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Recensione pubblicata dalla Gazzetta del Mezzogiorno
22/08/2023

Recensione pubblicata dalla Gazzetta del Mezzogiorno

Il mio ultimo libro
15/07/2023

Il mio ultimo libro

06/05/2022

EspressoSud/ maggio 2022

PUTIN IL GUERRAFONDAIO
di Nicola Apollonio

Prima d’ora, non era mai accaduto che un uomo solo riuscisse a creare tanto scompiglio nel mondo, scatenando guerre e mettendo in crisi l’economia e le relazioni internazionali, sia con le repubbliche ex sovietiche confinanti sia con l’Occidente. Non ci era riuscito, quasi mille anni fa, il leggendario Gengis Khan (che pure possedeva un impero che si estendeva dall’Europa Orientale alla Cina), il quale sosteneva che «l'azione nata dalla rabbia è destinata a fallire» (ma sembra che questo pensiero non abbia nemmeno sfiorato le stanze del Cremlino). Non riuscì Mao Tse-tung, inventore della Rivoluzione cinese. E non fu più bravo di loro Adolf Hi**er, che di fatto si “limitò“ a mettere a soqquadro soltanto l’Europa. Invece, la sta spuntando Vladimir Putin, presidente della Federazione russa, che il capo della Casa Bianca Joe Biden ha definito “macellaio“ e “criminale di guerra“. E i fatti gli stanno dando ragione, visto che nei 23 anni trascorsi al potere il dittatore moscovita è passato da una guerra all’altra.
Ha cominciato con la feroce offensiva di terra e di aria sulla Cecenia nell’ottobre del 1999, durante la quale fu bombardato anche un convoglio di profughi: tra i morti c’erano volontari della Croce rossa e giornalisti. Emersero anche racconti di stupri e violenze sulla popolazione civile, di attacchi missilistici contro scuole e ospedali, uccisioni di donne e bambini, proprio come sta accadendo oggi in Ucraina. Anche allora si parlò di violazioni dei diritti umani, ma la comunità internazionale non intraprese alcuna azione a riguardo. Così, anni dopo, il “nuovo zar“ mostrò la sua vera faccia di brutale guerrafondaio mandando soldati russi senza mostrine né bandiere a occupare militarmente la pen*sola di Crimea, annettendola ufficialmente nel 2014. Poi ha continuato a fare la guerra in Siria, mentre in gran segreto studiava i piani per l’invasione dell’Ucraina.
Nel frattempo, l’ex colonnello del Kgb consolidava la sua ferrea autocrazia, superiore addirittura a quella dello stesso Stalin, suo inconfessato modello. Il suo controllo sugli oligarchi è diventato sempre più assoluto, come sugli apparati pubblici e privati. Putin ha finito per controllare tutto: potere politico, potere economico, potere sociale e potere religioso, arrivando a fagocitare persino il pensiero del patriarca moscovita Kirill, il quale ha motivare l'invasione russa definendola «una giusta crociata contro i diritti dei gay promossi dall'Occidente». Il leader degli ortodossi russi, spaccati sul tema, ribadisce a ogni occasione come si stia vivendo un “momento speciale“ da cui «dipende il destino del nostro popolo». Una posizione, insomma, ben più vicina alla linea di Putin che a quella pacifista per cui si batte Papa Francesco.
E’ il tiranno il vero padrone dello Stato, che non risponde più a nessuno. Ha perfezionato il saccheggio delle ricchezze nazionali e l’asservimento dei beni del popolo russo. Ha creato un vero manuale per arricchirsi, e una corte di oligarchi che hanno rastrellato cospicue risorse pubbliche e che, d’intesa con l’Orso, hanno trasferito parte dei loro affari In Inghilterra, in Svizzera, in Francia e in Italia. Affari di tutti i tipi.
