Dott.ssa Caterina Giordano Psicologa

Dott.ssa Caterina Giordano Psicologa Mi chiamo Caterina, sono una psicologa e scrittrice, e da qualche anno accompagno le persone in percorsi di crescita personale e trasformazione interiore.

Unisco psicologia del profondo all' orientamento strategico per accompagnare ogni anima a comprendere il proprio mondo interiore e a trasformarlo in un cammino di libertà e benessere psicofisico. ✨
📍Agropoli e ovunque tu sia ! Il mio cammino è iniziato molto tempo fa con la psicologia del profondo:
ho incontrato Jung, Carotenuto e altri autori che fanno parte di quella corrente che dà valore ai simboli, ai sogni e all’inconscio come linguaggio dell’anima. Da loro ho imparato che tutto ciò che viviamo all’esterno è lo specchio di ciò che accade dentro di noi, e che anche il dolore, se ascoltato con consapevolezza, può diventare un ponte verso la guarigione. Col tempo, questa ricerca mi ha portata ad avvicinarmi anche alla Cabala, che considero una forma di psicologia spirituale: una mappa simbolica dell’anima che insegna a leggere le dinamiche interiori attraverso i principi universali e le leggi della vita. Nella Cabala ho ritrovato ciò che Jung intuiva nei suoi studi sull’alchimia: la trasformazione come processo naturale dell’essere umano, un dialogo continuo tra luce e ombra, spirito e materia. Parallelamente, ho scelto di formarmi nella psicoterapia breve strategica, un approccio concreto, centrato sull’azione e sulla risoluzione dei blocchi emotivi. Ho scoperto così che i due percorsi — quello simbolico e quello strategico — non si escludono, ma si nutrono a vicenda. La psicologia del profondo ci mostra perché soffriamo. La terapia breve strategica ci insegna come smettere di farlo. E in mezzo, la spiritualità ci restituisce il senso del nostro cammino. Quando non lavoro, mi piace camminare nella natura, osservare il mare, ascoltare il silenzio. Sono momenti in cui ritrovo la mia natura introversa e contemplativa, da cui nascono spesso le mie riflessioni e le mie scritture. Credo che ognuno di noi porti dentro di sé una conoscenza antica: la capacità di guarire, evolvere e ritrovare il proprio centro. Il mio lavoro è aiutare a riconnettersi a quella parte autentica, con delicatezza, metodo e rispetto dei tempi interiori.

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22/09/2026
A volte ci abituiamo così tanto a qualcosa che ci fa stare male da pensare che sia semplicemente “parte di noi”. 🌵Poi ar...
21/09/2026

A volte ci abituiamo così tanto a qualcosa che ci fa stare male da pensare che sia semplicemente “parte di noi”. 🌵

Poi arriva un momento in cui nasce una domanda:
“E se potessi stare diversamente?”

Iniziare un percorso psicologico significa anche questo: fermarsi, comprendere ciò che ci sta succedendo e imparare a guardarsi con occhi nuovi. 💜

Ti è mai capitato di abituarti a qualcosa che, in realtà, ti faceva stare male?

Raccontamelo nei commenti, anche con una sola parola. 👇

Ci sono pagine della nostra storia che avremmo voluto non vivere.Pagine che fanno male.Pagine che vorremmo strappare, di...
18/09/2026

Ci sono pagine della nostra storia che avremmo voluto non vivere.

Pagine che fanno male.
Pagine che vorremmo strappare, dimenticare, cancellare.

Una perdita. Un cambiamento. Un fallimento. Un corpo che non riconosciamo più. Un desiderio che non è andato come speravamo.

Eppure, quelle pagine ci hanno portato fin qui.

Non significa dover amare tutto ciò che è accaduto. Significa poter guardare ciò che abbiamo attraversato senza continuare a punirci per questo.

Perché la nostra storia non è fatta solo delle pagine che avremmo scelto. È fatta anche di quelle che la vita ha scritto per noi.

💬 Se dovessi dare un titolo alla pagina che stai vivendo oggi, quale sarebbe?

𝐍𝐨𝐧 𝐯𝐨𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐦𝐢𝐚 𝐦𝐚𝐝𝐫𝐞Me lo disse guardando a terra.Giulia ha trentasei anni. Insegna alle elementari .Sa c...
14/09/2026

𝐍𝐨𝐧 𝐯𝐨𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐦𝐢𝐚 𝐦𝐚𝐝𝐫𝐞
Me lo disse guardando a terra.

