28/05/2017
La donna ingegnere
Da che mondo è mondo, si è sempre pensato all’ingegnere come ad una figura maschile, a prova di una società stereotipata per cui l’uomo è l’unico a poter lavorare; sono molte, infatti, le difficoltà che le donne hanno dovuto affrontare per poter avere pari opportunità e, nonostante il ruolo femminile non sia più limitato a quello di “donna di casa”, oggi sono ancora in molti ad essere scettici sul lavoro e sulle capacità cognitive delle donne rispetto a quelle degli uomini, specialmente se quest’ultime studiano o lavorano in settori visti sempre come maschili.
La prima donna italiana a rompere gli schemi nell’ambito dell’ingegneria civile fu Emma Strada, laureatasi a pieni voti nel 1908 al Politecnico di Torino. All’inizio della sua carriera Emma collabora con il padre che aveva uno studio tecnico di progettazione costruzione e perizie; il suo primo lavoro si realizza a Ollmont in Valle d’Aosta, dove si stava progettando una “galleria di ribasso” per drenare l’acqua da una miniera di pirite e oltre all’esecuzione di abitazioni per privati e alle molte opere civili progettate in ambito pubblico, nel 1957, insieme ad Anna Enrichetta Amour, Laura Lange, Ines del Tetto, Lidia Lanzi, Adelina Racheli, Vittoria Ilardi e Alessandra Bonfanti, costituisce l’AIDIA- Associazione Italiana Donne Ingegnere e Architetto- con l’intento di promuovere scambi di idee a scopo culturale e professionale, valorizzando il lavoro delle donne nel campo della scienza e delle tecniche, favorire l’assistenza reciproca nel campo della professione e far in modo che si possano coltivare legami culturali e professionali con analoghe associazioni italiane e non. Emma Strada è la prima presidente dell’associazione e lei stessa accetta la proposta di organizzare nel 1971 a Torino la “III conferenza internazionale di donne ingegneri e scienziate” alla quale, purtroppo, non partecipò mai a causa della sua morte avvenuta nei pochi mesi antecedenti l’evento.
Emma fu anche la prima, inizialmente con il suo esempio e poi con le sue iniziative, ad incentivare la presenza delle donne sia nelle facoltà scientifiche sia nel mondo del lavoro. Infatti con il trascorrere degli anni, seppur in poche, ci furono altre donne audaci che si iscrissero alle facoltà di ingegneria; fino agli inizi degli anni ottanta le donne frequentanti questa facoltà erano una piccolissima minoranza, lo sa bene Giovanna Gabetta, prima donna ingegnere nucleare, laureata nel 1975 al Politecnico di Milano, che non ha mai gradito molto l’abitudine di chiedere alle donne la ragione per cui hanno intrapreso gli studi di ingegneria ; è come se questa domanda contenesse un messaggio del tipo: cosa ci fai qui? E, infatti, a quale ragazza non è mai capitato che qualcuno le rivolgesse questa domanda? Non sarebbe più interessante sapere con quale obiettivo una persona sceglie questi studi?.
Al giorno d’oggi, per fortuna, a scuola come nelle università non si hanno problemi di discriminazione, anzi, il numero di iscritte e di laureate è aumentato molto (anche se le percentuali restano tra il 15-20%), ovviamente bisogna tener conto di molti fattori, per esempio, bisogna vedere quante donne sono iscritte o laureate in ingegneria meccanica o civile piuttosto che in ingegneria gestionale, che ultimamente sta andando per la maggiore. Sembra inoltre che molte, invece di lottare, tendano ad adattarsi alle condizioni che la società ci pone, come se la donna debba lavorare solo per dare un contributo in famiglia in più rispetto allo stipendio del marito.
A cosa è dovuto tutto ciò? Forse al fatto che , purtroppo in Italia il ruolo dell’ingegnere donna (in senso stretto) è ancora limitato, o che nelle aziende si hanno ancora delle regole maschili che non facilitano il raggiungimento di ruoli di potere, o comunque, ruoli decisionali. Affinché la figura femminile sia valorizzata è necessario un cambiamento della cultura delle aziende in modo da trarre vantaggio dalla collaborazione di due mondi diversi: quello maschile e quello femminile.
Un passo in avanti in questo senso è stato fatto dal CNI-Consiglio Nazionale degli Ingegneri- con l’iniziativa “Ingenio al Femminile”, giunta alla terza edizione e dedicata alla valorizzazione della figura femminile nelle professioni tecnico-scientifiche in cui si approfondiscono le difficoltà che il binomio donna-ingegnere incontra nella società attuale per fare in modo che il nostro paese proceda verso l’incremento numerico delle donne alle posizioni di vertice.
Di sicuro, per far in modo che qualcosa cambi è di fondamentale importanza che le ragazze non si scoraggino e non si tirino indietro, che non abbiano quasi un atteggiamento di rassegnazione, ma che si mettano in gioco, cominciando, ad esempio, ad iscriversi sempre più numerose alla Facoltà di Ingegneria.
Maria Grazia Chieti