La sua guerra di annientamento contro l’innocente Ucraina impone di ricordare, specialmente ai simpatizzanti nostrani alla Michele Santoro, con chi abbiamo a che fare. Un uomo senza scrupoli. Che censura la libera stampa e stronca il dissenso popolare con anni di galera per presunta disobbedienza civile, in virtù del suo nuovo divieto che impedisce di manifestare contro la guerra in Ucraina. Un Paese praticamente raso al suolo e dove il despota ha spedito un contingente di ragazzi che nella loro vita hanno conosciuto un unico uomo al potere: Vladimir Vladimirovich Putin. Giovani militari russi, neanche ventenni, mandati a combattere e a morire in Ucraina. Sono la cosiddetta “Generazione Putin“. Giovanissimi, dunque, «alcuni per lo più provenienti dai posti più sperduti del Paese», si legge nei reportage del Corriere della Sera, che ha raccolto le testimonianze nelle città d'origine, in Siberia, ai piedi degli Urali o al confine con la Mongolia. Paesi spesso sperduti dove non tutti torneranno, forse, neppure in una bara, per una degna sepoltura.
La guerra di Putin sta mettendo in ginocchio l'economia dell'Ucraina, ma un prezzo alto verrà pagato anche dagli altri Paesi del mondo. Ben otto miliardi di esseri umani stanno rischiando di dover mettere in discussione ogni loro modello di vita, ogni loro abitudine per la spaventosa aggressività del presidente russo, impegnato a nascondere una debolezza politica interna che egli spera di compensare perseguendo il sogno di un nuovo impero russo. Per giustificare il suo disegno, Putin afferma che mille anni fa russi, ucraini e bielorussi erano un popolo solo e che da allora nulla è cambiato. Pretese, in realtà, antistoriche, perché non tengono in alcun conto la volontà di quei popoli, chiaramente espressa col voto (in Ucraina) o nelle piazze, come in Bielorussia. E qui risalta la differenza fondamentale tra l'alleanza occidentale e le ambizioni imperiali di Mosca. Putin vuole essere come Gengis Khan, padrone di un Impero. Ma proprio la Storia dovrebbe insegnargli che sacrificare la libertà di un popolo pone solo le basi per una crisi molto più grave.
Diventa difficile immaginare come potrà essere il futuro del popolo russo sottomesso al potere dispotico di un uomo che odia l’Occidente e che crede di poter sovvertire l’ordine costituito del globo a suo piacimento, innescando di continuo guerre, spargendo distruzione e sacrificando la vita di tanti ragazzi con la testa ancora piena di sogni e di speranze. Putin arriva a compiere le peggiori nefandezze pur di ot-tenere ciò che si è prefisso, adottando sistemi che sconvolgono l’intera comunità mondiale, come la distruzione di intere città e le barbare uccisioni di inermi civili, uomini, don-ne e bambini, cadaveri abbandonati sulle strade o gettati in fosse comuni, che fanno rivoltare le coscienze.
Finché al Cremlino resterà Putin, la Russia si troverà rinchiusa in una nuova cortina di ferro, costretta a rinunciare ai benefici degli scambi culturali, industriali e finanziari. Si vede a occhio n**o che il Paese rischia di dover vivere anni di stagnazione economica. Anche se beffati dalla stampa di regime, i russi hanno compreso che la politica di Vladimir Putin non è in grado di creare condizioni per una vita normale e che antepone i sogni geopolitici al benessere dei cittadini comuni. Ecco perché si spera che la crisi nei rapporti con l’Occidente possa finalmente porre fine al “sistema Putin“. Il malcontento è grande e potrebbe trasformarsi in una protesta dai connotati fortemente politici.
Di certo, dopo la guerra in Ucraina, l’ordine mondiale dovrà riassestarsi su un equilibrio e una cooperazione tra potenze medie e grandi che non condividono gli stessi modelli di società e gli stessi valori che ha in mente lo “zar“ e che, verosimilmente, continueranno a non condividerli. Una sorta di guerra fredda 2.0, insomma, che porterà inevitabilmente a sacrificare finanche i normali rapporti tra la gente che sta al di là della nuova “cortina“ e noi occidentali, minacciati di continuo da un Putin visibilmente in difficoltà e per questo sempre più rancoroso e perciò anche più pericoloso.
