L'oppure

L'oppure Dieci anni di idee, comunità e progetti per restare e far crescere casa nostra.

L'associazione L’oppure è la voce giovane del territorio: da Pordenone raccontiamo tradizioni, storia e cultura con l’energia del volontariato e l’amore per la nostra terra. L’oppure è un’associazione che vive e racconta in modo nuovo il territorio. È un progetto giovane e dinamico che si pone l’obiettivo di raccontare il patrimonio culturale, artistico ed ambientale delle nostre terre. L’arte, la

storia, le tradizioni e la letteratura sono alcuni dei protagonisti di questo racconto, assieme ai festival e alle manifestazioni che animano le città in cui L’oppure è presente. Operiamo con passione e creatività, cercando sempre di fornire contenuti di qualità, con uno stile innovativo. Se vuoi ricevere i nostri aggiornamenti sui futuri eventi ed attività, il modo migliore è iscriverti alla nostra newsletter! 📧

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L’infanzia di Pier Paolo Pasolini fu segnata da continui trasferimenti dovuti alla carriera militare del padre. Bologna,...
25/06/2026

L’infanzia di Pier Paolo Pasolini fu segnata da continui trasferimenti dovuti alla carriera militare del padre.

Bologna, Parma, Conegliano, Belluno, Casarsa, Sacile nel 1929 e poi Idria. A Sacile, la famiglia Pasolini tornò dal 1931 al 1932.

All’epoca, Pier Paolo frequentava la scuola elementare Vittorino da Feltre, distinguendosi per capacità e rendimento scolastico.

A Sacile, il giovane Pier Paolo trovò l’ambiente giusto in cui iniziare ad esprimere la propria sensibilità poetica.
Nel 1929, all’età di soli 7 anni, Pasolini iniziò a cimentarsi nella poesia.

A Sacile ci fu anche un "incidente di percorso" che pochi conoscono.

Ne parliamo in modo più approfondito in questo articolo:
👉 https://www.loppure.it/lesordio-poetico-di-pasolini-a-sacile/

Blocco blu, blocco rosso, blocco giallo. Con l’entrata in funzione della nuova area dell’Ospedale Santa Maria degli Ange...
24/06/2026

Blocco blu, blocco rosso, blocco giallo. Con l’entrata in funzione della nuova area dell’Ospedale Santa Maria degli Angeli, Pordenone vede finalmente completarsi un progetto atteso da anni: nuovi reparti, un nuovo pronto soccorso, nuovi parcheggi e, presto, anche la nuova viabilità.

Ma vi siete mai chiesti com’era l’ospedale di Pordenone alle sue origini?

La sua storia affonda le radici nel Medioevo, quando non era ancora un moderno presidio sanitario, bensì un luogo di accoglienza per viandanti, pellegrini e persone in difficoltà. A gestirlo era la Confraternita dei Battuti, associazione laica che si occupava di assistenza grazie a elemosine e donazioni.

Niente corsie e sale specialistiche: i malati riposavano su semplici giacigli di paglia. Tra coloro che vi trovavano rifugio c’erano mendicanti, donne sole, figli illegittimi e perfino carcerati. Le risorse erano limitate e i posti disponibili pochi, ma rappresentavano comunque un importante punto di riferimento per la comunità.

Il nome “Santa Maria degli Angeli” deriva dalla vicina chiesa della Beata Vergine Maria degli Angeli e fu adottato ufficialmente nel 1921, anno in cui l’ospedale si trasferì nell’ex Caserma Umberto I di via Montereale.

Nel corso dei secoli la struttura cambiò più volte gestione e volto: dalle aree promiscue si passò a vere camere di degenza, mentre medici come Antonio Poerio di Raggio, considerato il primo medico di Pordenone, contribuirono alla crescita dell’istituzione.

L’ospedale affrontò anche momenti drammatici. Epidemie di peste e colera misero a dura prova la città, tanto che nel 1846 venne allestito un lazzaretto provvisorio presso il Monte di Pietà. Nel Novecento, poi, le guerre rischiarono di comprometterne definitivamente l’attività.

