16/01/2026
"๐โ๐ฎ๐ง๐ข๐๐ ๐ฏ๐๐ซ๐ ๐จ๐๐๐๐ฌ๐ ๐๐ก๐ ๐ฎ๐ง๐ ๐๐จ๐ฆ๐ฎ๐ง๐ข๐ญ๐ฬ ๐ง๐จ๐ง ๐ฉ๐ฎ๐จฬ ๐ฉ๐๐ซ๐ฆ๐๐ญ๐ญ๐๐ซ๐ฌ๐ข, ๐๐จ๐ฉ๐จ ๐ฎ๐ง ๐๐ข๐ฌ๐ฌ๐๐ฌ๐ญ๐จ, ๐ง๐จ๐ง ๐ฬ ๐ฎ๐ง๐ ๐๐ซ๐ข๐ญ๐ข๐๐ ๐๐ฎ๐ซ๐ (๐ ๐ฆ๐ข๐จ ๐๐ฏ๐ฏ๐ข๐ฌ๐จ ๐ง๐๐๐๐ฌ๐ฌ๐๐ซ๐ข๐), ๐ฆ๐ ๐ฅโ๐๐ง๐ง๐๐ฌ๐ข๐ฆ๐ ๐ฌ๐๐ฆ๐ฉ๐ฅ๐ข๐๐ข๐๐๐ณ๐ข๐จ๐ง๐".
di Pietro Fera
Quando un Comune finisce in dissesto, le interpretazioni sbagliate arrivano sempre puntuali. Da un lato cโรจ il fatalismo elegante: โรจ il sistemaโ, โรจ la congiunturaโ, โรจ il destino dei piccoli comuniโ. Dallโaltro cโรจ la scorciatoia opposta: โsono stati loroโ, โbasta cambiare facce e si riparteโ, con il sottotesto non troppo nascosto di una campagna elettorale permanente. In mezzo, come corollario, spuntano le soluzioni semplicistiche: formule consolatorie e ideali da manifesto, che stanno in una frase e crollano alla prima riga di un atto.
Da docente universitario ormai adottato da questo territorio, leggo la realtร locale con unโattenzione forse inevitabile: curiositร e deformazione professionale, per chi si occupa da anni della complessitร dei sistemi contabili.
Ecco, il punto non รจ scegliere quale favola raccontare, ma รจ evitare che, nel rumore, Calvi Risorta diventi lโennesimo caso in cui ci si divide tra chi assolve tutto โper sistemaโ e chi condanna tutto โper propagandaโ. Perchรฉ un dissesto รจ sempre due cose insieme: una fragilitร strutturale che rende gli enti piccoli vulnerabili, e una storia locale fatta di scelte, omissioni, controlli (o mancati controlli) e qualitร amministrativa. Negare una delle due dimensioni significa mentire โ magari in buona fede โ ma mentire.
In questo senso, lโintervento di Alberico Martino ha un merito che va riconosciuto: rifiuta la caccia al capro espiatorio e ricorda che il dissesto non รจ una macchia morale, ma una questione serissima. Una questione che trova eco in analisi di settore (Fondazione Nazionale dei Commercialisti + CNDCEC, 2024; IFEL-Fondazione ANCI + Universitร Caโ Foscari, 2024; Corte dei conti โ Sezione delle Autonomie, 2022): la crisi degli enti locali, soprattutto piccoli, ha cause ricorrenti โ dalla riscossione debole alla rigiditร della spesa, fino alla carenza di personale e competenze โ e non nasce quasi mai in un solo giorno.
Su questo snodo, perรฒ, si apre la zona dโombra dellโimpostazione di Martino, a cui indirettamente fa eco lโintervento di Massimo Zona, perchรฉ la cornice non puรฒ e non deve diventare mai un alibi: non cercare il capro espiatorio non significa che non esistono responsabilitร ; non significa che tutto si sciolga in una nube sociologica; e soprattutto non significa che, davanti ad atti ufficiali che descrivono criticitร molto concrete, si possa parlare come se il problema fosse solo โla realtร dei piccoli comuniโ. Gli atti richiamano elementi tuttโaltro che astratti: squilibri di parte corrente, previsioni non attendibili, fondi non corretti, uso improprio di vincoli, disordine amministrativo.
