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● Il 26,4% delle madri occupate si sente sempre in affanno: il divario di genere nel lavoro familiare si è ridotto negli ultimi 20 anni, ma nel modo sbagliato.

«Il tema della natalità non può essere separato dalla qualità della vita delle donne. Non si fanno più figli in un paese che chiede alle donne di essere istruite, occupate, autonome, ma poi continua ad aspettarsi che siano loro a farsi carico della cura come se nulla fosse cambiato».

di Mariangela Campo
La 27aora
Corriere della Sera
12 giugno 2026
***
Sono le 7.23.
La sveglia è suonata 23 minuti fa ma lei è già in piedi dalle 6.30.
Ha preparato la colazione per tutta la famiglia, svegliato i figli per la scuola, firmato il permesso per la gita di uno e l’uscita anticipata dell’altra, risposto all’email di un cliente, e sta cercando di programmare mentalmente la lista delle incombenze della giornata: spesa, portare i figli a sport, riunione alle 18, prenotare visite mediche di routine, chiamare genitori e suoceri per sentire come stanno, cena da improvvisare, mestieri da fare.

Il marito sta ancora facendo la doccia.

Questa non è una storia. È una mattina qualunque per milioni di donne italiane. E adesso abbiamo i numeri precisi per raccontarla.

Il Rapporto Annuale Istat 2026, presentato il 21 maggio 2026 e relativo al 2023, ha misurato qualcosa che le donne sanno già da sempre: la quantità di tempo che ogni giorno viene sottratta loro e data, gratuitamente e silenziosamente, alla famiglia. Lavoro familiare, insomma.

Nel 2023, in Italia, le donne di 25 anni e più dedicano in media 4 ore e 44 minuti al giorno al lavoro familiare. Gli uomini 2 ore e 6 minuti. Questo vale per tutti: single, in coppia, con figli, senza figli, occupati o no.

Il divario vale anche per le coppie in cui lavorano entrambi dove le donne si fanno carico del 68,8% dei compiti familiari.

Tra le madri occupate, il 26,4% dichiara di sentirsi sempre in affanno, non spesso, non a volte: sempre. Istat chiama questo fenomeno «povertà di tempo».

Rispetto al 2003 qualcosa è cambiato: gli uomini hanno aumentato il loro contributo di 19 minuti, le donne hanno ridotto il loro di 40 minuti. Il gap complessivo si è così ridotto di circa un’ora.

Ma stiamo parlando di quasi due ore e quaranta minuti. Uno dei divari più ampi d'Europa.

Ma anche se il divario è diminuito, bisogna fare molta attenzione a un particolare: le donne hanno tolto 40 minuti dal loro carico, gli uomini ne hanno aggiunti solo 19. I restanti 21 minuti non li ha presi nessuno. Non sono finiti sul piatto degli uomini, sono finiti nel nulla.

Le donne hanno semplicemente smesso di fare alcune cose che rientravano nel tempo di cura. Hanno tagliato magari dal tempo per sé, dal riposo, o dalle attività personali. Non perché qualcuno le abbia aiutate, ma perché quei carichi erano diventati insostenibili.

Quindi, il divario si è ridotto, ma nel modo sbagliato.

Barbara Poggio, professoressa di Sociologia all'Università di Trento e tra le più autorevoli studiose italiane di genere e organizzazioni, suggerisce però di fare un passo ancora più radicale: partire da come nominiamo questo fenomeno del lavoro familiare delle donne: «Dobbiamo smettere di parlare di vocazione, istinto, amore, come se fosse qualcosa di naturale. E usare il termine corretto: LAVORO. E, come tale, farlo entrare nelle analisi economiche e nelle scelte politiche».

Perché è LAVORO. Non è dedizione, non è natura femminile. È tempo sottratto, energia spesa, opportunità perdute. E non compare in nessun conto economico nazionale.

Ma le cose stanno migliorando? Il divario si è ridotto rispetto al passato. Ma questo è vero solo in parte.

Rispetto al 2023, la distanza tra uomini e donne nel carico domestico si è ridotta di circa un'ora. Ma è qui che il rapporto Istat svela qualcosa che nessuna narrazione sul progresso di genere racconta: quella riduzione non è avvenuta perché gli uomini hanno cominciato a fare di più.

È avvenuta perché le donne hanno smesso di fare alcune cose.
Hanno rinunciato: al tempo per sé, al riposo, agli hobby, alle amiche, alla lettura, a qualunque attività non fosse strettamente necessaria.

