Rettangolo di Gioco

Rettangolo di Gioco Storie di Calcio & Società

Mourinho è l’unico avversario che Guardiola non riesce a ba***re, rinunciando persino alla contesa, abdicando al tentati...
10/12/2024

Mourinho è l’unico avversario che Guardiola non riesce a ba***re, rinunciando persino alla contesa, abdicando al tentativo di portare lo scontro nel terreno a lui più favorevole.

Forse il passare del tempo ha sfumato i ricordi di Pep ma lo Special One dimostra di essere sempre el p**o jefe della comunicazione e della polemica. Il catalano è un abile comunicatore ma quando si scontra con il portoghese viene pervaso dalla frustrazione, dalla consapevolezza di non poterlo ba***re, sensazione sconosciuta per un collezionatore seriale di titoli.

Alza le mani, si ritira, ha l’ansia di chiudere la questione. Di andare oltre.

Mourinho è in un certo senso la criptonite di Guardiola. La carriera di Mourinho è ormai una parabola discendente.

Ma di fronte alla stampa è sempre lui e solo lui el p**o jefe.

Due anni dal miglior Messi versione “villain”. Si rivolge a Van Gaal e si esibisce nel Topo Gigio di Juan Romàn Riquelme...
09/12/2024

Due anni dal miglior Messi versione “villain”.

Si rivolge a Van Gaal e si esibisce nel Topo Gigio di Juan Romàn Riquelme, di cui il santone olandese è nemico giurato.

Che mastica fiele, impotente davanti al più grande di tutti.

Uno dei segnali più eloquenti dell’incessante trascorrere del tempo, da accettare con serena rassegnazione, è la fascina...
30/11/2024

Uno dei segnali più eloquenti dell’incessante trascorrere del tempo, da accettare con serena rassegnazione, è la fascinazione nei confronti di giovani giocatori con un’età inferiore alla nostra. Tutto procede nella norma finché gli idoli, quelli di cui portare la maglia con nome e numero al mercato il sabato mattina, o da esporre nei social network e cellulari, al posto della foto di coppia di rito, sono più grandi: l’ammirazione nei confronti delle persone più mature è un evento naturale, ineluttabile. E’ ancora accettabile quando sono, più o meno, pari età: pure l’immedesimazione nei coetanei di successo è un evento naturale. C’è, anzi, una sorta di fierezza nella condivisione dell’anno di nascita, come se, in fondo, il merito di tanto talento fosse un pò anche nostro.

Ma come ci si rapporta all’ammirazione per il calciatore di vent’anni quando se ne hanno il doppio? Quando si potrebbe essere coetanei del padre? Lo confesso: è un problema che non ho ancora risolto.

Il mio problema, nello specifico, ha un nome e un cognome: Pablo Martín Páez Gavira, per tutti semplicemente Gavi, nato il 5 agosto 2004.

Articolo completo su rettangolo di gioco. Link in bio

Nell’immagine divina di Diego Maradona ci sono una serie di imperfezioni o stonature che lo rendono più umano. Pensate a...
25/11/2024

Nell’immagine divina di Diego Maradona ci sono una serie di imperfezioni o stonature che lo rendono più umano. Pensate all’aspetto fisico: basso e con la tendenza a prendere facilmente peso. Immaginatelo nel calcio iper fisico di oggi, quello delle sedute in palestra, dei corpi da Iron man costruiti a tavolino, alla ricerca del superuomo instancabile e indistruttibile. O pensate alla sua vena autodistruttiva: le droghe, le frequentazioni discutibili, gli scatti d’ira, il ricorso agli espedienti. Debole, contraddittorio, semplicemente un essere umano come tutti noi, con un piede mancino prestato direttamente da Dio (oltre alla mano, ça va sans dire).

Manca, Diego. Manca la sua naturale propensione alla difesa degli ultimi, degli emarginati e dei poveri. Lui che povero ed emarginato lo era dal principio, e lo è rimasto nonostante la fama e i contratti milionari.

Maradona ha rappresentato le virtù dell’uomo di successo con i vizi dell’uomo di strada. Perché Maradona poteva esserlo solo lui, predestinato, ma Diego siamo un po tutti.