Ne parliamo qui 👉 https://www.loppure.it/comera-lospedale-santa-maria-degli-angeli-ai-suoi-inizi/

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All’inizio del Cinquecento la Repubblica di Venezia appare al culmine della sua potenza. Dopo secoli di espansione marit...
23/06/2026

All’inizio del Cinquecento la Repubblica di Venezia appare al culmine della sua potenza. Dopo secoli di espansione marittima, la Serenissima ha esteso il proprio controllo anche sulla terraferma, trasformandosi in una grande potenza regionale capace di influenzare equilibri politici ed economici dell’Italia settentrionale e del Mediterraneo.

Dopo secoli, Venezia abbandona progressivamente la sola vocazione marittima. Le difficoltà dei traffici orientali, la concorrenza internazionale e la necessità di controllare le vie fluviali spingono la Repubblica a conquistare città e campagne del Veneto e del Friuli, costruendo uno Stato di terra sempre più esteso e strutturato.

La crescita veneziana non elimina però tutte le fragilità. Nel Friuli restano sacche di influenza imperiale, tra cui Pordenone, che continua a rappresentare un’enclave legata agli Asburgo all’interno dello spazio controllato da Venezia, rendendo instabile il confine orientale.

Nel 1508 esplode il conflitto tra l’imperatore Massimiliano I d'Asburgo e Venezia per il controllo delle aree di confine. Alla guida delle truppe veneziane emerge Bartolomeo d'Alviano, protagonista di rapide campagne militari nel Nord-Est italiano.

Dopo la vittoria in Cadore, l’avanzata veneziana attraversa il Friuli. Pordenone, inizialmente risparmiata, apre trattative complesse con i rappresentanti della Serenissima. Tra resistenze e attese di soccorsi imperiali, la città finisce per arrendersi nell’aprile 1508, entrando stabilmente nell’orbita veneziana.

Le operazioni del 1508 portano Venezia a una rapida espansione: oltre a Pordenone, cadono anche Gorizia, Trieste e Fiume. Il controllo del Friuli diventa strategico per garantire continuità ai domini di terraferma e proteggere le rotte commerciali che collegano l’Adriatico all’entroterra.

Nel dicembre 1508 nasce la Lega di Cambrai contro Venezia. Dopo la disfatta della Battaglia di Agnadello, lo Stato di Terraferma si sgretola e anche Pordenone cambia più volte controllo. Nel 1514 le truppe veneziane di d’Alviano riconquistano duramente la città, ristabilendo il dominio lagunare dopo anni di guerre e rovesci di fronte.

Ne parliamo qui 👉https://www.loppure.it/venezia-pn-conquista/

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«Mi estas el Pordenone», cioè «io sono di Pordenone». La frase non appartiene a una lingua nazionale, ma all’esperanto, ...
22/06/2026

«Mi estas el Pordenone», cioè «io sono di Pordenone». La frase non appartiene a una lingua nazionale, ma all’esperanto, il più celebre idioma artificiale mai creato. Nato per facilitare la comunicazione tra persone di Paesi diversi, l’esperanto rappresenta il tentativo più riuscito di costruire una lingua neutrale e internazionale, capace di superare le barriere linguistiche senza privilegiare una nazione rispetto alle altre.

Tra le figure più importanti dell’esperantismo italiano del Novecento spicca Antonio Paolet, noto anche nella forma friulana Paulet. Nato a San Vito al Tagliamento, fu tipografo, editore e instancabile promotore della lingua internazionale ideata da Ludwik Zamenhof. Grazie alla sua attività editoriale, il Friuli divenne uno dei principali centri italiani per la diffusione dell’esperanto, attirando l’attenzione di studiosi e appassionati provenienti da tutto il Paese.

L’interesse di Paolet per l’esperanto maturò all’inizio del XX secolo e si consolidò nel 1908, quando partecipò al Congresso Universale di Esperanto di Dresda. L’esperienza lo convinse delle potenzialità culturali e sociali di una lingua comune tra i popoli. Con il sostegno del sacerdote pordenonese don Giacomo Bianchini, figura di rilievo nel movimento cattolico esperantista, avviò una vasta attività di stampa e divulgazione dalla sua tipografia di San Vito al Tagliamento.