Poggio definisce questo processo «un riequilibrio apparente, o un cambiamento incompiuto». Le donne hanno alleggerito il carico perché quei carichi erano diventati insostenibili, non perché qualcuno se ne fosse fatto carico al posto loro.

«Gli uomini non hanno compensato», osserva.
«Le donne fanno meno di prima, ma gli uomini non fanno abbastanza di più. Finché la cura resta pensata come una responsabilità principalmente femminile, non siamo davanti a una vera redistribuzione».

Non è convergenza verso la parità. È adattamento al ribasso.

▪︎ Le differenze tra Nord e Sud

Al Sud e nelle Isole l'asimmetria raggiunge il 76,2% del lavoro familiare totale sulle spalle delle donne, contro il 66,6% del Nord.
Un dato che sembra rimandare a fattori culturali, ma che Poggio invita a leggere in modo più stratificato: «La cultura orienta i comportamenti, ma sono le condizioni economiche e istituzionali a renderli necessari o a renderli superabili».

Dove lo Stato non arriva, con gli asili, con i servizi di cura, con un welfare che funzioni davvero, è la famiglia che deve tappare i buchi.
E dentro la famiglia, quella responsabilità non viene assegnata a caso: ricade quasi sempre sulle donne.

▪︎ Doppio lavoro femminile: perché il carico mentale non è solo un problema privato.

La povertà di tempo non è un problema di organizzazione domestica. Non si risolve con un'app per la lista della spesa condivisa o con qualche conversazione sul «fare la propria parte».

È il sintomo di un sistema economico e sociale che ha storicamente scaricato i costi della riproduzione, intesa nel senso più ampio: crescere i figli, assistere i genitori anziani, tenere insieme una casa, una famiglia, una comunità, sulle spalle delle donne, senza compensarle né in termini economici né in termini di opportunità.

I dati lo confermano su più livelli. Metà dell'occupazione femminile in Italia è concentrata in sole 17 professioni, spesso tra le meno remunerate. Gli uomini ne occupano 43.

Le donne rappresentano il 43% degli occupati totali, ma solo il 25,3% delle posizioni dirigenziali e manageriali. E il settore in cui più trovano impiego, il lavoro di cura retribuito, dalle infermiere alle educatrici, dalle badanti alle assistenti sociali, vede le donne rappresentare tre quarti degli addetti, con salari strutturalmente bassi e scarsa mobilità professionale.

Secondo Poggio, negli ultimi vent'anni il lessico è cambiato, sono entrati a far parte del bagaglio culturale pubblico termini come conciliazione, work-life balance, flessibilità, benessere organizzativo, ma la struttura del mercato del lavoro è rimasta quasi intatta.

«Il modello implicito resta quello del lavoratore sempre disponibile, con una carriera lineare e senza carichi di cura rilevanti», osserva.

Il risultato è che le donne continuano a essere penalizzate non perché siano meno capaci, ma perché portano con sé un secondo turno che il sistema non riconosce: «Il problema è che la cura continua a essere trattata come una questione privata, non come una dimensione ordinaria della vita lavorativa», aggiunge.
E finché lo è, il divario non può chiudersi davvero.

▪︎ Donne più istruite degli uomini, ma ancora penalizzate: il paradosso italiano

C'è un paradosso nei dati Istat 2026: le donne italiane sono più istruite degli uomini, si laureano di più, e mostrano una mobilità sociale ascendente più alta.
Il 78,6% delle donne nate tra il 1980 e il 1994 occupa oggi una posizione professionale più alta di quella della famiglia di origine, contro il 69,8% degli uomini.
Scalano più velocemente, partendo spesso da punti di partenza più svantaggiati.

Eppure, GUADAGNANO MENO. Arrivano meno in alto. E si portano a casa quasi cinque ore di lavoro invisibile ogni giorno.

Non è un'anomalia statistica. È la prova che il talento e l'impegno, da soli, non bastano a colmare un divario che ha radici strutturali.
Le donne fanno la loro parte, anzi, fanno una parte abbondantemente più grande della loro. Il problema è che il sistema continua a valutarla meno.

▪︎ Natalità e lavoro femminile: i bonus non bastano

Il Rapporto Istat 2026 esce in un anno in cui si discute molto di natalità, di culle vuote, di come convincere le donne italiane ad avere più figli. Il tasso di fecondità ha toccato il minimo storico di 1,14 figli per donna, e il dibattito pubblico si concentra su incentivi, bonus, politiche familiari.