Giulia ha trentasei anni. Insegna alle elementari .
Sa come stare con i bambini, sa come contenerli, sa trovare le parole giuste quando qualcuno piange...
Al lavoro non perde mai la calma.

A casa però con suo figlio di tre anni, era diverso...lei si sentiva sempre inadeguata.

Bastava un capriccio al momento sbagliato,un pianto che non si calmava,una risposta brusca che usciva prima ancora che potesse fermarla.E' così che arrivava ( puntuale, pesante, sempre uguale a se stessa ) quella voce:

"Avrei dovuto fare meglio. E' per questo che lui esplode"

Giulia mi ha colpito perchè raccontava tutto questo con una voce controllata ,precisa,ordinata che non lasciava spazio alle emozioni. Parlava di sè come un problema da correggere e non una persona da ascoltare.

"𝐆𝐢𝐮𝐥𝐢𝐚 ,𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐞𝐫𝐢 𝐛𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐚 𝐞 𝐩𝐢𝐚𝐧𝐠𝐞𝐯𝐢, 𝐭𝐢 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐫𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐬𝐮𝐜𝐜𝐞𝐝𝐞𝐯𝐚?"

Silenzio.

"Mi dicevano di smetterla di farlo,che stavo esagerando,che non era il momento."

Altra pausa ma questa volta ingoiando un magone.

"Così imparavo a stare zitta e buona ."

Sua madre non era stata una persona "cattiva "era però stata emotivamente poco disponibile e quei bisogni di Giulia bambina che non trovavano uno spazio per esprimersi, quei pianti venivano spenti invece di contenuti.

Così Giulia aveva imparato presto a non chiedere troppo,non disturbare,essere brava,essere forte da sola e a tentare di capire l'umore degli altri prima ancora che si manifestasse.

𝐏𝐨𝐢 𝐩𝐞𝐫𝐨̀ 𝐞𝐫𝐚 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚𝐭𝐚 𝐦𝐚𝐝𝐫𝐞.

E davanti a lei c'era un bambino in carne ed ossa che piangeva, aveva bisogno di attenzioni, protestava, cercava conforto esattamente quelle emozioni che lei, da bambina, aveva imparato a contenere, a rendere silenziose, a mettere via.E la sensazione di inadeguatezza tornava a farsi sentire: " E ora cosa faccio?"

𝐋𝐚 𝐦𝐚𝐭𝐞𝐫𝐧𝐢𝐭𝐚̀ 𝐧𝐨𝐧 𝐚𝐯𝐞𝐯𝐚 𝐜𝐫𝐞𝐚𝐭𝐨 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐞𝐫𝐢𝐭𝐚. 𝐋'𝐚𝐯𝐞𝐯𝐚 𝐫𝐞𝐬𝐚 𝐯𝐢𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞.
Aveva riattivato uno schema relazionale antico quello che diceva: se qualcuno ha bisogno di me e io non riesco a soddisfarlo, ho sbagliato qualcosa. Sono inadeguata. Non sono abbastanza.

𝐍𝐨𝐧 𝐞𝐫𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐦𝐚𝐝𝐫𝐞 𝐬𝐛𝐚𝐠𝐥𝐢𝐚𝐭𝐚 : 𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚𝐫𝐞 𝐞𝐫𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐛𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐚 𝐜𝐫𝐞𝐬𝐜𝐢𝐮𝐭𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐭𝐚𝐯𝐚 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐝𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐭𝐞𝐫𝐧𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐝𝐢𝐦𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚𝐫𝐥𝐞, 𝐟𝐢𝐧𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞, 𝐝𝐢 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐛𝐛𝐚𝐬𝐭𝐚𝐧𝐳𝐚.

Chi ha imparato che l'amore doveva essere meritato ,trasforma la maternità in un'occasione per ricercare la perfezione.
Chi è cresciuta sentendosi responsabile delle emozioni degli altri,vive quelle del proprio figlio come qualcosa che deve necessariamente risolvere per sentirsi gratificato.

Il dictat interiore è :

"Se piange, devo riuscire a farlo smettere."

"Se è arrabbiato, ho sbagliato qualcosa."

