16/01/2026
“Quella notte mi hanno portato via tutto.
Non accetto che mia figlia venga ricordata soltanto come la ragazza con il casco, con le fiaccole in mano.
Quella sera Cyane stava lavorando. Non era lì per divertirsi né per partecipare a una festa finita male. Era una ragazza responsabile, attenta agli altri. Quando è scoppiato l’incendio non ha pensato solo a mettersi in salvo: ha cercato di aiutare, di far uscire le persone, di indirizzarle verso una via di fuga. È per questo che è rimasta lì.
Davanti a una porta che non si è aperta.
Quella porta era chiusa perché qualcuno aveva paura che entrasse gente senza pagare. Una decisione presa per proteggere l’incasso, non le persone. Non è stata una fatalità e non è stato il destino: è stata una scelta, e quella scelta ha avuto conseguenze irreversibili.
Oggi viene ricordata attraverso un’immagine.
Ma mia figlia non doveva diventare un dettaglio da raccontare. Era una giovane donna con una vita davanti, con sogni semplici, con il diritto di tornare a casa dopo il lavoro. Non doveva morire mentre cercava di salvare gli altri, davanti a una via di fuga che le è stata negata.
All’inizio c’è stato solo lo shock.
Poi un dolore che non si riesce a spiegare.
Adesso resta la rabbia.
Perché se quella porta fosse stata aperta, forse oggi non staremmo parlando di morti.
E mia figlia non sarebbe diventata un’immagine.
Sarebbe semplicemente ancora viva.”
—Jerome Panine, padre di Cyane.