Caterina Giordano Psicologa

Caterina Giordano Psicologa Mi chiamo Caterina, sono una psicologa e scrittrice, e da qualche anno accompagno le persone in percorsi di crescita personale e trasformazione interiore.
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Unisco psicologia del profondo all' orientamento strategico per accompagnare ogni anima a comprendere il proprio mondo interiore e a trasformarlo in un cammino di libertà e benessere psicofisico. ✨
📍Agropoli-Roma e ovunque tu sia ! Il mio cammino è iniziato molto tempo fa con la psicologia del profondo:
ho incontrato Jung, Carotenuto e altri autori che fanno parte di quella corrente che dà valo

re ai simboli, ai sogni e all’inconscio come linguaggio dell’anima. Da loro ho imparato che tutto ciò che viviamo all’esterno è lo specchio di ciò che accade dentro di noi, e che anche il dolore, se ascoltato con consapevolezza, può diventare un ponte verso la guarigione. Col tempo, questa ricerca mi ha portata ad avvicinarmi anche alla Cabala, che considero una forma di psicologia spirituale: una mappa simbolica dell’anima che insegna a leggere le dinamiche interiori attraverso i principi universali e le leggi della vita. Nella Cabala ho ritrovato ciò che Jung intuiva nei suoi studi sull’alchimia: la trasformazione come processo naturale dell’essere umano, un dialogo continuo tra luce e ombra, spirito e materia. Parallelamente, ho scelto di formarmi nella psicoterapia breve strategica, un approccio concreto, centrato sull’azione e sulla risoluzione dei blocchi emotivi. Ho scoperto così che i due percorsi — quello simbolico e quello strategico — non si escludono, ma si nutrono a vicenda. La psicologia del profondo ci mostra perché soffriamo. La terapia breve strategica ci insegna come smettere di farlo. E in mezzo, la spiritualità ci restituisce il senso del nostro cammino. Quando non lavoro, mi piace camminare nella natura, osservare il mare, ascoltare il silenzio. Sono momenti in cui ritrovo la mia natura introversa e contemplativa, da cui nascono spesso le mie riflessioni e le mie scritture. Credo che ognuno di noi porti dentro di sé una conoscenza antica: la capacità di guarire, evolvere e ritrovare il proprio centro. Il mio lavoro è aiutare a riconnettersi a quella parte autentica, con delicatezza, metodo e rispetto dei tempi interiori.

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𝐋𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐭𝐞 𝐞̀ 𝐧𝐚𝐭𝐚 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐚𝐮𝐫𝐚Conosci quella sensazione? Devi essere sempre la persona forte, quella che...
12/01/2026

𝐋𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐭𝐞 𝐞̀ 𝐧𝐚𝐭𝐚 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐚𝐮𝐫𝐚

Conosci quella sensazione?
Devi essere sempre la persona forte, quella che non crolla mai, che risolve tutto, che tiene insieme i pezzi di tutti.

E quando qualcuno ti fa i complimenti per quanto sei "cresciuta", senti un vuoto dentro.
Perché sai la verità: non sei migliorata per scelta personale ,no,non hai potuto fare altrimenti.

Ti sei adattata per sopravvivere.

Ho visto questo schema svariate volte: donne brillanti, capaci, ammirate da tutti.
Poi arrivano nel mio studio con emicranie croniche che nessun farmaco riesce a fermare...
O con una gastrite che brucia ogni giorno...
O con attacchi di panico "inspiegabili" proprio quando,apparentemente, nella vita sembra andare tutto bene....
La verità? Il sintomo non è casuale.
È l'unico modo che il corpo ha trovato per dirti: "Basta. Non ce la faccio più a reggere questa facciata."

Quello che in psicosomatica chiamiamo "corazza caratteriale" è proprio questo: hai costruito un'armatura così spessa per proteggerti dal dolore del rifiuto, dell'abbandono, del giudizio, che ora quella stessa armatura ti soffoca.

Quando vivi sempre cercando di essere ciò che gli altri si aspettano, perdi il contatto con chi sei davvero.
I tuoi desideri diventano sempre più confusi - ad esempio non sai più se vuoi quella cosa o se "dovresti" volerla.
Le tue emozioni vengono soffocate - rabbia che diventa stanchezza, tristezza che si traveste da irritabilità, bisogni che non osi nemmeno nominare.
E il corpo inizia a pagare il prezzo di questa disconnessione.
Perché il corpo non mente mai.
Lui sa quando stai tradendo te stessa, quando dici sì con la bocca ma tutto dentro di te urla no. E te lo comunica nell'unico modo che conosce: attraverso il sintomo.

𝐈𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐢 𝐜𝐚𝐬𝐢 𝐫𝐞𝐜𝐮𝐩𝐞𝐫𝐚𝐫𝐞 𝐚𝐮𝐭𝐞𝐧𝐭𝐢𝐜𝐢𝐭𝐚̀ 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐥𝐮𝐬𝐬𝐨. 𝐄̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐧𝐞𝐜𝐞𝐬𝐬𝐢𝐭𝐚̀ 𝐯𝐢𝐭𝐚𝐥𝐞.