"Se ha bisogno di me, devo esserci sempre."

E così, senza accorgersene, ogni giornata diventa una verifica del proprio valore.
Ogni errore una prova della propria inadeguatezza.
Ogni bisogno personale una colpa.

"𝐏𝐢𝐮̀ 𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚𝐯𝐨 𝐝𝐢 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐟𝐞𝐭𝐭𝐚, 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐦𝐢 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐬𝐨𝐥𝐚. 𝐏𝐢𝐮̀ 𝐦𝐢 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐬𝐨𝐥𝐚, 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐞𝐫𝐨 𝐬𝐭𝐚𝐧𝐜𝐚. 𝐏𝐢𝐮̀ 𝐞𝐫𝐨 𝐬𝐭𝐚𝐧𝐜𝐚, 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐩𝐞𝐫𝐝𝐞𝐯𝐨 𝐥𝐚 𝐩𝐚𝐳𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚. 𝐄 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐩𝐞𝐫𝐝𝐞𝐯𝐨 𝐥𝐚 𝐩𝐚𝐳𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚, 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐦𝐢 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐚𝐭𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐦𝐚𝐝𝐫𝐞."

Quello che volevo che Giulia capisse è che non essere una madre perfetta significa essere una madre umana:
Puoi perdere la pazienza ma fare in modo di riparare,puoi sbagliare e chiedere scusa,puoi aver bisogno di aiuto e chiederlo. Puoi avere il diritto di desiderare uno spazio tutto tuo.Puoi essere stanca, vulnerabile, incerta e continuare ad amare profondamente tuo figlio.

La relazione tra genitori e figli non si costruisce sull'assenza di errori. Le “rotture” nella relazione sono parte della normale vita di una diade genitore-bambino. Ciò che sembra avere un ruolo importante è la possibilità di riparare: riconnettersi dopo un momento di distanza, conflitto o disallineamento e ritrovare una condizione di sicurezza e regolazione.
La ricerca ha infatti osservato che una maggiore capacità di riparare le interazioni genitore-bambino è associata a una migliore regolazione emotiva nei bambini.

E forse è proprio qui che possiamo iniziare a guardare anche a quella voce che, dopo ogni errore, ti dice:

“Non sono abbastanza.”

𝐏𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐫𝐢𝐩𝐚𝐫𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐭𝐮𝐨 𝐟𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐦𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐧𝐭𝐞, 𝐦𝐚 𝐜'𝐞̀ 𝐮𝐧'𝐚𝐥𝐭𝐫𝐚 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐦𝐞𝐫𝐢𝐭𝐚 𝐚𝐭𝐭𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞: 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐡𝐚𝐢 𝐜𝐨𝐧 𝐭𝐞 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚.

Con Giulia ci è voluto tempo.

Una volta mi ha detto: "Mi sembra di girare in cerchio. Capisco, esco da qui convinta, e poi basta un momento sbagliato e sono di nuovo lì."

Avrei potuto dirle che era normale, che il cambiamento richiede tempo, che doveva avere pazienza.

Ma non era quello il punto.

𝐏𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐫𝐞𝐚𝐠𝐢𝐯𝐚 𝐢𝐧 𝐮𝐧 𝐜𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐦𝐨𝐝𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐯𝐚 𝐧𝐞𝐜𝐞𝐬𝐬𝐚𝐫𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐫𝐢𝐮𝐬𝐜𝐢𝐫𝐞 𝐚 𝐫𝐞𝐚𝐠𝐢𝐫𝐞 𝐢𝐧 𝐦𝐨𝐝𝐨 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨.

Nel lavoro terapeutico, quando emerge un meccanismo di questo tipo, non è sufficiente comprendere razionalmente perché si è instaurato. È importante osservare come il problema si mantiene nel presente: cosa succede prima, come la persona reagisce, quali tentativi mette in atto per risolverlo e in che modo quelle stesse soluzioni finiscono, talvolta, per alimentarlo.

È a partire da questa osservazione che il percorso può orientarsi verso esperienze concrete, attraverso cui sperimentare modalità differenti di affrontare ciò che fino a quel momento sembrava difficile o minaccioso.

Non si tratta semplicemente di convincersi che le proprie paure siano infondate.

Si tratta di poter sperimentare concretamente cosa accade quando, di fronte a una situazione temuta, si interrompono alcune delle risposte abituali e se ne introducono di nuove.

