22/06/2026
«Mi estas el Pordenone», cioè «io sono di Pordenone». La frase non appartiene a una lingua nazionale, ma all’esperanto, il più celebre idioma artificiale mai creato. Nato per facilitare la comunicazione tra persone di Paesi diversi, l’esperanto rappresenta il tentativo più riuscito di costruire una lingua neutrale e internazionale, capace di superare le barriere linguistiche senza privilegiare una nazione rispetto alle altre.
Tra le figure più importanti dell’esperantismo italiano del Novecento spicca Antonio Paolet, noto anche nella forma friulana Paulet. Nato a San Vito al Tagliamento, fu tipografo, editore e instancabile promotore della lingua internazionale ideata da Ludwik Zamenhof. Grazie alla sua attività editoriale, il Friuli divenne uno dei principali centri italiani per la diffusione dell’esperanto, attirando l’attenzione di studiosi e appassionati provenienti da tutto il Paese.
L’interesse di Paolet per l’esperanto maturò all’inizio del XX secolo e si consolidò nel 1908, quando partecipò al Congresso Universale di Esperanto di Dresda. L’esperienza lo convinse delle potenzialità culturali e sociali di una lingua comune tra i popoli. Con il sostegno del sacerdote pordenonese don Giacomo Bianchini, figura di rilievo nel movimento cattolico esperantista, avviò una vasta attività di stampa e divulgazione dalla sua tipografia di San Vito al Tagliamento.
Il contributo più significativo di Paolet fu la fondazione del periodico L’Esperanto, il cui primo numero uscì il 10 gennaio 1913. La rivista si proponeva di avvicinare gli italiani alla nuova lingua attraverso articoli divulgativi, lezioni di grammatica, esercizi pratici e aggiornamenti sull’espansione internazionale del movimento. Per decenni rappresentò uno dei principali punti di riferimento per chi desiderava apprendere e utilizzare l’esperanto in Italia.
Accanto all’attività giornalistica, Paolet sviluppò un’intensa produzione editoriale dedicata all’insegnamento della lingua. Pubblicò grammatiche, manuali e dizionari destinati sia ai principianti sia agli studiosi. Tra le opere più importanti figura il primo vocabolario esperanto-italiano apparso nel 1913. Questi strumenti contribuirono a rendere l’apprendimento dell’esperanto più accessibile e favorirono la formazione di nuove generazioni di parlanti.
Un altro filone fondamentale della sua attività fu quello delle traduzioni letterarie. Attraverso la sua tipografia furono pubblicate versioni in esperanto di opere della tradizione italiana, da Alessandro Manzoni a Giovanni V***a, da Silvio Pellico a Edmondo De Amicis. L’obiettivo non era soltanto diffondere la lingua internazionale, ma anche far conoscere il patrimonio culturale italiano a una comunità di lettori che ormai si estendeva ben oltre i confini nazionali.
Negli anni successivi Paolet chiuse la propria tipografia, ma non abbandonò l’attività editoriale. Continuò infatti a pubblicare opere e strumenti didattici appoggiandosi alla tipografia Primon, sempre a San Vito al Tagliamento. La sua produzione mantenne viva la presenza dell’esperanto nel panorama culturale italiano anche nei periodi più difficili, quando l’interesse per la lingua sembrava destinato a diminuire.
Ma perché è importante? La sua vicenda testimonia come un editore di provincia potesse assumere un ruolo di rilievo in un movimento internazionale. Attraverso riviste, libri e iniziative culturali contribuì a costruire una rete di contatti che collegava il Friuli al resto d’Europa. Ancora oggi il suo nome è ricordato come quello di uno dei più importanti protagonisti della storia dell’esperanto in Italia e della sua diffusione nel mondo.
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