Il contributo più significativo di Paolet fu la fondazione del periodico L’Esperanto, il cui primo numero uscì il 10 gennaio 1913. La rivista si proponeva di avvicinare gli italiani alla nuova lingua attraverso articoli divulgativi, lezioni di grammatica, esercizi pratici e aggiornamenti sull’espansione internazionale del movimento. Per decenni rappresentò uno dei principali punti di riferimento per chi desiderava apprendere e utilizzare l’esperanto in Italia.

Accanto all’attività giornalistica, Paolet sviluppò un’intensa produzione editoriale dedicata all’insegnamento della lingua. Pubblicò grammatiche, manuali e dizionari destinati sia ai principianti sia agli studiosi. Tra le opere più importanti figura il primo vocabolario esperanto-italiano apparso nel 1913. Questi strumenti contribuirono a rendere l’apprendimento dell’esperanto più accessibile e favorirono la formazione di nuove generazioni di parlanti.

Un altro filone fondamentale della sua attività fu quello delle traduzioni letterarie. Attraverso la sua tipografia furono pubblicate versioni in esperanto di opere della tradizione italiana, da Alessandro Manzoni a Giovanni V***a, da Silvio Pellico a Edmondo De Amicis. L’obiettivo non era soltanto diffondere la lingua internazionale, ma anche far conoscere il patrimonio culturale italiano a una comunità di lettori che ormai si estendeva ben oltre i confini nazionali.

Negli anni successivi Paolet chiuse la propria tipografia, ma non abbandonò l’attività editoriale. Continuò infatti a pubblicare opere e strumenti didattici appoggiandosi alla tipografia Primon, sempre a San Vito al Tagliamento. La sua produzione mantenne viva la presenza dell’esperanto nel panorama culturale italiano anche nei periodi più difficili, quando l’interesse per la lingua sembrava destinato a diminuire.

Ma perché è importante? La sua vicenda testimonia come un editore di provincia potesse assumere un ruolo di rilievo in un movimento internazionale. Attraverso riviste, libri e iniziative culturali contribuì a costruire una rete di contatti che collegava il Friuli al resto d’Europa. Ancora oggi il suo nome è ricordato come quello di uno dei più importanti protagonisti della storia dell’esperanto in Italia e della sua diffusione nel mondo.

Ne parliamo qui 👉https://www.loppure.it/mi-estas-el-pordenone-ma-che-lingua-e/

Nel cuore della Pordenone antica c’era un piccolo “punto fermo” che diceva più di mille mappe: la Colonna di Borgo Colon...
19/06/2026

Nel cuore della Pordenone antica c’era un piccolo “punto fermo” che diceva più di mille mappe: la Colonna di Borgo Colonna,o Colonna della Beorchia. Oggi la troviamo in un contesto diverso, spostata e circondata da una città cresciuta e cambiata, ma per secoli è stata un vero riferimento urbano, quasi un faro di pietra attorno a cui si orientavano strade, incontri e vita quotidiana.

Il borgo da cui prende il nome era tra i più antichi della città, tra le attuali vie Bertossi e Cavallotti, spingendosi verso San Carlo: lì, in una piazzetta oggi scomparsa, la Colonna stava al centro della scena come un segnale silenzioso ma chiarissimo.

Semplice nella forma ma ricca di significato, con basamento, fusto, tabernacolo e pinnacolo, univa devozione e funzione pratica senza bisogno di effetti speciali (quando il “design urbano” era ancora fatto a mano). E infatti non era solo simbolo religioso: ai suoi lati reggeva anche piccoli lumi a olio, poi lampade a petrolio, una sorta di illuminazione pubblica ante litteram rimasta attiva fino al 1888.

La sua storia, però, non si ferma lì: tra tradizione popolare e indizi rinascimentali emersi durante un restauro del 1988, resta un oggetto che continua a cambiare lettura nel tempo. Spostata nel Novecento per far spazio alla nuova viabilità, non ha mai davvero smesso di fare quello che ha sempre fatto: indicare una direzione.