Perché in terapia comprendere il funzionamento di una difficoltà è importante, ma la consapevolezza, da sola, non sempre è sufficiente a modificarla.

𝐈𝐥 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐚 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐞𝐬𝐩𝐞𝐫𝐢𝐞𝐧𝐳𝐞 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐞 𝐞 𝐝𝐢 𝐬𝐜𝐨𝐩𝐫𝐢𝐫𝐞, 𝐧𝐞𝐥 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐫𝐞𝐭𝐨, 𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐢𝐭𝐮𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐟𝐟𝐫𝐨𝐧𝐭𝐚𝐭𝐚 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐫𝐫𝐞𝐫𝐞 𝐧𝐞𝐜𝐞𝐬𝐬𝐚𝐫𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐞𝐠𝐢𝐞 𝐮𝐭𝐢𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐭𝐞 𝐟𝐢𝐧𝐨 𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐥 𝐦𝐨𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨.

E non accade sempre in modo lineare.

Anche Giulia ha passato dei momenti in cui la difficoltà si è ripresentata, con vecchie strategie che tornano e la sensazione di essere nuovamente al punto di partenza.

Ma anche questi momenti possono diventare materiale di lavoro: permettono di osservare nuovamente il meccanismo e di individuare dove intervenire per interromperlo.

Così, lentamente, qualcosa può iniziare a spostarsi.

Non necessariamente scompaiono i momenti difficili.

Può cambiare, però, il modo in cui vengono riconosciuti e affrontati.

La persona può imparare a riconoscere prima ciò che sta accadendo, a non interpretarlo automaticamente come una conferma delle proprie paure e, soprattutto, a non rispondere sempre nello stesso modo nel tentativo di stare meglio.

𝐈𝐥 𝐜𝐞𝐫𝐜𝐡𝐢𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐧𝐞𝐜𝐞𝐬𝐬𝐚𝐫𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐬𝐩𝐚𝐫𝐢𝐭𝐨.𝐌𝐚 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐬𝐦𝐞𝐭𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐬𝐞𝐦𝐛𝐫𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐧𝐞𝐯𝐢𝐭𝐚𝐛𝐢𝐥𝐞.

Ed è forse uno degli aspetti più preziosi del lavoro terapeutico: non limitarsi a comprendere perché ci si trova dentro un problema, ma costruire, passo dopo passo, la possibilità concreta di sperimentare una strada diversa per iniziare a uscirne.

Dott.ssa Caterina Giordano scrittrice e psicologa

⚠️ NOTA IMPORTANTE

Quella che segue è una vignetta narrativa di carattere esclusivamente psicoeducativo e divulgativo. Il personaggio, i dialoghi, le situazioni, le circostanze e tutti gli elementi della narrazione sono frutto di elaborazione narrativa e sono stati costruiti per rappresentare dinamiche psicologiche generali.

La storia non descrive il caso clinico di una persona specifica, non è riconducibile a una singola persona reale e non riporta contenuti tratti da una specifica relazione terapeutica. Eventuali somiglianze con persone, situazioni o esperienze reali sono da considerarsi puramente casuali.

Il contenuto ha finalità informative e non intende sostituire una valutazione psicologica o un percorso psicoterapeutico individuale.

A volte guardiamo noi stessi come quel giardiniere: misuriamo, confrontiamo, correggiamo.“Troppo alto.”“Troppo largo.”“N...
11/09/2026

A volte guardiamo noi stessi come quel giardiniere: misuriamo, confrontiamo, correggiamo.
“Troppo alto.”
“Troppo largo.”
“Non abbastanza perfetto.”

E nel tentativo di rendere tutto come dovrebbe essere, rischiamo di dimenticare una cosa: ogni fiore ha il suo modo di crescere. 🌱

Forse non devi diventare diverso.
Forse devi solo smettere di misurarti con il metro degli altri.

💭 Tu, in cosa senti di essere “troppo” o “non abbastanza”?

Ci sono persone che, davanti alle crepe, scelgono di andarsene. Altre, invece, decidono di fermarsi, comprendere, costru...
04/09/2026

Ci sono persone che, davanti alle crepe, scelgono di andarsene. Altre, invece, decidono di fermarsi, comprendere, costruire e riparare.

