Il sassolino

Il sassolino Il sassolino, giornalino informativo di Università Europea - Destra Universitaria Ancona

28/05/2017

Editoriale 12.1

Siamo nuovamente qui a far sentire la nostra voce attraverso un altro numero del nostro “IL SASSOLINO”. Cari lettori e lettrici oggi vogliamo parlarvi del nostro Ateneo e dei suoi modi di rapportarsi, con la dovuta lentezza a tutti noi studenti. Come al solito anche quest’anno l’inaugurazione dell’Anno Accademico arriva con tantissimo ritardo rispetto a tutto il resto degli Atenei. Ci domandiamo che senso abbia inaugurare qualcosa che oramai sta per terminare? Come mai Ancona non riesce a rispettare questi tempi?
Il nostro Ateneo comunque non riesce proprio a rispettare i tempi stabiliti su tante procedure: vedasi il bando attività culturali più recente oppure la domanda per il bando part time di qualche annetto fa.
Questi fatti appena citati ci portano, oltre a porci le solite domande di rito: come mai? Perché? Forse gli studenti sono messi in secondo piano? ecc. ecc., ad una considerazione forse troppo semplice, ovvero che nei piani alti del nostro Ateneo, dove si prendono le decisioni che contano, si pensi più alle apparenze che alla concretezza.
Questa situazione, francamente, come studenti ancor prima che come Associazione Studentesca, ci rammarica.
E non poco.

LA REDAZIONE

28/05/2017

Un' immigrazione possibile

Uno degli avvenimenti che sta segnando l’ultimo ventennio è il fenomeno dell’immigrazione clandestina. Nei telegiornali non si fa altro che parlare delle stragi che avvengono nei nostri mari, senza parlare dei disagi che arrecano questi innumerevoli sbarchi.
Siamo arrivati ad una situazione in cui la gente ha paura.
La paura forse non è la più nobile delle attitudini, ma non è una colpa. Non va alimentata e usata ma non va neppure negata e rimossa, come fa la sinistra e anche una parte del mondo cattolico. La paura si vince rimuovendone le cause.

Oggi molti italiani hanno paura delle migrazioni non perché siano ostili ai migranti intesi come individui ma perché vedono che l’emergenza è gestita male e soprattutto non ne vedono la fine. L’impressione è che il Governo e gli Enti locali stentino a organizzare sia l’accoglienza, sia i rimpatri; soprattutto si ha l’impressione che non riescano a disegnare un orizzonte che dia ai cittadini quella sicurezza anche psicologica senza cui l’integrazione resta utopia. Il tentativo di coinvolgere l’Europa sta dando i primi risultati. Ma gli italiani sanno che le guerre civili nel Nordafrica e in Medio Oriente non sono affatto finite, che per stabilizzare l’area serviranno anni se non decenni; e non intravedono ancora né le regole né le azioni che consentano di salvare i profughi, sottraendoli ai trafficanti di uomini e di selezionare all’origine i «migranti economici», distinguendo le figure professionali di cui l’Italia ha bisogno dalla massa che andrebbe fermata o rimandata indietro.
I migranti non arrivano in un Paese prospero, coeso, sereno. Si affacciano in un’Italia che vive un vero e proprio dopoguerra. La crisi ha lacerato in modo devastante il tessuto industriale e sociale, soprattutto al nord, soprattutto in provincia.
Sui media tende a prevalere una visione spensierata dell’immigrazione, tipica di un’élite per cui gli stranieri sono colf a basso costo e chef di ristoranti etnici; tanto i figli vanno alla scuola internazionale, e i nonni nella clinica privata. L’immigrazione può rivelarsi un sollievo per il sistema produttivo, ma comporta un prezzo, tutto a carico delle classi popolari, chiamate a combattere ogni giorno una guerra tra poveri per il posto all’asilo, il letto in ospedale, la lista d’attesa al pronto soccorso, e pure la casa e il lavoro.
C’è da essere orgogliosi del modo in cui molti italiani stanno reagendo. Volontari laici e cattolici fanno un grande lavoro, spesso sopperendo alle lacune della pubblica amministrazione. E gli uomini in uniforme continuano a salvare vite, dovere giuridico e morale che in nessun caso può mai ve**re meno. Ma lo Stato, insieme con gli altri Paesi europei, deve fare molto altro: alleggerire il peso che grava sulle nostre frontiere, organizzando il viaggio dei profughi e il respingimento dei clandestini; e far funzionare la macchina dell’integrazione, legando i diritti ai doveri, che comprendono la conoscenza e il rispetto dei nostri valori, a cominciare dall’uguaglianza tra uomo e donna.

