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13/01/2026

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13/01/2026

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Ho donato un rene a mio marito per toglierlo dalla dialisi e ridargli una vita normale, ma sei mesi dopo l'operazione lu...
13/01/2026

Ho donato un rene a mio marito per toglierlo dalla dialisi e ridargli una vita normale, ma sei mesi dopo l'operazione lui mi ha lasciata per un'altra, e ora passo le notti a immaginare di strappargli via il mio organo con le mani perché non sopporto l'idea che una parte di me stia filtrando il sangue che si eccita per lei
Mi chiamo Giulia, ho 44 anni. Ho due cicatrici sul fianco. Sono il ricordo dell'intervento di tre anni fa. Mio marito, Lorenzo, stava morendo di insufficienza renale. La dialisi lo stava spegnendo giorno dopo giorno. Era un fantasma grigio, depresso, senza forze. Io non ci ho pensato un attimo. Ho fatto i test. Ero compatibile. Gli ho detto: "Ti do il mio. Ti salvo io". Lui piangeva, mi baciava le mani, mi chiamava il suo angelo custode. L'operazione è andata bene. Il mio rene ha ripreso a funzionare nel suo corpo immediatamente. Lui è rifiorito. È tornato l'uomo energico e affascinante di un tempo.
Il mio segreto inconfessabile è che se potessi tornare indietro, lascerei che la natura facesse il suo corso. Otto mesi dopo il trapianto, Lorenzo è venuto da me. Non mi ha guardato negli occhi. Mi ha detto: "Giulia, questa seconda possibilità mi ha fatto capire che la vita è breve. Non sono più felice con te. Ho incontrato una persona. Mi fa sentire vivo". Ha fatto le valigie ed è andato a vivere con Sara, una ragazza di 32 anni che ha conosciuto in palestra (palestra dove è tornato grazie alla mia energia).
Il divorzio è stato brutale, ma la cosa che mi manda al manicomio non è la gelosia sentimentale. È la gelosia biologica. Non riesco a tollerare il pensiero che lei lo tocchi. Quando immagino loro due a letto, non penso al sesso. Penso al fatto che, dentro il corpo di lui, c'è il mio rene. È il mio tessuto. Sono le mie cellule. Quell'organo sta lavorando h24 per tenerlo in vita, per permettergli di amare lei. È come se fossi costretta a partecipare alla loro intimità, come se fossi il "terzo incomodo" intrappolato dentro di lui.
A volte lo incontro per strada. Lui sta bene, ha un bel colorito. Mi saluta con imbarazzo: "Ciao Giulia, come stai?". Io lo guardo e ho un istinto predatorio. Vorrei urlargli: "Ridammelo! È mio! Non ti appartiene, te l'ho solo prestato!". Mi sento derubata. È come se mi avesse scippato la borsa, solo che dentro la borsa c'era la mia salute (perché io ora mi stanco prima, devo stare attenta alla dieta, ho i rischi di chi ha un rene solo). Io sono rimasta mutilata per renderlo felice, e lui ha usato quella felicità per distruggermi.
L'altro giorno ho saputo da un amico comune che Lorenzo ha ricominciato a bere qualche bicchiere di vino, nonostante i medici glielo avessero vietato. Invece di preoccuparmi, ho provato una gioia nera, maligna. Ho pensato: "Avvelenalo. Rovinalo. Rigetta l'organo". Spero segretamente che il mio rene si ribelli. Spero che il mio corpo, dentro di lui, capisca che non è più a casa e smetta di funzionare. Voglio che torni strisciando da me non per amore, ma perché solo io posso tenerlo in vita.
Mi sento una strega? Sì. Ma nessuno ti dice che il dono della vita è un contratto vincolante. Lui ha infranto il contratto. E io ora sono qui, sola, con una cicatrice che mi tira ogni volta che piove, a pregare che l'uomo che ho salvato paghi il prezzo del suo tradimento con la stessa moneta che gli ho regalato.
Mi chiamo Giulia, ho 44 anni. E sono la donna che ha dato la vita a suo marito due volte: quando ho partorito i nostri figli e quando gli ho dato un rene, e lui ha buttato via entrambe le cose come se fossero spazzatura.
(Dal web)

Ci sono momenti in cui i nomi smettono di essere solo nomi. Diventano battiti, pensieri fissi, silenzi carichi di speran...
13/01/2026