Per Poggio, la risposta è netta: quegli incentivi «pesano poco, se restano isolati». Una donna, o una coppia, che si trova davanti a quella scelta guarda alla stabilità del lavoro, al costo della casa, alla disponibilità di asili nido, alla certezza di non essere penalizzata professionalmente, alla presenza o meno di un partner davvero corresponsabile.

«Se la maternità continua a essere percepita come un rischio biografico quasi esclusivamente femminile, nessun bonus basta», dice. «Rimane una risposta simbolica a un problema strutturale».

Il nodo, aggiunge, è più profondo: «Il tema della natalità non può essere separato dalla qualità della vita delle donne. Non si fanno più figli in un paese che chiede alle donne di essere istruite, occupate, autonome, ma poi continua ad aspettarsi che siano loro a farsi carico della cura come se nulla fosse cambiato».

▪︎ Cosa dovrebbe cambiare perché i dati del prossimo Istat raccontino una storia diversa?

Non è una domanda retorica. Poggio individua tre piani su cui agire in modo concreto e simultaneo.

1) Il primo è il lavoro: orari più sostenibili, congedi parentali realmente paritari e non penalizzanti per chi li usa, criteri di valutazione professionale che non trasformino la maternità in uno svantaggio permanente.

2) Il secondo sono i servizi: più nidi, più supporto alla non autosufficienza, più welfare territoriale, soprattutto dove oggi l'offerta è più fragile. Senza servizi reali, la libertà di scelta resta un'espressione vuota.

3) Il terzo, e su questo, dice, si è fatto ancora troppo poco, è la corresponsabilità maschile. Non si tratta di aiutare o di alleggerire le donne: si tratta di chiedere agli uomini di assumere la cura come propria, nelle case, nei luoghi di lavoro, nelle scelte quotidiane.

E poi c'è la domanda che nessuna politica pubblica ha ancora trovato il coraggio di porsi davvero: «Siamo disposti a mettere in discussione i modelli che avvantaggiano chi oggi non ha carichi di cura?» Se la risposta è no, i dati del prossimo rapporto Istat non racconteranno una storia molto diversa.
*
Fonte
Istat, Rapporto Annuale 2026
La situazione del paese, presentato il 21 maggio 2026.

Asti è pronta a rompere antichi schemi culturali? promuovendo nuovi modelli positivi da passare alle nuove generazioni?....
15/06/2026

Asti è pronta a rompere antichi schemi culturali?
promuovendo nuovi modelli positivi da passare alle nuove generazioni?...molte amministratici si contraddistinguono per maggiori capacità relazionali, di dialogo, mediazione e lavoro di squadra...le giunte a guida femminile danno priorità a politiche familiari, sanità, istruzione e ovviamente parità di genere..
Quindi coraggio Asti !

Tantissimi auguri alla presidente Nadia Miletto per il suo compleanno, già trascorso, ma reso ancora più speciale da un ...
12/06/2026

Tantissimi auguri alla presidente Nadia Miletto per il suo compleanno, già trascorso, ma reso ancora più speciale da un momento di grande emozione vissuto ieri.

Con la consegna ufficiale da parte di Don Rodrigo Lameira della pergamena recante gli auguri e la Benedizione Apostolica del Santo Padre, Nadia ha ricevuto un segno prezioso di affetto, stima e vicinanza spirituale.

Un gesto semplice ma profondamente significativo, che ha reso ancora più bello il ricordo di questa ricorrenza importante.

A Nadia rinnoviamo i nostri auguri più sinceri: che possa continuare il suo cammino con la generosità, la forza e la sensibilità che da sempre la contraddistinguono.

Buon compleanno, Nadia. 💐

“Siamo pari, ma pari lo impari”: inaugurata alla Dante la nuova sede della Commissione Comunale Pari Opportunità di Asti...
09/06/2026

“Siamo pari, ma pari lo impari”: inaugurata alla Dante la nuova sede della Commissione Comunale Pari Opportunità di Asti

La Commissione Comunale Pari Opportunità entra nella scuola primaria Dante Alighieri con una sede aperta alla cittadinanza, ai progetti educativi e alla costruzione di nuove reti territoriali.

“Siamo pari, ma pari lo impari”. Con questo motto, questa mattina è stata inaugurata la nuova sede della Commissione Comunale Pari Opportunità della Città di Asti, ospitata all’interno della Scuola Primaria “Dante Alighieri”, in corso Dante 88, appartenente all’Istituto Comprensivo 4 di Asti.

Un momento semplice nella forma, ma di grande valore istituzionale, educativo e simbolico: per la prima volta la Commissione entra stabilmente in una scuola primaria, scegliendo proprio i più piccoli come interlocutori privilegiati di un percorso che guarda al futuro della città, alla cultura del rispetto, dell’inclusione e della parità.