Con il discorso alla nazione, con cui il dittatore ha spiegato il perché ha riconosciuto le repubbliche del Donbass, Putin ha riavvolto il nastro della storia: «Da tempo immemorabile, le persone che vivono nel sud-ovest di quella che storicamente è stata terra russa si definivano essi stessi russi e cristiani ortodossi. Questo era il caso prima del XVII secolo, quando una parte di questo territorio si unì allo Stato russo». Storicamente, siamo ai tempi di Ivan il Terribile, primo zar di tutte le Russie, e di Pietro il Grande, primo imperatore di Russia. Ma non manca nemmeno Caterina II. Eccolo, il Pantheon di Vladimir Putin: Ivan, Pietro e Caterina. La Russia, secondo il nuovo zar, non sa che farsene della democrazia liberale, non sa che farsene del confederalismo: la Russia è un impero! «Da tempo immemorabile», dice. E così, il resto sono frattaglie della storia. Abbiamo uno zar e un imperatore di tutte le Russie, nuovo di zecca: Vladimir il Grande.
Lo conoscevamo da più di vent’anni come un leader cinico, freddo, pronto a usare lo strumento militare (come in Cecenia all’inizio della sua carriera politica, in Georgia nel 2008, nella stessa Ucraina nel 2014, in Siria nel 2015, adesso in Ucraina), ma non a lanciare la Russia, l’Europa e il mondo in un’avventura dagli esiti imprevedibili e comunque drammatici. Ci sbagliavamo. Il Putin che abbiamo visto recentemente e che minaccia di ricorrere alle armi nucleari è un leader aggressivo, non più lucido ma rabbioso. Non il solito giocatore di scacchi ma un energumeno che agita la mazza. «Se qualcuno pensasse di interferire dall’esterno», disse, «sappia che la nostra reazione sarebbe im-mediata, qualcosa che il mondo non ha mai sperimentato prima».
In soli due mesi di attività belliche, con l’utilizzo di carri armati, bombe e missili, in Ucraina si sono registrate decine di migliaia di vittime civili e militari, si sono avuti stupri e torture, circa sette milioni di persone (quasi tutte donne, bambini e anziani, perché gli uomini fino ai 60 anni sono rimasti a combattere) hanno lasciato il Paese, intere città come Mariupol sono state rase al suolo. Una catastrofe. Paesaggi che fino a qualche mese fa brillavano di mille colori sono divenuti improvvisamente spettrali. Si respira ovunque soltanto aria di distruzione e di morte, tra le nuvole buie dei disastri provocati dagli invasori.
È’ difficile infilarsi nella testa di un leader che ha di fatto deciso di entrare in conflitto con l’intero Occidente. E che cosa faremo noi, gli europei e gli americani, di fronte al colpo di mano del Cremlino? Basteranno le sanzioni? Ci sono già, e altre arriveranno e saranno, prevedibilmente, sempre più pesanti. Si cercherà di tagliare fuori la Russia dalle relazioni politiche ed economiche internazionali per danneggiarla il più possibile. Ma molto dipenderà dall’evoluzione degli scontri militari. I comandi russi lanciano appelli alla resa delle truppe ucraine. E se non accadesse? Se la Russia tentasse di controllare per intero l’Ucraina, potrebbe trovarsi impantanata in una specie di Vietnam europeo, con decine di Paesi pronti a finanziare e armare un eventuale movimento di resistenza nazionale che prevedibilmente sorgerebbe nel Paese occupato. E poco cambierebbe se all’attacco sopravvivesse, come sembra probabile, una Ucraina magari dimezzata ma ancora indipendente. Ci sarebbe un confine che non sarebbe molto diverso dalla linea di contatto che per anni, nel Donbass, ha visto attacchi e contrattacchi. Quasi sicuramente arriverebbero in Ucraina volontari della diaspora nazionale ma anche volontari (e mercenari) da altri Paesi. A quel punto, l’ingresso dell’Ucraina nella Nato sarebbe certo.
E lo zar Putin, responsabile anche delle stragi di civili ucraini, finirebbe confinato nella sua mega-villa sul Mar Nero, destinatario di un probabile mandato di cattura internazionale, schiacciato dalla delusione di non essere entrato nei libri di storia per aver emulato le gesta di Pietro il Grande, come aveva sempre sognato. Invece, gli toccherà l’umiliazione di figurare nelle pagine dei peggiori criminali di guerra. Che non è proprio il massimo per chi ha vissuto, per più di vent’anni, trastullandosi con i destini del mondo.

