14/09/2026
𝐍𝐨𝐧 𝐯𝐨𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐦𝐢𝐚 𝐦𝐚𝐝𝐫𝐞
Me lo disse guardando a terra.
Giulia ha trentasei anni. Insegna alle elementari .
Sa come stare con i bambini, sa come contenerli, sa trovare le parole giuste quando qualcuno piange...
Al lavoro non perde mai la calma.
A casa però con suo figlio di tre anni, era diverso...lei si sentiva sempre inadeguata.
Bastava un capriccio al momento sbagliato,un pianto che non si calmava,una risposta brusca che usciva prima ancora che potesse fermarla.E' così che arrivava ( puntuale, pesante, sempre uguale a se stessa ) quella voce:
"Avrei dovuto fare meglio. E' per questo che lui esplode"
Giulia mi ha colpito perchè raccontava tutto questo con una voce controllata ,precisa,ordinata che non lasciava spazio alle emozioni. Parlava di sè come un problema da correggere e non una persona da ascoltare.
"𝐆𝐢𝐮𝐥𝐢𝐚 ,𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐞𝐫𝐢 𝐛𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐚 𝐞 𝐩𝐢𝐚𝐧𝐠𝐞𝐯𝐢, 𝐭𝐢 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐫𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐬𝐮𝐜𝐜𝐞𝐝𝐞𝐯𝐚?"
Silenzio.
"Mi dicevano di smetterla di farlo,che stavo esagerando,che non era il momento."
Altra pausa ma questa volta ingoiando un magone.
"Così imparavo a stare zitta e buona ."
Sua madre non era stata una persona "cattiva "era però stata emotivamente poco disponibile e quei bisogni di Giulia bambina che non trovavano uno spazio per esprimersi, quei pianti venivano spenti invece di contenuti.
Così Giulia aveva imparato presto a non chiedere troppo,non disturbare,essere brava,essere forte da sola e a tentare di capire l'umore degli altri prima ancora che si manifestasse.
𝐏𝐨𝐢 𝐩𝐞𝐫𝐨̀ 𝐞𝐫𝐚 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚𝐭𝐚 𝐦𝐚𝐝𝐫𝐞.
E davanti a lei c'era un bambino in carne ed ossa che piangeva, aveva bisogno di attenzioni, protestava, cercava conforto esattamente quelle emozioni che lei, da bambina, aveva imparato a contenere, a rendere silenziose, a mettere via.E la sensazione di inadeguatezza tornava a farsi sentire: " E ora cosa faccio?"
𝐋𝐚 𝐦𝐚𝐭𝐞𝐫𝐧𝐢𝐭𝐚̀ 𝐧𝐨𝐧 𝐚𝐯𝐞𝐯𝐚 𝐜𝐫𝐞𝐚𝐭𝐨 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐞𝐫𝐢𝐭𝐚. 𝐋'𝐚𝐯𝐞𝐯𝐚 𝐫𝐞𝐬𝐚 𝐯𝐢𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞.
Aveva riattivato uno schema relazionale antico quello che diceva: se qualcuno ha bisogno di me e io non riesco a soddisfarlo, ho sbagliato qualcosa. Sono inadeguata. Non sono abbastanza.
𝐍𝐨𝐧 𝐞𝐫𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐦𝐚𝐝𝐫𝐞 𝐬𝐛𝐚𝐠𝐥𝐢𝐚𝐭𝐚 : 𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚𝐫𝐞 𝐞𝐫𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐛𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐚 𝐜𝐫𝐞𝐬𝐜𝐢𝐮𝐭𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐭𝐚𝐯𝐚 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐝𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐭𝐞𝐫𝐧𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐝𝐢𝐦𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚𝐫𝐥𝐞, 𝐟𝐢𝐧𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞, 𝐝𝐢 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐛𝐛𝐚𝐬𝐭𝐚𝐧𝐳𝐚.
Chi ha imparato che l'amore doveva essere meritato ,trasforma la maternità in un'occasione per ricercare la perfezione.