Ne parliamo qui 👉https://www.loppure.it/colonna-borgo-colonna/

Nel 1759, nella piccola Valvasone, nacque Adriana Ferrarese, soprano friulano la cui fama è tuttora legata al genio musi...
18/06/2026

Nel 1759, nella piccola Valvasone, nacque Adriana Ferrarese, soprano friulano la cui fama è tuttora legata al genio musicale di Wolfgang Amadeus Mozart.

Dopo aver dovuto lasciare Venezia per via di un amore proibito ed un periodo a Londra, nel 1788 le cronache intercettano la cantante a Vienna.

Nella capitale austriaca, la Ferrarese intreccia una f***a relazione, artistica e sentimentale, con il librettista Lorenzo Da Ponte. A quel tempo, Da Ponte era stato esiliato dalla Repubblica Serenissima per via di scandali e questioni giudiziarie, trovando rifugio alla Corte asburgica dell'Imperatore Giuseppe II.

Grazie a Da Ponte, la Ferrarese ebbe modo di essere presentata al Maestro Wolfgang Amadeus Mozart.

Siamo sinceri: Mozart trovava letteralmente insopportabile la Ferrarese, rimanendo tuttavia ammaliato dalla sua voce di petto e dalla sua capacità di fare dei salti vertiginosi da acuti a gravi.

Quale fu però l'opera che legò indissolubilmente la fama della Ferrarese al maestro austriaco ?

Lo scopriremo in questo curioso articolo
👉https://www.loppure.it/la-voce-di-valvasone-che-incanto-mozart/

A febbraio si erano aperte così le candidature: con un nome, un cognome e un amore smisurato per suonare il pianoforte. ...
17/06/2026

A febbraio si erano aperte così le candidature: con un nome, un cognome e un amore smisurato per suonare il pianoforte. Al di là di un vasto panorama di celebri musicisti, si invitavano giovani, anziani e adulti a proporsi per un evento di grande impatto culturale, atto a promuovere la musica dal vivo qui nel pordenonese. Ed è proprio così che pian piano ha iniziato anche quest'anno a stagliarsi all'orizzonte il Piano City Pordenone - un festival che da sempre attira a Pordenone pianofortisti di tutto il mondo.

Il festival si terrà dal 19 al 21 giugno, e si concentrerà nell'area storica della città. Sebbene il concerto di apertura in Piazza della Motta vedrà protagonisti ben 16 pianofortisti, sarà Pordenone a rappresentare per tutta la durata del festival il vero palcoscenico su cui esibirsi: collocati in svariate postazioni strategiche, chiunque potrà sedersi davanti ai pianoforti messi a disposizione in giro per la città e suonare davanti a un pubblico di passanti.

Ne parliamo qui 👉 https://www.loppure.it/festival-piano-city/

Sostenerci è semplice e non ti costa nulla: dona il tuo 5x1000 a L’oppure!Con questo gesto puoi aiutarci concretamente a...
16/06/2026

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Tanto da ottenere il titolo di cavaliere!Quando pensiamo al Pordenone immaginiamo uno dei più grandi pittori del Rinasci...
16/06/2026

Tanto da ottenere il titolo di cavaliere!

Quando pensiamo al Pordenone immaginiamo uno dei più grandi pittori del Rinascimento, autore di affreschi spettacolari e protagonista della scena artistica tra Friuli, Veneto e Lombardia. Ma c’è un aspetto della sua vita che sorprende ancora oggi: Giovanni Antonio de’ Sacchis non era soltanto un artista di successo, era anche un uomo molto ricco.

Nato in una famiglia già benestante, figlio di un capomastro-imprenditore proprietario di case, terreni e rendite agricole, partì con basi economiche ben più solide di quanto si possa immaginare.

La sua fortuna crebbe ulteriormente grazie a una sapiente gestione del patrimonio familiare e a tre matrimoni che gli portarono doti consistenti, terreni e proprietà. Nel corso della sua vita acquistò campi, case, mulini e possedimenti agricoli tra Pordenone, Aviano e Venezia, trasformandosi in un vero imprenditore del suo tempo. Mentre dipingeva chiese e palazzi nelle principali città dell'Italia settentrionale, investiva il denaro guadagnato costruendo un patrimonio destinato a durare nel tempo.