Luigi Zizzo

28/05/2017

Wenstminster, anche tu!

22 Marzo 2017: ennesimo, famoso e fatidico “suv contro la folla”. Oramai, mi verrebbe da dire: “tanta incertezza mina sicurezza e quiete di ogni cittadino mondiale”.
Nizza, Berlino, vari e adesso Londra, con Westminster: disastro di incoscienza ! La giustificazione dell’apatia culturale di queste persone (animali per dirla in breve) sembra essere la difesa della propria religione, del proprio credo, la stessa che, discussa in presenza di un qualsivoglia individuo maturo, muore direttamente sul nascere.

Innanzitutto, siamo realmente certi del verificarsi di tali episodi o dobbiamo vivere con il dubbio che sia solo una questione di amplificazione di popolarità da parte dei media? Abbiamo bene in mente quale sia la causa? E se anche la nostra cara patria venisse coinvolta in un qualsiasi momento? Purtroppo, tante, tantissime sono le domande prive di risposta che circondano la nostra quotidianità.
Dopo una lunga giornata di studio, di lavoro, la gente accende il televisore e ahimè: “ennesimo attentato terroristico di natura islamica”. Si possono ascoltare direttamente le persone coinvolte e percepire tutta la loro disperazione. Purtroppo, molte volte, ci si dà poco peso se non coinvolti direttamente, ma appena ci si sofferma con i propri pensieri (in una sorta di navigar mentale), ci si accorge che davvero questa è la fine dell’umanità. Letteralmente parlando ditemi voi, cari lettori, “se questo è un uomo” (Primo Levi).
Oramai sembra diventata un’abitudine che timore incute e soluzione non ha. Personalmente credo davvero che in questo momento il punto di partenza su cui fondare il provvedimento e la salvaguardia debbano essere proprio i capitoli “secondo e nono” del Corano. Loro devono ”…vendicare con la morte la gente considerata impura…” ma chi in realtà ne paga le conseguenze siamo noi.
Non dimentichiamo inoltre la cara politica; la stessa che , se ci si riflette solo un po’, rappresenta la causa madre di tutto ciò. In effetti, armi, supporto, munizioni, frontiere, non possono che essere legate a doppio filo con la politica. Purtroppo queste sono informazioni che non raggiungeranno MAI “le orecchie” del popolo. Per non parlare della sicurezza, praticamente inesistente, con tanto di milioni che finiscono nelle tasche dei grandi e grandissimi nulla facenti addetti alla sicurezza e politici mondiali. Dispiace pensarlo, ma ogni tanto è causa buona scagliarsi contro chi il male lo cerca. Se atto simile si è verificato nel Regno Unito, in pratica, aspettiamocelo in ogni momento anche dalle nostre parti. Con questo non voglio incutere timore ma invitare a ragionare, a riflettere, tutte quelle persone che hanno potere esecutivo, sulla condivisione culturale (oramai in forte ascesa), e fare in modo che ogni essere venga rispettato per quello che è, senza invadere la sicurezza e libertà altrui.
“Se dici la tua sul Vaticano, sulla Chiesa Cattolica, sui Papa, sulla Madonna, su Gesù, sui Santi, non ti succede nulla. Ma se fai lo stesso con l’Islam, con il Corano, con Maometto, con i figli di Allah diventi razzista e xenofobo e blasfemo e compi una discriminazione razziale”: disse Oriana Fallaci. Adesso prendete questa stessa frase e riflettete sull’ultimo termine “razzista”, poi associatelo all’Italia , infine capirete perché la nostra patria sarà invasa(forse distrutta) senza provvedimenti.
[NDR. L’articolo è stato scritto prima dei fatti di S.Pietroburgo e di Stoccolma]

Di Cosmo Antonio

28/05/2017

Incubo disoccupazione giovanile

Secondo gli ultimi aggiornamenti dell’ISTAT il tasso di disoccupazione giovanile è salito al 40% raggiungendo cosi il livello più alto a partire da ottobre 2015. Lo rileva quest’organo di statistica nelle sue misurazioni sul mese di novembre 2016, dalle quali emerge che nella fascia di età tra 15 e 24 anni è sceso anche il tasso di occupazione, mentre quello di inattività, che include anche gli studenti è calato. Analizzando una fascia di età piu ampia il tasso dei senza lavoro ha registrato un incremento, passando dall’11,7 all’11,9%, crescendo quindi dello 0,5% su novembre 2015. In parallelo, tuttavia, sono aumentati gli occupati e il tasso di occupazione è stato pari a 57,3%, in aumento di 0,1 punti rispetto al mese di ottobre.

