La vita a Colori

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"Quella che vedete non sono io, ma è ciò che mi è stato fatto. È irreversibile, non c'è niente da fare.⁣⁣ Quando mi deri...
08/09/2026

"Quella che vedete non sono io, ma è ciò che mi è stato fatto. È irreversibile, non c'è niente da fare.⁣⁣ Quando mi deridete e sbeffeggiate non state insultando me, state solo rimarcando l'orrore di quello che ho subíto, ma non ce n'è bisogno credetemi.⁣⁣

Io quell'orrore ce l'ho stampato non solo addosso ma anche nella mente e non andrà mai via. Non mi vergogno del mio aspetto e non nascondo mai il mio volto nonostante le occhiate indiscrete per strada e i commenti poco piacevoli sui social. Vergognoso sarebbe chiudersi in casa per il timore dei giudizi della gente!⁣⁣ Lo schifo, come la bellezza, sta negli occhi di chi guarda. "
Valentina Pitzalis vittima del marito che le versò addosso cherosene e tentò di darle fuoco

«La vecchiaia arriva e non possiamo farci niente. Qualcuno diceva che, a una certa età, la malattia è proprio questa. È ...
08/09/2026

«La vecchiaia arriva e non possiamo farci niente.
Qualcuno diceva che, a una certa età, la malattia è proprio questa. È una specie di malattia d’usura, il corpo cambia e il tempo lascia inevitabilmente i suoi segni.
Ma non voglio essere pessimista.
Devo ringraziare i miei genitori per avermi regalato il senso dell’ironia, perché nella vita aiuta moltissimo. Soprattutto quando bisogna imparare ad accettare quello che cambia.
Basta pensare ai capelli.
Quando cominciarono a diventare grigi, durante le riprese de “Il maresciallo Rocca”, dovevo continuamente ritoccarli. A un certo punto sembrava che avessi del catrame in testa.
Mi capitò persino che un parrucchiere venisse a casa per farmi la tinta e il risultato fosse un colore violaceo.
Sul set erano disperati.
Io, invece, decisi che ne avevo abbastanza e mi tagliai i capelli.
Non è immediato abituarsi a vedersi con i capelli bianchi. Bisogna imparare a riconoscersi anche quando l’immagine nello specchio comincia a cambiare.
Quando ho smesso di tingerli, però, mi sono sentito libero.
In fondo credo che sia anche questo invecchiare: accettare ciò che non possiamo fermare senza perdere la capacità di sorridere di noi stessi.
La vecchiaia è un viaggio.
E per affrontarlo servono accettazione e, soprattutto, un po’ di umorismo.»
Gigi Proietti

“Perdere un figlio ti spezza per sempre. Solo se si è mamma si può capire cosa vuol dire perdere un figlio. Tragedie com...
08/09/2026

“Perdere un figlio ti spezza per sempre.
Solo se si è mamma si può capire cosa vuol dire perdere un figlio. Tragedie come quella che mi ha colpito ti segnano la vita per sempre.
Pietro, tra l’altro, era nato proprio il giorno del mio compleanno. Un legame che rende ancora più difficile spiegare cosa significhi continuare a vivere dopo averlo perso.
Con il tempo non dimentichi. Non passa. Alla fine acquisti soltanto consapevolezza di quanto è accaduto: è così, e non puoi farci nulla.
Pietro era un uomo pieno di vita, ma soprattutto era un papà innamorato. Era impazzito per sua figlia. Poco prima di m*rire non vedeva l’ora che arrivasse settembre per poterla accompagnare al suo primo giorno di scuola.
Oggi la forza la trovo anche nei miei splendidi nipotini. Ma una madre continua a portare suo figlio dentro di sé, anche quando non può più stringerlo.
Quel giorno avevo soltanto un pensiero: lo riporto a casa.
Perché Pietro può non essere più davanti ai miei occhi, ma dentro il cuore di una madre un figlio non smette mai di esistere.”
—Rita Ciofani, madre di Pietro Taricone

«Nicola è il vero grande amore della mia vita. Ci fece incontrare Melania Rizzoli, combinò tutto lei, però in questa sto...
08/09/2026