01/05/2022

Il mondo tra due fuochi

di NICOLA APOLLONIO

Diventa assai difficile poter dire quale delle due guerre sia la più grave, se quella che stiamo combattendo da un paio d’anni contro il maledetto Covid o l’altra più recente, quella che il guerrafondaio Putin ha voluto scatenare contro l’Ucraina, col rischio nemmeno tanto velato di coinvolgere nella sventura l’intero mondo. La differenza tra i due pericoli è che uno si può bloccare in qualsiasi momento, basterebbe un pizzico di buona volontà, un negoziato fra le parti interessate al conflitto; mentre l’altro, subdolo come può esserlo soltanto un virus, s’incunea nel nostro organismo in gran silenzio, magari quando stai chiacchierando amabilmente con gli amici, o quando assisti a un dibattito politico, oppure nel momento di festeggiare il compleanno o la laurea di un parente. Sei attorniato da facce allegre, allegro tu stesso, e fra i pensieri che ti ruotano nella mente non c’è sicuramente quello che potresti sentire, da un momento all’altro, uno strano fremito, la gola che ti brucia, la fronte che comincia a scottare, e l’inizio di un’antipatica tosse che ti rallenta il respiro.
Qui non ci sono i carri armati con la stella rossa che sparano cannonate e abbattono edifici di dieci piani, incitandoti a rifugiarti nelle viscere della terra, in qualche scantinato, o meglio, se puoi, a scappare via, al di là della frontiera. La guerra militare, quella fatta di bombe e di missili, per tragica che sia, è tutta lì, sul campo di battaglia, corpo a corpo, faccia a faccia. Se hai un po’ di fortuna, riesci perfino a evitarla, visto che sai dove si trova il tuo nemico. Ma quell’altra, la terribile guerra sanitaria, quella che diventa subito “pandemia“, che spazia al di là dei confini, che s’accende in una mattina d’autunno in uno dei mercati degli animali di una metropoli cinese, quella guerra di cui nessuno riesce a capire dove e quando potrà colpire sacrificando milioni di vite, uomini, donne e bambini di ogni età e di ogni razza, è sicuramente la peggiore delle guerre che l’umanità avrebbe preferito non conoscere, perché costretta più a subire che a lottare.
Il Covid non è quel mostro cingolato che spara p***e di fuoco trasformando le città in cumuli di macerie: il Covid è quel maledetto virus col quale si può ve**re in contatto in qualsiasi momento, dietro a ogni angolo, invisibile, pronto a infilarsi vigliaccamente nei tuoi polmoni, nelle tue viscere, nel tuo cervello. Sa fare più vittime lui – come in effetti ha già fatto – che qualsiasi arma nucleare tattica.
Così, in questo primo scorcio del terzo Millennio, il mondo è impegnato a dover fare i conti con due guerre simultanee, una più disastrosa dell’altra. E tutti, di qua e di là dagli oceani, siamo col fiato sospeso. Non sappiamo quale evoluzione potrà avere il conflitto scoppiato nell’Europa orientale, ma sappiamo che potrebbe essere fermato in un attimo, se soltanto il presidente della Federazione Russa lo volesse. Invece, nessuno al mondo può prevedere per quanto tempo ancora gli umani saranno obbligati a convivere col più piccolo dei micidiali parassiti. Basta un raffreddore, un colpo di tosse, poche linee di febbre perché la tua vita venga letteralmente stravolta.
Come si fa a scegliere fra una guerra e un’altra se l’una e l’altra sanno provocare soltanto dolore e lutti? Militare o sanitaria che sia, ogni guerra riesce sempre a tenere il mondo sospeso tra due fuochi. Ed è quello che sta succedendo a noi, abitanti di un pianeta eternamente insoddisfatto.