Quest’evidente discordanza deriva dal calo degli inattivi, cioè le persone che smettono di cercare un’occupazione perché demoralizzate: a novembre il tasso di inattività ha raggiunto i minimi storici: gli inattivi tra i 15 e i 64 anni sono calati rispetto ad ottobre e novembre 2015.L’aumento degli occupati riguarda le donne e gli over cinquanta, un problema presente gia dallo scorso anno a svantaggio dei giovani soprattutto tra i 15 e i 34 anni.
Recentemente si è verificato un episodio di cronaca nera di un ragazzo trentenne suicidatosi a causa della disperazione di non riuscire a trovare lavoro. Questo ragazzo di nome Michele lascia una lettera in cui denuncia la sua situazione, comune a molti altri giovani. La madre dice: “Di nostro figlio ricorderemo il suo gesto di ribellione estrema e il suo grido simile ad altri che migliaia di giovani probabilmente pensano ogni giorno di fronte a una realtà che distrugge i sogni”.
Se si osserva con piu attenzione il periodo da settembre a novembre è possibile osservare un leggero calo rispetto al trimestre precedente. Il calo ha interessato gli uomini, le persone tra 15 e 49 anni e i lavoratori dipendenti, mentre c’è stata una crescita per le donne e gli over 50.
Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha commentato i dati dicendo che “nel quadro complessivo ciò che preoccupa è la situazione dell’occupazione giovanile, per cui alla diminuzione del tasso di inattività tra i giovani corrisponde solo un aumento della disoccupazione”.
Come noto gia da tempo a questa disoccupazione giovanile consegue la “fuga di cervelli”, molti dei giovani italiani vanno via dal nostro paese in cerca di una situazione lavorativa migliore. Anche su questo tema si esprime il ministro del lavoro Poletti dicendo che non sempre sono i migliori ad andare via e che chi resta ha meno competenze e qualità degli altri. Queste affermazioni sono state oggetto di critiche e polemiche dai più giovani. Per alcuni quella di Poletti è una dichiarazione triste: l'unico rimedio sarebbe la sostituzione di alcuni responsabili della classe dirigente. Molti dei giovani che si sono espressi con critiche pensano che tutto questo sia frutto di amministrazioni obsolete. Forse è il caso di riconoscere che chi ci governa non ha le giuste competenze in merito. Magari è anche il caso di sostituilrli con nuove figure, magari proprio i famosi giovani che scappano via.

Antonio Davide d’Onofrio

28/05/2017

Eutanasia, contestualizzazione del verbo “vivere”

Dj Fabo è l’ultimo caso di “fine vita” che torna a far parlare con prepotenza di eutanasia, il dubbio amletico di William Shakespeare “essere o non essere” si evolve in una problematica socio-legislativa, “non vivere o morire?”.
Sulla tematica del “fine vita” si fa ancora molta confusione fra eutanasia, suicidio assistito e legge sul biotestamento.
Il testamento biologico è l’espressa volontà del soggetto (nel pieno delle sue facoltà mentali), riguardante eventuali cure che egli intende ricevere o meno nel momento in cui dovesse trovarsi incapace di esercitare il proprio diritto di scelta. In Italia, al giorno d’oggi, non esiste nessuna legge che regolamenta il biotestamento.