4 anni senza D10S, uno che ha rispettato e amato il gioco del calcio, che anche a un matrimonio, con indosso uno smoking bianco sartoriale, avrebbe stoppato di petto un pallone carico di fango che fosse passato dalle sue parti.

Viva el fùtbol! Viva El Diego!

Ph Wikicommons

Non ce ne voglia il Manchester City ma un pò ci abbiamo sperato. Pep Guardiola che saluta e inizia una nuova avventura, ...
23/11/2024

Non ce ne voglia il Manchester City ma un pò ci abbiamo sperato. Pep Guardiola che saluta e inizia una nuova avventura, magari sulla panchina del Brasile o in un nuovo campionato. L’addio di Begiristain in cabina di regia sembrava suggerire davvero la fine di un’era.

E invece Guardiola ha firmato per ulteriori due anni e fine dei sogni. Non solo, nella prima conferenza stampa post rinnovo si è idealmente legato ancor di più alla panchina dei citizens, dove siederà anche nel caso di retrocessione del club per via giudiziaria.

E se fosse questa la nuova esperienza Guardioliana che meritiamo? Pep che riparte dalla championship, che accetta di lottare nel fango delle categorie minori dopo essersi esibito nei teatri europei più esclusivi.

Anni fa, riferito al suo idolo Bielsa, disse che lui non sarebbe mai riuscito a portare il Leeds in premier.

Forse, segretamente, ci speriamo. Ormai tutti i livelli della carriera di Guardiola sono sbloccati: titoli in serie e soprattutto una palese egemonia culturale sull’interpretazione del calcio calcio.

Questo è un appello alla FA: retrocedete il City!



Ph. Wikicommons

Qualche giorno fa, in occasione della settimana di eventi dedicata a Gigi Riva per il suo ottantesimo compleanno, aveva ...
13/11/2024

Qualche giorno fa, in occasione della settimana di eventi dedicata a Gigi Riva per il suo ottantesimo compleanno, aveva ribadito, per l’ennesima volta, la specialità del rapporto che lo lega a Cagliari. Esperienza superiore a quella di Leicester, dove pure ha vinto un titolo memorabile.

Il rapporto privilegiato pare non essere solo con la città sarda perché, a quanto pare, è ormai certo il suo ritorno sulla panchina delle Roma nel più classico del “non c’è due senza tre”.

Sarebbe stato più facile godersi la pensione, attendere la chiamata della nazionale, ma lo spirito di servizio ha prevalso anche stavolta. Come ha detto lui stesso, quando la Roma chiama, si può solo dir si.

Se ne è andato nelle scorse ore Rachid Mekhloufi, leggenda algerina del Saint Etienne. Il suo nome è legato indissolubil...
09/11/2024

Se ne è andato nelle scorse ore Rachid Mekhloufi, leggenda algerina del Saint Etienne.

Il suo nome è legato indissolubilmente al Fronte di Liberazione Nazionale dell’Algeria. Lo stesso che, per restare ai confini geopolitici francesi, ispirerà poi quello corso, fondato qualche anno dopo.

Cosa c’entra un calciatore con un movimento armato che si batte per l’indipendenza della nazionale africana dalla Francia?

Mekhloufi è il leader spirituale della nazionale di calcio del FLN algerino che, negli anni 60, viene costituita e gira il mondo per raccogliere fondi da destinare alla causa dell’indipendenza, in una sorta di deja vù della missione di Euzkadi, la nazionale basca emblema di resistenza durante la guerra civile sp****la.

Rachid, che pure aveva ottenuto la convocazione con la nazionale transalpina, fa una scelta di campo netta: elegge a sua patria l’Algeria, ne sposa le istanze, ne condivide l’anelito di libertà dal giogo coloniale francese.

Quella nazionale fa la storia, con la maglia verde indosso, a richiamare l’islam, e il bianco, per circondarsi della purezza che rappresenta.

Il calcio come mezzo per l’affermazione dell’individualità di un popolo. E Rachid ne è l’alfiere.

L’Algeria riesce a ottenere l’indipendenza, a farsi finalmente Stato e un pò del merito è anche suo.