L'autenticità,attenzione, non significa perfezione - significa dare il permesso a tutte le tue parti di esistere, anche quelle che hai imparato a nascondere.
La parte che ha paura,quella che si arrabbia,quella che vuole essere accudita invece di accudire sempre,quella che a volte non ce la fa...quella che non sempre ha tutte le risposte pronte.

Sembra un percorso senza speranza ma in verità c'è una buona notizia: 𝐥𝐞 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐚𝐮𝐭𝐞𝐧𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐨 𝐬𝐩𝐞𝐜𝐜𝐡𝐢𝐨 𝐢𝐧 𝐜𝐮𝐢 𝐟𝐢𝐧𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐫𝐢𝐭𝐫𝐨𝐯𝐢 𝐭𝐞 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚.

E qui entra in gioco uno strumento che può davvero cambiare la vita!

Un sostegno psicologico breve orientato ai tuoi obiettivi concreti: non anni di analisi del passato, ma un percorso mirato che ti aiuta a riconoscere i pattern, a sciogliere la corazza, a costruire relazioni dove puoi finalmente essere te stessa!

Caterina Giordano-psicologa e scrittrice

10/01/2026

Non devi dimostrare niente eppure , per anni, il tuo corpo ha fatto proprio questo.

Hai retto equilibri.
Hai controllato parole, reazioni, silenzi.
Hai fatto di più per sentirti al sicuro.

Non perché fossi fragile.
Ma perché, a un certo punto della tua vita, questa è diventata una strategia di sopravvivenza.

Il problema è che il corpo non dimentica.
E quando una strategia non serve più,
inizia a parlarci attraverso segnali chiari:
ansia, insonnia, respiro corto, stanchezza che non passa…

Insomma questi non sono difetti da correggere:sono messaggi.

Ti stanno dicendo che oggi non hai più bisogno
di dimostrare il tuo valore per esistere.

Quando smetti di recitare,
il corpo si rilassa prima ancora che la mente capisca.E lì, finalmente, puoi scegliere chi essere.
Senza doverlo provare a nessuno.





𝐂𝐢 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐨𝐩𝐫𝐚𝐯𝐯𝐢𝐯𝐨𝐧𝐨 𝐠𝐫𝐚𝐳𝐢𝐞 𝐚𝐥 𝐭𝐮𝐨 𝐬𝐟𝐨𝐫𝐳𝐨.Hai mai avuto l'impressione che se smetti un attimo di fare atte...
08/01/2026

𝐂𝐢 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐨𝐩𝐫𝐚𝐯𝐯𝐢𝐯𝐨𝐧𝐨 𝐠𝐫𝐚𝐳𝐢𝐞 𝐚𝐥 𝐭𝐮𝐨 𝐬𝐟𝐨𝐫𝐳𝐨.
Hai mai avuto l'impressione che se smetti un attimo di fare attenzione, qualcosa si incrini?
Se dici davvero come stai non vieni nemmeno ascoltato?
Se non compensi tu, il legame diventa instabile?

E allora ,pur di non perdere quel legame tu continui ad adattarti .

Continui a scegliere le parole giuste prima di esprimerti .
A rimandare quello che senti.
A fare un passo indietro “per quieto vivere”.
Quando provi un disagio continui a minimizzare, a che non è niente, che stai esagerando, che non vale la pena creare problemi, che passerà da sè.

Eppure questo non lo chiami sforzo,lo chiami maturità,lo chiami comprensione,lo chiami addirittura amore.

Ma dentro lo senti:sei solo tu che tieni il ritmo.
Se rallenti, tutto vacilla e l'altro sparisce.

Ti accorgi che il legame funziona solo quando sei disponibile,quando sei calmo,quando sei adattabile.

E il giorno in cui sei più stanco e meno accomodante, succede qualcosa di chiarissimo:l’altro non sa più dove mettersi e si chiude.
Si allontana.
Oppure resta, ma senza esserci davvero...

Non perché tu stia sbagliando qualcosa no,ma perché quella relazione era costruita attorno al tuo sforzo.

Ed è una scoperta che fa male perché non arriva con una rottura o un litigio ma arriva con una sensazione sottile e precisa:che se ti riappropri della tua spontaneità anche solo un po’, non resta molto da fare...

Qui non c’è da accusare nessuno ma possiamo osservare la dinamica ossia perchè si crea quella situazione.

Perché non tutte le relazioni sono pensate per sostenert,alcune esistono solo finché ti adatti.

E a un certo punto la domanda diventa inevitabile:

Quanto di me sto lasciando fuori per far funzionare questo legame?

Le relazioni " sane" ,quelle che valgono ,non sono quelle che resistono alla tua fatica ma sono quelle che restano anche quando smetti di sforzarti di compiacere a tutti i costi.

Caterina Giordano_psicologa e scrittrice

𝐂’𝐞̀ 𝐜𝐡𝐢 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐧𝐞𝐜𝐞𝐬𝐬𝐢𝐭𝐚̀.𝐸 𝑓𝑜𝑟𝑠𝑒 𝑠𝑒𝑖 𝑢𝑛𝑎 𝑑𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑒.C’è chi diventa grande per necessità.Non perché...
07/01/2026

𝐂’𝐞̀ 𝐜𝐡𝐢 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐧𝐞𝐜𝐞𝐬𝐬𝐢𝐭𝐚̀.
𝐸 𝑓𝑜𝑟𝑠𝑒 𝑠𝑒𝑖 𝑢𝑛𝑎 𝑑𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑒.