Ci sono momenti in cui i nomi smettono di essere solo nomi.
Diventano battiti, pensieri fissi, silenzi carichi di speranza.
Elsa Rubino.
Leonardo Bove.
Kean.
Tre giovani ragazzi. Tre storie diverse. Tre vite che oggi stanno affrontando una prova durissima, una di quelle che nessuno dovrebbe mai conoscere così presto. Le condizioni sono critiche, le notizie fanno tremare, l’attesa pesa come un macigno. Eppure, proprio dentro questa fragilità estrema, nasce qualcosa di potente: una forza collettiva che unisce, che stringe, che non lascia indietro nessuno.
In questi momenti non contano le differenze, non contano le distanze. Conta solo una cosa: esserci.
Esserci con il pensiero, con il cuore, con una speranza che non si spegne.
Esserci per ricordare a questi ragazzi che non sono soli, che intorno a loro c’è un tifo silenzioso ma fortissimo, fatto di persone che credono, che aspettano, che non smettono di sperare.
Ogni battaglia è diversa, ma tutte hanno qualcosa in comune: la lotta.
E voi state lottando.
State dimostrando un coraggio che va oltre le parole, una forza che spesso neanche si sa di avere, finché la vita non costringe a tirarla fuori. Anche quando il corpo è stanco, anche quando tutto sembra fermo, la volontà continua a spingere. E quella volontà è un segnale. È vita.
A Elsa, a Leonardo, a Kean arriva un messaggio chiaro, forte, sincero: continuate a lottare.
Non mollate, nemmeno per un istante.
Ogni respiro conta. Ogni piccolo passo è una vittoria. Anche quando non si vede, anche quando sembra tutto immobile, qualcosa si muove.
Fuori c’è chi aspetta.
C’è chi pronuncia i vostri nomi come una promessa.
C’è chi vi manda forza anche senza conoscervi, perché in certi momenti l’umanità si riconosce nella fragilità degli altri.
Questa non è solo una prova clinica, non è solo una diagnosi o una stanza d’ospedale. È una storia di resistenza. È una storia che parla di vita, di attaccamento, di speranza che non si arrende. È la dimostrazione che anche nei momenti più bui, una luce può restare accesa.
Il tifo per voi è reale.
È fatto di cuori che battono insieme.
È fatto di silenzi rispettosi, di parole non dette, di pensieri che vi raggiungono anche quando non potete sentirli.
Continuate a lottare, ragazzi.
Continuate a resistere.
Continuate a crederci, anche quando è difficile.
Perché non siete soli.
Perché la vostra forza sta parlando per voi.
Perché ogni vita conta. Sempre.

(Resilienza)

13/01/2026

I giudici d’Appello riducono la condanna ad Alessia Pifferi a 24 anni, escludendo l’ergastolo e riconoscendo una personalità fragile, segnata da

"Eccola qui. Questa è la prima, commovente, immagine di Alberto Trentini che riabbraccia finalmente la mamma Armanda Col...
13/01/2026

"Eccola qui.
Questa è la prima, commovente, immagine di Alberto Trentini che riabbraccia finalmente la mamma Armanda Colusso, appena atterrato in Italia all’aeroporto di Ciampino.
Un abbraccio atteso per 423 lunghissimi giorni da questa grande donna che con grande dignità, compostezza, ma quando c’è voluta anche molta fermezza, non ha mai smesso di combattere per la liberazione di suo figlio, detenuto illegalmente per 14 mesi in Venezuela senza una ragione né un’accusa formale.
Lo ha fatto spesso da sola, abbandonata dalle istituzioni e dal governo, con una forza a tratti straordinaria.
C’è tutto in questo abbraccio: gioia, sollievo, amore, dolore, sofferenza, liberazione.
L’incubo ora è davvero finito.
Ben tornato Alberto".
Lorenzo Tosa

13/01/2026

Alberto Trentini torna libero dopo oltre 400 giorni in carcere in Venezuela. Dopo le accuse iniziali all’esecutivo, esponenti dell’opposizione evitano

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"Sono Alberto Trentini. Sono qui nella residenza dell'ambasciata italiana a Caracas. Sono libero. GRazie a Giorgia Melon...
13/01/2026