L’amore autentico non è assenza di difficoltà, ma la volontà di prendersi cura di ciò che si è scelto di abitare. Vale nelle relazioni, nelle amicizie, nella famiglia… ma anche nel rapporto con noi stessi.

Riparare non significa accettare tutto, ma investire tempo, ascolto e presenza quando c’è ancora qualcosa di prezioso da custodire.

💜 Tu cosa ne pensi? L’amore è trovare qualcosa di perfetto o scegliere di prendersene cura, anche quando mostra le sue crepe?

"𝐒𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐥𝐮𝐢. 𝐒𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐦𝐢 𝐬𝐭𝐚 𝐟𝐚𝐜𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐦𝐚𝐥𝐞. 𝐄𝐩𝐩𝐮𝐫𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐟𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐚, 𝐢𝐨 𝐭𝐨𝐫𝐧𝐨 𝐥𝐢̀."Martina ha trentaqua...
03/09/2026

"𝐒𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐥𝐮𝐢. 𝐒𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐦𝐢 𝐬𝐭𝐚 𝐟𝐚𝐜𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐦𝐚𝐥𝐞. 𝐄𝐩𝐩𝐮𝐫𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐟𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐚, 𝐢𝐨 𝐭𝐨𝐫𝐧𝐨 𝐥𝐢̀."

Martina ha trentaquattro anni ed è una veterinaria .
Giorni intensi, animali che non parlano ma comunicano tutto...una capacità di lettura del dolore altrui che i colleghi le invidiano.

Il suo problema, apparentemente , è nella sua relazione con Andrea. Con lui ci sta da otto mesi.

Andrea è diverso da tutti quelli che ha avuto prima:è presente, risponde ai messaggi, non sparisce dopo un litigio. Infatti quando litigano( perché litigano, come tutte le coppie ) lui torna sempre.Niente silenzi punitivi. Nulla di sbagliato.

"E' tutto troppo perfetto" si ripeteva Martina.
C'è qualcosa che non va.
Mi racconta che nella relazione lei non stava mai realmente bene, mai davvero serena.Era sempre in allerta,alla ricerca" quella cosa" che confermasse la sua sensazione di essere in un posto non adatto a lei.

Oggi era un tono di voce appena appena diverso dal solito,ieri era un messaggio a cui lui non aveva risposto subito...
E quando una discussione si alzava appena di intensità,Martina cambiava perchè sentiva salire dentro di se un sentimento che conosceva benissimo: la paura.

Il corpo si irrigidiva prima ancora che la testa capisse cosa stava succedendo. Mi racconta dell'angoscia con cui si accorge che le sue parole venivano in realtà controllate una per una.
Oppure ,di quando il terrore l'assaliva e si ritrovava ad osservare il scenario opposto: si chiudeva, si allontanava, diventava fredda in un modo che non riusciva a spiegare nemmeno a se stessa.

E poi arrivava il pensiero che la spaventava più di tutto:

“𝐌𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐫𝐞𝐚𝐠𝐢𝐬𝐜𝐨 𝐜𝐨𝐬𝐢̀? 𝐋𝐮𝐢 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐥𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐦𝐢 𝐡𝐚 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐦𝐚𝐥𝐞.”E da qui il motivo per cui ha chiesto aiuto.

𝐏𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐝𝐢 𝐀𝐧𝐝𝐫𝐞𝐚, 𝐌𝐚𝐫𝐭𝐢𝐧𝐚 𝐚𝐯𝐞𝐯𝐚 𝐢𝐦𝐩𝐚𝐫𝐚𝐭𝐨 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐥'𝐚𝐦𝐨𝐫𝐞 𝐞𝐫𝐚 𝐮𝐧 𝐩𝐨𝐬𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨𝐬𝐨.

Ricorda nettamente un episodio:

Martina aveva circa 8 anni. Era una sera come un'altra e lei era in cucina con sua madre quando suo padre iniziò a urlare.Non era la prima volta che accadeva...le urla facevano parte della sua quotidianità.
Ma quella sera fu diversa:la discussione diventò sempre più violenta.:sua madre cercò di allontanarsi dalla stanza, ma lui la seguì.
Martina ricorda sua madre che le diceva:«Vai in camera. Adesso.»

Lei non si mosse.Rimase lì.Vide suo padre afferrarla per un braccio e spingerla contro il muro.