C’è chi diventa grande per necessità.
Non perché lo desidera,non perché è più forte degli altri.
Ma perché, a un certo punto,𝐧𝐨𝐧 𝐜’𝐞𝐫𝐚 𝐚𝐥𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚.
In psicologia questa dinamica è molto comune, ma io ne parlerò da un altro punto di vista: quello della psicologia del profondo.
Nella mitologia greca la Necessità era ritenuta una dea aveva anche un nome: Ananke.
Quella forza che non chiede permesso e ti spinge a cavartela da solo quando nessuno può farlo al posto tuo.Insomma,non era una che arrivava con carezze o promesse.

Chi cresce sotto la guida di Ananke impara presto alcune cose:impara a non chiedere troppo,impara a capire l’umore degli altri prima ancora del proprio,impara a stare composto, ordinato, “a posto”,anche quando dentro avrebbe avuto chiedere aiuto.

E come effetto secondario abbiamo un'adultizzazione precoce.

Vista da fuori, questo tipo di adattamento viene scambiato per maturità.
Ti dicono che sei forte, responsabile,tutto d'un pezzo...e tu impari a crederci, perché in effetti è stato proprio così che arrivato fin qui .

𝐈𝐥 𝐩𝐫𝐨𝐛𝐥𝐞𝐦𝐚 𝐞̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐫𝐞𝐬𝐜𝐞𝐫𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐧𝐞𝐜𝐞𝐬𝐬𝐢𝐭𝐚̀ 𝐡𝐚 𝐮𝐧 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐨 𝐩𝐬𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐯𝐞𝐝𝐞 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐚𝐯𝐚𝐧𝐭𝐢 𝐧𝐞𝐥 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨.

Se diventi grande troppo presto,non impari davvero a essere te stesso fai fatica a fermarti.A chiedere aiuto senza sentirti in colpa.A mollare la presa senza la sensazione che, se smetti tu, crollerà tutto il mondo.

Ananke, però, non è un nemico da combattere perchè in certi momenti ,questo adattamamento ti ha davvero salvato.

Senza di lei forse non ce l’avresti fatta.

Ma ciò che salva in una fase della vita ,può diventare una gabbia in un’altra.

Arriva un momento – prima o poi –in cui quella stessa forza che ti ha protetto inizia a pesare perchè diventa grande come un macigno.
Ed è qui che entra il lavoro psicologico.
Non per dirti perché "sei fatto così"ma per aiutarti a vedere come oggi continui a mantenere il sintomo.Come controllare, anticipare, reggere gli equilibri,siano diventati il tuo stile di vita.Quando senti di non poter fare a meno di " recitare" il solito copione comportamentale anche in situazioni in cui potresti scegliere diversamente.

La terapia psicologica non ti chiede di diventare più forte ma ti aiuta a capire quando stai ancora rispondendo a una necessità che non c’è più.

E poco alla volta succede qualcosa di concreto:smetti di reagire per sopravviveree inizi a scegliere.

Fare pace col passato non significa rinnegarlo ,significa dire: “Grazie , per Necessità sono dovuto diventare adulto troppo presto ma ora posso cavarmela anche in un altro modo.”

Forse, il senso di quello che è avvenuto non è perchè dovevi diventare più forte ma soltanto sopravviere.
Oggi però puoi permetterti di essere diverso o semplicemente più umano.

Caterina Giordano, psicologa e scrittrice

𝐂’𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐦𝐨𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐢𝐧 𝐜𝐮𝐢 𝐬𝐦𝐞𝐭𝐭𝐢 𝐝𝐢 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚𝐫𝐭𝐞𝐥𝐚.𝐋’𝐄𝐩𝐢𝐟𝐚𝐧𝐢𝐚 𝐞̀ 𝐥𝐚 𝐧𝐨𝐭𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐧𝐢𝐦𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐟𝐚 𝐥𝐮𝐜𝐞.All’inizio continui a fa...
06/01/2026

𝐂’𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐦𝐨𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐢𝐧 𝐜𝐮𝐢 𝐬𝐦𝐞𝐭𝐭𝐢 𝐝𝐢 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚𝐫𝐭𝐞𝐥𝐚.
𝐋’𝐄𝐩𝐢𝐟𝐚𝐧𝐢𝐚 𝐞̀ 𝐥𝐚 𝐧𝐨𝐭𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐧𝐢𝐦𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐟𝐚 𝐥𝐮𝐜𝐞.

All’inizio continui a fare quello che hai sempre fatto...
Vai avanti. Ti adatti. Ti dici che passerà.
Poi, quasi senza accorgertene, ti rendi conto che però questo non basta più.

Questa presa di coscienza non avviene con un’illuminazione improvvisa, né una risposta che sistema tutto.
È piuttosto un segnale sottile, ma insistente.
Qualcosa che chiede attenzione.
Qualcosa che, se ignorato, pesa più della paura di cambiare.