"Sono Alberto Trentini. Sono qui nella residenza dell'ambasciata italiana a Caracas. Sono libero. GRazie a Giorgia Meloni”

È volato in cielo 💔🕊️ Purtroppo è appena arrivata una notizia tragica, una di quelle che nessuno vorrebbe mai leggere, u...
13/01/2026

È volato in cielo 💔🕊️
Purtroppo è appena arrivata una notizia tragica, una di quelle che nessuno vorrebbe mai leggere, una di quelle che ti costringono a fermarti anche se stai scorrendo distrattamente il telefono.
Una notizia che arriva all’improvviso e ti lascia con un nodo in gola, perché parla di una vita spezzata troppo presto.
Trystan Pidoux è morto.
Aveva solo 17 anni. 💔
Una frase che non dovrebbe mai esistere.
Un’età in cui si sogna, si sbaglia, si cresce. Un’età in cui il futuro dovrebbe essere tutto davanti, non già finito.
Il suo ultimo messaggio alla mamma oggi fa tremare le mani:
“Buon anno, mamma. Ti amo più di ogni altra cosa.”
Parole semplici, piene d’amore, scritte con la naturalezza di un figlio che non immagina che quelle saranno le ultime.
Parole che oggi diventano un addio straziante, impossibile da accettare.
Trystan è una delle giovani vittime della tragedia di Crans-Montana, avvenuta nella notte di Capodanno, all’interno del bar Le Constellation.
Una notte che doveva essere di festa, di sorrisi, di brindisi.
Una notte che invece si è trasformata in un incubo.
Quaranta persone hanno perso la vita, per lo più giovani. Quaranta famiglie distrutte. Quaranta storie che si sono interrotte senza preavviso.
Numeri che fanno paura, ma che non raccontano davvero il dolore. Perché dietro ogni numero c’era una voce, un sogno, una persona amata.
I genitori di Trystan hanno trovato il coraggio di fare qualcosa di immenso nel momento più buio: raccontare chi era loro figlio, per non lasciarlo diventare solo una notizia, solo una vittima.
Lo hanno fatto per lui e per tutti i ragazzi che non sono tornati a casa quella notte.
Trystan non era “solo” un ragazzo di 17 anni.
Era un ragazzo con un cuore grande, con valori profondi, con una sensibilità rara.
Fin da bambino aveva una naturale attenzione per gli altri. A scuola aiutava i compagni di classe a sentirsi uguali, a non sentirsi esclusi. Non sopportava l’idea che qualcuno restasse indietro.
Non lo faceva per apparire, lo faceva perché per lui era giusto così.
Il suo impegno nel volontariato racconta più di mille parole.
In un progetto benefico con il suo padrino, gli era stato chiesto di raccogliere 50 paia di occhiali destinati all’Africa.
Ne ha raccolti 5.000.
Cinquemila.
Li ha smistati uno per uno in base alle prescrizioni, con pazienza, con dedizione.
Li ha portati fino a Dakar, perché per lui aiutare gli altri non era un’idea astratta, ma qualcosa di concreto, reale, da fare fino in fondo.
Anche quando le cose diventavano difficili, Trystan non si tirava indietro.
A scuola, mentre i voti in matematica calavano, decise di mettersi alla prova partecipando a una gara per adulti.
Si classificò sesto.
Un risultato che parla di determinazione, di voglia di non arrendersi, di quella forza silenziosa che appartiene alle persone autentiche.
Oggi tutto questo sembra impossibile da accettare.
Perché quando muore un ragazzo così giovane, muore anche un pezzo di futuro che non vedremo mai.
Muore l’idea che il tempo sia giusto.
Muore la convinzione che certe cose non possano accadere.
Resta il dolore.
Resta il vuoto.
Resta una mamma che stringe un telefono con un messaggio che non avrebbe mai voluto rileggere.
“Buon anno, mamma. Ti amo più di ogni altra cosa.”
Quelle parole oggi fanno male, ma raccontano anche chi era Trystan: un figlio amorevole, un ragazzo capace di amare profondamente.
Ciao Trystan.
Il tuo cuore continuerà a vivere nei gesti che hai lasciato, nelle persone che hai aiutato, nell’amore che hai seminato.
E in chi, leggendo la tua storia, si fermerà un attimo a riflettere. 🕊️

(Resilienza)

13/01/2026

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