Poi sentì un rumore forte.Sua madre iniziò a piangere.

E Martina fece la cosa che, a otto anni, il suo cervello riuscì a trovare per sentirsi meno impotente: si mise tra loro.Ricorda di aver urlato:
«Basta. Ti prego, basta.»

Poi sua madre la prese e la portò in camera e chiuse la porta.
Martina ricorda perfettamente che si mise sotto le coperte ma non dormiva,ascoltava.

Ogni rumore dall'altra parte della porta la faceva irrigidire.
Ogni passo nel corridoio le faceva trattenere il respiro.
Aspettava soltanto di capire se il pericolo fosse davvero finito.

Martina crebbe e quell'episodio rimase un ricordo passato.Ma quella capacità di scansionare l'ambiente alla ricerca di segnali di pericolo rimase con lei.

𝐌𝐨𝐥𝐭𝐢 𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐝𝐨𝐩𝐨, 𝐜𝐨𝐧 𝐀𝐧𝐝𝐫𝐞𝐚, 𝐛𝐚𝐬𝐭𝐚𝐯𝐚 𝐮𝐧 𝐭𝐨𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐯𝐨𝐜𝐞 𝐚𝐩𝐩𝐞𝐧𝐚 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐢𝐥 𝐬𝐮𝐨 𝐜𝐨𝐫𝐩𝐨 𝐟𝐚𝐜𝐞𝐬𝐬𝐞 𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐚.

𝐏𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐢𝐥 𝐬𝐮𝐨 𝐜𝐨𝐫𝐩𝐨 𝐚𝐯𝐞𝐯𝐚 𝐢𝐦𝐩𝐚𝐫𝐚𝐭𝐨 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐨 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐥'𝐚𝐦𝐨𝐫𝐞 𝐞 𝐢𝐥 𝐩𝐞𝐫𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨 𝐩𝐨𝐭𝐞𝐯𝐚𝐧𝐨 𝐭𝐫𝐨𝐯𝐚𝐫𝐬𝐢 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐬𝐭𝐚𝐧𝐳𝐚.

“È arrabbiato con me?”
“Ho fatto qualcosa di sbagliato?”
“Sta per succedere qualcosa?”

Da bambina aveva imparato che cogliere presto quei segnali poteva proteggerla dall'imprevedibile.Ma ora quel sistema che l'ha protetta per anni,era obsoleto e rischiava di invadere anche le relazioni che in realtà non avevano niente di disfunzionale.Così lei ha deciso di chiedere aiuto.

𝐋𝐚 𝐭𝐞𝐫𝐚𝐩𝐢𝐚 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐮𝐧 𝐩𝐨𝐫𝐭𝐨 𝐬𝐢𝐜𝐮𝐫𝐨: 𝐧𝐨𝐧 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐢𝐦𝐩𝐞𝐝𝐢𝐬𝐜𝐚 𝐚𝐥 𝐦𝐚𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐚𝐠𝐢𝐭𝐚𝐫𝐬𝐢, 𝐦𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐭𝐢 𝐨𝐟𝐟𝐫𝐞 𝐮𝐧 𝐥𝐮𝐨𝐠𝐨 𝐢𝐧 𝐜𝐮𝐢 𝐟𝐞𝐫𝐦𝐚𝐫𝐭𝐢, 𝐨𝐫𝐢𝐞𝐧𝐭𝐚𝐫𝐭𝐢 𝐞 𝐢𝐦𝐩𝐚𝐫𝐚𝐫𝐞, 𝐩𝐨𝐜𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚, 𝐚 𝐧𝐚𝐯𝐢𝐠𝐚𝐫𝐞 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐨𝐯𝐞𝐫 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐯𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐨𝐧𝐝𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐞𝐬𝐭𝐚.

Vi confesso che questa storia mi ha lasciato qualcosa anche dentro di me.Perché non sono solo un clinico,ma sono un essere umano.
Quando Martina me ne parlava, io non vedevo soltanto la donna che avevo davanti ma sentivo, attraverso le sue parole, il terrore di quella bambina di otto anni che una sera era rimasta dietro una porta ad ascoltare, aspettando che il pericolo finisse.