Nel Vangelo questo momento ha una forma molto precisa.
Nel Vangelo di Matteo alcuni uomini vedono una stella e decidono di mettersi in cammino.Non sanno dove li porterà, non hanno mappe sicure, non hanno garanzie.Ma sentono che ignorarla sarebbe peggio che perdersi.

Interiormente, l’Epifania funziona esattamente così.

È quel momento in cui non riesci più a dirti che “va tutto bene” solo perché è quello che hai sempre fatto.
In cui le spiegazioni che ti hanno aiutata a resistere smettono di bastare.In cui senti che qualcosa è vero, esisite,anche se non sai ancora come affrontarlo,come incontrarlo.

Nel racconto evangelico, i Magi passano da Gerusalemme.
Il luogo del potere, delle risposte ufficiali, delle certezze.
Lì incontrano Erode: la paura di perdere il controllo, l’Io che difende ciò che conosce anche a costo di negare la verità.

È una scena profondamente umana.

Quante volte restiamo in situazioni che non ci fanno più bene non perché siano giuste, ma perché sono familiari?Perché “almeno so come funziona”.Perché cambiare strada fa più paura che continuare a soffrire in un modo conosciuto!

Poi però la stella riprende a muoversi.
E quando i Magi arrivano a destinazione, si ferma e mostra loro il Bambino Divino.

La cosa interessante è che dopo aver fatto visita a Gesù , i Magi fanno una cosa decisiva e controintuitva:tornano a casa per un’altra strada...perché non possono più fare finta di niente.

𝐄𝐝 𝐞̀ 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐨 𝐪𝐮𝐢 𝐜𝐡𝐞, 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐞, 𝐧𝐚𝐬𝐜𝐞 𝐢𝐥 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 𝐭𝐞𝐫𝐚𝐩𝐞𝐮𝐭𝐢𝐜𝐨.

Perché vedere il cambiamento non basta...se bastasse, cambieremmo tutti da soli!
Eppure c'è sempre qualcosa che non torna...

La difficoltà non è riconoscere la verità, ma smettere di tornare a percorrere sempre la stessa strada , anche se è quella sbagliata ,solo perchè è quella che ci è più familiare.
Il coraggio consiste nello smettere di ripetere le stesse soluzioni, gli stessi tentativi automatici, le stesse difese che un tempo hanno protetto, ma che oggi tengono bloccati in un limbo .

È qui che l’approccio terapeutico diventa prezioso.
Non solo per capire di più il passato e dargli un senso evolutivo, ma per lavorare attraverso l'utilizzo delle tecniche psicologiche ,su ciò che oggi continua a mantenere il problema:per tradurre un’intuizione , la visione della stella cometa, in un movimento reale, concreto, possibile.
Perché il cambiamento vero non nasce dalla luce improvvisa,ma dal fatto che, una volta vista,non torni più indietro come prima.

L’Epifania oggi ci ricorda che questo evento non è la fine delle tue domande introspettive ma è l’inizio di una responsabilità verso te stesso:quella di non tradire ciò che hai visto.

E a volte, per farlo davvero,serve qualcuno che cammini con te finché quella nuova strada diventa abitabile,diventi finalmente la tua.

𝐐𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐥’𝐚𝐦𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐯𝐚, 𝐧𝐨𝐧 𝐡𝐚𝐢 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐚𝐬𝐚Ma in che senso?Non perché l’altro stia facendo qualcosa di sbagl...
05/01/2026

𝐐𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐥’𝐚𝐦𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐯𝐚, 𝐧𝐨𝐧 𝐡𝐚𝐢 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐚𝐬𝐚

Ma in che senso?

Non perché l’altro stia facendo qualcosa di sbagliato.
E nemmeno perché manchi una “casa” reale.
Sto parlando di una casa interiore, simbolica.

Stai così perché, dentro di te, credi che non esista ancora un luogo in cui tornare quando le cose non vanno come dici tu.
Senti che manca un punto fermo.

Uno spazio in cui sentirti presente a te stessa, senza dover cercare fuori quello che credi di non avere.

E allora inizi a fare quello che Gurdjieff chiamava la ricerca di un centro di gravità permanente, solo che come reazione istintiva, lo cerchi all’esterno.

Il messaggio che aspetti così diventa una lenta agonia.
Il tono dell’altro inizia a determinare il tuo umore.
Il modo in cui risponde, guarda, resta o si allontana smette di essere un suo comportamento…e diventa un criterio che ti definisce.

Ma se ci fai caso,non stai davvero cercando conferme,stai cercando un orientamento interiore.

Perché quando non hai una centratura,
il comportamento dell’altro diventa l’unico modo che hai per sapere chi sei.
Come una bussola.

Ogni gesto dell’altro ti dice se in quella relazione sei al sicuro oppure no.
Se puoi fermarti.
Se puoi esistere .

Ed è così che, senza accorgertene,
l’amore smette di essere incontro, piacere, gioia, condivisione
e diventa un sistema di riferimento.
Diventa l’unico modo attraverso cui ti riconosci come essere umano.

Questo è uno dei presupposti fondamentali della dipendenza affettiva.