31/03/2022

EspressoSud/aprile 2022

LA MATRIOSKA PUTIN

di Nicola Apollonio

Una dentro all’altra. E non sai mai, in realtà, quante sono effettivamente le matrioske della serie acquistata sulla bancarella del mercatino rionale. Le vedi e non le vedi, come in un gioco di prestigio che fa felice i bambini. Sono statuine in legno dipinte coi colori più sgargianti, con la faccia rubiconda delle tipiche donne contadine della steppa russa. Hanno una certa somiglianza con lo “zar“ Vladimir Putin, non tanto nel fisico, che il capo della Russia mantiene asciutto e atletico, quanto nel modo di non mantenere mai la parola data. Le matrioske acquistate al mercatino s’infilano una dentro l’altra a proprio piacimento, mentre le cose che dice Putin si sovrappongono, o si frazionano, o cambiano addirittura di significato, se non spariscono del tutto. Tra uomini di affari, si direbbe che la sua parola vale quanto un rublo bucato.
Si è avuta la riprova quando Putin, alla vigilia di invadere l’Ucraina, assicurava che i 170mila soldati schierati al confine erano lì per le normali esercitazioni invernali, non c’era assolutamente di che preoccuparsi. Anzi, se la rideva pure. Diceva che il mondo poteva respirare. E invece, esperto nel gioco delle tre carte, l’Orso spuntava gli artigli e si preparava a dare la zampata che avrebbe messo in ginocchio un Paese sovrano, pacifico e laborioso, finito improvvisamente nelle grinfie di un dittatore che, pur di raggiungere il suo f***e scopo di ricostituire la vecchia Unione Sovietica, riportando l’orologio della storia indietro di trent’anni, ha iniziato a seminare morte e distruzione. Senza pietà. Facendo finta di ignorare che, al contrario di quanto va sostenendo impunemente, la Repubblica Socialista Sovietica dell’Ucraina non è mai nata nell’Unione Sovietica ma, nel 1922, è stata uno dei membri fondatori della stessa Unione Sovietica, e nel 1991 ha poi riconquistato l'indipendenza a seguito della dissoluzione dell'Urss.
Ecco la matrioska Putin che non dice mai la verità, nemmeno quella storica, che cambia pelle e atteggiamento ogni volta che torna comodo ai suoi malsani progetti. Anche se si tratta di scatenare una guerra fratricida, qual è appunto quella contro l’incolpevole Ucraina, e spingere poi la stessa Russia verso il rischio-default, con l’“accerchiamento“ finanziario da parte dei suoi avversari che ora coinvolge anche il Fondo monetario internazionale, pronto a lanciare l’allarme di una potenziale «catastrofe» per l’economia globale.
Dov’è l’uomo che il 28 maggio 2002 a Pratica di Mare, con la dimenticata mediazione di Berlusconi, strinse la mano a George Bush firmando l’accordo Nato-Russia? Si parlò addirittura del possibile ingresso nella Nato della stessa Russia. Già, gli impegni di Putin sono come le matrioske, fatte per scomparire...
Così, l’ex funzionario del Kgb diventato presidente con pieni poteri della Federazione Russa ha deciso di riprendersi ciò che non è mai stato suo, e lo sta facendo a colpi di cannone, con bombe e missili che hanno praticamente raso al suolo gran parte dell’Ucraina. Con la gente che scappa all’estero, lasciandosi alle sp***e un’altra vita, una casa, una scia di cadaveri, e la distruzione di tutto ciò che raffigurava l’essere di un Paese.
Qualcuno avanza il dubbio che Putin possa avere perso la ragione. No, io penso che sia semplicemente un dittatore che sta facendo di tutto per scatenare la terza guerra mondiale, utilizzando, se serve, anche le armi nucleari. Comunque vada, la storia racconterà di un criminale di guerra in più.

31/01/2022

Chi si ricorda più della Costituzione?

di NICOLA APOLLONIO
Un vecchio adagio ci ricorda che “solo alla morte non c’è rimedio“ e, a giudicare da quel che accade nella nostra vita quotidiana, sembra che sia proprio vero. Nel senso che siamo maestri nell’inventare la chiave che vada bene per ogni toppa. Basta vedere come lassù, nel Palazzo dove si fanno le leggi, riescono a manovrare perfino la Costituzione. L’avevano già mortificata il 20 aprile 2013, quando tutti i partiti, incapaci di trovare una soluzione all’impasse che si era venuta a determinare nell’elezione del nuovo inquilino del Quirinale, non sapendo come uscirne, come trovare il famoso soggetto di “alto profilo“ che accontentasse quelli di destra e quelli di sinistra, decisero di andare oltre la Costituzione, implorando in corteo Giorgio Napolitano, passato alla storia della Repubblica italiana come il primo presidente rieletto per un secondo mandato. Proprio ciò che l’art. 85 della Carta non prevede. E’ scritto a chiare lettere che «Il presidente della Repubblica viene eletto per sette anni». Punto. Significa, quindi, che nessuno può ricoprire quella carica al di là del tempo indicato.
Mi torna alla mente ciò che ebbe a dirmi, durante un’intervista dei primi anni ‘80, il famoso avvocato Alfredo De Marsico, già ministro della Giustizia durante il ventennio fascista: quando gli domandai che cosa pensasse della nostra Carta costituzionale, la sua risposta fu perentoria: «è esposta a tutti i venti». Come per far intendere che la si può manovrare a seconda di certi eventuali interessi. Che è quanto traspare dalla iniziativa parlamentare del 2013 per allungare il soggiorno al Quirinale di “Re Giorgio“ e dall’ultima del 29 gennaio scorso per la riconferma di Sergio Mattarella. Una forzatura costituzionale che rischia di trasformare il presidente della Repubblica in una specie di monarca.
Nella nostra Costituzione non è prevista, come in altre, la possibilità di poter essere rieletti. Del resto, sette anni non sono certamente pochi, specie se confrontati ai quattro (rinnovabili per una sola volta) contemplati nell’ordinamento degli Stati Uniti, o nei cinque anni stabiliti dalle Carte della Germania, del Portogallo, della Grecia, dell’Albania, dei quattro (rinnovabili una sola volta) del Brasile e del solo anno della Confederazione elvetica.
Spesso, sentiamo dire che la Costituzione è sacra, inviolabile, però poi si fa a gara per trasgredire alcune sue norme provocando serie ferite alla politica e alla democrazia. Com’è accaduto, appunto, non tanto con la rielezione di Napolitano quanto con quella del presidente Mattarella, visto che l’art. 85 della Carta stabilisce la durata di sette anni e non lascia nemmeno uno spiraglio (se non quello dell’emergenza assoluta come potrebbe essere una guerra in armi) per allungare la permanenza del capo dello Stato sul Colle più alto di Roma.
E poi, durante le ultime operazioni di vo-to per scegliere il “nuovo“ garante della Costituzione si è anche sentito dire che non sarebbe stato opportuno mandare due tecnici (Mario Draghi ed eventualmente Elisabetta Belloni, capo dei servizi segreti) al Quirinale e a Palazzo Chigi, quando i Padri Costituenti non hanno mai inteso fare alcuna differenza fra tecnici e politici. Si sono preoccupati soltanto di stabilire che «può essere eletto presidente della Repubblica chiunque, con cittadinanza italiana, che abbia compiuto i cinquant’anni di età e che goda dei diritti civili e politici».
Ciò che impressiona è l’indifferenza con cui i legislatori si stanno abituando ad un uso distorto della Suprema Legge, e solo per conservare uno status quo che garantisca un altro anno di stipendio prima che finisca la legislatura. Meglio che alla Carta venga fatto qualche ritocchino in modo che i cittadini possano eleggere direttamente il futuro Presidente!