Il suicidio assistito è un processo in cui viene portato aiuto medico ad un soggetto che ha deciso di morire. Esso avviene tramite l’auto-somministrazione di sostanze che portano ad addormentarsi e, rapidamente, a morire. Il suicidio assistito si differenzia dall’eutanasia per il fatto che l’atto finale di togliersi la vita è compiuto interamente dal soggetto stesso e non da terzi soggetti che assistono la persona.
L’eutanasia è la pratica intenzionale e nell’interesse dell’individuo che porta alla morte nel caso in cui la qualità della vita sia stata compromessa da una malattia, menomazione o condizione psichica.
L’etimologia della parola eutanasia deriva dal greco euthanasia (composta da eu-, bene e thanatos, morte), letteralmente significa: buona morte.
Esistono due tipologie di eutanasia, attiva e passiva. L’eutanasia attiva prevede il raggiungimento della morte tramite la somministrazione di farmaci, quella passiva prevede l’interruzione o la mancata fornitura di cure necessarie all’individuo per rimanere in vita.
La legge italiana valuta come reato la pratica dell’eutanasia, considerandola omicidio volontario (art. 575 codice penale) ed anche il suicidio assistito, giudicandolo come istigazione o aiuto al suicidio (art. 580 codice penale).
Sono molti i Paesi in cui l’eutanasia o il suicidio assistito sono legali (Olanda, Belgio, Svizzera, Regno Unito, Germania, Francia); la mancata presa di posizione dell’Italia evidenzia ancora una volta la riluttanza al progresso e la forte propensione ad un istinto conservatore. Tale istinto è legato ad una cultura cattolica che influenza l’Italia a livello sociale e politico; la Chiesa cattolica vede l’eutanasia come un atto vile e privo di moralità, tralasciando molti degli aspetti di una tematica poliedrica nella quale il verbo “vivere” assume un significato labile.
La visione religiosa della vita ha un’accezione metafisica, in quanto, un atto immorale ci preclude un certo percorso dopo la morte e tralascia quelle che sono le sofferenze e le necessità della vita terrena. Il culto religioso ha un concetto della sofferenza sulla quale edifica la vicinanza a Dio, rifiuta l’eutanasia, così come la fecondazione assistita, non concependo che l’uomo possa sostituirsi a Dio sulla scelta del dare o togliere la vita.
Le differenti testimonianze dei malati terminali convergono in un quesito: si può vivere un’esistenza costernata dal dolore?
La sofferenza, la convinzione di non poter mai guarire e la perdita di indipendenza, sono fattori che accrescono nel malato la convinzione di essere un “peso”. La fede e la speranza affievoliscono e vengono sostituite dalla disperazione e dall’autocommiserazione. Il dover dipendere completamente da terze persone e sentirsi schiavi del proprio corpo, possono essere percepite come situazioni che tolgono la dignità umana, da qui, l’idea di avvalersi dell’eutanasia come strumento di libertà del non-vivere.
Penso che la scelta personale di ricorrere all’eutanasia sia un atto di coraggio e di altruismo che meriti rispetto; se è vero che solamente Dio ci può giudicare e che nessun uomo può sostituirsi ad esso, perché la Chiesa (intesa come istituzione) si oppone così fermamente alle pratiche di “fine vita”?
Essendo l’Italia un paese laico, il dovere dello Stato è quello di agevolare i cittadini, fornendo gli strumenti legislativi che diano la possibilità ad un individuo di avvalersi della propria libertà decisionale per alleviare sofferenze psico-fisiche che, se non vissute in prima persona, non è possibile comprendere appieno.

"Andrò via col sorriso, andrò via libero.
Siamo schiavi di uno Stato, viviamo schiavi di uno Stato, lavoriamo schiavi di uno Stato, quando vogliamo morire siamo schiavi di uno Stato, non possiamo scegliere niente, rimaniamo schiavi di uno Stato!".
(Dj Fabo, Le Iene- Puntata del 22/02/2017)

Giuseppe Cicenia

28/05/2017

Una, dieci, cento "destra"

Come si sa da alcuni anni a questa parte la destra italiana è divisa. Ideologie, pensieri, strategie hanno portato ad una separazione di una parte politica che teoricamente dovrebbe ragionare e lavorare nella medesima direzione.
E questo sicuramente influisce negativamente su un risultato politico e su una visione e una organizzazione a lungo termine per la destra sia in loco che in tutto il territorio nazionale.
La conseguenza di tutto ciò è che si perdono consensi elettorali che fanno sì che i risultati alle elezioni siano certamente al di sotto delle aspettative e delle reali capacità della destra italiana.