Se l’altro è presente, ti senti centrata.
Se l’altro è distante, ti perdi.

Non perché tu sia “dipendente” per natura.Ma perché non hai mai imparato a sentirti bene nei tuoi panni,a stare con te stessa senza doverti appoggiare continuamente a qualcuno.

Ed è qui che arriva la parte più difficile da riconoscere.

Non stai soffrendo per amore.Stai soffrendo perché stai chiedendo alla relazione
di fare un lavoro che non le compete:darti un centro, dirti chi sei, tenere insieme le tue parti scisse.

Nessun legame può diventare davvero una base sicura
se prima non impari chi sei,cosa ti piace,cosa desideri,cosa ti fa sentire viva.

Dal punto di vista psicologico, questo non ha a che fare
né con la forza interiore,né con l’autostima,
né con il “volersi bene di più”.
E' un processo ben più profondo: imparare
la capacità di reggere la tua esperienza interna
senza doverla appoggiare subito a qualcuno.

Quando questa base manca, l’amore diventa una prova
non perché sia difficile,ma perché è caricato di un compito impossibile:tenere insieme parti di te che non si sono ancora incontrate.

Ed è qui che la terapia psicologica cambia completamente prospettiva.

Non serve a insegnarti come stare meglio in una relazione in modo meccanico.

Serve a costruire, per la prima volta,
un luogo interiore stabile, solo tuo.
Uno spazio in cui puoi sentire ciò che senti
senza dover essere salvata, rassicurata o riconosciuta dal tuo partner...e imparare a convivere con la tua autenticità.

Quando quel luogo inizia ad esistere, succede qualcosa di molto semplice e molto significativo:scopri quanto è soddisfacente abitarlo,arredarlo come vuoi tu.

E, quasi come un effetto collaterale, le relazioni cambiano ma questa volta non perché ami meno,non perché ti chiudi o diventi diffidente verso la vita.Ma perché non chiedi più all’amore di sostituirsi a te stessa.

E allora l’amore torna a essere quello che dovrebbe essere:
un luogo da visitare,non un posto in cui rifugiarti per non perderti.

Caterina Giordano-psicologa e scrittrice

04/01/2026

Se sei una donna forte
proteggiti dalle bestie che vorranno nutrirsi del tuo cuore.
Usano tutti i travestimenti del carnevale della terra:
si vestono da sensi di colpa, da opportunità,
da prezzi che si devono pagare.
Non per illuminarsi con il tuo fuoco
ma per spegnere la passione
l’erudizione delle tue fantasie
Non perdere l’empatia, ma temi ciò che ti porta a negarti la parola,
a nascondere chi sei,
ciò che ti obbliga a essere remissiva
e ti promette un regno terrestre in cambio
di un sorriso compiacente.
Se sei una donna forte
preparati alla battaglia:
imparare a stare sola
a dormire nella più assoluta oscurità senza paura
che nessuno ti tiri una fune quando ruggisce la tormenta
a nuotare contro corrente.
Educati all’occupazione della riflessione e dell’intelletto.
Leggi, fai l’amore con te stessa, costruisci il tuo castello, circondalo di fossi profondi però fagli ampie porte e finestre.
E’ necessario che coltivi grandi amicizie
che coloro che ti circondano e ti amano sappiano chi sei,
che tu faccia un circolo di roghi e accenda al centro della tua stanza
una stufa sempre accesa dove si mantenga l’ardore dei tuoi sogni.
Se sei una donna forte proteggiti con parole e alberi
e invoca la memoria di donne antiche.
Fai sapere che sei un campo magnetico.
Proteggiti, però proteggiti per prima.
Costruisciti. Prenditi cura di te.
Apprezza il tuo potere.
Difendilo.
Fallo per te:
Te lo chiedo in nome di tutte noi

Gioconda Belli

𝐄𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚 𝐠𝐢𝐮𝐬𝐭𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐭𝐢 𝐡𝐚 𝐦𝐚𝐢 𝐠𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐢𝐭𝐨 𝐥’𝐚𝐦𝐨𝐫𝐞Essere la persona comprensiva, quella matura, “quella che capisc...
04/01/2026

𝐄𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚 𝐠𝐢𝐮𝐬𝐭𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐭𝐢 𝐡𝐚 𝐦𝐚𝐢 𝐠𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐢𝐭𝐨 𝐥’𝐚𝐦𝐨𝐫𝐞

Essere la persona comprensiva, quella matura, “quella che capisce”,non ti ha mai protetta dall’abbandono.
Ti ha solo insegnato a metterti in secondo piano pur di restare in quella relazione .
Marta questo lo sapeva, anche se non lo avrebbe mai detto così chiaramente.
Era una di quelle persone che nelle relazioni si impegnano davvero: attente, presenti, capaci di ascoltare, di capire l’altro anche quando l’altro faceva fatica a capirsi da solo.

Con il suo compagno stava sempre molto attenta a come si muoveva dentro il legame.
A non sembrare troppo bisognosa.A non chiedere troppo.A non creare problemi.