Chi è cresciuta sentendosi responsabile delle emozioni degli altri,vive quelle del proprio figlio come qualcosa che deve necessariamente risolvere per sentirsi gratificato.
Il dictat interiore è :
"Se piange, devo riuscire a farlo smettere."
"Se è arrabbiato, ho sbagliato qualcosa."
"Se ha bisogno di me, devo esserci sempre."
E così, senza accorgersene, ogni giornata diventa una verifica del proprio valore.
Ogni errore una prova della propria inadeguatezza.
Ogni bisogno personale una colpa.
"𝐏𝐢𝐮̀ 𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚𝐯𝐨 𝐝𝐢 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐟𝐞𝐭𝐭𝐚, 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐦𝐢 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐬𝐨𝐥𝐚. 𝐏𝐢𝐮̀ 𝐦𝐢 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐬𝐨𝐥𝐚, 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐞𝐫𝐨 𝐬𝐭𝐚𝐧𝐜𝐚. 𝐏𝐢𝐮̀ 𝐞𝐫𝐨 𝐬𝐭𝐚𝐧𝐜𝐚, 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐩𝐞𝐫𝐝𝐞𝐯𝐨 𝐥𝐚 𝐩𝐚𝐳𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚. 𝐄 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐩𝐞𝐫𝐝𝐞𝐯𝐨 𝐥𝐚 𝐩𝐚𝐳𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚, 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐦𝐢 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐚𝐭𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐦𝐚𝐝𝐫𝐞."
Quello che volevo che Giulia capisse è che non essere una madre perfetta significa essere una madre umana:
Puoi perdere la pazienza ma fare in modo di riparare,puoi sbagliare e chiedere scusa,puoi aver bisogno di aiuto e chiederlo. Puoi avere il diritto di desiderare uno spazio tutto tuo.Puoi essere stanca, vulnerabile, incerta e continuare ad amare profondamente tuo figlio.
La relazione tra genitori e figli non si costruisce sull'assenza di errori. Le “rotture” nella relazione sono parte della normale vita di una diade genitore-bambino. Ciò che sembra avere un ruolo importante è la possibilità di riparare: riconnettersi dopo un momento di distanza, conflitto o disallineamento e ritrovare una condizione di sicurezza e regolazione.
La ricerca ha infatti osservato che una maggiore capacità di riparare le interazioni genitore-bambino è associata a una migliore regolazione emotiva nei bambini.
E forse è proprio qui che possiamo iniziare a guardare anche a quella voce che, dopo ogni errore, ti dice:
“Non sono abbastanza.”
𝐏𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐫𝐢𝐩𝐚𝐫𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐭𝐮𝐨 𝐟𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐦𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐧𝐭𝐞, 𝐦𝐚 𝐜'𝐞̀ 𝐮𝐧'𝐚𝐥𝐭𝐫𝐚 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐦𝐞𝐫𝐢𝐭𝐚 𝐚𝐭𝐭𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞: 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐡𝐚𝐢 𝐜𝐨𝐧 𝐭𝐞 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚.
Con Giulia ci è voluto tempo.
Una volta mi ha detto: "Mi sembra di girare in cerchio. Capisco, esco da qui convinta, e poi basta un momento sbagliato e sono di nuovo lì."
Avrei potuto dirle che era normale, che il cambiamento richiede tempo, che doveva avere pazienza.
Ma non era quello il punto.
𝐏𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐫𝐞𝐚𝐠𝐢𝐯𝐚 𝐢𝐧 𝐮𝐧 𝐜𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐦𝐨𝐝𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐯𝐚 𝐧𝐞𝐜𝐞𝐬𝐬𝐚𝐫𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐫𝐢𝐮𝐬𝐜𝐢𝐫𝐞 𝐚 𝐫𝐞𝐚𝐠𝐢𝐫𝐞 𝐢𝐧 𝐦𝐨𝐝𝐨 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨.