Ma la domanda fondamentale è : sapete che cosa è la destra?
La destra è cultura, la destra è nazionalismo, la destra è identità, la destra è sicurezza nel territorio. L’identità di cui noi vi parliamo è la stessa identità che tutti gli italiani riconoscono nel tricolore, il simbolo dell’Italia.
Ma per noi identità è anche radicamento sul territorio, è anche mantenimento della cultura e delle tradizioni che sono state tramandate nel nostro territorio per anni. Per noi identità è la famiglia, composta da un uomo e una donna. Tutto ciò è identità, tutto ciò è destra.
Tornando alla frammentazione della destra attuale, possiamo tranquillamente affermare che di riflesso anche noi come associazione studentesca l’abbiamo subita. Università Europea ha sempre riconosciuto e appoggiato Azione Universitaria Nazionale, facendone parte e portandola con orgoglio anche alle elezioni locali. Purtroppo spaccature a livello nazionale hanno privato la nostra Associazione di un diritto, di un nome, di una identità politica solo per far felice qualcuno, solo per regalare cariche inutili a livello locale e provinciale all’amico dell’amico proprio come succede in altri contesti (viene in mente il Renziano Partito democratico o il pentastellato movimento di Grilllo).
Abbiamo ingoiato questo rospo pur volendo comunque appoggiare un candidato nazionale di Azione Universitaria, l’amico Beppe Staglianò che vista la sua vittoria, anche grazie ai vostri voti, sta portando con orgoglio e con attenzione i problemi dell’Università di Ancona e di quelli di tutte le università delle Marche al maggior organo nazionale studentesco, il CNSU, il consiglio nazionale degli studenti.
Siamo affranti in alcuni casi di dover scontrarci con persone che teoricamente la pensano politicamente come noi. Siamo invece orgogliosi di avere una nostra identità quando queste persone si affiancano ad associazioni di ben altro colore politico sul tema della sicurezza e della immigrazione (come espressa in una nota presente nella nostra pagina facebook dal tipo: “Per il Consiglio studentesco la sicurezza degli studenti non è un problema del Consiglio) solo per screditarci.
In conclusione vogliamo dirvi che la destra non è quello spauracchio che tutti definiscono. Soprattutto la destra universitaria rappresentata da Università Europea è solo un gruppo di ragazzi che lavora per voi, con voi e a cui sono cari i valori sopra citati ma che si rispettano e rispettano sempre e comunque democraticamente tutte le altre associazioni.
C’è chi adora avere cariche e chi invece lavora per gli studenti. Beh noi apparteniamo decisamente alla seconda categoria, avendolo dimostrato largamente per più di venti anni di rappresentanza studentesca nell’Ateneo Dorico. Non credo che altri possano dire altrettanto.
Siamo orgogliosi di potervi sempre rappresentare. Siamo orgogliosi di “essere di destra”, quella vera.

Matteo Marzioli

28/05/2017

I nullatenenti

Il titolo di questo articolo è stato pensato per tutti quelli che si sentono presi in giro da quelle persone che per un motivo o per un altro, all’occhio dello stato italiano, hanno reddito zero o meglio vengono considerati nullatenenti.
Uno studente/persona fisica dichiara i suoi averi allo stato italiano tramite un indicatore chiamato ISEE.
Il DPCM 159/2013 ha modificato in maniera sostanziale la disciplina in materia ISEE, in particolare per le richieste di prestazioni per il diritto allo studio universitario. In merito alle richieste di borse di studio, alloggi e riduzione delle rette per le tasse universitarie, si sono manifestate diverse criticità collegate alla modalità di calcolo e gestione dell’ISEE per il diritto studio universitario, evidenziate fin da subito dagli Enti per il diritto allo studio e dalle Università.
La problematica principale riguarda le richieste di prestazioni per il diritto allo studio che non possono essere gestite con il nuovo indicatore ISEE, quali ad esempio quelle degli studenti “ stranieri ” che non possono elaborare l’ISEE oppure che, pur avendo i requisiti per la presentazione dell’ISEE, non presentano condizioni di autonomia dal nucleo familiare di origine.

A tal proposito, al fine di supportare l’attività degli enti coinvolti e al tempo stesso garantire agli studenti l’accesso ai benefici a condizioni di uniformità, la Consulta dei CAF in accordo con l’ANDISU, l’associazione di rappresentanza degli Enti per il diritto allo studio, ha definito un protocollo d’intesa al fine di sviluppare un parametro, l’indicatore parificato, che sarà applicato alle casistiche per le quali non è applicabile l’ISEE per il diritto allo studio universitario, sostituendo in definitiva la precedente modalità di calcolo prevista dall’articolo 5 del DPCM 9 aprile 2001, meglio conosciuta con l’acronimo ISEEU.

Nello specifico l’indicatore parificato sarà necessariamente determinato nelle seguenti casistiche:
• studente universitario non residente in Italia;
• studente universitario residente in Italia non autonomo;
• studente universitario percettore di borse di studio.