Leggenda



Ph. Federazione Francese di calcio

Il Sogno di Futbolandia è quello che si può definire tranquillamente un capolavoro. Un testo di cui dovrebbero garantire...
09/11/2024

Il Sogno di Futbolandia è quello che si può definire tranquillamente un capolavoro.

Un testo di cui dovrebbero garantire ristampe continue, per permetterne la fruizione a tutti, continuamente. Invece è oramai un pezzo raro, da collezione, che di certo ne accresce anche simbolicamente il valore ma che, in un certo senso, lo tiene ristretto a una elite di fortunati.

Il libro è un tributo alla bella scrittura e alla passione per il gioco, quello vero.

Qui un passaggio che definirei il manifesto del calcio:

“In cosa credono gli amici del successo? Nel risultato, è evidente. A costoro suggerisco di andare allo stadio direttamente al novantesimo minuto e di guardare verso l’alto, dove di solito c’è il tabellone elettronico. Che gliene importa della partita? È il momento di verificare il risultato e scrivere la cronaca. Gloria al vincitore e bastonate allo sconfitto”.

Gloria a Jorge Valdano, gloria al Fùtbol!

Ricordate cosa facevate a 16 anni e otto mesi? Forse stavate preparando l’interrogazione di latino, o forse, a quest’ora...
08/11/2024

Ricordate cosa facevate a 16 anni e otto mesi? Forse stavate preparando l’interrogazione di latino, o forse, a quest’ora, eravate in piazzetta con gli amici, a impennare in motorino per fare colpo sulla ragazzina di turno oppure nascosti in qualche anfratto del parco pubblico a fumare la prima sigaretta.

O forse, se appassionati di calcio, stavate pregustando la partita del sabato o della domenica (questo dipende da quanti anni fa avete avuto 16 anni e 8 mesi). Magari con biglietto dello stadio alla mano. Forse stavate prendendo appuntamento per il ritrovo al bar del paese dove le trasmettevano in diretta.

Non so cosa stia facendo Francesco Camarda stasera, a 16 anni e 8 mesi circa.

Ma so per certo cosa farà domani, alle ore 18, a Cagliari: sarà titolare nel Milan, schierato al centro dell’attacco rossonero. Magari cercherà di riassaporare nuovamente la gioia del gol che in europa gli ha letteralmente strappato la tecnologia, forse mai cosi odiata da un sedicenne.

La storia è tutta da scrivere. Intanto congratulazioni a Francesco Camarda. 16 anni e 8 mesi circa, calciatore professionista.

Mi sono sempre chiesto cosa portasse una persona comune a sacrificare ore della propria giornata per andare a rendere l’...
07/11/2024

Mi sono sempre chiesto cosa portasse una persona comune a sacrificare ore della propria giornata per andare a rendere l’ultimo saluto al personaggio famoso di turno, appena passato a miglior vita. Perché andare a un momento cosi intimo di una persona che, di fatto, non si conosce? Perché turbare quell’esigenza dei parenti di vivere con i propri cari quel momento di atroce sofferenza, di riappropriarsi, almeno in quegli istanti, della sua dimensione privata?

Non ho mai trovato una risposta e non la so dare neppure ora, nonostante che io stesso, senza esitare un secondo, abbia deciso di sacrificare il mio pomeriggio di una tiepida giornata del mite inverno cagliaritano per accompagnare Gigi Riva nell’ultimo viaggio.

Forse perché era una persona a cui semplicemente volevamo bene, bene per davvero. Anche chi non lo ha visto giocare, anche chi lo osservava rispettosamente passeggiare in Via Paoli, con l’immancabile sigaretta tra le dita, solo per dire agli amici “oggi ho visto Gigi Riva”. Per i più coraggiosi anche l’ho salutato; per gli impertinenti anche il selfie di rito, reliquia di inestimabile valore.

La sua morte lo ha restituito alla dimensione umana, noi che eravamo convinti fosse un entità immortale, di non si sa bene quale materia. Ma qualcosa di resistente, comunque.