Nel lavoro terapeutico, quando emerge un meccanismo di questo tipo, non è sufficiente comprendere razionalmente perché si è instaurato. È importante osservare come il problema si mantiene nel presente: cosa succede prima, come la persona reagisce, quali tentativi mette in atto per risolverlo e in che modo quelle stesse soluzioni finiscono, talvolta, per alimentarlo.
È a partire da questa osservazione che il percorso può orientarsi verso esperienze concrete, attraverso cui sperimentare modalità differenti di affrontare ciò che fino a quel momento sembrava difficile o minaccioso.
Non si tratta semplicemente di convincersi che le proprie paure siano infondate.
Si tratta di poter sperimentare concretamente cosa accade quando, di fronte a una situazione temuta, si interrompono alcune delle risposte abituali e se ne introducono di nuove.
Perché in terapia comprendere il funzionamento di una difficoltà è importante, ma la consapevolezza, da sola, non sempre è sufficiente a modificarla.
𝐈𝐥 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐚 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐞𝐬𝐩𝐞𝐫𝐢𝐞𝐧𝐳𝐞 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐞 𝐞 𝐝𝐢 𝐬𝐜𝐨𝐩𝐫𝐢𝐫𝐞, 𝐧𝐞𝐥 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐫𝐞𝐭𝐨, 𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐢𝐭𝐮𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐟𝐟𝐫𝐨𝐧𝐭𝐚𝐭𝐚 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐫𝐫𝐞𝐫𝐞 𝐧𝐞𝐜𝐞𝐬𝐬𝐚𝐫𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐞𝐠𝐢𝐞 𝐮𝐭𝐢𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐭𝐞 𝐟𝐢𝐧𝐨 𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐥 𝐦𝐨𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨.
E non accade sempre in modo lineare.
Anche Giulia ha passato dei momenti in cui la difficoltà si è ripresentata, con vecchie strategie che tornano e la sensazione di essere nuovamente al punto di partenza.
Ma anche questi momenti possono diventare materiale di lavoro: permettono di osservare nuovamente il meccanismo e di individuare dove intervenire per interromperlo.
Così, lentamente, qualcosa può iniziare a spostarsi.
Non necessariamente scompaiono i momenti difficili.
Può cambiare, però, il modo in cui vengono riconosciuti e affrontati.
La persona può imparare a riconoscere prima ciò che sta accadendo, a non interpretarlo automaticamente come una conferma delle proprie paure e, soprattutto, a non rispondere sempre nello stesso modo nel tentativo di stare meglio.
𝐈𝐥 𝐜𝐞𝐫𝐜𝐡𝐢𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐧𝐞𝐜𝐞𝐬𝐬𝐚𝐫𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐬𝐩𝐚𝐫𝐢𝐭𝐨.𝐌𝐚 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐬𝐦𝐞𝐭𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐬𝐞𝐦𝐛𝐫𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐧𝐞𝐯𝐢𝐭𝐚𝐛𝐢𝐥𝐞.
Ed è forse uno degli aspetti più preziosi del lavoro terapeutico: non limitarsi a comprendere perché ci si trova dentro un problema, ma costruire, passo dopo passo, la possibilità concreta di sperimentare una strada diversa per iniziare a uscirne.
Dott.ssa Caterina Giordano scrittrice e psicologa
⚠️ NOTA IMPORTANTE
Quella che segue è una vignetta narrativa di carattere esclusivamente psicoeducativo e divulgativo. Il personaggio, i dialoghi, le situazioni, le circostanze e tutti gli elementi della narrazione sono frutto di elaborazione narrativa e sono stati costruiti per rappresentare dinamiche psicologiche generali.
La storia non descrive il caso clinico di una persona specifica, non è riconducibile a una singola persona reale e non riporta contenuti tratti da una specifica relazione terapeutica. Eventuali somiglianze con persone, situazioni o esperienze reali sono da considerarsi puramente casuali.
Il contenuto ha finalità informative e non intende sostituire una valutazione psicologica o un percorso psicoterapeutico individuale.