E nel mio lavoro questo un momento che per me è sempre molto delicato: 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐢𝐧𝐜𝐢𝐚 𝐚 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐡𝐚 𝐝𝐨𝐯𝐮𝐭𝐨 𝐭𝐞𝐧𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐨𝐧𝐭𝐚𝐧𝐨 𝐝𝐚 𝐬𝐞́. Quando si concede di riprovare ad affacciarsi a quel dolore, per capirne il senso e finalmente rielaborarlo. Davanti ad un'esperienza emotiva così forte, non c'è bisogno di trovare intrerpretazioni ,riempire il silenzio perché in quel contesto la persona che ho davanti non ha bisogno, per prima cosa, di una spiegazione.

𝐇𝐚 𝐛𝐢𝐬𝐨𝐠𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐮𝐧'𝐞𝐬𝐩𝐞𝐫𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐚 𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚, 𝐩𝐞𝐫 𝐦𝐞, 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐨𝐧𝐝𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 𝐭𝐞𝐫𝐚𝐩𝐞𝐮𝐭𝐢𝐜𝐨.𝐄 𝐟𝐨𝐫𝐬𝐞 𝐞̀ 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐨 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐮𝐧𝐨 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐢 𝐝𝐞𝐥 𝐦𝐢𝐨 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐨𝐧𝐝𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞.

Nel setting non cerchiamo di cancellare il passato ma creiamo uno spazio sicuro perché tu possa guardarlo, comprenderlo e rielaborarlo, senza doverlo ogni volta rivivere attraverso gli stessi automatismi con cui, un tempo, hai imparato a proteggerti.

𝐎𝐠𝐠𝐢 𝐌𝐚𝐫𝐭𝐢𝐧𝐚 𝐬𝐭𝐚 𝐛𝐞𝐧𝐞.

Ma non perché quella bambina sia scomparsa nel dimenticatorio,non perché non provi più paura e nemmeno perché Andrea sia diventato "una garanzia" contro tutto ciò che potrebbe accadere nella vita.

Sta bene perché 𝐧𝐨𝐧 𝐡𝐚 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐛𝐢𝐬𝐨𝐠𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐯𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐞𝐦𝐨𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐮𝐧 𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐢 𝐩𝐞𝐫𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨.

Qualche tempo fa mi ha detto una frase che conservo ancora con me:
«𝐏𝐞𝐫 𝐭𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨 𝐡𝐨 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐠𝐮𝐚𝐫𝐢𝐫𝐞 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐬𝐬𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐚𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐩𝐚𝐮𝐫𝐚. 𝐎𝐠𝐠𝐢 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐡𝐢 𝐬𝐚𝐩𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐨 𝐚𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐩𝐚𝐮𝐫𝐚 𝐞 𝐫𝐢𝐦𝐚𝐧𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐪𝐮𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐦𝐞 »

Credo che sia questo, in fondo, uno dei significati più profondi del lavoro sul trauma:non cancellare ciò che è stato,non trasformare il passato in qualcosa che non è mai accaduto,ma fare in modo che 𝐢𝐥 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐚𝐭𝐨 𝐬𝐦𝐞𝐭𝐭𝐚, 𝐥𝐞𝐧𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞, 𝐝𝐢 𝐝𝐞𝐜𝐢𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐥 𝐩𝐨𝐬𝐭𝐨 𝐭𝐮𝐨 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐯𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐞.

Dott.ssa Caterina Giordano- scrittrice e psicologa

02/09/2026

In questo spazio rispondo in video alle vostre domande anonime su relazioni, ansia, autostima, solitudine, dipendenza affettiva, paura dell’abbandono, difficoltà emotive e benessere psicologico.

Le domande che ricevo sono anonime, ma spesso parlano di esperienze che riguardano moltissime persone. Per questo provo a rispondere con uno sguardo psicologico, ma soprattutto con parole semplici, concrete e senza giudizio.

❤️ Se anche tu ti sei fatto/a almeno una volta una di queste domande, forse questa rubrica fa per te.

📩 Puoi inviarmi la tua domanda anonima tramite NGL: potrebbe diventare il prossimo video.

⚠️ Le risposte hanno finalità divulgativa e non sostituiscono un percorso psicologico o una valutazione professionale individuale.

Indirizzo

Via Quintino Sella
Agropoli
84043

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 19:00
Martedì 09:00 - 19:00
Mercoledì 09:00 - 19:00
Giovedì 09:00 - 19:00
Venerdì 09:00 - 19:00

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