«Nicola è il vero grande amore della mia vita. Ci fece incontrare Melania Rizzoli, combinò tutto lei, però in questa storia c’entra anche Edwige Fenech.
Edwige è una delle mie amiche più care. C’è stato un periodo, dopo la mia rottura con Renzo, che io e lei frequentavamo la stessa cartomante. Una gattara di Roma, ci andavamo quasi tutte le settimane. Una volta lei mi disse: “L’amore della tua vita deve ancora arrivare. Vedo che sarà quello giusto e vedo anche che ci saranno mare, isole e viaggi”. Mi convinsi che mi sarei fidanzata con un tour operator. Per qualche mese quando mi capitava di uscire con qualcuno chiedevo sempre: “Ma tu lavori in un’agenzia di viaggio?”. Se rispondeva no, smettevo di vederlo.
Lui all’epoca abitava in un’isola dell’arcipelago delle Turks e Caicos. Quando trascorremmo insieme la prima sera, tra chiacchiere e risate complici, non collegai subito le due cose. Poi, però, quando mi accorsi che con lui stavo bene, ringraziai dentro di me la maga.
Oggi per me esiste soltanto mio marito. Con Renzo, certo, ci siamo lasciati amandoci. Ci siamo lasciati perché ci eravamo allontanati, non perché l’amore fosse finito. Per anni, dopo la rottura, lui non ha voluto vedermi. Oggi ci parliamo».
—Mara Venier

"La vita dei nostri figli è roba loro, non è materiale né per la tv né per i miei follower. Loro per primi non amano app...
07/09/2026

"La vita dei nostri figli è roba loro, non è materiale né per la tv né per i miei follower. Loro per primi non amano apparire, e io ne vado fierissima. Per me vale un po’ la stessa regola: su Instagram mi diverto a mostrare il dietro le quinte del mio lavoro, i miei look o qualche momento buffo, ma la mia 'vita vera' - le giornate storte, le litigate, l’intimità - resta chiusa a chiave dentro le mura di casa nostra. È una scelta che ho fatto fin dall’inizio, quando ho aperto i miei profili social. Quello era anche il periodo in cui stavo diventando mamma, tra il 2011 e il 2012, e oggi sono felice di aver intuito i rischi dell’esposizione ben prima che il tema diventasse un dibattito pubblico"

Caterina Balivo

“Io sono suo padre. Prima ancora che il suo primo tifoso. Non ho mai imposto a Kimi di fare il pilota. Gli ho sempre chi...
07/09/2026

“Io sono suo padre. Prima ancora che il suo primo tifoso.
Non ho mai imposto a Kimi di fare il pilota. Gli ho sempre chiesto una cosa: se questo era davvero il suo sogno, doveva dimostrarlo anche attraverso i sacrifici.
Tra noi c’era un patto familiare: andare bene a scuola. Quando l’ho visto partire per le gare portandosi dietro i libri, persino quando correva in Formula 2, ho capito davvero quanto fosse grande la sua dedizione per questo sport.
La Formula 1 non l’abbiamo mai vissuta come un obiettivo da raggiungere a ogni costo. Il motorsport faceva semplicemente parte della nostra vita. Poi è arrivata questa possibilità, grazie al talento che Kimi ha dimostrato e anche alla fortuna di incontrare una Mercedes che ha deciso di credere in lui.
Io, però, continuo a ripetergli le stesse cose di quando era un ragazzino: essere sempre umile e critico con se stesso.
Perché anche adesso che tutti guardano il pilota, io continuo a vedere mio figlio.
Sta facendo un bellissimo percorso, ma la strada è ancora lunga. Deve crescere, imparare, sbagliare e migliorare. Non penso ai titoli e non voglio fare proclami: una gara alla volta, esattamente come abbiamo sempre fatto.
E se oggi dovessi esprimere un desiderio per lui, non partirei dalle vittorie.
Gli auguro prima di tutto la salute. Poi gli auguro di rimanere quello che è: dolce, generoso e capace di fare ciò che ama il più a lungo possibile.
Perché alla fine, dietro un casco, una monoposto e un sogno diventato enorme, per un padre rimane sempre la stessa cosa:
suo figlio.”
—Marco Antonelli, padre di Kimi

Venti minuti. Venti minuti chiusa nel buio di un bagagliaio, con le fascette ai polsi e il terrore che ti mangia le ossa...
06/09/2026