24/08/2021

Nicola Apollonio col suo nuovo libro sulla pandemia
ci avverte che abiteremo in un mondo diverso

La location è splendida, la serata è accattivante, il pubblico è quello delle migliori occasioni, attento e partecipe, l’argomento ancora molto attuale, il relatore eccezionale, lo scrittore è un giornalista di lungo corso, il libro si intitola “L’Italia del Covid” volume 2 Cronaca di una seconda ondata annunciata. Martedì 17 agosto, nella cornice del Sangiorgio Resort, si è tenuta la presentazione del secondo libro di Nicola Apollonio sull’argomento coronavirus. Apollonio, nel primo volume “Era il tempo della pandemia”, aveva cercato di spiegare alle generazioni attuali, allertando quelle future, i rischi connessi alle epidemie e alle loro possibili conseguenze sanitarie. Purtroppo, la pandemia non accenna a bloccarsi e, dunque, Nicola Apollonio ha pensato di ritornare sull’argomento con questo nuovo libro, chiedendosi come sarà il mondo dopo la grande emergenza. “La tempesta passerà, ma abiteremo in un mondo molto diverso. L’eccezionalità degli eventi ci costringe a sperimentare molto di più, a essere più veloci e intraprendenti.”
Ad accompagnare l’inizio del viaggio di questo libro, oltre al coordinatore Michele Bovino, un relatore d’eccezione, il magistrato e autore/attore di teatro Salvatore Cosentino, il quale ha sbalordito la platea snocciolando una recensione dotta e particolareggiata. A sigillare l’evento non poteva mancare Telerama con le belle riprese e le interviste all’Autore e al Dr. Cosentino. Una bella serata di letteratura che invita tutti a riflettere sulle vicissitudini della vita.