Alla manifestazione sono intervenuti il Sindaco di Asti Maurizio Rasero, l’Assessore all’Istruzione Loretta Bologna, l’Assessore alle Pari Opportunità Eleonora Zollo, l’Assessore alla Cultura Paride Candelaresi, la Dirigente Scolastica dell’Istituto Comprensivo 4 di Asti, Silvia Montersino, la Presidente della Commissione Comunale Pari Opportunità Nadia Miletto, la Presidente della Consulta Femminile della Regione Piemonte Fulvia Pedani, la delegata della Questura di Asti Dott.ssa Antonella Reggio, oltre a rappresentanti istituzionali, componenti della Commissione, docenti, educatrici, associazioni del territorio, bambine e bambini della scuola primaria.

Il momento più significativo è stato il taglio del nastro, affidato ai bambini della Scuola Primaria Dante, accompagnati dalle loro maestre. Una scelta non casuale, ma fortemente simbolica: consegnare idealmente l’apertura della nuova sede alle nuove generazioni, perché proprio da loro parte il lavoro più importante, quello educativo, quotidiano e concreto.

La nuova sede nasce grazie a una collaborazione tra la Commissione Comunale Pari Opportunità, l’Istituto Comprensivo 4 di Asti e il Comune di Asti, con il coinvolgimento degli uffici comunali competenti. Una collaborazione che si è costruita nel tempo e che ha già visto momenti concreti di impegno condiviso, anche nella cura e valorizzazione degli spazi scolastici, con il contributo di realtà del territorio come il Gruppo Alpini di San Marzanotto e Asti Servizi Pubblici.

Il primo incontro pubblico della Commissione nella nuova sede, aperto alla cittadinanza. Una scelta che ha permesso di rendere visibile il lavoro svolto dalla Commissione, di raccontarne il percorso e di condividere pubblicamente l’impegno profuso in quasi dieci anni di attività a favore della promozione delle pari opportunità, dell’inclusione, della prevenzione delle discriminazioni e del sostegno alle persone che, nel tempo, hanno trovato nella Commissione uno spazio di ascolto e riferimento.

La Commissione Comunale Pari Opportunità della Città di Asti, presieduta da Nadia Miletto, ha infatti consolidato negli anni un ruolo importante nella costruzione di iniziative pubbliche, progetti educativi, momenti di sensibilizzazione e attività rivolte alla cittadinanza. La nuova sede rappresenta oggi un ulteriore passo avanti: non soltanto un ufficio, ma un luogo vivo, aperto, riconoscibile, nel quale promuovere progettualità condivise e costruire nuove reti con scuole, enti, associazioni e realtà del territorio astigiano.

Particolare attenzione sarà rivolta proprio al mondo scolastico. Insieme all’Istituto Comprensivo 4 di Asti, la Commissione lavorerà nei prossimi mesi alla definizione di proposte formative trasversali di educazione civica, rivolte alle scuole del comprensorio e, più in generale, agli istituti della provincia di Asti che vorranno aderire. I percorsi saranno dedicati ai temi del rispetto, della gentilezza, della parità, dell’inclusione, della valorizzazione delle differenze e della prevenzione degli stereotipi.

La giornata inaugurale ha voluto dare centralità ai bambini attraverso laboratori pensati appositamente per affrontare, con linguaggi semplici e strumenti educativi adeguati, tematiche complesse ma fondamentali. Il messaggio è stato chiaro: le pari opportunità non possono restare un principio astratto, ma devono diventare esperienza concreta, relazione, gesto, parola, comportamento quotidiano.

Tra le attività proposte, particolare rilievo ha avuto il progetto intergenerazionale, durante il quale alcune signore della Commissione hanno dialogato con i bambini, raccontando esperienze, ricordi e riflessioni sul cambiamento della società, sul ruolo delle donne, sulla gentilezza, sul rispetto e sull’importanza delle relazioni tra generazioni diverse. Un incontro capace di trasformare la memoria personale in educazione civica viva, mettendo in relazione passato, presente e futuro.

Alla mattinata ha contribuito anche il Consultorio familiare di Asti, che ha messo a disposizione figure educative impegnate nell’accompagnare bambine e bambini in attività dedicate alla qualità delle relazioni, al rispetto reciproco e alla gentilezza. Un apporto prezioso, che ha rafforzato il valore educativo e sociale dell’iniziativa.

