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Un pensiero per Pasqua.Ci sono dischi che non sono solo musica. Sono gesti. Sono prese di posizione.Nel 1995 nasce Help,...
05/04/2026

Un pensiero per Pasqua.

Ci sono dischi che non sono solo musica. Sono gesti. Sono prese di posizione.

Nel 1995 nasce Help, seguito anni dopo da Help: A Day in the Life (spesso chiamato “Help 2”): due progetti straordinari realizzati per sostenere War Child, organizzazione impegnata a proteggere i bambini nelle zone di guerra.

Artisti enormi, scene diverse, sensibilità lontane — tutti uniti da una cosa sola: la necessità di fare qualcosa. Subito. Senza filtri. Senza compromessi.

Quelle registrazioni erano urgenti. Imperfette. Vere.
E forse è proprio per questo che funzionano ancora oggi.

Perché oggi, mentre il rumore del mondo sembra ancora più assordante, il bisogno è lo stesso.
Anzi, è ancora più evidente.

La musica non cambierà il mondo da sola.
Ma può accendere coscienze, creare connessioni, spingere all’azione.

E allora la domanda è:
oggi, chi avrebbe il coraggio di fare un nuovo Help?

Ci sono dischi che arrivano nel momento giusto. E poi ce ne sono altri che, appena partono, sembrano aprire una porta ne...
15/03/2026

Ci sono dischi che arrivano nel momento giusto. E poi ce ne sono altri che, appena partono, sembrano aprire una porta nel tempo.

No More Like This dei PVA è uno di quelli.

Un album che mi ha colpito molto: pulsazioni elettroniche, linee di synth che si intrecciano, ritmi ipnotici che sembrano arrivare direttamente da una certa tradizione della club culture europea… ma con uno sguardo molto contemporaneo.

Ascoltandolo mi sono tornati in mente ricordi lontani. I primi anni in cui scoprivo le contaminazioni della musica elettronica: quando techno, post-punk, electro e new wave iniziavano a parlarsi davvero. Quando ogni disco sembrava aprire una direzione nuova.

Dentro No More Like This ho ritrovato proprio quella sensazione lì: la curiosità, la tensione creativa, il piacere di lasciarsi trascinare da suoni che non stanno mai fermi.

Un disco che guarda avanti, ma che per chi ha vissuto certe stagioni musicali riesce anche a riaccendere una memoria molto precisa.

E non è una cosa da poco.

Voi lo avete ascoltato?

Ci sono dischi che ascolti… e poi ci sono dischi che ti restano addosso.In questi giorni mi ha colpito molto The Mountai...
13/03/2026

Ci sono dischi che ascolti… e poi ci sono dischi che ti restano addosso.

In questi giorni mi ha colpito molto The Mountain dei Gorillaz. Non solo per la musica, ma per la storia che ci sta dietro. Damon Albarn ha scritto questo lavoro dopo aver perso suo padre, e sapere che le sue ceneri sono state sparse in India, come lui desiderava, dà a tutto il disco una dimensione emotiva completamente diversa. È come se dentro queste canzoni ci fosse un viaggio personale, quasi spirituale.

Si sente che non è solo un album: è un modo per elaborare un lutto, per trasformare il dolore in qualcosa di creativo.

E poi c’è un dettaglio che trovo meraviglioso: Albarn ha coinvolto autentiche leggende della musica indiana come Asha Puttli e Asha Bhosle. Non è una semplice citazione esotica, ma un incontro vero tra mondi musicali diversi. Tradizione, memoria, perdita e rinascita che si mescolano.

Forse è proprio questo che mi ha colpito di più: la sensazione che dietro ogni suono ci sia una storia umana.

A volte la musica serve anche a questo. A ricordare.

Il 27 febbraio 1995 usciva To Bring You My Love, il disco che avrebbe cambiato tutto. Dopo la fine del trio, PJ Harvey r...
27/02/2026

Il 27 febbraio 1995 usciva To Bring You My Love, il disco che avrebbe cambiato tutto. Dopo la fine del trio, PJ Harvey rinasce dalle proprie ceneri e firma il suo primo vero album solista: un’opera magnetica, viscerale, oscura.