In particolare, nel caso di studente percettore di borse di studio (come da DPCM 159/2013, anche se redditi esenti da imposte, devono essere ricomprese tra i redditi e trattamenti da dichiarare ai fini ISEE) la compilazione aggiuntiva dell’indicatore parificato permetterà all’Ente erogatore, ai soli fini del mantenimento del trattamento stesso, di sottrarre dall’indicatore ISEE Universitario precedentemente calcolato l’importo della borsa di studio precedentemente percepita e pertanto determinare un parametro “neutralizzato”.
Si sottolinea tuttavia che resta la facoltà, seppur marginale, per le Università, in alternativa al protocollo definito da ANDISU e Consulta CAF, di stabilire regole di compilazione e/o procedure alternative all’indicatore parificato, volte ad inquadrare la situazione economica dello studente per le casistiche per le quali non è possibile elaborare l’ISEE universitario.
Questo metodo di calcolo va a penalizzare quanti magari nel 2015 hanno ereditato degli immobili che nell’ISEE 2017 porta a un incremento di reddito che non implica per una famiglia una situazione economica equivalente.
Dopo quanto esposto verrebbe da dire che il calcolo ISEE non corrisponde alla situazione economica in cui versa una persona nell’anno che viene richiesto visto che l’ISEE calcolato in un anno prende come base il reddito di due anni prima; così facendo risulta essere abbastanza inutile in quanto molte volte, soprattutto per la crisi che sta investendo il nostro paese, la situazione economica attuale (ovvero 2017) non equivale a quella del 2015.

RICORDIAMO A TUTTI CHE IL MODELLO ISEE UTILE PER IL CALCOLO DELLA SECONDA RATA ANNO ACCADEMICO 2017/2018 è GIA RICHIEDIBILE IN QUANTO DAL 16/01/17 IL CALCOLO SI BASA SULL’ANNO REDDITUALE 2015.

Francesco Araneo

28/05/2017

La donna ingegnere

Da che mondo è mondo, si è sempre pensato all’ingegnere come ad una figura maschile, a prova di una società stereotipata per cui l’uomo è l’unico a poter lavorare; sono molte, infatti, le difficoltà che le donne hanno dovuto affrontare per poter avere pari opportunità e, nonostante il ruolo femminile non sia più limitato a quello di “donna di casa”, oggi sono ancora in molti ad essere scettici sul lavoro e sulle capacità cognitive delle donne rispetto a quelle degli uomini, specialmente se quest’ultime studiano o lavorano in settori visti sempre come maschili.