Ha vinto uno scudetto, ha fatto 35 gol in 42 partite con la nazionale. Ma la verità è che gli avremmo voluto bene comunque.

Perché aldilà delle statistiche, che onestamente ci interessano poco, lo abbiamo amato, lo amiamo e lo ameremo ancora per il suo farsi capopolo, per averci difeso, per non averci tradito, per esserci stato sempre. Cagliari gli ha tributato gli onori del Capo di Stato e sicuramente lo è stato più di qualunque altro.

E chi ci va più in Via Paoli, senza la speranza di poterlo vedere e dirlo agli amici?

Ah, una volta, gli ho anche rivolto la parola. Era il 7 novembre, era seduto al classico bar di San Benedetto e gli ho detto solo auguri, Signor Riva. Mi ha ringraziato, sorridendomi.

Quello, per pudore, non l’ho mai detto ai miei amici.

Auguri, Signor Riva.

Quando vedo qualche giocatore fuori dal normale, davvero fuori dal normale, la mia mente corre alla famosa telecronaca d...
04/11/2024

Quando vedo qualche giocatore fuori dal normale, davvero fuori dal normale, la mia mente corre alla famosa telecronaca di Victor Hugo Morales del gol del secolo contro l’Inghilterra. In un misto di esaltazione, gioia, stupore, si rivolge a Diego e gli chiede da quale pianeta provenga perché quello a cui ha appena assistito pare inumano, innaturale, un gesto a esclusivo uso e consumo di essere viventi dall’intelligenza superiore.

Ho pensato a quel relato quando ho visto Lamine Yamal ballare esibendosi in una dolce piroetta vicino alla sua area, con la tranquillità do chi lo fa contro gli amici al campetto di quartiere e soprattutto quando ha inventato quell’assist visionario di esterno per Dani Olmo.

Non so da che pianeta venga ma di sicuro da uno dove si gioca a calcio in un modo che qui hanno conosciuto solo pochi interpreti.

Ha solo 17 anni, cosa può diventare?

Nel trentesimo anniversario dal suo approdo in prima squadra si ha un po la percezione che Raúl González Blanco, da cita...
02/11/2024

Nel trentesimo anniversario dal suo approdo in prima squadra si ha un po la percezione che Raúl González Blanco, da citare con il nome rigorosamente integrale, sia stato ingiustamente sottovalutato nel racconto calcistico di questi ultimi anni. Come che non avesse titolo adeguato per stare nel Real Madrid dei galacticos, lasciato per una sorta di sentimento di compassione. Perché in fondo 228 gol, nell’epoca di Cristiano Ronaldo, sono il minimo sindacale che può essere raggiunto da chiunque.
Eppure tra chi ha vissuto da ragazzo il Real di quegli anni, tutti volevano essere Raúl. Uno speciale già dal numero di maglia: abituati agli attaccanti con il 10 e il 9, quel 7 sembrava una cosa un po naif, una concessione all’esotismo.
Aveva un mancino delicato, che si approcciava al pallone con gentilezza, quasi timidezza, ma che non aveva problemi a usar violenza quando c’era da mandarla oltre la schiena del portiere avversario. Raúl Gonzalez Blanco era l’anima del Real e uno dei più forti giocatori di quell’epoca.
Quando Florentino Perez decide di consegnare alla storia il real dei galattici (e dei pavones), Raúl resiste, si accontenta di ruoli in campo un po più marginali, a calpestare zolle che ne contengono l’elegante ma spietata efficacia. Ma arriva inesorabilmente il momento di fare i bagagli e lui, in silenzio, accetta di segnare gli ultimi gol altrove.

Ecco, forse il suo stile cosi composto lo ha un po penalizzato, non tanto durante la carriera quanto nel racconto odierno dove hanno risalto Zidane, Beckham, il Fenomeno, Figo, Redondo. Pare che persino Guti venga “premiato” più di lui, con i frequenti video delle sue giocate sui social.

Ecco, noi, che lo abbiamo visto giocare e volevamo essere lui, volevamo solo dire, in questo anniversario, che Raúl Gonzalez Blanco, nome da principe troppo indietro nella linea di successione per esser Re, è stato un fenomeno vero.

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