Venti minuti.
Venti minuti chiusa nel buio di un bagagliaio, con le fascette ai polsi e il terrore che ti mangia le ossa.
Lorena ha chiamato tre volte.
Prima la mamma.
Poi un amico.
Poi il 112.
«Federico mi ha rapita. Vuole uccidermi.»
Mentre l’auto correva sull’A1, lei parlava.
Dava indicazioni.
Cercava di farsi localizzare.
Respirava a fatica, ma non si arrendeva.
Dall’altra parte della linea c’era la polizia.
Ascoltavano.
Cercavano di tenerla aggrappata a quella voce, a quella speranza.
Poi il silenzio.
Lui se n’è accorto.
Ha aperto il bagagliaio.
Le ha strappato il telefono.
E l’ha gettata giù da un viadotto alto 40 metri.
Lei aveva ancora la vita tra le mani.
Aveva ancora una voce.
Aveva ancora venti minuti di coraggio disperato.
E non è bastato.
Ogni volta che leggiamo “femminicidio” sembra una parola lontana, un titolo di giornale.
Finché non pensi a quei venti minuti.
Al buio.
Al respiro che si spezza.
Alla voce che dice «aiutatemi» mentre il mondo continua a correre sull’autostrada.
Lorena non era un numero.
Era una donna che ha combattuto fino all’ultimo secondo.
E noi abbiamo il dovere di non voltarci dall’altra parte.
Basta.
Basta ancora una volta.
Basta per sempre.

«Se voglio piangere, mi isolo, piango un po’, e poi mi rimetto in marcia. All’intruso dico: “Hai sbagliato persona, io t...
06/09/2026

«Se voglio piangere, mi isolo, piango un po’, e poi mi rimetto in marcia. All’intruso dico: “Hai sbagliato persona, io ti combatterò fino alla fine. La tua”».
Carolyn Smith

Ogni primavera percorreva 13.000 chilometri per tornare da lei.Malena non poteva più volare dal 1993, quando un colpo di...
06/09/2026

Ogni primavera percorreva 13.000 chilometri per tornare da lei.

Malena non poteva più volare dal 1993, quando un colpo di fucile le spezzò un'ala. Rimase a Brodski Varoš, in Croazia, dove il pensionato Stjepan Vokić le costruì un rifugio e si prese cura di lei.

Poi arrivò Klepetan.

Ogni inverno partiva per il Sudafrica e ogni primavera tornava nello stesso nido, attraversando Africa, Mediterraneo e Balcani.

Lo fece per 16 anni consecutivi.

Insieme hanno allevato oltre 40 pulcini. In autunno lui ripartiva verso sud con i giovani, mentre Malena restava ad aspettarlo.

Poi tornava la primavera. E tornava anche Klepetan.

C'è chi la chiama natura, chi istinto. E chi, davanti a una storia così, preferisce chiamarla fedeltà.

Lorena ha avuto venti minuti per provare a salvarsi.Era chiusa nel bagagliaio di un’auto, al buio, con le fascette ai po...
05/09/2026

Lorena ha avuto venti minuti per provare a salvarsi.

Era chiusa nel bagagliaio di un’auto, al buio, con le fascette ai polsi. Eppure è riuscita a chiamare. Prima sua madre, poi un amico, infine il 112.

«Federico mi ha rapita. Vuole uccidermi.»

Mentre l’auto percorreva l’A1, Lorena continuava a parlare con la polizia. Cercava di spiegare dove si trovasse, dava indicazioni, provava in ogni modo a farsi localizzare.

Dall’altra parte del telefono gli agenti ascoltavano e cercavano di tenerla in contatto, di non farle perdere quella speranza.

Poi tutto si è interrotto.

Lui si è accorto della telefonata, ha aperto il bagagliaio, le ha strappato il telefono e l’ha gettata da un viadotto alto 40 metri.

Per venti minuti Lorena ha combattuto. Ha cercato aiuto, ha usato la sua voce, ha fatto tutto ciò che poteva per restare viva.

Quando leggiamo la parola “femminicidio” rischiamo di fermarci a un titolo, a una notizia tra tante.

Poi pensi a quei venti minuti. Al buio. Alla paura. A una donna che continua a chiedere aiuto mentre un’auto corre sull’autostrada.

Lorena non era un numero. Era una donna che ha lottato fino all’ultimo.

E davanti a storie come questa voltarsi dall’altra parte non può essere un’opzione.

Basta.

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