Se qualcosa la feriva, tendeva a ridimensionarlo.
Se sentiva il bisogno di una conferma, lo rimandava.
Se avrebbe voluto dire “resta”, diceva “fai come vuoi”.

Dentro di lei c’era un’idea silenziosa ma potente:
se fosse stata abbastanza corretta, abbastanza matura, abbastanza comprensiva, l’amore sarebbe rimasto,lui non l'avrebbe mai abbndonata.
Che essere la persona giusta fosse il modo migliore per non essere lasciata.

Col tempo, però, questa modalità iniziava a farsi sentire sul piano psicologico.

Marta si accorgeva di essere sempre in auto-controllo.
Di pesare le parole.
Di monitorare le reazioni dell’altro.
Di chiedersi continuamente se stava esagerando, se stava pretendendo troppo, se era legittimo sentire quello che sentiva.

La relazione non era più uno spazio di espressione, ma di regolazione continua di sé.

𝐈𝐥 𝐝𝐢𝐬𝐚𝐠𝐢𝐨 𝐚𝐫𝐫𝐢𝐯𝐚 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐯𝐮𝐨𝐥𝐞 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢𝐜𝐚𝐫𝐜𝐢 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐝𝐢 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐨 𝐬𝐮 𝐝𝐢 𝐧𝐨𝐢. 𝐒𝐞 𝐥𝐨 𝐥𝐚𝐬𝐜𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐚𝐠𝐢𝐫𝐞,𝐚𝐜𝐜𝐚𝐝𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐝𝐢 𝐢𝐧𝐚𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐚𝐭𝐨.

Marta infatti non soffriva perché amava troppo.
Soffriva perché amava adattandosi alle aspettative altrui.

Perché essere la persona giusta, per lei, non era una scelta libera, ma una strategia appresa molto presto:
non disturbare, non pesare, non chiedere troppo per non perdere il legame.

Una strategia che, nel tempo, aveva un costo psicologico preciso:perdere il contatto con i propri bisogni,mettere in dubbio le proprie percezioni,sentirsi spesso “sbagliata” anche senza un motivo chiaro.

Il punto di svolta non è arrivato quando ha capito di più,né quando ha provato a controllarsi meglio o a diventare ancora più razionale.

È arrivato quando ha iniziato a osservare queste dinamiche dentro uno spazio sicuro,dove non era necessario essere giusta,
dove il legame non dipendeva dal suo grado di adattamento,
dove poteva esprimere anche ciò che temeva potesse allontanare l’altro.

In quel contesto ha iniziato a riconoscere qualcosa di fondamentale:
che lei non era “troppo” pressante ,
che non stava chiedendo troppo,
che il problema non era il suo modo di amare, ma il prezzo che stava pagando per essere scelta.

Essere la persona giusta non ti ha mai garantito l’amore.
Ti ha solo aiutata a restare in relazioni in cui una parte di te doveva continuamente ridursi pur di essere accettata .

E spesso il disagio psicologico che senti — confusione, insicurezza, senso di colpa, autocritica —non è il segnale che stai sbagliando,ma che stai cercando di amare senza poterti esprimere davvero.

L’amore che nutre non chiede perfezione.Chiede presenza.E soprattutto, non ti chiede di sparire per poter restare.

Caterina Giordano -psicologa e scrittrice

𝗡𝗼𝗻 𝗿𝗶𝗽𝗼𝘀𝗶 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗻𝗼𝗻 𝘁𝗶 𝘀𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗮𝗹 𝘀𝗶𝗰𝘂𝗿𝗼Se anche quando ti fermi non riesci a rilassarti,forse non è perché sei troppo ...
03/01/2026

𝗡𝗼𝗻 𝗿𝗶𝗽𝗼𝘀𝗶 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗻𝗼𝗻 𝘁𝗶 𝘀𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗮𝗹 𝘀𝗶𝗰𝘂𝗿𝗼

Se anche quando ti fermi non riesci a rilassarti,
forse non è perché sei troppo stanca.

Probabilmente ciò avviene perché il tuo sistema nervoso ha imparato a vivere nell’allarme, non nell’accoglienza.

E forse, se ti fermi un attimo a pensarci, non è nemmeno una sensazione così chiara da definire.
Non è paura vera e propria, non è ansia dichiarata, non è qualcosa che sapresti spiegare facilmente a parole.

È più una tensione di fondo, un sottofondo costante che ti accompagna anche quando tutto, all’esterno, sembra finalmente tranquillo.
Sei sul divano, magari con un momento libero che aspettavi da giorni, eppure il corpo non si abbandona: le spalle restano sollevate, il respiro corto, la mente continua a scorrere cose da fare, pensieri da sistemare, dettagli che “non puoi dimenticare”.

Molte persone che vivono una condizione di ansia generalizzata descrivono proprio questo:
non un’ansia acuta, ma una vigilanza continua, come se qualcosa potesse sempre andare storto, anche quando non c’è un pericolo reale davanti.

È svegliarti già stanca.
È stringere la mascella senza accorgertene.
È avere lo stomaco chiuso al mattino o un nodo fisso allo sterno.
È sentire il cuore accelerare per cose piccole, apparentemente insignificanti.
È controllare più volte, anticipare, rivedere mentalmente ogni dettaglio.