Queste non sono congiunture: sono tracce di gestione. E quando la contabilitร diventa opaca o strutturalmente debole, il โsistemaโ non รจ piรน una spiegazione: รจ il contesto dentro cui qualcuno ha comunque operato, firmato, deciso, controllato โ o non controllato.
Su questa frattura, quasi come contrappasso, si innesta lโintervento di Vito Taffuri, a cui va riconosciuto un merito: riportare il dibattito a terra. Dire che la crisi non รจ unโentitร metafisica, ma un insieme di fatti documentati, รจ salutare e fa bene a ricordare che, su Calvi Risorta, esistono verbali, relazioni, rilievi: la realtร non si sposta con una dichiarazione e neppure con una buona intenzione.
Tuttavia, Taffuri inciampa nel vizio speculare: la sicurezza che diventa slogan. โI numeri hanno nomi e cognomiโ รจ una frase perfetta per un comizio, molto meno perfetta per unโanalisi concreta. Perchรฉ i nomi e cognomi, se vogliamo davvero pronunciarli, non sono un bersaglio unico: includono la politica, certo, ma anche gli apparati, le firme, le istruttorie, i controlli, la catena amministrativa tutta. Quando invece si afferma con certezza assoluta che la responsabilitร ha un perimetro โgiร definitoโ, la linea di confine tra analisi e campagna politica si assottiglia pericolosamente.
Infine, tra la colpevolizzazione e lโautocommiserazione spuntano le soluzioni semplicistiche, tra cui si rinviene la piรน elegante perchรฉ si traveste da โsoluzione di sistemaโ: lโidea che unioni e fusioni siano, di per sรฉ, lo strumento risolutivo del dissesto. Martino la evoca come sbocco naturale e Massimo Zona la rivendica con toni ancora piรน netti, richiamando incentivi, deroghe e prioritร nei finanziamenti che, sia chiaro, rappresentano un forte nucleo di veritร : il legislatore incentiva davvero le fusioni con contributi pluriennali e misure di favore.
Il salto che non regge, perรฒ, รจ trasformare quellโimpianto incentivante in una promessa di โcuraโ automatica e rapida. Lo dicono, paradossalmente, anche fonti istituzionali che pure promuovono lโassociazionismo: la stessa Corte costituzionale (richiamata in un dossier della Camera) ha messo in guardia dallโidea che lโaggregazione sia sempre efficiente, sottolineando che lโobbligo rigido รจ irragionevole quando non consente di dimostrare che, in concreto, non si realizzano economie di scala o miglioramenti del servizio (problemi di prossimitร , geografia, dispersione territoriale).
E lo conferma anche lโevidenza โtecnicaโ piรน solida: nello studio della Banca dโItalia: โLโUnione (non) fa la forza?โ, la relazione fra dimensione e costi/efficienza non รจ una retta ascendente di benefici, ma una curva a U: le economie di scala possono emergere fino a una certa soglia (mediamente 7.500 abitanti), prima che possano comparire delle diseconomie legate a complessitร , coordinamento, distanza, congestionamento. Peraltro, gli effetti della gestione associata non sono uniformi e tendono a manifestarsi solo su alcune funzioni e โcol tempoโ, non come miracolo immediato.
In aggiunta, va considerato che i contributi non sono una bacchetta magica: sono limitati, temporanei e condizionati, e non cancellano la sostanza economica e giuridica di una crisi. La fusione non รจ un tasto โresetโ: il nuovo ente subentra nei rapporti attivi e passivi, e cambiare cappello istituzionale non fa sparire passivitร e contenziosi.
Insomma: unioni e fusioni possono essere una scelta politica legittima e persino utile, ma non sono โlโunico toccasanaโ e non autorizzano la promessa implicita โ troppo comoda โ dellโuscita rapida dal dissesto.
Quando si proclamano certezze su effetti e tempi, si sta facendo proprio ciรฒ che si dovrebbe evitare: sostituire un problema complesso (molto complesso) con una soluzione troppo semplice.
Perchรฉ lโunica vera offesa che una comunitร non puรฒ permettersi, dopo un dissesto, non รจ una critica dura (a mio avviso necessaria), ma lโennesima semplificazione.