Il riconoscimento più sorprendente arrivò nel 1535, quando il re d'Ungheria Giovanni Zápolya gli concesse il titolo ereditario di cavaliere e uno stemma nobiliare. I suoi discendenti conservarono quel privilegio e nel 1603 furono ufficialmente aggregati alla nobiltà cittadina di Pordenone.

La storia del Pordenone ci restituisce così il volto di un artista pienamente rinascimentale: non solo pittore geniale, ma anche proprietario, investitore e uomo capace di trasformare il talento in prestigio sociale.

Ne parliamo qui 👉 https://www.loppure.it/fortuna-economica-ilpn/

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Nel Medioevo Sacile fu uno dei centri più importanti del Patriarcato di Aquileia. Situata sulle rive del Livenza, contro...
15/06/2026

Nel Medioevo Sacile fu uno dei centri più importanti del Patriarcato di Aquileia. Situata sulle rive del Livenza, controllava una delle principali vie di comunicazione tra il Friuli e la pianura veneta, tanto da essere considerata la “porta del Patriarcato”. La sua posizione strategica la rese un luogo conteso e prezioso, destinato a svolgere un ruolo decisivo nelle vicende politiche e militari dell’Italia nordorientale.

Nel XII secolo la città attraversò una fase di forte sviluppo economico. Il porto fluviale favoriva il commercio di merci provenienti da diverse regioni e trasformava Sacile in un attivo centro di scambio. In quegli anni il Patriarcato godeva di una relativa stabilità e nessuna potenza vicina era ancora abbastanza forte da minacciarne seriamente i confini. Questo clima favorì la crescita della città e l’espansione delle sue attività.

Alla fine del secolo, però, l’equilibrio si incrinò. A ovest stava emergendo il Comune di Treviso, deciso ad ampliare la propria influenza verso i territori patriarcali. Le pressioni si concentrarono soprattutto lungo il confine del Livenza e coinvolsero anche importanti famiglie feudali, come i conti di Prata e i signori di Porcia. In questo scenario Sacile divenne il principale punto di difesa contro l’avanzata trevigiana.

Consapevole del valore strategico della città, nel 1190 il patriarca Gotofredo di Hohenstaufen concesse nuovi privilegi agli abitanti per rafforzarne la fedeltà e la capacità di difesa. La scelta si rivelò necessaria quando, pochi anni dopo, diverse famiglie nobili si ribellarono all’autorità di Aquileia. Nel 1203 Sacile ottenne anche un proprio podestà, entrando in una nuova fase di autonomia amministrativa.

Tra Duecento e primo Trecento la città dovette affrontare numerosi tentativi di conquista. Durante l’età di Ezzelino da Romano le sue fortificazioni resistettero a ripetuti assedi, sostenute dall’intervento dei patriarchi. Nello stesso periodo si sviluppò il sistema dei “feudi di abitanza”: nobili e cavalieri ricevevano case e terreni in cambio del servizio militare, formando una vera aristocrazia urbana incaricata della difesa permanente.

Dopo la morte di Ezzelino, nel 1259, la pressione militare diminuì ma non cessò del tutto. I patriarchi continuarono a investire nel rafforzamento delle mura e nella riorganizzazione delle strutture difensive. Alla fine del XIII secolo emerse però una nuova minaccia: la famiglia dei Da Camino. Nel 1295 Rizzardo da Camino riuscì persino a occupare temporaneamente Sacile, approf***ando delle divisioni interne che indebolivano il Patriarcato.

La situazione si risolse solo negli anni Trenta del Trecento grazie all’azione del patriarca Bertrando di San Genesio. Rafforzate le difese e consolidato il controllo del territorio, Sacile respinse nel 1333 l’ultima grande offensiva dei Caminesi. Due anni dopo, la vittoria patriarcale nella pianura dei Camolli pose fine alla minaccia.

Ne parliamo qui 👉https://www.loppure.it/sacile-porta-del-patriarcato/
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