È la difficoltà a respirare a fondo.
Il sonno leggero, interrotto.
La sensazione che, se ti rilassi troppo, potresti “perdere il controllo”.

Non è che non sai riposare.

È che riposare non è mai stato associato alla tua sicurezza.

Luca, ad esempio, non si definiva una persona ansiosa.
Diceva piuttosto di essere “sempre in movimento”, “con la testa piena”, “uno che non riesce mai a spegnersi del tutto”.
La sua vita funzionava: lavoro, impegni, responsabilità.
Ma il corpo raccontava un’altra storia.

Respiro corto, soprattutto la sera.
Una tensione costante allo stomaco.
La sensazione di non riuscire mai a rilassarsi davvero, nemmeno nei momenti di pausa, come se abbassare la guardia potesse costargli qualcosa.

Quando ha iniziato la terapia, non è arrivato parlando di ansia.
È arrivato dicendo:

“Non mi sento mai tranquillo, anche quando va tutto bene.”

All’inizio, semplicemente, si sedeva e parlava di sé .
E già questo era nuovo: non doveva dimostrare nulla, non doveva essere brillante, non doveva reggere tutto il peso del mondo sulle sue spalle!

Seduta dopo seduta, ha iniziato a fare qualcosa che non faceva da anni:
abbassare la guardia, anche solo per pochi minuti.

Luca si è accorto che mentre parlava, il suo respiro cambiava.
Che quando non si sentiva osservato o giudicato, le spalle finalmente scendevano da sé .
Che il silenzio, invece di essere una minaccia, diventava uno spazio di esplorazione .

Non stava più “controllando l’ansia”.
Stava facendo un’ esperienza di sicurezza.

Ed è qui il punto centrale di questa storia che spesso viene frainteso.

Il corpo non impara a sentirsi al sicuro da solo.
Lo impara attraverso una relazione-guida !

Per questo la terapia psicologica con una persona di fiducia diventa la prima vera base sicura:
uno spazio in cui non devi essere all’altezza,
non devi produrre niente
non devi dimostrare di essere qualcuno !

Attraverso quella relazione, lentamente, il sistema nervoso impara un nuovo linguaggio:
accoglienza invece di allarme,
amore invece di paura,
gioia invece di punizione.

Luca ha iniziato a riconoscere che la sua ansia non era un difetto da eliminare, ma una funzione di protezione rimasta attiva troppo a lungo.
Il suo corpo aveva imparato che rilassarsi era pericoloso, e quindi restava in allerta anche quando non ce n’era più bisogno.

Dentro una relazione sicura, questa convinzione ha iniziato a sciogliersi.Non con la forza.
Ma con la continuità.

Fuori dalla terapia, ha iniziato a scegliere relazioni diverse.
Meno basate sul dover essere all’altezza.
Più orientate alla reciprocità, alla presenza, alla fiducia.

Non ha “vinto contro l’ansia”.
Ha smesso di viverla come una minaccia.

E quando il corpo sente che non deve più sorvegliare tutto, accade qualcosa di molto concreto:il respiro scende,i muscoli mollano,la mente rallenta.

Non perché ti sei convinta.
Ma perché non sei più sola a reggere tutto.

Forse non sei stanca perché fai troppo.
Forse sei stanca perché da troppo tempo vivi in uno stato di allerta che non ti appartiene più.

Caterina Giordano- psicologa e scrittrice ✍️

𝗡𝗼𝗻 𝗱𝗲𝘃𝗶 𝗽𝗶𝐮̀ 𝗱𝗶𝗺𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗻𝗶𝗲𝗻𝘁𝗲(il tuo corpo lo sa da molto prima della mente)Per molto tempo ti sei mossa come un camal...
02/01/2026

𝗡𝗼𝗻 𝗱𝗲𝘃𝗶 𝗽𝗶𝐮̀ 𝗱𝗶𝗺𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗻𝗶𝗲𝗻𝘁𝗲
(il tuo corpo lo sa da molto prima della mente)

Per molto tempo ti sei mossa come un camaleonte...

anche se forse non l’hai mai chiamato in questo modo, perché era diventato il tuo modo abituale di stare al mondo, di stare nelle relazioni, di stare persino nel tuo corpo.

Controllavi come venivi percepita, rileggevi mentalmente le frasi dette, tornavi sui silenzi, sui messaggi inviati e su quelli rimasti in sospeso, chiedendoti se fossi stata abbastanza chiara, abbastanza presente, abbastanza interessante, abbastanza giusta.
E mentre la mente cercava risposte, il corpo restava in allerta, contratto, come se dovesse continuamente dimostrare di meritare spazio.
Lo sai ,non sei l'unica che agisce in questo modo!

Carla è venuta in studio perchè viveva esattamente così.
Lei non lo avrebbe mai detto ad alta voce, perché Carla era una persona “forte”, affidabile, una di quelle che non danno problemi, che tengono tutto insieme...
Eppure il suo corpo parlava per lei: tensioni alle spalle, respiro corto, una stanchezza che non passava nemmeno dormendo, come se fosse sempre sotto esame, anche quando nessuno la stava davvero guardando.