Prodotto insieme a Flood e John Parish, questo lavoro è un viaggio nelle profondità del blues americano, filtrato attraverso una sensibilità feroce e contemporanea. Le chitarre bruciano, i silenzi pesano come macigni, la voce di Polly Jean è un richiamo primordiale, sensuale e minaccioso allo stesso tempo.

È qui che nasce la PJ Harvey iconica: teatrale, selvaggia, libera.
È qui che il suo suono diventa mito.

Acclamato dalla critica di tutto il mondo e ancora oggi considerato il suo vero breakthrough, To Bring You My Love non è solo un album: è una dichiarazione di potenza artistica. Un disco che non chiede permesso. Lo pretende.

Oscuro. Ipnotico. Necessario.

Quattro anni senza Mark Lanegan.Quattro anni senza quella voce che non si limitava a cantare, ma scavava.Profonda. Roca....
22/02/2026

Quattro anni senza Mark Lanegan.

Quattro anni senza quella voce che non si limitava a cantare, ma scavava.
Profonda. Roca. Vissuta.

Una voce che sembrava arrivare da un luogo lontano, fatto di polvere, notti insonni e strade percorse senza bussola. Ogni parola aveva il peso dell’esperienza, ogni nota portava dentro una ferita e una redenzione.

Lanegan non era solo il timbro inconfondibile degli Screaming Trees, né soltanto il compagno di viaggio nei deserti sonori dei Queens of the Stone Age.
Era un narratore dell’ombra. Uno che sapeva trasformare il buio in bellezza, la fragilità in forza.

Ci sono voci che ascolti.
E poi ci sono voci che ti abitano.

La sua mi manca.
Mi manca quel graffio caldo, quella profondità capace di rendere sacro anche il silenzio tra due versi. Mi manca sapere che, da qualche parte nel mondo, c’era qualcuno in grado di cantare il dolore senza retorica, con una sincerità disarmante.

Quattro anni dopo, la sua voce continua a risuonare.
Ma fa ancora male sapere che non potremo più sentirla nascere, viva, davanti a un microfono.

🖤

Che rumore fa una rivoluzione quando non chiede il permesso?Lo fa come i Curve.Nati all’inizio degli anni ’90 dall’incon...
21/02/2026

Che rumore fa una rivoluzione quando non chiede il permesso?

Lo fa come i Curve.

Nati all’inizio degli anni ’90 dall’incontro tra Toni Halliday e Dean Garcia, i Curve hanno preso lo shoegaze – già in piena ebollizione tra feedback e riverberi – e lo hanno spinto in territori più cupi, industriali, quasi meccanici. Dove altri sognavano, loro affilavano. Dove altri annegavano nelle chitarre, loro le trasformavano in lame.

Con Doppelgänger (1992) hanno dimostrato che si poteva essere eterei e aggressivi nello stesso istante: muri di distorsione, beat programmati, una tensione costante che guardava tanto al noise quanto all’elettronica. Non solo shoegaze, ma un ibrido feroce che anticipava certe derive alternative e industrial degli anni successivi.

Poi Cuckoo, più oscuro, più stratificato.
E ancora Come Clean, dove l’elettronica diventa spina dorsale e le chitarre si fondono con drum machine e loop in una miscela che oggi suona sorprendentemente contemporanea.

I Curve hanno riscritto le regole perché non si sono mai accontentati del suono dominante della scena. Hanno dimostrato che lo shoegaze poteva essere fisico, pulsante, urbano. Che poteva danzare nei club senza perdere profondità. Che poteva essere sensuale e minaccioso allo stesso tempo.

Troppo rumorosi per i puristi.
Troppo sofisticati per il mainstream.
Perfetti per chi cercava qualcosa di diverso.