09/08/2019

“Libero“ 9 agosto 2019
Le rogne del Sud vanno risolte da noi sudisti

NICOLA APOLLONIO

“Che barba, che noia!” borbottava l’esilarante Sandra Mondaini, stanca di dover subire i metodici comportamenti di un marito (Raimondo Vianello) interessato a leggere soltanto le ultime cronache calcistiche, anziché dialogare sulle esigenze della vita e il bisogno di rimboccarsi le maniche. Povera Sandra. Chissà cos’altro avrebbe detto se, come me, fosse stata meridionale invece che meneghina a proposito dei proverbiali sette lamenti greci che ogni dì s’alzano al cielo dalle terre che un tempo erano state identificate come l’Eldorado e la California d’Italia.
Non passa giorno in cui non si senta qualcuno che – ospite di televisioni disperatamente a caccia di migliori dati auditel – lanci nuove bellicose campagne contro quell’autonomia prevista dalla stessa Carta costituzionale e oggi fortemente voluta da almeno tre regioni del Nord (Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna). Si teme che il Sud possa rimanere al palo, staccato dalla più solida economia prodotta nel triangolo settentrionale dove, ormai da tempo immemorabile, hanno imparato che per stare meglio, per avere servizi efficienti, per ottenere la fiducia dei mercati, non serve il reddito di cittadinanza così benevolmente erogato da Giggino Di Maio con l’illusione di abolire la povertà, come andava predicando in cielo, in terra e in mare. La povertà si vince creando situazioni di lavoro stabile, con una classe dirigente in grado di affrontare e risolvere le tante questioni che ancora oggi restano aperte in quasi tutto il Mezzogiorno.
Qualche stolto ha provato a dire che il Sud potrebbe anche rimanere disancorato dal resto dell’Italia produttiva, ventilando così l’ipotesi di rifondare una specie di novello “Regno delle Due Sicilie”, anziché farsi promotore di una qualche intelligente iniziativa per sostenere – seriamente, non a chiacchiere – lo sviluppo industriale, agricolo, turistico, sociale e culturale dell’intero Meridione.
Purtroppo, certe filosofie gattopardesche continuano a sopravvivere a qualsiasi terremoto politico ed economico, nutrendosi di attività furbesche se non addirittura mafiose, lasciando che i poveri restino poveri (se non di più), mortificando ogni sforzo che gli imprenditori più coraggiosi compiono di continuo per resistere alle tante crisi piovute dall’alto, sfruttando ignobilmente anche il lavoro degli immigrati nei campi. Già, perché non sono più molti coloro fra i meridionali che mostrano di avere ancora un certo attaccamento alla terra. In alcune zone, forse. Nell’entroterra del Salento, dove resistono le grandi aziende che producono vini di qualità, mentre si sta perdendo del tutto la produzione di olio per via della maledetta Xylella fastidiosa; in Basilicata, dove il quadro produttivo ha oggi i suoi punti di forza nell’allevamento zootecnico (carni, latte e formaggi); in Calabria, ben nota per la produzione di pomodori; in Sicilia, dove per far fronte alla crisi del settore vitivinicolo, nei giorni scorsi all’assessorato regionale all’Agricoltura è stato aperto un tavolo di crisi e dove, secondo Coldiretti, la Regione impedirebbe addirittura ai giovani di lavorare in agricoltura; nella Campania governata da Vincenzo De Luca, infine, vi sono contrapposte due realtà territoriali molto diverse: una è la fascia pianeggiante e collinare rivolta al Tirreno che vede un’intensa attività ortofrutticola nonostante l’abbandono dei campi, e un’altra sufficientemente industrializzata, tra Napoli e Salerno.
Ma tutto questo non basta per sentirsi “padroni“ di un’economia che traballa in continuazione, tanto da far tremare i polsi ogni qualvolta si affronta la questione di quel diritto finanche costituzionale che concede alle Regioni che la richiedono l’autonomia di gestione delle proprie risorse. Semmai, si dovrebbe imparare ch’è finita da un pezzo la lunga stagione dei piagnistei, ora è tempo di rimboccarsi le maniche e agire in proprio, con serietà, con caparbietà, con l’intelligenza che la gente del Sud possiede.
Ricordiamocelo ancora una volta: la questione meridionale esiste fin dalla costituzione dello Stato unitario, cioè subito dopo il 1861, non è roba né di ieri né dell’altro ieri, e Francesco Compagna, deputato repubblicano napoletano, sosteneva con forza che “quella meridionale è una questione che devono risolvere i meridionali”. Perciò, fino a quando questo concetto non ci entrerà nella testa, forse non abbiamo nemmeno il diritto di mostrarci preoccupati, o risentiti. Alla crescita e allo sviluppo delle nostre città e dei nostri paesi sparsi tra mare e pianure verdeggianti dobbiamo provvedere in proprio. Senza più i soliti antipatici piagnistei.

