26/09/2026
Mt 21,28-32 Due figli. Il primo dice «non ne ho voglia», poi ci ripensa e va. Il secondo dice «sissignore», poi resta a casa. Il Vangelo di questa domenica è scritto per il secondo. Per i sedicenti cristiani.
Fra Alberto non fa sconti: Gesù condanna «chi si limita alle formalità religiose senza compiere la volontà paterna».
In parole povere: sei il cristiano della domenica che il lunedì parla di remigrazione? Hai bisogno di un nemico su cui scaricare il rancore? O ti basta l’indifferenza, che non costa niente?
Ma anche il primo figlio aveva detto no. Gesù non ti chiede di non sbagliare mai. Puoi ravvederti, sai?
UNA SFIDA TEOLOGICA CHE METTE A N**O L’IPOCRISIA DEI CAPI
Nel Vangelo di questa domenica, Gesù si trova nel tempio a Gerusalemme e affronta i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo con profonda libertà e senza alcuna sudditanza di fronte alle massime autorità religiose. Alle domande capziose dei sommi sacerdoti e degli anziani (“Con quale autorità fai queste cose?”, Mt 21,23), egli non risponde direttamente, ma replica ponendo a sua volta un interrogativo paralizzante: l’autorità del battesimo di Giovanni veniva da Dio (dal Cielo) o dagli uomini?
Questa domanda mette a n**o l'ipocrisia dei capi.
L’OPPORTUNISMO CALCOLATO DEI CAPI
Sebbene tutto il popolo considerasse Giovanni un profeta, i dirigenti religiosi si erano mostrati refrattari alla sua parola, poiché il richiamo alla conversione minacciava i loro privilegi e i loro interessi. I rappresentanti dell’istituzione religiosa non credettero al Battista, confermando una storica sordità verso i profeti e gli inviati di Dio (Mt 23,37).
Già il Battista si era scagliato contro di loro definendoli “razza di vipere” e invitandoli a produrre “frutti degni di conversione” (Mt 3,7-9). Di fronte al quesito di Gesù, le autorità rispondono con un calcolato “Non lo sappiamo”. In realtà, non si tratta di ignoranza, ma di opportunismo. Se avessero detto “dal Cielo”, Gesù avrebbe chiesto perché non gli avevano creduto. Se avessero detto “dagli uomini”, avrebbero temuto la reazione della folla.
Essi pongono il proprio tornaconto al di sopra della verità e della coscienza. Pur di non intaccare il prestigio di cui godono, preferiscono mentire.
GESU’ GIOCA AL GATTO COL TOPO PER SMASCHERARE I CAPI
Per smascherarli, Gesù rivolge loro tre parabole consecutive che faranno salire la tensione al punto che le autorità “cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla” (Mt 21,45-46).
La prima di queste tre parabole è un’esclusiva del Vangelo di Matteo. Gesù non lascia scampo ai suoi interlocutori: dopo il loro “Non sappiamo”, li incalza e li costringe a prendere posizione (“Che ve ne pare?”).
I DUE FIGLI
Abbandonando i toni astratti, Gesù ricorre a un'immagine di vita familiare: un padre e due figli di fronte al medesimo invito a lavorare nella vigna (simbolo biblico d’Israele).
Il primo figlio risponde bruscamente con un “Non ne ho voglia”, ma poi, ravvedutosi (gr. metamelētheis), va a lavorare.
Il secondo figlio risponde con ostentata reverenza: “Sìssignore!” (in greco egô kyrie, letteralmente “Io [vado], Signore”), ma poi non ci va affatto.
Il padre si rivolge a ciascuno con tenerezza (gr. teknon, “figliolo mio”). Ma mentre il primo riconosce il padre attraverso il ripensamento, il secondo non si relaziona a un padre, ma a un “Signore” di cui si dichiara servitore formale.
LA TRAPPOLA
In questo secondo figlio si incarna l'ipocrisia denunciata da Gesù in scribi e farisei: uno zelo esteriore che maschera il vuoto del cuore (“Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me”, Mt 15,8). È la condanna di chi si limita alle formalità religiose senza compiere la volontà paterna (“Non chiunque mi dice: "Signore, Signore", entrerà nel regno dei cieli...”, Mt 7,21).
Alla domanda di Gesù “Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?”, le autorità sono costrette a rispondere: “Il primo”.
ORA CADE LA MASCHERA E DIETRO C’E’ SOLO UN OPPORTUNISTA
Così facendo, firmano la propria condanna: coloro che dovevano insegnare la Legge sono i primi a non praticarla.
Gesù allora sferra un affondo provocatorio, mettendo a confronto i capi del tempio con le categorie più disprezzate del tempo: i pubblicani (esattori delle tasse per conto di Roma) e le pr******te. Erano considerati peccatori pubblici senza speranza, a causa dei quali si pensava persino che l'avvento del Regno fosse ritardato.
PERSINO PUBBLICANI E PR******TE MERITANO PIU’ DI LORO
Eppure, proprio loro hanno ascoltato Giovanni, si sono messi in discussione e hanno creduto. Per questo Gesù dichiara: “I pubblicani e le pr******te vi passano avanti nel regno di Dio”. Il verbo greco utilizzato (proagousin) non indica semplicemente una precedenza temporale (come se i capi venissero subito dopo), ma esprime una dinamica di scavalco ed esclusione: gli esclusi storici entrano, mentre chi si credeva giusto resta fuori a causa del proprio cuore indurito.
LA CHIAVE DELLA PARABOLA È RAVVEDERSI, METTERSI IN DISCUSSIONE
Il centro del messaggio è il verbo greco metamelomai (“pentirsi”, “avere rimorso”, “ravvedersi”).
Nel Vangelo di Matteo questo verbo ricorre tre volte in contesti chiave. Per il primo figlio della parabola, che “si pentì e andò” (Mt 21,29); per Giuda, che dopo il tradimento “si pentì” (Mt 27,3); per le autorità religiose che, pur vedendo la conversione dei peccatori, “non si sono pentite” per credere a Giovanni (Mt 21,32).
NON CI DICE DI NON SBAGLIARE, CI DICE DI RAVVEDERCI
I peccatori si ravvedono, il figlio ribelle cambia idea, persino il traditore Giuda prova rimorso: le uniche ad adagiarsi in una mortale presunzione di autosufficienza sono le autorità religiose.
Gesù ammonisce che di fronte a Dio non contano i titoli o l'appartenenza formale, ma la disponibilità a lasciarsi mettere in discussione e a compiere, nei fatti, la sua volontà.