Se lo shoegaze è stato spesso raccontato come introspezione e nebbia, i Curve sono stati la scintilla elettrica dentro quella nebbia.

E voi, da quale disco partireste?

C’è qualcosa in The Bad Fire dei Mogwai che continua a tirarmi dentro, ascolto dopo ascolto.All’inizio mi ha colpito per...
14/02/2026

C’è qualcosa in The Bad Fire dei Mogwai che continua a tirarmi dentro, ascolto dopo ascolto.

All’inizio mi ha colpito per l’atmosfera: quel modo tutto loro di costruire paesaggi sonori che sembrano lontani, quasi glaciali. Poi, però, inizi a sentire i dettagli. Le stratificazioni, le tensioni che crescono piano, le esplosioni che non sono mai gratuite ma emotive, necessarie.

Più lo ascolto e più mi cattura.
È uno di quei dischi che non ti travolgono subito con un singolo “facile”, ma ti restano addosso. Ti accompagnano. Ti cambiano l’umore senza che tu te ne accorga.

C’è malinconia, ma anche luce. C’è silenzio, ma è un silenzio pieno.
E ogni volta che riparte dall’inizio, scopro qualcosa che prima mi era sfuggito.

Dischi così non si consumano: si sedimentano.

Un disco che non si limita a fotografare un’epoca, ma che la accende.Pills ’n’ Thrills and Bellyaches degli Happy Monday...
30/01/2026

Un disco che non si limita a fotografare un’epoca, ma che la accende.
Pills ’n’ Thrills and Bellyaches degli Happy Mondays è la scintilla che trasforma Manchester in un rito collettivo: funk, acid house, psichedelia e attitudine rock che si fondono in qualcosa di totalmente nuovo.

È il momento in cui il Madchester sound smette di essere scena e diventa movimento.
Beat che pulsano come un club all’alba, groove presi in prestito dal funk e dal dancefloor, liriche sgangherate e carismatiche, e una band che suona come se tutto potesse crollare… ma ballando.

Prodotto da Paul Oakenfold e Steve Osborne, questo disco è il punto di contatto tra chitarre e rave culture, tra strada e club, tra caos e visione.
Una pietra miliare non solo per Manchester, ma per tutta la musica alternativa dei primi anni ’90.

Se il Madchester ha avuto un cuore che batteva più forte degli altri, era qui. 🌀

35 anni fa usciva “Reading, Writing and Arithmetic” dei The Sundays.Un debutto che, col senno di poi, suona ancora come ...
15/01/2026

35 anni fa usciva “Reading, Writing and Arithmetic” dei The Sundays.
Un debutto che, col senno di poi, suona ancora come un piccolo miracolo ✨

Un album capace di essere delicato e luminoso, malinconico e senza tempo.
La voce di Harriet Wheeler, le chitarre jangle, le melodie sospese: tutto è già perfettamente a fuoco, come se i Sundays sapessero esattamente chi erano fin dal primo disco.

Pochi debutti possono permettersi di essere chiamati capolavori senza sembrare un’esagerazione. Questo è uno di quelli.
Un disco che non invecchia, ma continua semplicemente a restare lì, a ricordarci quanto può essere elegante la semplicità.

🎂💿

Oggi festeggiamo un anniversario speciale 🔥Il primo disco di Fever Ray non è stato solo un debutto: è stato uno shock em...
12/01/2026

Oggi festeggiamo un anniversario speciale 🔥
Il primo disco di Fever Ray non è stato solo un debutto: è stato uno shock emotivo, un mondo sonoro nuovo, oscuro, magnetico.

Un album che ha riscritto le regole dell’elettronica pop, trasformando la voce in maschera, il freddo in calore, l’inquietudine in bellezza pura. Ancora oggi suona avanti, disturbante e ipnotico come la prima volta.

Un disco pazzesco, senza tempo.
Buon anniversario a un capolavoro che continua a farci perdere dentro le sue ombre. 🖤

09/01/2026

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