23/07/2026
Stellantis e Brasile: una storia che ricorda l’Italia, oppure no?
ha appena annunciato un investimento da 5,2 miliardi di euro in Brasile entro il 2030, celebrando i 50 anni dello stabilimento di Betim. Ma leggendo i dettagli di questa operazione, non ho potuto fare a meno di provare un forte senso di déjà-vu (nonostante non abbia vissuto quegli anni).
I numeri parlano di 2.000 nuove assunzioni dirette, ricerca e sviluppo locale, e soprattutto di una catena di fornitura localizzata al 95%. Nelle parole del CEO Antonio Filosa: “Non importiamo e non lavoriamo con kit di montaggio: localizziamo la produzione”.
Vi ricorda qualcosa?
A me ricorda l’Italia di qualche decennio fa. Un ecosistema in cui le venivano non solo pensate e disegnate, ma costruite interamente sul nostro territorio. Un periodo in cui attorno a marchi come , o prosperava un tessuto sterminato di piccole e medie imprese fornitrici. Oggi, di quel modello integrato, nel nostro Paese è rimasto pochissimo.
Certo, paragonare la storia industriale italiana a quella del Brasile attuale sarebbe una forzatura, ma le similitudini fanno riflettere: vediamo un modello di business un tempo fiorente da noi, che oggi prospera altrove.
Perché il Brasile ci riesce oggi? Oltre a un mercato interno enorme, c'è’probabilmente un fattore geografico e geopolitico. La distanza dai grandi poli produttivi asiatici e gli alti costi della logistica navale (uniti a politiche protezionistiche del governo brasiliano) rendono quasi obbligatoria la produzione in loco. Persino i giganti cinesi come BYD e GWM, per vendere in Sudamerica, stanno aprendo fabbriche lì, rinunciando alla semplice esportazione.
Forse la lezione che ci arriva da oltreoceano è proprio questa: nell'era delle tensioni globali, il "chilometro zero" industriale non è solo un vanto, ma uno scudo necessario per far sopravvivere il settore.
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