La prima donna italiana a rompere gli schemi nell’ambito dell’ingegneria civile fu Emma Strada, laureatasi a pieni voti nel 1908 al Politecnico di Torino. All’inizio della sua carriera Emma collabora con il padre che aveva uno studio tecnico di progettazione costruzione e perizie; il suo primo lavoro si realizza a Ollmont in Valle d’Aosta, dove si stava progettando una “galleria di ribasso” per drenare l’acqua da una miniera di pirite e oltre all’esecuzione di abitazioni per privati e alle molte opere civili progettate in ambito pubblico, nel 1957, insieme ad Anna Enrichetta Amour, Laura Lange, Ines del Tetto, Lidia Lanzi, Adelina Racheli, Vittoria Ilardi e Alessandra Bonfanti, costituisce l’AIDIA- Associazione Italiana Donne Ingegnere e Architetto- con l’intento di promuovere scambi di idee a scopo culturale e professionale, valorizzando il lavoro delle donne nel campo della scienza e delle tecniche, favorire l’assistenza reciproca nel campo della professione e far in modo che si possano coltivare legami culturali e professionali con analoghe associazioni italiane e non. Emma Strada è la prima presidente dell’associazione e lei stessa accetta la proposta di organizzare nel 1971 a Torino la “III conferenza internazionale di donne ingegneri e scienziate” alla quale, purtroppo, non partecipò mai a causa della sua morte avvenuta nei pochi mesi antecedenti l’evento.
Emma fu anche la prima, inizialmente con il suo esempio e poi con le sue iniziative, ad incentivare la presenza delle donne sia nelle facoltà scientifiche sia nel mondo del lavoro. Infatti con il trascorrere degli anni, seppur in poche, ci furono altre donne audaci che si iscrissero alle facoltà di ingegneria; fino agli inizi degli anni ottanta le donne frequentanti questa facoltà erano una piccolissima minoranza, lo sa bene Giovanna Gabetta, prima donna ingegnere nucleare, laureata nel 1975 al Politecnico di Milano, che non ha mai gradito molto l’abitudine di chiedere alle donne la ragione per cui hanno intrapreso gli studi di ingegneria ; è come se questa domanda contenesse un messaggio del tipo: cosa ci fai qui? E, infatti, a quale ragazza non è mai capitato che qualcuno le rivolgesse questa domanda? Non sarebbe più interessante sapere con quale obiettivo una persona sceglie questi studi?.
Al giorno d’oggi, per fortuna, a scuola come nelle università non si hanno problemi di discriminazione, anzi, il numero di iscritte e di laureate è aumentato molto (anche se le percentuali restano tra il 15-20%), ovviamente bisogna tener conto di molti fattori, per esempio, bisogna vedere quante donne sono iscritte o laureate in ingegneria meccanica o civile piuttosto che in ingegneria gestionale, che ultimamente sta andando per la maggiore. Sembra inoltre che molte, invece di lottare, tendano ad adattarsi alle condizioni che la società ci pone, come se la donna debba lavorare solo per dare un contributo in famiglia in più rispetto allo stipendio del marito.
A cosa è dovuto tutto ciò? Forse al fatto che , purtroppo in Italia il ruolo dell’ingegnere donna (in senso stretto) è ancora limitato, o che nelle aziende si hanno ancora delle regole maschili che non facilitano il raggiungimento di ruoli di potere, o comunque, ruoli decisionali. Affinché la figura femminile sia valorizzata è necessario un cambiamento della cultura delle aziende in modo da trarre vantaggio dalla collaborazione di due mondi diversi: quello maschile e quello femminile.
Un passo in avanti in questo senso è stato fatto dal CNI-Consiglio Nazionale degli Ingegneri- con l’iniziativa “Ingenio al Femminile”, giunta alla terza edizione e dedicata alla valorizzazione della figura femminile nelle professioni tecnico-scientifiche in cui si approfondiscono le difficoltà che il binomio donna-ingegnere incontra nella società attuale per fare in modo che il nostro paese proceda verso l’incremento numerico delle donne alle posizioni di vertice.
Di sicuro, per far in modo che qualcosa cambi è di fondamentale importanza che le ragazze non si scoraggino e non si tirino indietro, che non abbiano quasi un atteggiamento di rassegnazione, ma che si mettano in gioco, cominciando, ad esempio, ad iscriversi sempre più numerose alla Facoltà di Ingegneria.

Maria Grazia Chieti

28/05/2017

Mens sana in corpore sano

L'Università è uno degli impegni più grandi che si possa prendere nella propria carriera o vita
(oltre a sposarsi, sia ben chiaro!), è una esperienza che influenza tutti nel profondo in modo negativo e positivo. E' un po' come quando si è in una relazione con una persona: se si vuole che la relazione vada avanti e che proceda bene è necessario che a quella persona si dedichino tempo e passione. "Andare all'università sarebbe come avere una relazione?” No non sono diventato pazzo !.
Però se ci pensate bene è così. Se non si dedica abbastanza tempo all'università, la relazione con questa comincia ad andare male, magari non si passano gli esami oppure si superano, ma non con i voti che uno spera di ottenere.