22/07/2019

Nicola Apollonio
Presenterò il suo nuovo libro "Salento da vivere" giovedì 25 alle ore 20 al Sangiorgio Resort.
Relatore sarà il magistrato Salvatore Cosentino

22/07/2019

“ Libero“ 19 giugno 2019
Neanche il Mezzogiorno merita
una Capitale come Roma

NICOLA APOLLONIO

Quel titolo, caro direttore, è stato come un tonfo al cuore. “Roma è ormai solo la capitale del Meridione“. Non che sia sbagliato, per ca**tà, solo che fa male sentirsi accumunati in una logica che ci fa passare tutti per cialtroni, incapaci, forse anche disonesti, quando poi i meridionali sono soltanto vittime di un sistema politico clientelare e, questo sì, spesso, cialtrone e disonesto. Però, non credo si possano licenziare i tremendi guasti collezionati da chi ha governato Roma negli ultimi vent’anni (fra destra, sinistra e Cinquestelle non saprei proprio chi risparmiare) etichettandola come esclusiva Capitale del Sud.
Certo, voler fare un paragone con la civiltà che si respira a Milano, con la sua industrializzazione, con la sua cultura, con la sua concretezza in ogni aspetto della vita, ritengo che per la gente del Sud sia improponibile. E questo non per colpa di quella stessa gente sfruttata e umiliata per secoli, o per mancanza di volontà nel lavoro, o per incapacità ad affrontare i vari cambiamenti che nel tempo e in altri luoghi venivano recepiti con lucida prontezza. No, le colpe principali, le maggiori responsabilità del mancato progresso di questa parte d’Italia (che tutti dicono di amare, di apprezzare per la sua bellezza e per le sue potenzialità di crescita tenute continuamente nascoste) sono da addebitare esclusivamente alla grande disgrazia di avere avuto classi politiche di pessimo livello.
Non alludo alla preparazione scolastica, alla mancanza di idee o di progettualità dei singoli deputati, senatori e sindaci: dico soltanto che la maggior parte di chi ha retto le sorti di questo povero Sud ha pensato e puntato lo sguardo più sugli affari propri che non su quelli della collettività, del territorio. Del resto, molti atti giudiziari ne danno conferma. Ci vuole poco a dimostrare quanto i meridionali siano l’esatto contrario di ciò che raccontano certe leggende metropolitane, quanto siano capaci e sempre ben intenzionati a migliorare le proprie prospettive di vita in luoghi capaci (come Milano, la Lombardia e il Veneto) di offrire mille opportunità diverse, a contatto con gente seria, che non bada alle ciance ma che s’impegna soprattutto a rispettare le regole.
Quando si parla del Meridione, diventa essenziale tenere conto anche della sua storia, della civiltà contadina che imprigionava nei latifondi intere famiglie, grandi e piccini, senza la possibilità di altro sfogo in nessun’altra attività, comunque quasi sempre assente. È così ch’è nata la prima grande emigrazione verso l’America e l’Argentina, e poi l’altra più recente, quella degli anni Sessanta e Settanta, verso il nord Italia e i Paesi dell’Europa più industrializzata. Eppure, la Cassa per il Mezzogiorno aveva inondato di soldi il Meridione, ma l’uso che ne è stato fatto reclama ancora vendetta. Invece di costruire fabbriche, molti amministratori pubblici e moltissimi pseudo imprenditori hanno usato quel denaro per loschi affari, per farsi una nuova casa, per comprarsi un’auto di lusso, per viaggi di piacere.
No direttore, affibbiare oggi al Meridione come sua esclusiva Capitale una città divenuta simbolo di sporcizia, di imprese che fuggono una dietro l’altra, di manigoldi che popolano alcune aziende pubbliche, e che Milano - giustamente – ripudia, non è fare un bel regalo, anzi. Perché il Sud non è soltanto il suo mare, è fatto anche di città e paesi lindi come gioielli: ci sono moltissime chiese e molti palazzi barocchi, c’è un lento risveglio imprenditoriale che però, questo sì, deve ancora fare i conti con certi maneggioni della politica, si respira aria di vecchia e nuova cultura. Ma fatica, è vero, a uscire da quell’isolamento atavico che lo ha tenuto lontano dalle grandi vie del progresso e che oggi risente pure di certe scelte del vice premier Giggino Di Maio e della ministra per il Sud Barbara Lezzi. Un esempio? La questione dell’ex Ilva.
Lasciatemelo dire ancora una volta: se il Meridione non cresce non è colpa dei meridionali, ma di chi si pone a tracciare le linee-guida di uno sviluppo che non si vede nemmeno nell’immaginazione. Lo hanno capito finanche i tantissimi giovani, laureati e con buone idee, che hanno preso anche loro la valigia (per fortuna non più di cartone) e sono espatriati.
Per ca**tà, quella Capitale no!

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