicità se non lo facesse.

In Italia è diverso, nessuno probabilmente “disturberebbe” i poliziotti per una quisquilia, anzi, allungherebbe il passo e farebbe finta di niente, per non essere coinvolto, perché tanto non serve a niente, perché in fondo non sono affari suoi. Eppure il “piccolo poliziotto” che ha osservato e chiamato la polizia si sente in fondo di appartenere fortemente a questa società, a questo stato che tutela e protegge chi è vittima di soprusi e si affida ad un sistema che teme sì, ma al quale conta di potersi appoggiare.
In Italia abbiamo purtroppo perso questa fiducia e troppi sono presi dal farsi i fatti loro, non sentendosi più parte di un tutto: l’altro, gli altri, lo Stato sembrano purtroppo diventati un nemico da cui guardarsi.

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IL PROGETTO "MALENKAYA STRANA", OVVERO LA LUCE IN FONDO AL TUNNEL E UN PRIMO PASSO PER RIPARTIRESostegno e accoglienza d...
01/08/2021

IL PROGETTO "MALENKAYA STRANA", OVVERO LA LUCE IN FONDO AL TUNNEL E UN PRIMO PASSO PER RIPARTIRE

Sostegno e accoglienza dei bambini delle zone contaminate di Chernobyl

(Daniele Verri)
(FOTO: Il gruppo dei bambini di Chernoby, fonte: Associazione Chernobyl di Maranello)

Se è vero che l’attesa aumenta il desiderio, come mirabilmente ci ha mostrato Giacomo Leopardi ne “Il sabato del villaggio”, lo stesso non si può dire dell’affermazione del filosofo tedesco Gotthold Ephraim Lessing, ovvero che l'attesa del piacere sia essa stessa il piacere.

La differenza può sembrare sottile, ma a uno sguardo più attento appare invece evidente. A fornircene la prova sono i quattro membri della delegazione dell’Associazione Chernobyl di Maranello, Fiorano, Formigine OdV che da poche settimane sono rientrati da Zhlobin, Bielorussia, dove un gruppo di bambini delle zone contaminate dalla tragedia nucleare del 1986 ha trascorso una vacanza terapeutica al Centro Praleska, struttura statale di risanamento per bambini.

Gli oltre venti mesi passati senza poter incontrare di persona i loro “bimbi bielorussi” a causa del Covid, che assieme alle recenti turbolenze politiche ha impedito qualsiasi scambio umanitario tra i due Paesi, hanno di certo aumentato il desiderio delle famiglie accoglienti di riabbracciarli, ma è quantomeno forzato dire siano stati particolarmente piacevoli. E a giudicare dalle loro reazioni, lo stesso deve valere anche per i bambini.

Speranze di aperture puntualmente disattese e contatti con le autorità locali molto spesso infruttuose li hanno in realtà resi un incubo. Per fortuna un piccolo risveglio c’è stato e dopo tanto tempo una delegazione di un’associazione italiana, pur al termine di un viaggio abbastanza tortuoso e dopo due voli acquistati e in seguito cancellati, ha potuto finalmente entrare in territorio bielorusso.

L’obiettivo era quello di verificare, assieme al presidente dell’Associazione S. Matteo Onlus di Nichelino, che assieme ai volontari del territorio modenese segue numerosi progetti in loco, la bontà e il funzionamento delle strutture del centro. Al motto di “Se non possiamo fare accoglienza in Italia, facciamola a distanza,” a circa novanta bambini provenienti dalla zona di Gomel è stato finanziato un soggiorno che si è svolto tra visite mediche e bagni termali in piscina, visite alla grotta del sale e momenti di gioco assieme agli amici, attività sportive e pasti in comune.

Il giudizio finale? Assolutamente ottimo, alla luce dell’impegno di accompagnatori e responsabili del centro, delle strutture mediche presenti e della quantità e qualità del cibo.

Vale la pena fornire un paio di dati per capire quanto siano importanti e attuali queste iniziative. Si pensa che il disastro di Chernobyl, accaduto ormai 35 anni fa, faccia parte del passato. Ciò che purtroppo non lo è sono le sue conseguenze.

Le misure dell'Istituto bielorusso Belrad di radioprotezione indicano che per molti anni ancora nei territori contaminati rimarranno attivi vari isotopi radioattivi. In particolare il Cesio 137, quello che più preoccupa, continuerà a esserlo per circa 250 anni. Per il Plutonio invece, fuoriuscito per fortuna in quantità minore rispetto al Cesio, si parla di migliaia di anni prima del suo decadimento definitivo.

Ogni anno l'Istituto Belrad esegue misurazioni su bambini che partecipano a soggiorni terapeutici lontani dalle zone contaminate dove risiedono. Nel corso del 2020 queste misurazioni hanno confermato che, con un mese di risanamento al di fuori dei loro territori, i bambini perdono circa il 50% della radioattività accumulata, soprattutto attraverso l'alimentazione, nei loro anni di vita.

Cose semplici come mangiare sano, fare alcune visite mediche basilari e praticare attività sportiva migliorano in maniera sostanziale la loro vita, addirittura la salvano nei casi più seri.

Il progetto di accoglienza a distanza “Malenkaya Strana” (Piccolo Paese) è solo uno dei tanti che le due associazioni seguono e finanziano sul territorio bielorusso. Ve ne sono altri simili come il progetto Casa Italia e quello Rugiada di Verso Est Onlus e Legambiente, attraverso i quali quest’estate altri 36 bambini della provincia di Gomel usufruiranno di un periodo di risanamento terapeutico; ve ne sono anche di diversi, come il progetto sociale Eugheny, orientato alla prevenzione del disagio minorile, o il sostegno diretto offerto alle scuole dei villaggi di Malozhin, Asarevici, e Krasnoe, frequentate da molti dei bambini di cui sopra.

E questo in parallelo e in attesa di poter finalmente riaccogliere i bimbi in Italia. Per chi viene da una realtà così difficile, trascorrere un mese da noi significa curare la propria salute e ricevere nuovi stimoli mentali e affettivi. Dai primi anni 90 sono stati oltre mezzo milione i bambini bielorussi giunti sul nostro territorio, grazie al supporto di tanti volontari e di migliaia di famiglie italiane. Nel suo piccolo, in 25 anni d’attività l’Associazione Chernobyl di Maranello, Fiorano, Formigine OdV ne ha accolti quasi 500.

Dopo la scorsa estate, caratterizzata da un clima d’incertezza che ha fermato qualsiasi progetto di accoglienza, nemmeno quella del 2021 ha portato le riaperture sperate. L’obiettivo ora è dicembre 2021, nella speranza che le tensioni politiche si plachino e che la pandemia allenti in maniera definitiva la sua morsa. Perché ciò di cui questi bambini hanno davvero bisogno sono affetto e cure, di cui nessuna ragione di stato o situazione sanitaria ha il diritto di privarli.



info:
http://www.assochernobyl.it/
http://www.sanmatteoonlus.org/

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