Accanto a questo percorso, le ragazze del Servizio Civile del Comune di Asti hanno realizzato un’attività ludico-educativa costruita appositamente per affrontare, attraverso il gioco, i temi della collaborazione, del rispetto e dell’ascolto. Un modo semplice ma efficace per dimostrare che anche il gioco può diventare strumento di crescita e consapevolezza.

Grande partecipazione ha suscitato anche il laboratorio creativo dei “fiori della gentilezza”, durante il quale bambine e bambini, guidati dalle componenti della Commissione, hanno realizzato piccoli manufatti colorati lavorando sulla motricità fine e, al tempo stesso, sul valore simbolico del gesto gentile. Ogni fiore è diventato così un piccolo messaggio di cura, attenzione e rispetto verso gli altri.

Nel corso degli interventi istituzionali è stato più volte sottolineato il valore della sede all’interno di una scuola. La Dirigente scolastica Silvia Montersino ha evidenziato l’importanza di una collaborazione che unisce la scuola, luogo per eccellenza della crescita e delle opportunità, a una Commissione impegnata nella promozione dei diritti, della parità e dell’inclusione.

L’Assessore Eleonora Zollo ha richiamato il valore dell’inclusione come percorso che deve iniziare fin dall’infanzia, mentre l’Assessore Loretta Bologna ha posto l’attenzione sulla necessità di trasmettere alle nuove generazioni il principio delle pari opportunità in ogni ambito della vita sociale, scolastica e professionale. L’Assessore Paride Candelaresi ha invece sottolineato il valore della cultura come strumento per offrire pari strumenti, pari possibilità e pari condizioni di partenza.

La Presidente Nadia Miletto ha ribadito come la nuova sede debba essere uno spazio aperto, nel quale le persone possano trovare ascolto, confronto e progettualità. Un luogo in cui la Commissione possa continuare a operare non soltanto attraverso eventi e iniziative pubbliche, ma anche attraverso una presenza quotidiana, concreta e vicina ai bisogni della comunità.

L’inaugurazione della sede alla Dante non rappresenta dunque un punto di arrivo, ma un nuovo inizio. Da oggi la Commissione Comunale Pari Opportunità della Città di Asti dispone di uno spazio nel quale sviluppare nuove attività, rafforzare collaborazioni già avviate e promuovere alleanze educative e sociali capaci di coinvolgere scuole, istituzioni, associazioni e cittadini.

Il segretario Valerio Musica aggiunge che una sede dentro una scuola è una scelta che parla da sola: significa partire dall’educazione, dai bambini, dalle parole che si usano, dai gesti che si compiono, dai modelli che si trasmettono. Perché essere pari è un diritto, ma imparare a riconoscersi pari è un percorso che si costruisce insieme, giorno dopo giorno.

Con la nuova sede della Commissione Comunale Pari Opportunità, Asti apre uno spazio nuovo di partecipazione, ascolto e futuro. E lo fa partendo dal luogo più giusto: la scuola.

05/06/2026
Grazie alle 21 donne costituenti!
02/06/2026

Grazie alle 21 donne costituenti!

01/05/2026

BUON 1° MAGGIO A TUTTƏ!

Articolo 37 della Costituzione Italiana:

“La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore…”

Questo articolo, scritto in un tempo in cui la soggettività femminile era pensata in opposizione al maschile e in funzione della maternità, oggi richiede una lettura più ampia, critica e transfemminista.

Il transfemminismo ci insegna che la lotta per i diritti delle donne non può prescindere dalla lotta per i diritti di tutte le soggettività marginalizzate dal sistema ciseteropatriarcale e capitalistico: donne cis, persone trans, non binarie, migranti, s*x worker, disabili, precarie. Lavoratrici e lavoratori che ogni giorno affrontano discriminazioni intersezionali nei luoghi di lavoro e fuori.

Nonostante decenni di rivendicazioni, il mondo del lavoro continua a riflettere squilibri profondi: minore accesso all’occupazione per le donne e le soggettività LGBTQIA+, segregazione occupazionale, discriminazioni salariali, violenza economica e mancanza di tutele per chi non rientra nei modelli normativi di genere e famiglia.

Il Primo Maggio ci ricorda che la dignità del lavoro non può escludere nessunə.

Non esiste giustizia del lavoro senza giustizia di genere, di classe e senza lotta contro ogni discriminazione.

Non c’è equità senza inclusione.
Non c’è festa finché qualcunə resta ai margini.

Che il lavoro sia libertà e autodeterminazione per tuttə, senza condizioni.

Immagine: murales street artists

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Piazza San Secondo
Asti
14100

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+393930633595

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