Carla inconsciamente era una d quelle persone che cercava conferme, approvazione, riconoscimenti continui, non per vanità,sia chiaro, ma perché senza quei segnali esterni il suo corpo entrava in allarme...
come se mancasse qualcosa di essenziale per sentirsi al sicuro.

Dimostrare il suo valore era diventato quindi un riflesso automatico: e via di spiegarsi troppo, giustificarsi in anticipo, anticipare i bisogni degli altri fino a dimenticare i propri...

Dal punto di vista evolutivo era una spinta dell’ego, sì, ma non come lo si intende nell'accezione comune cioè come l'azione di chi vuole emergere.
Era l’ego di chi, molto presto, aveva imparato che essere semplicemente se stessa non bastava, e che per non perdere il legame doveva adattarsi, reggere, fare di più...

Poi, come spesso accade, avanzò un tipo di stanchezza nuova, più profonda, che non chiedeva riposo ma comprensione.

Carla ha iniziato a familiarizzare con un nuovo sentimento: non aveva più voglia di convincere nessuno, per lei spiegarsi continuamente le costava fatica fisica, rincorrere sguardi che la validassero le stringeva lo stomaco in uno stato ansioso perenne.

Però è grazie a questi disagi ,quando ha toccato il fondo, che ha intuito qualcosa di essenziale: alcune dinamiche non si sciolgono con la forza di volontà, né continuando a “capirsi” da sole, ma hanno bisogno di uno spazio sicuro in cui poter essere osservate senza giudizio.

Perché il valore di una persona non è mai stato nel titolo di studio, nella posizione sociale , nel ruolo riconosciuto dagli altri.

Il corpo questo lo sa da sempre: quando il valore viene cercato al di fuori di noi, resta in tensione che ci disconnette dal nostro sentire piu vero ; quando viene riconosciuto dentro di noi,come parte integrante del nostro essere, si attivano tutta una serie di comportamenti che ci restituiscono la serenità .

Il valore non si conquista.
Si riconosce.

Quando Carla ha smesso di dimostrare a se stessa e agli altri che poteva essere la donna perfetta, non è diventata più forte o più sicura.
È diventata più vera.
E questa verità ha iniziato a riflettersi nei piccoli gesti quotidiani: nel modo in cui stava seduta, nel tono della voce, nel modo in cui diceva no, nel modo in cui non cercava più di essere al centro dell'attenzione.

In lei c'era sempre meno competizione, meno voglia di paragonarsi agli altri, meno bisogno di essere “abbastanza” per qualcuno.

Molte delle credenze che l’avevano spinta a lottare per anni infatti ,non seguivano il ciclo naturale della vita , ma erano costruzioni sociali interiorizzate, utili solo a tenere il corpo in uno stato di allarme costante.

Quando torni a sentire il tuo valore come qualcosa di intrinseco, legato all’essere e non al fare,
il corpo cambia prima ancora che la mente lo capisca.
Diventi più spontanea, più vera, più libera.

E accade il paradosso.

Quando smetti di rincorrere il riconoscimento, quando il corpo non chiede più di essere visto a ogni costo, gli altri iniziano a vederti davvero.
Non perché ti sforzi di brillare, ma perché la tua luce non è più trattenuta ma è libera di manifestarsi in tutta la sua unicità!

Caterina Giordano, psicologa e scrittrice

A Natale molti sorrisi sono adattamenti ben riusciti.Gia, Natale è passato, ma ciò che ha riattivato spesso resta dentro...
28/12/2025

A Natale molti sorrisi sono adattamenti ben riusciti.

Gia, Natale è passato, ma ciò che ha riattivato spesso resta dentro di noi.
Perché questo meccanismo non riguarda solo le feste, riguarda ogni contesto in cui, per appartenere a qualcosa , impariamo ad adattarci.

É in questi casi che possiamo testare il nostro senso di adattamento:torni quella che non fa pesare niente e che si sacrifica anche quando è stanca.

Quella che anticipa i bisogni degli altri.
Quella che sorride anche a chi non vorrebbe nella propria vita .
Quella che capisce tutti, prima ancora di sentirsi capita.

Succede in famiglia, nelle relazioni, sul lavoro.
Ogni volta che entri in un contesto e, senza accorgertene,ricopri un ruolo.

Non sempre interpreti quello che sei oggi ma quello che hai imparato da piccola .

Parli meno.
Osservi di più.
E una frase pesa più del solito,uno sguardo ti irrigidisce.
Ma fai finta di niente per quieto vivere.

Perché quel ruolo lo conosci bene.
Ti ha aiutata a non perdere il legame.
A sopravvivere emotivamente all‘assenza di amore.

Ma questa volta però è diverso :senti una stanchezza strana.

Forse non sei solo fragile.
Probabilmente sei solo tornata, per un attimo,
a essere chi dovevi essere per continuare ad appartenere a qualcuno .

E forse, oggi, il lavoro non è capire di più, ma accorgerti in quale comodo angolino ti senti più sicura.

Ti riconosci in questo meccanismo?

Caterina Giordano – psicologa e scrittrice

Indirizzo

Agropoli
84043

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