Lo studente medio si ritrova quotidianamente a fare i conti con il tempo a disposizione nell'arco della sua giornata. Togliendo le ore di lezione, il tempo per mangiare, il tempo
da dedicare alla attività sportiva, il tempo per dormire, il tempo da dedicare alla vita sociale e il tempo per la propria igiene personale (anche se qualcuno la trascura), alla fine le ore che rimangono a disposizione per lo studio non sono proprio tante, ma procediamo con calma.
Le ore di lezione sono probabilmente le più importanti. Le nozioni che si assimilano durante la lezione in classe sono quelle che poi sono le fondamenta dello studio a casa e se si prendono degli appunti in maniera corretta e completa possiamo dire di aver fatto un
buon 70% del lavoro. Stima troppo ottimistica dite? Beh se il professore è uno di quelli che non ha voglia di fare il suo lavoro, che magari spiega male o ha una voce con effetto soporifero (credetemi esistono, avete solo avuto la fortuna di non incontrarli !) una stima più realistica si aggira intorno al 50-60%, che è comunque tanto. Dopo questa attenta analisi quindi, sebbene possiate essere tentati dal non andare a lezione per studiare a casa, rinunciateci, in quanto seguire una buona lezione è la prima fase dello studio (e la più proficua).
Il tempo dedicato al riposo non si discute. Spesso è inutile studiare fino a notte fonda postando foto su Instagram e Facebook scrivendo "studio matto e disperatissimo" alla Leopardi. In primis perchè a nessuno importa, ma soprattutto perchè staccare la spina a una certa ora è la cosa migliore da fare, così da svegliarsi carichi e freschi ed essere più efficienti e attenti il giorno dopo.
Anche il tempo richiesto per mangiare ha la sua importanza, perchè cucinare i propri pasti richiede il suo tempo e mangiare panini, prodotti surgelati o precotti per risparmiare tempo non è una valida alternativa, o perlomeno non lo è se l'abitudine si protrae a lungo nel tempo.
Il cervello è un po' come il motore di un' auto: se la benzina è di qualità il motore si preserverà e funzionerà con più efficienza, soprattutto nei momenti in cui bisognerà premere sull'acceleratore (ovvero i momenti di studio e concentrazione). Quindi risparmiare sul tempo da dedicare al cibo sì, ma che non diventi abitudine.
Il tempo da dedicare allo sport è anch'esso essenziale. In maniera indiretta fare un minimo di attività sportiva ogni giorno aiuta il cervello nei momenti di studio e soprattutto controbilancia gli effetti di una vita sedentaria quale quella di uno studente universitario medio.
Anche perchè siamo onesti, stare 6 o anche più ore al giorno seduti su una sedia non è che faccia proprio benissimo all'organismo, ma magari sono solo io.
Sul tempo de dedicare all’igiene personale c'è poco da dire, non è solo per voi stessi ma anche per non far soffrire chi vi sta attorno, specie sull'autobus o a lezione. E poi state comunque facendo un favore al vostro corpo.
Dopo esserci immersi nella analisi di tutti questi aspetti secondari della vita universitaria, arriva l’aspetto più essenziale: quante ore bisogna dedicare allo studio?
Secondo i professori è il numero di CFU di una materia a fornire indicazione del tempo totale da dedicare allo studio a casa.
Se ci atteniamo solo ed esclusivamente a questi numeri (e considerando che lo studente medio in genere ha 4 o anche più materie da seguire durante un ciclo) allora per un attimo tutto il bel discorso fatto fino ad ora cade miserevolmente, perchè effettivamente tirate le somme escono fuori dei numeri impossibili che distruggono qualsiasi speranza di una vita universitaria bilanciata . Ci si chiede inoltre cosa abbiano bevuto quando hanno inventato questa favola dei Crediti Formativi rapportati alle ore di studio.
La risposta è quella di applicare il famoso metodo di studio personale, che dopo quasi 16 anni passati sui banchi di scuola ormai dovreste già possedere, anche se non avete idea di cosa sia o su quale manuale o libretto di istruzioni possiate averlo trovato. Ma scherzi a parte, se il sistema scolastico (dalle elementari alle superiori) ha funzionato bene, quei 16 anni passati sui banchi saranno serviti proprio a farvi trovare un valido metodo di studio, che vi permetterà ora di affrontare con un minimo di serenità l’impegno notevole richiesto dallo studio universitario.
E se non avete trovato ancora questo metodo di studio sappiate che non è ancora troppo tardi, anzi, all'università sarete nell'ambiente perfetto per mettere alla prova più metodi diversi per vedere qual è il più efficace per se stessi.
E’ rimasto un ultimo punto (credevate me ne fossi dimenticato?), il tempo da dedicare alla "vita sociale" o allo svago, che pretenziosamente chiede la sua fetta di ore. Come viene insegnato da piccoli, prima il dovere e poi il piacere e se si vuole che la nostra relazione con l'università vada bene penso sia meglio attenersi alla regola e non cercare di invertire le due parti.
Comunque vada, l'importante è metterci impegno costante e si vedranno arrivare i risultati, oltretutto si ha come vantaggio terminare l'Università ancora sani di mente, il che non è poco.
Se siete arrivati fino a qui con la lettura spero che questo breve articolo vi sia piaciuto, vi abbia fatto un po’ ridere ma vi abbia fatto anche riflettere su quanto avere una vita al di fuori dell'università sia importante per l'università stessa.

Samnitis

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